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Full text of "Nuovo archivio veneto"

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NUOVO ARCHIVIO VENETO 

NUOVA SERIE - ANNO II 



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COMMISSIONE DIRETTRICE 



V. LAZZARINI - G. OGCIONl-BONAFFONS - R. PREDELLI ( ) 



(*) Il N. U. conte cav. Andrea Marcello, non permettendogli le 
sue occupazioni di attendere alla direzione del periodico, come avrebbe 
desiderato, di sua volontà si ritirava dalla Commissione direttrice, e 
il Consiglio direttivo della R. Deputazione, spiacente di perderne il 
valido concorso e ringraziandolo per l'opera fin qui prestata, ad una- 
nimità eleggeva in suo luogo il professore Vittorio Lazza ri. ni 



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NUOVO 

ARCHIVIO VENETO 



PUBBLICAZIONE PERIODICA 
DELLA 

R. DEPUTAZIONE VENETA DI STORIA PATRIA 




V E N E Z I A 

PRRM. TIP. VISRNTINI CAV. FEDERICO 
I903 



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IL LODO DEL DUCA DI FERRARA 

TRA FIRENZE E VENEZIA 



Il lodo pronunziato il 6 aprile 1499 da Ercole d'Este 
per porre termine alla guerra, che si combatteva tra 
Venezia e Firenze a causa di Pisa, fu contro V aspetta- 
zione generale favorevolissimo per i Fiorentini, quasi 
offensivo per la Serenissima. 

Tutti gli storici che ne parlarono non si dettero 
pena di discuterlo; si limitarono in quella vece a rias- 
sumerlo dopo avere solo di volo accennato ai negoziati 
che lo precedettero. Data V importanza dell' atto, che 
segna un gran cambiamento nella politica tenuta fino 
allora'da Venezia, non ci è sembrato privo d' interesse 
T indagare le vere ragioni che indussero, il Duca di Fer- 
rara a dettare una così fatta sentenza, i Veneziani a 
desiderare ed accettare il di lui arbitrato. Queste ragioni 
ci si sono manifestate studiando nei documenti del tem- 
po (1), nei Diarii del Sanuto, negli altri storici del- 
l'epoca, tutto quanto può aver relazione con la decisione 
dell' Estense. 



(1) Ho limitato le ricerche ai soli Archivi di Stato di Pi>a e di 
Venezia. In quest' ultimo mi erano sfuggiti alcuni documenti del re- 
gistro XVI II dei Commemoriali, gentilmente segnalatimi, a lavoro com- 
piuto, dalla spettabile Direzione di questo periodico. Li citerò volta 
per volta in 4 nota Non ho usufruito adunque del material? dell'Ar- 
chivio di Firenze ; solo vi ho consultato pochi documenti corrispon- 
denti a quelli dei Commemoriali sopra ricordati. 



M774C46 

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Nuovo Archivio Veneto 



Di tali ricerche ci proponiamo adesso di esporre i 
risultati. 



Uno dei primi atti della lega sorta in Italia contro 
Carlo Vili fu di soccorrere Pisa^ che ribellatasi a Fi- 
renze si sosteneva con eroismo contro 1' aborrita rivale, 
per punire in tal modo la Repubblica del Giglio della 
sua affezione a Francia. Mandarono allora milizie in 
Toscana Ludovico il Moro, la Repubblica veneta, l'im- 
peratore Massimiliano. Ma presto Venezia, approfittando 
dell'incuria e dell'avarizia degli altri collegati, nella 
speranza di impadronirsi in breve essa sola del dominio 
di Pisa, aumentò sempre di numero i propri soldati, 
finch^, ritirate dopo V infelice tentativo di Massimiliano 
su Livorno le milizie del Duca e dell' Imperatore, la 
città protetta rimase custodita esclusivamente da forze 
venete (i). 

Ciò naturalmente non poteva piacere al Moro, ge- 
loso dell' ingrandimento di qualsiasi stato italiano e spe- 
cialmente di Venezia; egli anzi, in contraddizione di 
quanto aveva operato e consigliato alla lega in difesa 
di Pisa, fin dal decembre 1496 faceva intendere al Papa 
e agli ambasciatori residenti presso la Corte Pontificia 
la convenienza di rendere Pisa a Firenze ove questa si 
distaccasse da Francia, anche per sventare le pratiche 



(1) Per la storia di Pisa dal giorno della ribellione a quello della 
partenza di Massimiliano confronta Fanucxt, Pisa e Carlo Vili in 
Annali della Scuola Normale di Pisa 1893, e Scaramella, Relazioni 
tra Pisa e Venezia in Studi Storici, voli. VII, fase. 2 e IX fase. 2 e 4, 
1898 e 1900. Le vicende della guerra di Pisa negli anni nei quali que- 
sta città rimase sotto 1' esclusiva protezione veneta (1496-99) daranno 
argomento ad un altro mio lavoro, che sarà compiuto tra breve. 



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Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 



7 



iniziate — a suo dire — da Venezia coi capi dei Pisani, 
pratiche che tendevano ad assoggettare Pisa (i). 

Si irritò il Senato veneto di tale agire del Moro e 
delibero di rispondere esplicitamente dichiarando inven- 
zioni del Duca le pretese macchinazioni dei Veneti su 
Pisa : Essi avevano difeso e continuavano a difendere 
quella città a vantaggio della Lega e in odio a Francia; 
sarebbero stati lietissimi di una composizione con Fi- 
renze compatibile colla libertà di Pisa, che avevano pro- 
messo e volevano mantenere ad ogni costo ; si sarebbe 
in ogni modo potuto venire ad un accordo trovando 
« aliquam formam censUs aut recognitionis aut alterius 
rei consimilis»» che soddisfacesse anche Firenze; lo stesso 
Pontefice avrebbe potuto incaricarsi delle trattative (2). 

Non si acconciarono gli stati della Lega a tali pro- 
teste, e durante tutto il 1497 e ne ^ a prima metà del 
'98 il Moro, il Papa, il Re di Spagna, Massimiliano e 
persino Genova, per istigazione anche dei Fiorentini, 
esortavano Venezia a tralasciare V impresa di Pisa e a 
ritirare di là le sue milizie, proponendo ora di rendere 
la città a Firenze, ora di mantenerla in libertà con forze 
di tutta la Lega. Ma Venezia rimase inflessibile; ripe- 
teva che aveva assunta la difesa di Pisa, liberata da 
Carlo Vili, dietro preghiera dei collegati per ostacolare 
Firenze aderente a Francia; abbandonare la città ai 
Fiorentini sarebbe stato un tradire la causa comune, un 
menomare l'onore della Serenissima; non si peritava 
di soggiungere di non fidarsi delle forze degli altri stati 
troppo favorevoli a cedere Pisa alla sua rivale, colla 
quale era pronta a cessare la guerra non appena con 
un conveniente accordo — la cui iniziativa poteva essere 



(1) Sanuto, Diari 1, I, 444. 

(2) Doc I. 



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Nuovo Archivio 4 Veneto 



presa da uno qualsiasi dei potentati — fosse assicurata 
a Pisa la libertà, dietro il pagamento di un canone 
annuo ai Fiorentini (i). 

In realtà la Signoria veneta insisteva molto su tale 
composizione sapendola impossibile ; che i Fiorentini 
avevano fatto capire di volere, come per il passato, es- 
sere assoluti padroni di Pisa, e avevano risposto scon- 
venientemente alle poco sincere proposte venete, non 
impegnandosi neanche — riottenuta che avessero la città 
— di abbandonare le parti di Carlo Vili (2). 

Il Moro allora impensierito pensò di aiutare Fi- 
renze; dapprima lo fece col negare il passo alle milizie 



(1) Per le pratiche in proposito con il Moro cfr. Sanuto, 447 e 
882; Senato Secreta 23 ottobre 1497 (re:. 36 c. 168 t.), 12 feb. 1498 
(c. 184), 25 giugno 1498 (reg. 37, c. 23), nel R. Arch. di St. in Ve- 
nezia : con il Papa (istigato dai Fiorentini) cfr. Sanuto 863, >qg- ì Guic- 
ciardini, Storia d' Italia, 1. Ili, Milano 1803, voi. II, pag. 147; una 
lettera di Ascanio Sforza al Moro del 10 marzo '98 in Ardi. St. It. 
n. s. voi. XVI li [Nuovi documenti su Girolamo Savonarola, docu- 
mento XXIX) e Senato Secreta 15 feb. 98 (reg. 36 c. 187), 4 aprile 
(reg. 37 c. 8 in Villari, Storia del Savonarola* Firenze 1861, voi. II, do- 
cum. XC) : col Re di Spagna cfr. Sanuto 445; Senato Secreta 5 sett. 
97 (36 c. 158 t ), 12 feb. '98 (c. 185 t): con Genova cfr. S.\n.uto ioii, 
e Senato Secreta 7 maggio, 7 giugno, 9 luglio 1498 (reg. 37 c. 13. 19 e 
23): con la Cesarea Maestà Sanuto 96S. Cfr. anche Bembo, Historiae, 
Venezia, 1718, p. 12G, e Romanin, St. Doc. di Venezia, voi. V, pa- 
gine 98 e 101. 

(2) « Recordamosi haverli ' (i Fiorentini) molte volte per diversi 
mezi invitati a voler essere Italiani .... offerendoli ogni conveniente 
forma di superiorità de Pisani, purché remanesseno ne la libertà ne 
la qual sono sta posti non da nuy ma dal Re de Franza : may hano 
voluto prestar oreehie, sempre respondenJo cum forma mancho che 
conveniente a loro». -Il Senato veneto all' oratore milanese a Venezia, 
il 12 febbraio 1498; Senato Secreta, reg. 30, c. 184 cit. Gir. Senato 
Secreta, 23 ottobre 1497 cit 




Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 



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venete che si recavano a Pisa (i), poi coli* inviare na- 
scostamente ai Fiorentini forze proprie, in unione ad 
altre che aveva ottenuto da Massimiliano (2), finalmente 
col dichiarale apertamente * di scendere in campo per 
combattere, come egli diceva, V indomabile cupidigia di 
Venezia (3). 

Le cose stavano a questo punto, allorché giunse 
inaspettata la notizia della morte di Carlo Vili e della 
successione del Duca d' Orleans. Sebbene non fossero 
un mistero per alcuno le idee belligere di Luigi XII, 
che aveva iniziato il regno intitolandosi non solo re di 
Napoli ma anche duca di Milano, pure tutti gli stati 
italiani stettero per un poco in forse sul contegno da 
tenersi col nuovo Re. Venezia, che fino dal primo mo- 
mento intravide la possibilità di inrendersi con lui per 
dividersi le spoglie dello Sforza, stanca di una guerra 
che non le aveva procurato alcun guadagno ma in quella 
vece le aveva attirato V odio di tutte le potenze, inco- 
mincia — senza trascurare per questo V impresa di Pisa 
— a considerare più pacatamente la possibilità di un 
accordo con la maggior Repubblica toscana (4), tanto 



(1) Senato Secreta aprile 149S, reg. 37 c. 9-12. Cfr. Sanuto 933 
e Guicciardini 173. 

(2) Sanuto 990. 

(3) Senato Secreta u agosto: f Non cessant Fiorentini una cum 
apertis favoribus Domini Ducis MeJiolnni facere omnem conatum ad 
ilesolationem impresie Pisarum » (reg. 37, c. 35). 

(4) « Quotiescumque reperiatur et proponatur aliquod medium 
expediens quod faciat dietimi etTectum, cetera faciilimc componentur b. 
Istruzione agli oratori veneti in Francia durante il loro passaggio per 
Milano; 25 giugno, Senato Secreta cit. c. 23. « Que (compositio) si 
proponatur conveniens secura et certa nos libentissime amplexabimur ». 
A Giorgio Negro segretario a Genova, il 9 luglio; Senato Secreta c. 25 
« Nui f facillime ce adapteremo ad ogni altra cos^a, che sia rasuncvole 



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IO 



Nuovo Archivio Veneto 



da accogliere con piacere la notizia che Firenze, dopo 
il rifiuto di Luigi di impacciarsi nelle cose di Tosca- 
na (i), aveva stabilito di inviare alla Signoria due suoi 
oratori. 

La decisione dei Fiorentini di mostrare la loro de- 
ferenza a Venezia cercando per primi direttamente un 
accordo (2) fu dovuta e alle istigazioni del popolo poco 
proclive a prolungare la guerra di Pisa (3) e alle insi- 
stenze del Duca di Milano, il quale ottenne anche che 
insieme con Bernardo Rucellai fosse scelto dalla Repub- 
blica ad oratore Guidantonio Vespucci, già-ambasciatore 
di Firenze alla sua corte (4). I due Fiorentini in com- 
pagnia di un giovane Niccolò Capponi, inviato a Vene- 
zia perchè si impratichisse nelle trattative diplomatiche, 
giunsero a Ferrara il 21 agosto (5) ; là, secondo ii desi- 
derio del Moro, ebbero qualche lume da Ercole d'Este (0); 
giunti a Venezia il 25, onorati da molti gentiluomini (7), 
furono convenientemente ricevuti dal Doge il dì veniente. 

Nella prima udienza T una parte e T altra si tenne 
sulle generali : il Vespucci chiese lo sgombro di Pisa 



et onesta, et trovandosi modo expediente a questo presto se vederà 
1' effecto de le parolle nostre ». Al Duca di Ferrara il 9 luglio; Senato 
Secreta c. 25 t. 

(1) Guicciardini, 1. IV, p. 160 ; Sanutó 1034. 

(2) Guicciardini, 182 e sgg. Tanto lo storico fiorentino, quanto il 
Roma ni n (p. 104 e sg) parlano brevemente di questa ambasceria. 

(3) Sanuto, 1041. 

(4) In., 1034, 1037, 1044. 
(3) 1045- 

(6) Id , loc. cit. [.'oratore estense a Firenze, Manlredo dei Man- 
fredi desiderava V 8 agosto, che ai due oratori fosse dato qualche lume 
dal Duca (Documenti relativi a Girolamo Savonarola ecc. in Atti e 
Memorie della R. Dep. di St. Patria per le Prov. Modenesi, voi. IV, 
1868, p., 403 doc. 456). 

(7) Id., 1051. 



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Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia ir 



da parte dei Veneti, il Doge diede il benvenuto agli 
ambasciatori prendendo qualche giorno per rispondere, 
dopo che avesse udito la volontà dei Pregadi (i). 11 Se- 
nato si riunì il 28 e fu decisa una risposta, la quale, 
mentre mostrava il desiderio di Venezia di pacificarsi 
con Firenze purché rimanessero salvi •« V honor nostro 
e la libertà et securità de' Pisani », suonava fiero rim- 
provero contro chi, dopo aver rivolto i più cupidi dise- 
gni su Pisa e sulla stessa Firenze, dopo aver indotto 
Venezia a difender Pisa e a prometterle di conservarne 
ad ogni costo la libertà, pretendeva adesso che la Si- 
gnoria abbandonasse vituperosamente V impresa e vio- 
lasse la parola data; del resto «quello hanno facto da 
poi et facino li altri, nuy non curamo saper; ma ben 
sapemo esser officio de chadauno vero principe mante- 
nir la fede sua incontaminata, el che sempre è stato 
peculiar istituto del nostro stato (2) ». 

Dato il tenore della risposta comunicata ai messi 
Fiorentini il 29 (3), V accordo diveniva quasi impossibile 
per le esigenze delle due parti, delle quali T una chie- 
deva lo sgombro delle forze venete da Pisa per ricon- 
quistarla più facilmente, 1' altra invece poneva a condi- 
zione del ritiro delle truppe la libertà della città fino 
allora protetta. Nondimeno le pratiche continuarono se- 
gretissime per qualche giorno (4Ì, finche vista la diffi- 
coltà dell 4 accordo, l'oratore milanese prima, lo spa- 
gnolo, certo Soarez, poi, si offersero come intermediarii 
per facilitare la conciliazione. Al primo fu risposto un 
po' bruscamente «che dovesse attender a exeguir li man- 
dati del suo Signor, et non voler conzar quello che a 



(1) Sanuto, 1053. Cfr. Guicciardini, 182. 

(2) Senato Secreta, reg. 37, c. 38. 

(3) Sanuto, loc. cit. 
'4) Ii>., 1065 e sg. 



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Nuovo Archìvio Veneto 



lui (il Doge) tochava (i) » ; il Doge cercò pure il 9 set- 
tembre di evitare V intervento dell' oratore di Spagna 
limitandosi a ringraziarlo (2), ma alle di lui insistenze 
il 17 acconsentì si intromettesse quale paciere (3). Cin- 
que giorni dopo, venuto agli oratori fiorentini pieno 
mandato di accordo, il collegio delegò Marco Antonio 
Morosini, Alvise Bragadino, Giorgio Corner a rappre- 
sentare la Signoria nei negoziati (4). 

Il Soarez voleva, come base della conciliazione, far 
concedere a Pisa dai Fiorentini i privilegi goduti da 
Pistoia, la qua] città pur dipendendo da Firenze godeva 
di Una certa autonomia; ma, visto che i Fiorentini li 
trovavano troppo liberali (5) e i Veneti troppo onerosi 
per i Pisani, rinunziò ad ogni accomodamento (6). 

Qualche giorno dopo, il 25 ottobre, il Vespucci e 
il Rucellai presero anch' essi commiato, dichiarando che 
avrebbero combattuto fino all' ultimo per riaver Pisa (7). 

Il Senato, senza troppo impensierirsi dell' infelice 
esito delle pratiche preveduto fin dal primo momento, 
comunicato Y insuccesso alla Curia come prova della 



(1 ; Sanuto, 1070. A tale offerta d' intromissione si riferisce con ogni 
probabilità una risposta fatta il 13 settembre al Moro nei soliti ter- 
mini generali (Senato Secreta c. 44 t.). 

(2) « Ringratioe de la oferta et quasi sine conclusione' li fu risposto 
per el Principe ». 9 settembre. Sanuto, 1078. 

(3) Sanuto, 1 100. 

(4) Io., 1108. 

(5) Guicciardini. 184. 

(6) 9 ottobre Sanuto, voi. II, col. 22. Essendo il Sanuto nell'ot- 
tobre del 98 entrato nel collegio come Savio agli ordini, le sue testimo- 
nianze da ora innanzi crescono d'importanza per esser egli a cogni- 
zione dei più segreti maneggi della Repubblica. 

Il Soarez prima della partenza fu regalato dalla Signoria (Senato 
Secreta, 9 ottobre c. 49) e nuovamente ringraziato per lettera 1' 8 
novembre (Senato Secreta, c. 36). 

(7) Sanuto, 38; Buonaci orsi, Diarii, Firenze 1 508, p. 6. 



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Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 



mala fede Fiorentina (i), raddoppiò i suoi sforzi contro 
Firenze e inviò il Duca d 1 Urbino con forze considere- 
voli in Val di Lamone per assalire anche da quella 
parte il territorio della Repubblica e cercare nel tempo 
stesso di rimettere in Firenze Piero dei Medici, il quale 
aveva promesso, pur di riacquistare il potere, di non 
molestare Pisa (2). Senonchè nuove circostanze indussero 
la Signoria a cercare di nuovo una soluzione pacifica e 
decorosa, che le permettesse di abbandonare al più pre- 
sto T impresa. 

Luigi XII aveva prestato facile orecchio alle propo- 
ste di alleanza fattegli dagli oratori veneti ; ma non 
volendo disgustare Firenze, che gli prometteva di rima- 
nergli fedele pur di riavere Pisa (3), chiese agli stessi 
ambasciatori che la città contesa fosse data per' allora in 
sua mano (4). La domanda non piacque a Venezia che 
fin da principio aveva escluso qualsiasi intromissione 
del Re di Francia nella sua contesa con Firenze (5). La 



(1) t Fuerunt multos dies apud nos oratores Fiorentini missi iudi- 
cio nostro artificiose et sub aliquo latenti misterio sicuti effectus com- 
probavit; fuerunt enim ipsorum propositiones prius generales, et postea, 
quamvis adiuncta fuerit interpositio magnifici oratoris Hispani prò 
reperienda aliqua forma convenienti super libertate Pisarum, nunquam 
tamen induci potuerunt ad proponendam aliquam formam nisi mere 
et simplicis servitutis civitatis predicte. Tamen re infecta discesserunt ». 
Il Senato all'oratore veneto a Roma il 21 ottobre (Senato Secreta, 
c. 51 t.). 

(2) Fin dall' 8 agosto si era deliberato di aiutare il Medici (Senato 
Secreta c. 33), interessando della cosa il Papa (c. 34). L' impresa del 
Casentino ideata anch'essa V 11 agosto (c. 35) fu iniziata nel settembre 
(Sanuto, I 1098), ma intrapresa seriamente verso la fine di ottobre [Se- 
nato Secreta, 28 ottobre c. 54). 

(3) Sanuto, II,, 1 1. 

(4) Io-, 63. 

(5) Romanin, 101. Cfr. Senato Secreta 6 settembre e sgg., c. 42 e 
passim. 



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Nuovo Archivio Veneto 



Signoria intuì V intenzione di Luigi XII di rendere la 
città ribelle alla sua antica dominatrice, purché questa 
non gli ostacolasse V impresa di Lombardia (i) ; ma d'al- 
tra parte comprendeva che 1' ostinarsi nella guerra ai 
Toscana, non solo V avrebbe messa in mala vista di tutti 
i potentati, ma avrebbe ritardato V alleanza francese e le 
avrebbe impedito — ove tale alleanza si concludesse — 
di attendere con efficacia alla guerra contro il Moro, 
dalla quale si aspettava grosso guadagno. Tentò adun- 
que di togliersi d' imbarazzo col cercare un accordo con 
Firenze — cui fosse estraneo il Re di Francia — più 
conforme alla sua dignità e consentaneo alla libertà di 
Pisa. Così — mentre promette va a Luigi che avrebbe 
cercato di terminare per altra via la contesa con Firen- 
ze, riservandosi di rimettere Pisa nelle mani del Re, 
quando ogni altro tentativo di pacificazione andasse a 
vuoto (2) — interessava Ercole d' Este, duca di Ferrara, 
a definire la questione. 

Il duca di Ferrara, anch' egli — come in seguito 
vedremo — ad istigazione del Moro, aveva avanzato fin 
dal decembre 1497 proposte di conciliazione (3); le aveva 
replicate nel febbraio del '98 (4), e più tardi, nel giugno, 
sebbene scoraggiato dalle continue repulse venete (5), 
aveva rinnovata l'offerta, ottenendo da Venezia una 



(1) Guicciardini, 204 ; Buonaccorsi, 15, 

(2) Sanuto, 15 novembre, col. 123; Romanin 105. La stessa pro- 
messa di rimettere la questione nelle mani del Re, se non si addive- 
niva ad altro accordo, è ripetuta il 15 gennaio 1499 (Sen. Sec. c. 73).. 

(3) In., I, 839. 

(4) In., I, S69. 

(5) Cfr. una lettera del Duca al Manfredi in data del 18 maggio 
149S in Atti della Dcp di St. Patria per h Prov. Modenesi ecc. cit., 
doc. 149. 



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// Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 



15 



delle solite risposte evasive (1). Contuttociò non volle 
arrendersi, e appena seppe che erano andati a vuoto i 
negoziati coi due oratori fiorentini, rimandò a Venezia 
un suo fido, Giovan Alberto dalla Pigna, ad offrire nuo- 
vamente la sua mediazione, impegnandosi di lasciare 
ai Pisani tutte le fortezze ad eccezione di Livorno e di 
far pagare dai Fiorentini ai Veneti un congruo inden- 
nizzo per le spese sostenute (2). 

Il partito era conveniente per Venezia, alla quale, 
sebbene a torto, non era sospetta la persona del paciere 
legato alla Serenissima (che teneva nel di lui stato un 
visdomino) e almeno in apparenza più favorevole a lei 
che allo Sforza suo genero, come aveva dimostrato nel- 
T accordare alle milizie venete il passo rvegato dal Mo- 
ro (3) e nel rifiutare di visitare quest'ultimo a Man- 
tova (4). 

Il Senato non volle lasciar sfuggire Y occasione e, seb- 
bene nulla ancor conoscesse delle intenzioni di Luigi 
XII su Pisa, il 16 ottobre deliberava di rispondere al 
Duca, che tentasse pure V accordo alle condizioni da 
lui proposte ; il Senato soggiungeva che non avrebbe 
cessato dall' osteggiare in ogni modo Firenze fino alla 
conclusione della pace, ma che per favorire V accordo 
era disposto a non essere troppo esigente nei patti, 
sempre beninteso che fossero accordate ai Pisani le for- 
tezze e alla Serenissima un conveniente compenso per 
le spese da lei sostenute (5). 



(1) Sanuto, I, 998. Per la risposta v. Senato Secreta 9 luglio, 
c. 25 t. cit. 

(2) Id., Il, 23 e 38. 

(3) Id., 1,935 esgg. 

(4) Id., I, moi : giugno 1498. 

(5) Doc. II. Abbiamo voluto riportare integralmente tale risposta 
anche perchè da essa si rilevano nella loro pienezza le primitive pro- 
poste del Duca di Ferrara. 



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Nuovo Archivio Veneto 



Ricevuta la risposta, V Estense coir appoggio del 
Duca di Milano scrisse ai Fiorentini oifrendosi come 
arbitro (i). Costoro, avuta la lettera il 28 ottobre (2), * 
chiesero ad Ercole quali patti avrebbe stabilito (3) ; il 
Duca osservò che la richiesta non era conveniente; al- 
lora, d* intesa col Moro, domandarono all' Estense che 
egli si unisse come arbitro lo Sforza, o quanto meno 
che andasse a stringere le trattative a Pavia (4), ove il 
Moro già si trovava insieme ' air oratore del Duca di 
Ferrara e al di lui figlio Ippolito (5); alla fine, respinte 
tutte queste proposte, visto che Luigi XII non si curava 
di far rendere loro Pisa (6), fidenti di esser favoriti nelle 
trattative dal Duca d' Este da loro ritenuto nemico oc- 
culto di Venezia (7) e dal Moro, stabilirono di inviare 
a Ferrara un loro rappresentante, Antonio Strozzi, cui 
per le insistenze di Ercole, fu dato amplissimo man- 
dato (8). 

Al Duca di Ferrara parve di aver superato le dif- 
ficoltà principali ; ma trovò una resistenza inaspettata 
nel Senato veneto, il quale, per quanto oramai volesse 
definire le cose di Pisa (9), non desiderava mostrare al- 
cuna premura della composizione per non mancare alla 
propria dignità. AI Pigna che quasi quotidianamente si 



(1) Sanuto, II, 63 e 63. 

(2) buonaccorsi, 15. 

(3) Sanuto, 77. 

(4) Id„ 85 e 106 
00 In-, 05- 

(ò) II Re di Francia dopo l'ottobre non fece ulteriori insistenze 
per Pisa (Sanuto, 115 e 150). Nel decembre anzi dichiarò di disinte- 
ressarsene (In., 235). 

(7) Parenti, Storie Fiorentine, mss. nella Bibl. Naz. di Firenze, 
II, II, 131, c. 105. 

f8) Sanuto, 129, 137 e 144 

(9) *5 6 - 



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// Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia ij 



presentava al Doge per sollecitare V invio di un oratore 
a Ferrara e ripeteva a nome del suo Signore che sareb- 
bero date le fortezze ai Pisani, Livorno eccettuata, e 
centocinquantamila ducati a Venezia, al Moro che faceva 
continue insistenze nello stesso senso (i), si chiedeva il 
26 novembre una dichiarazione dell'Estense, nella quale 
si impegnasse di mantenere i patti proposti (2) ; ricevuta 
la dichiarazione (3) si dava mandato al Duca di con- 
chiudere a patto di non essere obbligati ad inviare un 
oratore a Ferrara (4) ; quando poi Ercole fece intendere 
di non assumersi una cosi grave responsabilità senza la 
presenza d' un rappresentante della Serenissima, i Pre- 
gadi, dopo molto discutere, lo invitarono a venire a 
Venezia, ove tutto sarebbe appianato (5). 

La proposta era contraria alla dignità dell' Estense 
e dei Fiorentini; un lodo pronunziato a Venezia non 
avrebbe potuto essere se non nocivo agli interessi di 
Firenze (ó). Parve per un momento, che tutto fosse an- 
dato a monte, allorquando, apparentemente per le pre- 
mure del Moro, ma in realtà per le difficoltà sempre mag- 
giori e inaspettate che presentava l' impresa del Casen- 
tino, e per gli insuccessi delle armi venete in quei 
luoghi (7), il 3 gennaio il Senato decise di mandare a 



(1) Sanuto, 145-262 passim. 

(2) Senato Secreta, reg. 37, c. 65. 

(3; Fu rilasciata il 28 novembre Commemoriali, XVIII, c. 131. Cfr. 
Saxuto, 167. 

(4) « Essendo le cose de Pisa e del Casentino nei termini che sono 
ai presente e in questo ponto, el mandar hora alcuno de nostri a Fer- 
rara seria un ruinar del tuto la impresa nostra in 1' uno e 1' altro de 
dicti luogi ». Senato Secreta, 4 decembre, c. 66. 

(5) Senato Secreta, 15 decembre, c. 67 t. La discussione era comin- 
ciata il 12. Sanuto, 196. 

(6) Sanuto, 242, 262 6315. 

(7) Cfr. Sanuto, 192,2556274. 

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Nuovo Archivio Veneto 



Ferrara il segretario Zaccaria 'dei Freschi, non in veste 
ufficiale ma incognito et secretissimo, per rendere 1' ac- 
cordo più facile (r). 

Il giorno seguente il Freschi partì col Pigna (2), 
dopo aver ricevuto dai Pregadi una dettagliata com- 
missione per la quale egli era incaricato di richiedere 
al Duca qual somma sarebbe assegnata ai Pisani per la 
custodia delle fortezze che sarebbero loro rilasciate, ma 
specialmente qual forma di libertà essi godrebbero; do- 
veva poi far garantire ai Pisani la facoltà di libera- 
mente commerciare e amministrare di per sè la giusti- 
zia, e infine ottenere alla Signoria un indennizzo di 
almeno duecentomila ducati pagabili al più presto e 
garantiti possibilmente dai mercanti fiorentini residenti 
in Venezia. Quando tali punti principali fossero stabi- 
liti il Duca avrebbe dovuto venire a Venezia, ma non 
sotto colore di compiere atto d' ossequio alla Signoria, 
ma in vera e propria veste di arbitro accompagnato 
dall' oratore fiorentino (3). 

Il Senato probabilmente credeva che coli' invio del 
Freschi V accordo si sarebbe conchiuso in pochi giorni 
senza prevedere che i Fiorentini imbaldanziti dai re- 
centi successi in Casentino avrebbero sollevato mille 
pretese, non ostante le sollecitazioni fatte loro dallo 
Sforza e avvalorate dalle di lui minaccie di ritirare le 
truppe che aveva spedite in loro soccorso (4). Così, 
quando Ercole, abboccatosi con Zaccaria (5), volle strin- 



(1) Senato Secreta, 3 gennaio 1499, c. 67. 

(2) Santtto, 298. 

(3) Abbiamo trascritto nel documento III la parte principale della 
commissione. 

(4) San uro 327. 

(5) Iu.,3i8. 



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// Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 



gere la pratica, si sentì chiedere dallo Strozzi, che l'am- 
ministrazione della giustizia criminale in Pisa fosse ri- 
servata a Firenze in uno coli' appello delle cause civili; 
le sole cause civili in prima istanza sarebbero state de- 
cise da giudici Pisani (i). 

Si maravigliarono i Pregadi di tale proposta. « Que- 
sta cosa, rispondevano il 12 gennaio al Freschi, è ve- 
ramente di summa importanza, et se de quella da 
principio non fu fatta particulare expressione, fu perchè 
realmente la se intende compresa ne la libertà che sem- 
pre è sta specificata nominatamente. Nientemeno azò 
non appariamo volerse discostar dal razonevole, dicemo 
parerne conveniente immo necessario per assai respecti 
ben noti alla sapientia di questo signor Ducha, che non 
solamente se faci mention del civile ma etiam far mocto 
del criminale da essere administrato per Pisani, i quali 
habino ad eleger li administratori de tale justicia 0 de 
li soi o de forestieri, come se observa ne la mazor parte 
de le cità d'Italia, cum reservare però le appellatione 
ai Fiorentini in 1' uno et in 1' altro, che cum questo 
mezzo venirano ad haver la superiorità sua ». Soggiun- 
gevano al Freschi di insistere per il pagamento di al- 
meno 200.000 ducati ben garantiti, e gli trasmettevano 
modificati alcuni capitoli di accordo relativi a Pisa, già 
proposti da Carlo Vili a Firenze poco prima del suo 
ritorno in Francia, capitoli che garantivano ai Pisani 
piena libertà d' industria e di commercio (2). 

Non erano appianate le differenze riguardo all'am- 
ministrazione della giustizia — benché per desiderio di 
Venezia stessa vi si fosse intromesso 1' oratore mila- 
nese (3) — quando i Fiorentini levarono nuove opposi- 



(1) Sanuto, 324. 

(2) Senato Secreta, 12 gennaio, c. 72. 

(3) Sanuto, 332. 



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zioni all' andata del Duca di Ferrara a Venezia, e a 
grande stento, dopo esserne stati premurati vivamente(i), 
concedettero che Ercole vi si recasse lasciando a Fer- 
rara lo Strozzi col quale potrebbe comunicare per let- 
tera (2). La Signoria avuta il 18 una lettera che la in- 
formava della risposta di Firenze senza accennare a 
nessuna risoluzione circa V amministrazione della giu- 
stizia, scrisse al Freschi che le sembrava il Duca, vo- 
lesse perder tempo per nulla (3). Molti anzi indispettiti 
avrebbero voluto richiamare il segretario; ma la mag- 
gioranza era così favorevole all' accordo, desiderato, anzi 
quasi imposto dal re di Francia (4), aspettato oramai 
ansiosamente perfino dai Pisani (5), che si preferì di 
scrivere al Freschi di stringere una buona volta (6). 
« Venga il Duca — gli si ripeteva il 23 in replica a una 
sua lettera che dava la venuta di Ercole come probabile 



(1) Sanuto, 329. 

(2) In., 342. 

(3) Senato Secreta, c. 74. 

(4) Arch. di St. in Firenze. Riformagioni X, III, 84 : 3 gennaio 
1498 (St. fior.) cit. in Volpe, Alcune relazioni di Pisa con Alessan- 
dro VI e Cesare Borgia in Studi Storici, voli. VII e Vili, p. 497, 
nota 1. La notizia delle nuove pressioni di Luigi XII, sebbene provenga 
da fonte fiorentina, ci pare attendibile, ponendola in raffronto colle 
nuove assicurazioni che in quei giorni Venezia faceva al Re di voler 
definire ad ogni costo la questione di Pisa. Senato Secreta 15 gen- 
naio, c. 73 cit. 

(5; A Pisa si era avuto sentore della pratica il 7 decembre (Lett. 
degli Anziani 14991500 st. pisano, reg. C 25 c. 148 in R. Arch. di 
St. in Pisa) ; informatine particolarmente dal loro ambasciatore, gli 
Anziani rispondevano il 15 gennaio: « Imendemo 1' acordo al tucto 
come se fa . . . . ; duolci che non vadi inanti in honore vero di code- 
sta illustrissima Signorii et nostra utilità, perchè hormai ognuno è 
stancho, yramo" non può quasi più. vivere per le cose occorse e che 
occorrere sogliono nei- luoghi ove è la guerra », c. 158. 

(6) Sanuto, 346. 



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77 Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 21 



purché i Veneti non affacciassero nuove pretese (1) — 
.« imperocché zonto de qui se trovarà cum el nome de 
Dio lo expediente al tuto (2) ». Alla fine il 30 gennaio, 
dopo che il Freschi ebbe fatto ripetutamente notare la 
poca disposizione dei Fiorentini a venire ad una com- 
posizione, pregando il Senato' di richiamarlo (3), si de- 
cise ali 1 unanimità di farlo tornare a Venezia; si lasciava 
facoltà al Duca di riprendere le pratiche quando potesse 
venire con un ambasciatore fiorentino (4). 

Ma il Moro si era fitto in capo di allontanare ad 
ogni costo Venezia da Pisa. Tornò a promettere ai Fio- 
rentini che li avrebbe assistiti durante i negoziati (5), 
s'impegnò d'inviare a Venezia insieme al Duca di Fer- 
rara un altro suo oratore straordinario (6), tanto scrisse 
insomma che il 15 febbraio decise quei Signori a inca- 
ricare Giovan Battista Ridolfi e Paolo Antonio Soderini 
di seguire l'Estense a Venezia (7) ; egli per conto pro- 
prio stabilì di mandarvi Leonardo Botta (8). 

Proprio in quei giorni si strinse la lega tra Fran- 
cia e Venezia (9). La Signoria contentissima deliberò di 



(:) Sànuto, 359. 

(2) Senato Secreta, c. 75. 

(3) Sanuto, 374 e 382. 

(4) Senato Secreta, c. 75 t. 

(5) Cambi, Storie, voi. II in Idfxfonso di S. Luigi, Delizie ecc., 
voi. XXI, p. 137. 

(6) I Pregadi scrivevano il 25 agli oratori in Francia il prossimo 
arrivo degli oratori fiorentini « cum uno alio oratore mediolanensi 
misso, ut credimus, ad requisitionem Florentinorum i. Senato Secreta, 
carte 70. 

(7) Cambi, loc. cit. ,• Sanuto, 450 e 456. Cfr. Senato Secreta, 20 
febbraio, c. 77 t. 

(8) Sanuto, 464. 

(9) A Venezia se ne conobbe il tenore il 19 febbraio (Sanuto, 
432); fu pubblicata con gran pompa il 25 marzo (In., 557). I capitoli 
editi già da vari altri autori sono riportati anche dal Sanuto, 522. 



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Nuovo Archivio Veneto 



tener segreti i patti conchiusi a danno del Moro, anche 
per non interrompere le pratiche relative a Pisa, che 
ora più che mai desiderava di condurre a termine (i). 
All' opposto a Firenze si dubitò che Venezia, sentendosi 
oramai forte della nuova amicizia, non volesse rinun- 
ziare alle sue pretensioni su Pisa (2), 0, per lo meno, 
che per appagare un desiderio del Re di Francia non 
volesse ammettere il Botta a presenziare le trattative (3). 
Per tali ragioni gli oratori ritardarono la loro partenza 
fino al 6 marzo, e unitisi a Ferrara con Ercole e col 
Botta pernottarono tutti insieme il 16 a Chioggia e l'in- 
domani arrivarono a Venezia. Per assecondare il desi- 
derio del Duca andarono loro incontro sul Bucintoro (4) 
il Doge e molti patrizi ; il Duca fu accompagnato al 
suo palazzo fra V indifferenza del popolo, mentre i Fio- 
rentini si recavano a ca' Dandolo e il Botta a ca* Cor- 
rer, destinate rispettivamente per loro abitazioni. 

Sorvoliamo sulle prime udienze accordate dal Doge 
all' Estense, al Ridolfi e al Soderini, al Botta, perchè in 
esse le parti si limitarono a scambiarsi parole di pura 
cortesia (5) ; e veniamo a parlare delle trattative che pre- 
cedettero il lodo. Il 19 un segretario d' Ercole, Giovan 
Luca da Pontremoli, si presentò al Doge per consul- 
tarlo sulla via da tenersi per venire più presto ad un 
accomodamento. Si dovevano prima concordare amiche- 
volmente i patti fra le due parti o era preferibile che 



(1) Senato Secreta, c. 79 cit. 

(2) Sanuto, 484. 

(3) In, 508. 

(4) Id , 507. Il Bucintoro fu accordato all' Estense dopo viva di- 
scussione con molti voti contrari (Senato Secreta, 7 marzo, c 81), cosa 
questa di cui più tardi il Duca ebbe a lamentarsi (Sanuto, 536). Per 
i particolari del viaggio degli oratori fiorentini e del loro arrivo a Ve- 
nezia vedi Sanuto, 519 e 528-532. 

(5) Sanuto, 532 e 534. 



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il Duca, debitamente autorizzato, pronunziasse un lodo 
arbitrale (1)? La risposta fu discussa il giorno stesso in 
Preg^di e si convenne di rimettere la cosa completa- 
mente nelle mani dell'Estense, non appena i Fiorentini 
lo accettassero per arbitro, nella certezza che il Duca, 
mantenendo le promesse replicatamente fatte circa tutti 
gli altri punti, avrebbe saputo trovare una via concilia- 
tiva circa le questioni ancora indiscusse cioè non deter- 
minate, quella della giustizia e quella dei Medici, che 
Venezia avrebbe voluti lontani da Firenze ma inden- 
nizzati da quella Repubblica con una lauta provvigione 
annua (2). 

Pareva tutto stabilito, quand' ecco V Estense imbat- 
tersi in un nuovo ostacolo: il Soderini e il Ridolfi non 
avevano ricevuto pieni poteri dai loro Signori e chiesero 
quattro giorni di tempo per ottenere da loro il man- 
dato pel Duca (3). I Veneziani si dolsero con lui di 
questo nuovo indugio, accusandone lo Sforza che, a pa- 
rer loro, voleva metterli in sospetto di Francia col pro- 
lungare la dimora del Botta a Venezia (4). Per buona 
fortuna i Fiorentini — vinti proprio dalle preghiere del 
Moro che aveva il massimo interesse di veder conchiuso 
T accordo (5) — pur temendo che la Serenissima non 



(1) Sanuto, 534. 

(2) Doc. IV. 

(3) Sanuto, 539. I Fiorentini avevano bensì il 5 marzo dato ai 
loro oratori procura di eleggere il Duca ad arbitro (Commemoriali, 
XVIII, c. 131) ma nell' istruzione ai loro ambasciatori avvertirono che 
tale procura non sarebbe valida senza ulteriore loro conferma. (Istru- 
zione al Soderini e al Ridolfi a c. 29 delle Istruzioni agli ambascia' 
tori i4gG i52g, Signori, Legazioni e Commissarie, 22 (mod. 23), 
R. Arch. di Firenze). 

(4) Id., 556 e 560. 

(5) 553 e 556. 



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Nuovo Archivio Veneto 



obbligasse Ercole a favorirla incondizionatamente (i), 
nella speranza che nelT Estense predominasse su ogni 
altro sentimento l'odio da lui segretamente nutritQ con- 
tro Venezia, dopo molto discutere, il 25 marzo si affi- 
darono completamente al di lui giudizio (2). 

Non appenà pervenne alla Signoria la notizia uffi- 
ciale della decisione dei Fiorentini, il Collegio accor- 
datosi col Soderini e col Ridolfi nominò il Duca di Fer- 
rara arbitro nella questione di Pisa. Questi si obbli- 
gò a pronunziare dentro 8 giorni, cioè prima del 6 
aprile, la sua sentenza, che doveva essere accettata dalle 
due parti qualunque essa fosse, pena 100.000 ducati (3); 
Firenze sarebbe rappresentata presso il Duca nei giorni 
necessari a formulare il lodo o arbitrato dagli stessi Ri- 
dolfi e Soderini, il Dominio veneto da tre patrizi, scelti 
il giorno seguente, primo aprile, nelle persone di Marco 
Antonio Morosini, consigliere del Doge, Nicolò Fosca- 
rini, savio di consiglio, e Paolo Pisani, savio di terra- 
ferma (4). 

A stendere la sentenza il Duca impiegò tre giorni, 
chiedendo schiarimenti all' una e all' altra delle parti. 
Sappiamo ben poco di tali trattative riferite giornal- 
mente al Collegio e ai Pregadi dai patrizi all' uopo no- 
minati, ma non registrate in nessun documento ufficiale 
e neanche dalló stesso Sanuto; certo i Fiorentini si mo- 
strarono restii a lasciare tutte le fortezze del contado ai 
Pisani e proponevano di distruggerne le principali (5). 



(1) Cambi, 139. 

(2) Parenti, cit., c, 136 e 130. La notizia giunse a Venezia il 29. 
Sanuto, 561. 

(3) L'elezione del Duca ad arbitro da parte della Serenissima nel 
R. Arch. di Stato in Venezia Commemoriali, XVIII, c. 133 t. Cfr 
Sanuto, 563. 

(4) Sanuto, 566. 

(5) Ii> > 5/0< 57i, 573 e 575. 



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// Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Yene^ia 25 



Compilata la scrittura il Duca — per mostrare, alme- 
no in apparenza, il suo attaccamento a Venezia — 
offrì più volte x di comunicarle segretamente alla Signo- 
ria per averne il di lei avviso; ma il Collegio, con una 
lealtà che torna cji grande onore alla Serenissima, non 
volle saperne nulla ; mandò anzi a rispondere al Duca 
che spa\ase pur, che cioè secondo V autorità avuta pub- 
blicasse senz'altro il suo arbitrato (1). Gli oratori Fio- 
rentini probabilmente si condussero con minore delica- 
tezza ed ebbero cognizione anticipata di quanto aveva 
deliberato l'Estense; forse, approfittando del rifiuto di 
Venezia, ottennero all' ultimo momento qualche modi- 
ficazione in loro favore : il certo si è, che prevedendo 
ch,e il lodo avrebbe prodotto pessima impressione per 
la sua partigianeria, non vollero essere presenti alla sua 
solenne pubblica\ione (2). 

Nè ebbero torto. Chi può dire infatti lo stupore, 
lo sdegno di tutti i Signori veneti all' udire che Ercole 
si era limitato ad accordare ai Pisani un pretore per le 
cause civili in prima istanza, le fortezze da loro ricu- 
perate durante la guerra — - ed anche queste con guar- 
die insufficienti — e libertà di commercio e navigazione, 
lasciando per tutto il resto, in reliquis omnibus, « pri- 
stina Florentinorum iura in dictis urbe Pisarum et ter- 
ritorio illesa et intacta ? » (3). Air udire in altre parole 
che T Estense, anziché lasciare libera Pisa accordandole 
le fortezze a garanzia di tale libertà, l'aveva confermata 
nella servitù nella quale si trovava prima della sua 
ribellione a Firenze, concedendole come compenso della 
guerra eroicamente fino allora sostenuta l'apparente 



(1) Sanu^o, 573 e 578. 
\2) In., 583. 
(3) Doc. V. 



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possesso di pochi fortilizi e l'elezione di un magistrato 
di nessuna importanza ? 

Come dovette risuonare amaramente ironica ai Ve- 
neti la dilazione di 12 anni concessa ai Fiorentini per 
pagar loro 180.000 ducati di indennità in confronto al 
termine perentorio imposto a Venezia di 8 giorni per 
desistere dalle offese, di 19 per ritirare dalla Toscana 
tutte le truppe ! 

I Senatori, reprimendo a stento la loro ira, senza 
prendere al momento alcuna deliberazione, si ritirarono 
nelle loro case, mentre il popolo, avuta notizia della 
sentenza, imprecava pubblicamente contro il Duca trat- 
tandolo da traditore e da scroccone (1). 

Ercole non volle rimanere o sembrare di rimanere 
indifferente a tanti rimproveri : si recò il giorno seguente 
in Collegio per manifestare il suo dispiacere per lo sde- 
gno del Dominio veneto, adducendo a sua scusa 1* of- 
ferta da lui fatta di comunicare anticipatamente il lodo 
alla Signoria per averne il parere. E alle acerbe rimo- 
stranze del Doge, il quale gli ricordava le promesse tante 
volte fatte per mezzo del Pigna e del Freschi, rispose 
gettando tutta la colpa sul vero compilatore della sen- 
tenza, su Giovan Luca da Pontremoli, il quale alla sua 
volta impudentemente difese il lodo mostrando di igno- 
rare gli impegni presi dal Duca, e come conclusione 
del discorso presentò — non sappiamo con quanta op- 
portunità — una carta che esponeva il desiderio del 
Moro di allearsi con Venezia per il bene d' Italia (2). 

L'indomani il Duca, temendo qualche rappresaglia 
di Venezia, nel dubbio che la Signoria non accettasse 



(1) Sanuto, 583. 

(2) In 589 e sg. Conosciuto il lodo lo Sforza ritirò le sue milizie 
dalla Toscana. 



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Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 



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la sentenza, mandò per mezzo del Pigna una lettera 
nella quale esprimeva nuovamente il suo rammarico: 
suo unico pensiero era stato di favorire la Serenissima, 
e per dimostrarlo proponeva di apportare al lodo sotto 
forma di dichiarazioni alcune piccole modifiche, che ri- 
guardavano principalmente la guardia delle fortezze, di 
cui i Pisani avrebbero potuto aumentare lievemente la 
guarnigione ricevendo a tal uopo un annuo assegno da 
Firenze (1). Ma quando i Pregadi per mostrare in qualche 
modo il loro interessamento ai Pisani (2) chiesero mo- 
dificazioni sostanziali, che cioè fossero limitati i diritti 
riconosciuti ai Fiorentini a un semplice diritto di esi- 
gere il" sopravvanzo delle entrate, e che ad un assessore 
forestiero, il quale secondo il lodo doveva assistere i 
magistrati fiorentini nelle cause criminali, fosse dato non 
solo voto consultivo ma anche deliberativo (3), Ercole 
dichiarò che non gli era lecito modificare ulteriormente 
il già fatto, e a mala pena si indusse ad inserire una 
raccomandazione generica ai Fiorentini di trattar bene i 
Pisani (4) e più tardi il 16 aprile — quando, partito da 
Venezia tra fischi assordanti, si trovò al sicuro a Fer- 
rara (5) a — togliere l'obbligo fatto alle parti della re- 



(1) La lettera del Duca in Senato Secreta, c. 83 t. Questa e le 
modificazioni al lodo sono pure in Commemoriali, XVIII, c. 136 e 
136 t., e in Sanuto, 592 e 601. 

(2) « L' opera di Venezia fu in mostrare d' observare la fede ai 
Pisani ». Parenti, c. 140 t. La stessa osservazione, giustissima, fa il 
Guicciardini, 237. 

(3) Secondo il lodo « capitaneus .... indagare et exequi teneatur 
cum Consilio assessoris ex dominio nostro eligendo ». I Pregadi chie- 
devano invece : « Quod is capitaneus in nulla penitus causa criminali 
iudicari possit, neque procedere sine Consilio et consensu assessoris •. 
Questa e le altre richieste del Senato in risposta alla sopradetta lettera 
del Duca, in Senato Secreta, c. 83, 8 aprile 1499. 

(4) Sanuto, 601 cit. 

(5) Partì il 12 aprile. Sanuto, 603, 605. 



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28 



Nuovo Archivio Veneto 



stituzione dei beni immobili confiscati durante la guer- 
ra (i). 

Dopo aver cercato con tali pratiche di migliorare la 
sorte di Pisa, i Pregadi vennero alla questione princi- 
pale. Si doveva accettare si o no il lodo ? Gli spiriti più 
esaltati e tra questi primeggiava ser Filippo Tron, savio 
del consiglio, assecondando gli umori di buona parte dei 
cittadini, non ne avrebbero voluto sapere (2) ; ma cal- 
matisi un poco gli animi, la maggioranza e il Doge 
stesso, che, si noti, era stato uno dei più caldi fautori 
dell 1 impresa di Pisa (3), considerate le difficoltà finan- 
ziarie della Repubblica e l'imminente guerra di Lom- 
bardia e le continue minaccie dei Turchi, fecero predo- 
minare la ragione sul sentimento e determinarono di 
sottostare a quanto l'Estense aveva stabilito (4). Così il 
9 aprile fu proposto e il 10 approvato di ordinare a 
tutti i capi dplle milizie venete in Toscana di sospendere 
le offese (5), e intanto fu richiamata la flotta che era 
ancorata presso il porto pisano sotto il comando del 
Malipiero (6). 

Giungeva nello stesso tempo a Venezia V approva- 
zione di Firenze che, sembra impossibile, sul principio 
trovò vituperoso V accordo e biasimò i suoi oratori per 
quelle poche franchigie lasciate ai Pisani (7), ma subito 



(1) Tale ultima modificazione in Commemoriali, XVIII, c. 1*37. 
Gfr. Sanuto, 635 in data 20 aprile. 

(2) Sanuto, 589 e 590. 

(3) Scaramblla, op. cit. y cap. I (Studi Storici, voi. VII, p. 240, 
nota 3). 

(4) Sanuto, 594. 

(5) Doc. V. La deliberazione fu comunicata alla Curia e agli ora- 
tori in Francia, Senato Secreta, c. 85. 

(6) Senato Secreta, c. 88. 

(7) Parenti, c. 140 t. Landucci, Diario fiorentino, Firenze 1881, 
p. 193. Gfr. Guicciardini, Storia fiorentina (voi. IH delle Opere ine- 
dite, Firenze 1859), P- l $9- 



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Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 29 

ricredutasi aderì al lodo (1), lieta di avere fatto su- 
bire a Venezia un grave smacco (2). Furono allora con 
deliberazione del 17 aprile richiamate dal Casentino e 
da Pisa tutte le milizie venete, e da allora in poi la 
Serenissima non si occupò più della guerra di Pisa (3). 

Fu questo del resto Y unico effetto che si ritrasse 
dall' arbitrato di Ercole d' Este ; che Pisa la quale aveva 
seguito con ansia indicibile le pratiche dell' accordo (4), 
si rifiutò di riconoscerlo. E mentre i suoi oratori a Ve- 
nezia, dopo aver supplicato invano il Senato di non 
voler adattarsi a tale iniquità (5), saputa l' irrevocabile 
decisione della Signoria (6) se ne erano partiti senza 
accomiatarsi (7), gli Anziani dichiaravano « che prima 
che divenir in potere dei Fiorentini o vivere sotto di 
loro, come pare per quelli capituli, elegiamo tucti non 
essere più chiamati Pisani et abandonare la terra et ire 
sparsi per il mondo, o morire con l'armi in mano infino 



(1) I Dieci di Balia di Firenze comunicarono agli oratori a Ve- 
nezia la loro disposizione ad accettare il lodo l'8 aprile (Commemo- 
riali, XVIII, c. 137). Gli oratori accettarono solennemente la sentenza 
1' 1 1 aprile (R. Arch. di Stato in Firenze, Atti pubblici, tomo XIV, 
n. XLI). Cfr. gli autori citati nella nota precedente. 

(2) Si cantò in quei giorni a Firenze una canzone contro S. Marco 
alocho, che aveva chiesto pace dando il foglio in biancho. Cfr. S.\- 
nuto, 663. 

(3) Senato Secreta, 86 t. 

(4) Cfr. nel!' Arch. di Stato di Pisa le lettere degli Anziani dal 23 
gennaio al 10 aprile (500 (st. pis ) in reg. C. 23 cit. da c. 162 a c. 194. 
Il 26 marzo per esempio scrivevano ai loro oratori a Venezia : t Noi 
crediamo che Dio ne farà gratia dell'accordio, il quale quando segui 
cesseranno tutti li nostri affanni, che sono grandi più che non potemo 
sopportare, e noi e Dio lo sa •. Reg. cit. c. 193. 

(5) Sanuto, 589, 591 e 596. 

(6) Id , 601. 

(7) "5 aprile. Sanuto, 620. 



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3ò 



iVwovo Archivio Veneto 



a tanto che Dio ne conceda la vita» (i). E in effetto, 
non sperando più in Venezia, aprirono trattative per 
assoggettarsi al Duca Valentino o alla Chiesa a patto di 
esserne soccorsi contro la loro implacabile rivale (2); e 
intanto il 16 giugno, spirata una breve tregua accordata 
dai Fiorentini in seguito al lodo, scrivevano al Com- 
missario fiorentino che riprendesse pure le ostilità: «Noi 
faremo stare li nostri a buona guardia et ci raccoman- 
diamo a Dio, il quale così come non ci ha abbandonato 
in preterito speranno non ci abbandonerà in futurum» (3). 
E la guerra continuò accanita per altri 10 anni. 



Dopo aver minutamente esposte le circostanze che 
precedettero e accompagnarono V accordo, ci è facile 
adesso determinare le ragioni che spinsero Venezia a 
deliberarlo e ad accettarlo. 

La Serenissima dapprima aveva acconsentito con 
entusiasmo all' impresa di Pisa nella speranza di impa- 
dronirsi della città, il cui possesso avrebbe recato im- 
mensi vantaggi, fra V altro, al suo commercio. Ma le 
difficoltà dell'impresa andarono sempre aumentando: 
Venezia era esausta di danaro (4) e minacciata dai Tur- 
chi ; i potentati italiani gelosi la ostacolavano con tutte 
le loro forze; il prolungarsi indefinito della guerra 



(1) Lettera ai loro oratori a Venezia dell' 1 1 aprile in reg. cit. carta 
non numerata. Cfr. nello stesso registro un'istruzione del 17 aprile 
data dagli Anziani a Giacomo di Tarsia, capitano dei Veneti richia- 
mato dalla Signoria. 

('2) Vedi a questo proposito G. Volpe, op. cit. 

(3) Lett. degli Anziani cit. 

(4) Per le ristrettezze finanziarie di Venezia in quell' epoca cfr. ol- 
tre Sanuto, 594 cit, Malipjero, Annali Veneti, p. 484. 



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// Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 



3* 



aveva fatto scoraggire anche quelli che ad essa erano 
stati fino allorapiù propensi, persino il doge Barbarigo (1), 
Sopravvenne la morte di Carlo Vili e il riavvicinamento 
della Repubblica a Francia in odio a Ludovico il Moro. 
Come si poteva pensare a una guerra colla Lombardia, 
se tutta l'energia veneta doveva impiegarsi in Toscana? 

Si cominciò così a desiderare davvero queir acco- 
modamento che prima si era richiesto in mala fede, un 
accomodamento però che non ledesse l'onore di Venezia 
e garantisse la libertà di Pisa sostenuta con tanti sforzi. 
Non si volle 9ome intermediario il Re di Francia che 
avrebbe finito per cedere Pisa a Firenze, e in quella vece 
si accettarono le offerte di Ercole d' Este. Nello spingere 
innanzi le trattative la Signoria veneta mostrò un ardore 
pari a quello del Moro, maggiore certo di quello dei 
Fiorentini ; una pronta conclusione era desiderata da 
tutti e desiderata così ardentemente che l'iniqua sentenza 
del Duca di Ferrara, passato il primo momento di sde- 
gno, venne accettata quasi all' unanimità dal Senato, 
senza preoccuparsi della libertà dei Pisani così barbara- 
mente sacrificata dal lodo dell'Estense. 

Venezia adunque non andò a caso incontro alla pace 
ma obbedendo a un piano prestabilito, come mostrò di 
comprendere, unico dei contemporanei, queir accorto 
politico che fu Alessandro VI, quando pochi giorni dopo 
1' accordo diceva ali 1 oratore veneto che la Signoria se 
ne era uscita di impaccio mirando essa a possessioni ben 
maggiori di quella di Pisa (2). 

In una sola cosa si ingannò Venezia, nel riporre la 



(1) Il Senato era così sfiduciato neir impresa di Pisa, che il 18 
settembre 1498 bisognò ricorrere alla minaccia di una multa perchè i 
Pregadi provvedessero ai bisogni di quella guerra (Senato Secreta, 
carte 46). 

(2) Sanuto, 659. 



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yi * Nuovo Archivio Veneto 

sua fiducia nel Duca dì Ferrara, stimandolo fedele solo 
perchè vicino e in qualche modo soggetto. A farla 
ricredere sul di lui conto non bastarono i ripetuti avvisi 
del vicedomino residente presso la sua corte Bernardo 
Bembo (i), non bastarono i rapporti di parentela e l' in- 
timità che aveva col capitale nemico della Signoria, il 
xMoro ; si spiegavano gli uni coli' animosità esistente fra 
T Estense e il Bembo, gli altri colla necessità nella quale 
il Duca si trovava di non disgustarsi collo Sforza il 
quale, sebbene — a suo dire — gli fosse inviso, pur era 
suo genero (2). 



(1) Questi consigli che tanto avrebbero giovato a Venezia se fos- 
sero stati seguiti, come osserva malinconicamente il Sanuto (t scrisse 
assà mal, et quasi quello intravene, che non era a fidarsi ; tamen non 
fu aldito» col. 173), sono riportati dallo stesso Sanuto (col. 79, 100, 
173, 180 e 183 dal 29 ottobre all' 8 decembre 1498). Diffidava pari- 
mente del Duca V oratore pisano a Ferrara, Francesco Pianoso. (Il 
Pianoso agli Anziani di Pisa 1*8 gennaio, 7 febbraio, 27 api ile 1498 
in R. Arch. di Stato in Pisa, Lettere agli Anziani varie, reg C 31, 
c. 412, 487 e 520; lo stesso all'oratore pisano a Venezia il 7 decem- 
bre 1498 in- Sanuto, 180). — Il Vicedomino perchè inviso ad Ercole 
(Sanuto, 52) non prese, come invece afferma lo storico Bembo (142), 
nessuna parte ai negoziati ; ne fu anzi deliberatamente escluso (Sa- 
nuto, 298), tanto che non accompagnò neanche, come avrebbe voluto 
l'uso, il Duca a Venezia (Id„ 538). — Incidentalmente noto che se- 
condo gli indici del Sanuto (voi. II, 1476) vicedomino veneto a Fer- 
rara durante le trattative sarebbe stato Girolamo Donato. Ora il Do- 
nato, oratore veneto a Roma, fu bensì destinato nell'agosto 1497 a 
succedere al Bembo (Sanuto, l, 905) ma non si recò a Ferrara ove 
perciò rimase il Bembo (Sanuto, II, 7), tanto è vero che si trovava 
sempre a Roma alla fine dell'aprile 1499 (Sanuto, II, 675). 

(2) Così i Veneziani non si curavano dei continui rapporti episto- 
lari tra 1' Estense e lo Sforza, nè della dimora alla corte di costui del 
cardinale Ippolito, tutti lieti che una sola volta il Ferrarese si fosse 
rifiutato di visitare il Moro per non fare cosa sgradita a Venezia (Sa- 
nuto, I. 1 101 cit). 



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// Z,o<fo duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 33 

Solo il contenuto della sentenza svelò alla fine ai 
Veneti il vero animo di Ercole a loro riguardo, e la 
delusione sul di lui conto fu per loro tanto maggiore 
quanto più inaspettata. 

Ma a parte il malanimo del Ferrarese contro i Ve- 
neziani, ben noto ai Fiorentini che, non a torto, tanto 
in lui confidarono, i fatti da noi esposti ci hanno per- 
suaso, che egli non fu se non uno strumento in mano 
del Moro, il quale da una parte voleva allontanare Ve- 
nezia da Pisa, dall'altra voleva che tale distacco riuscisse 
di maggior disdoro possibile alla Repubblica. In realtà 
nei negoziati lo Sforza ebbe la massima parte; che non 
solo tenne in proposito un'assidua corrispondenza coi 
Fiorentini, non solo pretese che alle trattative a Venezia 
assistesse un suo inviato speciale (pretesa tanto più strana 
in quanto egli non era direttamente interessato nella 
faccenda), ma ottenne che la compilazione della sentenza 
fosse affidata a una sua creatura, a quel Giovan Luca da 
Pontremoli che come abbiamo detto non esitò a perorare 
in Senato la causa del Moro, subito dopo essersi con- 
fessato autore del lodo. 

È al Duca di Milano adunque più che ad Ercole 
d' Este che Venezia dovette la sentenza del 6 aprile. Ma 
anch' egli in futuro non ebbe da rallegrarsi dell' opera 
sua. Al Duca di Milano avvenne sempre — mi si per- 
metta il paragone — quello che succedeva al Don Ab- 
bondio manzoniano, di incappare cioè, per evitare un 
possibile prossimo pericolo, in un male certo e molto 
maggiore. E, come per timore di una guerra da parte del 
Re di Napoli insegnò la via d'Italia a quei Francesi che 
dovevano togliergli lo stato, così pur di allontanare Ve- 
nezia da Pisa non si curò di pensare se a lui veramente 
convenisse tale allontanamento; non riflettè che liberare 
la Signoria dalla guerra di Toscana significava darle il 
mezzo di attendere a una guerra nell' Italia Settentrio- 
nale. E eguale danno gli arrecarono i patti gravosi im- 

3 



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Nuovo Archivio Veneto 



posti a Pisa dal Duca di Ferrara. Pisa piuttosto che ac- 
cettare quelle condizioni preferì di continuare la lotta, 
e i Fiorentini tutti intenti nell'assedio della città ribelle 
non furono in grado di porgere al Moro queir aiuto che 
egli aveva diritto di sperare da loro. 

Firenze invece fu lo stato che insieme a Venezia 
risentì dal lodo effetti più benefici : giacche se questa si 
trovò sollevata da un 1 impresa non più a lei conveniente, 
quella riesci ad allontanare da Pisa una potenza, che 
difendeva efficacemente quella città. 

In conclusione la sentenza del Duca di Ferrara, pur 
ledendo Venezia nella forma, ne assecondò mirabilmente 
i disegni; fu molto onorifica per Firenze e, sebbene non 
raggiungesse V intento di farle riavere Pisa, le apportò 
vantaggi non indifferenti; fu dannosissima invece a chi 
l'aveva ad ogni costo desiderata e l'aveva ispirata, a 
Ludovico il Moro. 

Campobasso, agosto igo2 

Gino Scaramella. 



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Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 



35 



DOCUMENTI 



i. 



// Senato Veneto manifesta ai suoi oratori a Roma le 
sue intensioni riguardo a Pisa (R. Arch. di Stato in 
Venezia, Senato Secreta, I, 36. Anni veneti 1496 e 
1497, c. 95) 



Oratoribus nostris in Curia. — Quod in litteris ve- 
stris diei xiiii mensis presentis nobis videtur magis exi- 
gere responsum nostrum esseque maioris importantie, est 
conferimentum habitum inter Beatitudinem Pontificiam, 
reverendissimum dominum Vicecancellarium et alios 
oratores supra rebus Pisanis. In quo (ut est maximi mo- 
menti) ita existimamus pertinere officio nostro afferre in 
medium opinionem nostram, tum ut illam declaretis 
Beatitudini Pontificie et aliis confoederatis, tum vero ut 
vos ipsi conscii mentis nostre iuxta eam possitis dirigere 



Sed ad illud primum nobis est respondendum, quod 
obijci nobis videtur circa litteras nostras que dicuntur 
fuisse interceptas a Florentinis facientes mentionem de 
quadam summa pecuniarum a nobis missa aut promissa 
xij primariis civibus Pisanis. Satis frivola est ea accu- 
sano, ne dicamus imprudens et inconsyderata, ubi facile 
et evidentissime potest ipsius malignitas demonstrari, si 
Fiorentini interceperunt licteras nostras, ut indubitanter 
affirmant, eas autenticas depromant et onstendant (?) ut 
veritas elucescat. Hii agant mendaciis et figmentis, vo- 



19 decembre 1496 



Die xviiij Decembris 




ad proposita occurrentia. 



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3 6 



Nuovo Archìvio Veneto 



lumus hac simplici attestatione nostra esse responsum. 
Asseveramus etenim Pontificie Sanctitati ncque dedisse 
nos ncque misisse aut promisisse nec etiam cogitasse 
quidem dandi aut promittendi alicui civi Pisano sum- 
mam aliquam vel minimam pecuniarum ; et de hoc satis. 
— Ad rem autem dicimus fuisse nos semper eiusdem 
sententie, ut omni conatu procuraretur eductio et re- 
tractio Florentinorum ad partes Lige nostre ; quorum 
interitum (ut sepius diximus) nunquam affectavimus aut 
c}uesivimus, sed tamen optavimus et proposuitnus, ut 
inducerentur voluntarie aut cogerentur violenterad reas- 
sumendum animum italicum et convenientem italico 
potentatui prò salute Italie et ipsorummet Fiorentino- 
rum. In hoc proposito et desyderio nostro perseveramus. 
Sed bene existimamus quomodo non tam expediens quam 
necessarium prò honore et beneficio serenissime et 
sanctissime Confoederationis nostre ut Pisani in propria 
libertate conserventur. Ut hoc Fiorentini equiori animo 
ferant videtur nobis adhibendam esse aliquam formam 
census aut recognitionis aut alterius rei consimilis, que 
cum libertate Pisanorum possit satisfacere Florentinis, 
prout Beatitudinem Pontificiam prò sua sapientia esse 
excogitaturam et focile effecturam non dubitamus. Dixi- 
mus sensum nostrum in hac re, quem accomodate de- 
clarabitis eidem Beatitudini, que poterit ipsa suscipere 
hanc praticam talis compositionis et reductionis Floren- 
tinorum et suprema sua auctoritate illam deducere ad 
exitum prò bono et commodo italice quietis et securitatis. 

De parte 131. De non 43. Non synceri 2. 

II. 

// Senato Veneto risponde al Duca di Ferrara circa le 
sue offerte di intromissione nella questione di Pisa 
(R. Arch. di Stato in Venezia, Senato Secreta, I, 37, 
anni veneti 1498-99, c. 50 t). 

16 ottobre 1498 

Die xvj octobris 

Quod Johanni Alberto a Pinea nuntio illustrissimi 
domini Ducis Ferrarle respondeatur in hunc modum : 



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// Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 



37 



Zuan Albertho. Zà molti zorni ne facesti intender et 
molte volte da poy ne avete replicato el bon animo et 
dispositione dello illustrissimo Signor vostro, fiol nostro 
carissimo, circa 1' adaptamento de le cosse de Pisa, de 
che nuy sempre lo habiamo laudato e laudamo per li 
respecti hano mosso la Excellentia sua, si come ne 
havete dichiarato. Ultimamente habiamo inteso quanto 
per nome de essa Excellentia ne avete partecipato, quale 
se offerisse esser mediator et compositor de queste con- 
troversie havendo sempre potissimo respecto a Thonor 
nostro; dichiarandone in particulari la intentione sua 
esser, che, per securità de la libertà de* Pisani, le forteze 
in ogni acordio habino a remaner ne la mano loro 
excepto solamente Livorno per la rason avete toccato; 
et che nuy siamo redintegrati de le spese per nuy facte 
cum qualche commodità de tempo. Le qual due parti- 
cularitade sono le principale et più importante de tuta 
questa materia. Et perchè ne havete novamente reiterato 
el medesimo per el vostro ritorno de Ferrara facendone 
lezer le letere de la Excellentia del Signor et sollecitando 
haver da nuy qualche risposta, ve dicemo et rispondemo 
in questo modo: Primo che se nuy non ve abiamo a 
tal propositione per avanti risposto questo è proceduto, 

Eerchè essendo la practica in mano del magnifico orator 
ispano, che ora n' è partito, non ne parca poter deli- 
berar altro circa ciò senza sua offensione ; et de niuna 
altra causa è proceduta la taciturnità nostra, avendo 
continuamente avuta gratissima la offerta e l'opera de 
lo illustre Signor vostro accompagnata cum grande af- 
fecto verso le cosse nostre. Hora sollecitandone vuy a 
qualche resolutione, a zò demonstriamo essere costanti 
ne la optima dispositione nostra, non obstante le pro- 
visione grandissime per nuy facte et che intendemo de 
far cum ogni forza et impegnio nostro per mantenir 
T honor et la fede da nuy promessa, ve dicemo esser 
molto contenti che lo illustre Signor vostro habi ad esser 
mediator et compositor de queste cose per quella via 
et modo li parerà più apto et consono, stanti fermi li 
dicti doi presupposti quali ne promettete et de le for- 
teze pisane per securità de la loro libertà et de la resti- 
tutione de la spesa per nuy facta in termini rasonevoli 
et convenienti. Et, perchè questi artica li sono li doi 
essentialissimi, tegnimo che il resto haverà in se non 
molta difficultà. Però poterete dar del tuto notitia a lo 



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Nuovo Archivio Veneto 



illustre Signor vostro ad risposta di quanto ne avete per 
suo nome proposto. 

De parte io6. De non 7. Non synceri 5. 
III. 

Commissione del Senato Veneto a Zaccaria dei Freschi 
inviato al Duca di Ferrara (R. Arch. di Stato in 
Venezia, Senato Secreta, reg. cit. c. 69). 

4 gennaio 1499. 

Commissio data per Collegium circumspecto secre- 
tano nostro Zacarie de Phriscis in executionem supra- 
scrite deliberationis (1). — .... Verisimile è, che expedi- 
toti di queste generalità S. E. entrerà su le particularità 
de la materia. Ne la qual ne ha parso ben expediente 
dichiarerete el sentimento nostro largamente, azochè del 
tuto ben instructo, te pozi a auello conformar. Et primo 
circa la restitution de tute le forteze del contado de 
Pisa a Pisani da Lighorno in fuora credemo se troverà 
tal bon ordine, che tuto sij per haver optima executione, 
come più fiatte la ne ha fatto intender et affirmar, come 
tu say, et a questo proposito cercheray intender, che 
quantità de intrada sia per haver la comunità de Pisa a 
poter custodir et conservar diete forteze, però che come 
e notissimo poco Valeria darli le forteze ne le mano et 
che non ha vesserò modo de farle custodir et conservarle; 
et però circa questa parte cercherai cum ogni tuo inze- 
gno operar, che la quantità sij assai larga et abundante, 
che a tutto optimamente supplir possono. Cercheray 
propterea intender che forma de libertà sij per esser data 
a dicti Pisani, si che re vera et in effectu possino esser 
liberi. Ma sopra tutto opererai che possino liberamente 
navegar, come fano i citadini fiorentini, per consister in 
questo el principal fondamento del viver loro. Item che 
modo haverassi a tegnir ne Y administrare de la iustitia 



(1) Quella del 3 gennaio, colla quale i Pregadi stabilirono d'in- 
viarlo a Ferrara. Senato Secreta, reg. cit., c. 69. 



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Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 



39 



in dieta cità de Pisa, sì in civilibus come in criminali- 
bus ; et in questo prò virili te affaticherai, che la cosa 
se redugi in più ampia et larga forma, che possibel sia. 
Circa veramente la refaction de le spese per nui facte 
in questa impresa affermerai nui haver spesa grandissima 
quantità de oro; et però ben conveniente seria che se 
non del tuto almeno de la mazor parte fussemo reffatti, 
cercando de tirar la cosa non solum a ducento millia 
ducati, ma etiandio a qualche summa mazor, quanto cum 
la prudentia tua potray ; dando opera de intender et i 
tempi nej quali se haverà a far la restitutione, i quai 
opererai siano più brevi che se potrà, sed imprimis, che 
sapiamo che segurtà ne sarà datta de haver cum effectu 
ai tempi se concluderanno la satisfaction nostra; et 
a nui va per mente, che Signori fiorentini potriano cum 
el mezo dei sui marchadanti de qui a Venetia, de Zenoa, 
da Roma e da Lion proveder a questa segurdà secondo 
che serà expediente ; et se pur de tuta la somma ne fusse 
difficoltà per tal via, proveda che almeno la se fazi de 
quel più se potrà, et poy dil resto se trovi qualche 



tia, come ultimamente el ne fece dir, toray tempo de 
scriverne et expectar risposta. Se veramente el dicesse 
voler menar cum si Torator Fiorentino cum libertà de 
concluder 1' acordo, in questo caso lauderai tal venuta 
quale a nuy sarà gratissima. 

Datis die quarto Januarii mcccclxxxxviij (stile veneto). 



Discorso tenuto dal Doge al Duca di Ferrara in occa- 
sione della sua venuta a Venezia (R. Arch. di Stato 
in Venezia, Senato Secreta, reg. cit., c. 82 1.). 



Quod illustri domino Duci Ferrane dicatur in hunc 
modum : 

Illustrissimo Signor. Sempre che la F. V. vegni in 
questa nostra cità la è da nui ben veduta, abrazata et 



altro expediente 
voler vegnir de 




IV. 



u) marzo 1499. 



mcccclxxxxviiij die xviiij iMartii. 



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Nuovo Archivio Veneto 



accolta come se convien de amorosissimo padre verso uno 
suo carissimo fiol; et questa volta tanto più gratamente 
la vedemo et abrazamo quanto più importante, più grave 
et più laudabile è la causa ha mossa la E. V. a tuor 
questa faticha. La materia tractata et practicata per la 
E. V. è stà per il passato adeo ventilata e trita, che 
superflua reputamo ogni replicatone presupponendo et 
tenendo per indubitato, che V. E. non sij per manchar 
in alcuna parte de le cose rasonate et per lei promesse. 
Et circa le due particularità, che parevano indiscusse 
videlicet de la iusticia criminal e de lo assestamento de 
Medici non dubitamo che la E. V. troverà cum la pru- 
denza sua alcun mezo, eh' el sarà rasonevole, satisfa- 
ctorio et conveniente. Nui etiam constantemente se- 
gondo el solito nostro perseveramo in voler far questo 
honor a la E. V., come li habiamo molte volte promesso 
Et per venir ad alcun particolare in execution a quanto, 
li habiamo facto dechiarare, ex nunc liberamente affir- 
mamo a V. E. nuy esser contenti, facendo Fiorentini 
el compromesso suo in lei, nui etiam comprometter in 
quella Y assettamento de le cosse di Pisa cum ogni forma 
honorevole per la E. V. et tenimo, che questa via sia 
la più facile et expedita ad vederne presto una conclusione 
cum honor de la E. V. Quella adunque cum la sua pru- 
dentia et dexterità vedi de havere el mandato promissone 
da Fiorentini, perchè etiam nuy immediate faremo el no- 
stro, et constitueremo li nòstri deputati del Collegio per 
dar in Dei nomine expeditione a questa cossa. 

Et captum sit quod si occurreret serenissimo Prin- 
cipi nostro loqui in hac materia cum Oratoribus flo- 
rentinis aut mediolanensibus Excellentia Sua sapientis- 
sima loquatur ad propositum in conformitatc presentis 
deliberationis et responsionis nostre. 

De parte 161. De non 36. Non synceri o. 



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// Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 4! 



V. 

Lodo arbitrale del Dièca di Ferrara 
tra Firen\e e Venezia (1). 

6 aprile 1499. 

In Christi nomine amen. Nos Hercules, Dux Fer- 
rame, Mutinae et Regii, Marchio Estensis, Comesque 
Rodigli etc. Arbiter, arbitrator et amicabilis compositor 
electus et assumptus per et inter serenissimum Ducale 
Venetorum Dominium ex una parte et excelsam Rem- 
publicam Florentinam ex altera parte, ad videndum, 
intelligendum, decidendum, terminandum, sententian- 
dum, arbitrandum et arbitramentandum in de et super qui- 
b'uscunque discordijs, bellis, litibus et differentijs inter 
dictas partes vigentibus, ut apparet publico instrumento 
compromissi, rogato per Thebaldum de Thebaldis, nota- 
rium et secretarium nostrum. Unde in primis et ante omnia 
viso dicto instrumento compromissi et arbitrio ac balia no- 
bis per ipsas partes datis et attributis auditisque saepius 
fpsis partibus sive earum oratoribus et nuntijs prò ijs quae 
nobis circa predicta exponere voluerunt, visisque omni- 
bus videndis et quae in praedictis videnda fuerunt, po- 
sitoque ordine prò presenti die hora et loco ad hanc 
nostram sententiam sive laudum audiendum et visa 
instantia nobis facta prò ipso nostro laudo et sententia 
proferenda,- Christi nomine repetito eiusque gloriosae 
matris Mariae virginis et totius celestis curiae trium- 
phantis suffragijs imploratis omni meliore modo quo 
possumus, sedentes prò tribunali Venetijs in palatio no- 
stro et in camera residentiae nostrae, super cathedra 
nostra, quem locum et cathedram prò nostro tribunali 
et loco juridico et honesto ad infrascripta eligimus et 



(1) Il lodo è riportato — ma non testualmente - dal Sanuto, li, 
p. 584 e sgg. Lo trascrivo qui integralmente, secondo la copia auten- 
tica rilasciata dal Duca di Ferrara ai Fiorentini (Arch. di Stato in Fi- 
renze, Atti pubblici, tomo XIV, n. XLI); altra copia si trova nel R Ar- 
chivio di Venezia, Commemoriali, XVIII, c. 134 t. • 



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Nuovo Archivio Veneto 



deputavimus, et ex nunc eligimus et deputamus, talem 
interdictas partes sententiam et laudum damus et pro- 
mulgamus videlicet: 

Quia considerantes Serenissimum Venetorum Domi- 
nium nulla alia ratione impulsum fuisse ad bellum 
adversus excelsam Rempublicam Florentinam susci- 
piendum, nisi ut fidem Pisanis datam servaret, et ex ijs 
quae in favorem Pisanorum infra decernemus, dictae 
fidei et promissorum observationi abunde satisfactum 
i ri : nec non cognoscentes predicti serenissimi Dominij 
in eandem excelsam Rempublicam Florentinam amorem 
et benivolentiam non vulgarem veteris amicitiae memo- 
ria, adeo ut Domìnis Florentinis benefacere et eorum 
rebus, salva tamen fide, consulere vehementer cupiat: 
ideo arbitratoris et amicabilis compositoris viam ac fa- 
cultatem et auctoritatem eligentes, prò bono pacis et 
concordiae, non minus universalis totius Italiae, quam 
ipsarum partium, dicimus, pronuntiamus, laudamus, ar- 
bitramur et componimus in hunc modum videlicet: 

In primis, quod Pisanis remissasit et esse intelliga- 
turomnis pena et indignano, quam occasione defectionis 
a Dominis Florentinis incurrissent ; nec ea de causa ullo 
unquam tempore in personis vel in bonis eorum mole- 
stari aut puniri possint, immo bene et humaniter 
tractari debeant: quam remissionem ad omnes eos etiam 
porrigi volumus, qui iam dictae defectioni auxilium, 
consilium et favorem praestiterunt. Prohibentes ex iustis 
causis nos moventibus, ne contra cives pisanos occasione 
quoruncunque delictorum hactenus perpetratorum cri- 
minaliter procedi amplius possit, accusatioms, inquisì- 
tionis seu denuntiationis via. Ipsos quoque Pisanos ab- 
solvimus a fructibus quibuscumque post defectionem 
perceptis ex bonis particularium Florentinorum aut Rei- 
publicae Florentinae immobilibus in agro Pisano con- 
sistentibus: et e contra particulares Florentinos et eorum 
Rempublicam a fructibus omnibus per dictum tempus 
perceptis ex bonis Pisanorum immobilibus ubilibet sitis 
liberamus. Terminationem vero, super ipsorum immo- 
bilium mùtua hinc inde restitutione facienda et super 
ali js mobilibus utrinque occupatis preter fructus pre- 
dictos, nullam ad presens facimus, quoniam nobis de 
huiusmodi non liquet, sed in terminis iuris et iustitiae 
relinquimus . 

Item laudamus et volumus ac decernimus, ut Pisanis 



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Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venepa 43 



liceat terra marique negotiari, naves construere et habere, 
navigare ad Liburni portum aditum habere, artes quas- 
cunque et negotiationes exercere, etiam pannorum cuius- 
cunque qualitatis, etiam serici, quemadmodum ipsi Fio- 
rentini facere possunt; nec propterea maioribus oneribus 
gravari debeant, quam Fiorentini talia exercentes. 

Pisanis etiam facultatem concedimus eligendi pre- 
torem, qui in civilibus causis jus dicat in prima instantia 
tantum, causis appellationum magistratui per Dominos 
Florentinos mittendo reservatis; quae tamen praetoris 
electio per ipsos Pisanos fieri debeat ex loco Dominis 
Florentinis non suspecto. Cui quidem praetori in civi- 
libus causis eam jurisdictionem competere declaramus 
in urbe et territorio Pisarum, quam ante defectionem 
exercebat. 

Et ut omni suspitione Pisanos liberemus, arbitramur 
et laudamus, ut Capitaneus qui per excelsam Rempu- 
blicam Florentinam in civitate Pisarum juri dicendo in 
criminabilibus preficietur, ubi de pena sanguinis, exilij 
aut bonorum confiscatone civium Pisanorum tractare 
contigerit, procedere, iudicare et exequi teneatur cum 
Consilio assessoris ex Dominio nostro eligendi, hoc modo 
videlicet : Quod nominatis per Pisanos quinque juris- 
consultis predicti Dominij nostri, unus ex eis, qui nobis 
et successoribus nostris idoneus et magis sufficiens vi- 
deatur, ad dictum capitaneum trasmittatur. 

Àdijcentes, quod prò cautione et securitate Pisano- 
rum in premissis custodia fortiliciorum diete civitatis 
Pisarum et locorum in territorio eiusdem, quae per 
eos impresentiarum aut ipsorum nomine tenentur, ipsis 
Pisanis relinquatur ea tamen lege, ut ex Pisanis custodes 
eligantur vel aliunde ex personis, quae Dominis Floren- 
tinis nequaquam sint suspectae. 

Quibus quidem custodibus, praetori et assessori de 
mercede et salario per Dominos Florentinos eo modo 
satisfieri debeat ex introitibus et redditibus Pisarum, quo 
ante defectionem solvi consueverat aut prò solutione 
usque ad summam consuetam sufficiens dictorum red- 
dituum cjuantitas Pisanis assignari ; cum mentis nostrae 
sit, ut dieta fortilitia non 'maiore numero personarum 
nec maiore expensa, quam ante defectionem custodiantur. 

Et ut Pisanis magis caveamus, dicimus et laudamus 
ut Domini Fiorentini eorum locorum fortilicia, quae re- 
cuperarunt post quam Pisani sub sola dicti serenissimi 



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Nuovo Archìvio Veneto 



Dominij protectione et defensione fuerunt, quae tamen 
de indubitato Pisarum territorio esse constiterit, denioliri 
facere teneantur, nisi ipsis Pisanis aliter visum fuerit. 
Hac tamen lege, ut Pisani adversus excelsam Rempubli- 
cam Florentinam et presertim circa dieta fortilicia per 
eos custodienda nihil attentare aut moliri praesumant: 
cum laudemus et arbitremur, ut contra predictam Rem- 
publicam cjuovis modo machinari non debeant. 

In reliquos omnibus pristina Florentinorum jura in 
dictis urbe Pisarum et territorio illesa et intacta relin- 
quimus. 

Nunc vero ad extinguendum bellum devenientes, 
laudamus et arbitramur, quod tam per serenissimum 
Venetorum Dominium, quam per excelsam Rempubli- 
cam Florentinam intra octo dierum spatio ab armis 
cessari ubique et ab offendendo utrinque desisti debeat; 
et subinde vigesimaquinta die presentis mensis, quae 
divi Marci Evangelistae dies futura est, quaecunque par- 
tium copiae exercitus et auxilia decedere debeant et ad 
propria reverti. Quod ut melius et cómmodius facere 
possint liber, tutus et securus per quaecunque loca re- 
ditus pateat. Ipsumque serenissimum Venetorum Do- 
minium de civitate et quibuscunque locis Pisarum. 
quaecunque sua praesidia et equitum ac peditum co- 
pias cuiusvis qualitatis et quantitatis dieta die Sancti 
Marci deducat ac detrahat, prò ut sua sponte obtulit. 
Et terram ac castrum Bibicnnae et quenlibet alium 
locum ad Dominos Florentinos spectantem, quem ha- 
ctenus bello cepisset, eadem die relaxari et restituì fa- 
ciat, quemadmodum iiberaliter se facturum aflìrmavit. 

Venia Bibiensibus data prò ut concedendam esse 
arbitramur, si quid adversus excelsam Rempublicam 
Florentinam in ipsa Bibiennae occupatione aut ante vel 
postea commisisse arguerentur seu arguì possent. 

Et prò expensis ab ipso illustrissimo Dominio Vene- 
torum factis in huiusmodi bello, laudando et arbitrando 
declaramus excelsam Rempublicam Florentinam teneri 
ad dandum et solvendum predicto serenissimo Veneto- 
rum Dominio ducatorum centum octuaginta milia in 
termino annorum duodecini, videlicet quolibet anno 
quindecim milia. Et singulo anno teneri ad dandum fi- 
dejùssorem idoneum prò ca quantitate ilio anno tantum 
persolvenda, et sic predictos magnifkos oratores et pro- 
curatores diete Reipublicae Florentinae dicto nomine 



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// Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 45 



ad solvendum et fidejussores dandum, ut supra con- 
dennamus. 

Reservantes nobis declarationem quoruncunque du- 
biorum, si quae ex hoc nostro laudo et arbitratu quoquo 
modo oriri contigerit. Et ita dicimus, laudamus et arbi- 
tramur et reservamus omni meliore modo, iure, via et 
forma, quibus magis et melius possumus et debemus. 
Laus Deo. 

Lata, data et in his scriptis sententialiter pronun- 
tiata et promulgata fuit praesens suprascripta sententia, et 
latum,datum et in his scriptis sententialiter pronuntiatum 
et promulgatum fuit praesens suprascriptum laudum, per 
suprascriptum illustnssimum Principem et excellentissi- 
mumDominum nostrum, dominum Herculem,Ducem Fer- 
rariae etc,arbitrum et arbitratorem antedictum existentem 
Venetijs in palatio suae celsitudinis et in camera suae resi- 
dentiae, sedentem prò tribunali super quadam eius cathe- 
dra, quam sic prò tribunali et loco iuridico elegit et de- 
putavi; et lecta et publicata, ac lectum et publicatum de 
mandato, iussu et voluntate ipsius domini nostri Ducis 
et arbitri per me Thebaldus de Thebaldis notarium et 
secretarium suae Celsitudinis infrascriptum, currentibus 
annis a nativitate domini nostri Jesu Christi millesimo 
quadringentcsimo nonagesimo nono, indictione secun- 
da, die sexto mensis Apnlis in vesperis, praesentibus 
testibus vocatis et rogatis, reverendo in Christo patre et 
domino domino Christoforo, episcopo Gladatensi, ma- 
gnifico et insigni equite domino Leonardo Botta, illu- 
strissimi domini Ducis Mediolani consiliarijs et oratori- 
bus, magnificis et generosis equitibus domino Francisco 
Ariosto et domino Peregrino Prisciano, Ferrariensibus 
et aulicis predicti domini nostri Ducis, domino Bartho- 
lomeo Rozono, predicti illustrissimi domini Ducis Me- 
diolani cancellano, et egregio Joanne Alberto a Pinea, 
cive Ferrariensi; presentibusque magnificis et generosis 
viris domino Marco Antonio Mauroceno equite, domino 
Nicolao Foscharino et domino Paulo Pisano, deputatis 
per predictum illustrissimum Dominium Venetorum ad 
hanc causam tractandam et sententiam ferri instandum 
ac audiendum, audientibus et intelligentibus. Absentibus 
magnificis oratoribus Florcntinis prò hac tamen ora 
monitis. 

(Signum notarli). Ego Thebaldus de Thebaldis, filius 



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Nuovo Archivio Veneto 



prestantis et egregi)" viri ser Malatesta, civis Ferrane, 
imperiali auctoritate notarius publicus Ferrariensis, ac 
prelibati illustrissimi domini Ducis Ferrane secretarius, 
soprascriptis omnibus et singulis, dum sic ut premittitur 
fierent, presens fui, et ea rogatus scribere in scedis et 
rogationibus meis auctentice scripsi ; ipsaque omnia siimi 
et exemplari feci per alium mihi fidum, cum circa alia 
essem occupatus. Et in premissorum fidem me subscripsi 
signumque meum tabellionatus a capite mei nominis 
apposui consuetum. 



VI. 

// Senato veneto delibera di desistere dalle offese in 
Toscana (R. Arch. di Stato in Venezia, Senato Se- 
creta, reg. cit., c. 84 t.). 

9 e 10 aprile 1499. 

Die vii ij Aprilis. 

Expedit stantibus rebus in presentibus terminis 
non differre amplius declarare opinionem nostrani Pro- 
visoribus nostris existentibus Pisis, Bibienne, et apud 
castrum illius, ut intelligant quomodo se habent gu- 
bernare. Idcirco vadit pars quod dictis Provisoribus no- 
stris scribatur et committatur quod levare debeant of- 
fensiones contra Florentinos et noe mandatum nostrum 
intimare debeant Capitaneis et Commissariis florentinis 
sibi vicinis. 

De parte 90-80. 

Ser Melchior Trevisano vult quod preséns materia 
differatur ad diem crastinum. 

De parte 84-100. De non 5. Non synceri 2. 

Die X mo Aprilis. 
Posita fuit dieta prima pars per serenissimum Prin- 



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// Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Vemjia 47 . 



cipem, Consiliarios, Capita de quadraginta, Sapientes 
consilii et Sapientes terre firme cuoi addinone: Presens 
autem deliberano cras mane comunicari debet domino 
Duci Ferrarle. 

Et fuerunt: De parte 138. De non 37. Non syn- 
ceri 1 (1). 



(1) Il Romanin, p. 107, erroneamente dice che la deliberazione ebbe 
120 voti favorevoli 43 contrari. 



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L'OPPOSIZIONE DIPLOMATICA 01 VENEZIA 



ALLE 

MIRE DI SISTO IV SU PESARO 

E AI TENTATIVI 

DI UNA CROCIATA CONTRO I TURCHI 
[480-1481 



I. 

Il 16 di aprile del 1480, dopo lunghi e difficili ne- 
goziati, il papa Sisto IV stringeva alleanza con la Repub- 
blica di Venezia (1), air insaputa de' suoi alleati di Napoli, 
di Milano e di Firenze. Pel nuovo trattato, oltre ad altro, 
il papa obbligavasi a non far guerra a Galeotto Manfredi, 
signore di Faenza, nel caso che Venezia il nominasse fra 
i suoi collegati, e di non prestare aiuto d' armi a' nemici 
di lui ; e Venezia air incontro obbligavasi a non opporsi 
al papa in qualsiasi impresa contro Costanzo Sforza, si- 
gnore di Pesaro, parente dei duchi di Milano, dichiarato 
ribelle e scomunicato dalla Chiesa per la parte presa, 
come capitano delle truppe fiorentine, nella guerra to- 
scana, seguita alla congiura dei Pazzi. 



(1) E. Piva, Origine e conclusione della pace e dell alleanza fra 
i Veneziani e Sisto IV, in Archivio Veneto, Nuova Serie, Anno I, 
Tomo, I, Parte I, pp. 35-69, Venezia, Visentin!*, 1900 

4 



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5° 



Nuovo Archivio Veneto 



Un mese circa dopo, Pi i di maggio, festa dell' Ascen- 
sione, correva per V Italia la notizia ufficiale del grande av- 
venimento. Il governo veneto, orgoglioso di cosi importante 
successo diplomatico, che il salvava da un pericoloso iso- 
lamento, T aveva lasciata trapelare qualche giorno prima 
con gaudio dell 1 intera popolazione, non cosi del papa, 
il quale avrebbe preferito rimandare a miglior tempo la 
pubblicazione del trattato per non incorrere nelle ire dei 
traditi alleati di Napoli di Milano e di Firenze (1). 

L' annuncio della nuova lega, stretta con tanta se- 
gretezza, come era da aspettarsi, fu subito salutato da 
molte e vivissime proteste. Ferdinando d' Aragona, re di 
Napoli, per primo, come riferisce Sigismondo de' Conti da 
Foligno, famigliare di Sisto IV, non risparmiò accuse e 
calunnie nella speranza che il papa o si sarebbe avvilito 
o avrebbe incontrato V odio di ogni principe italiano. 
Nè si peritò di chiamare Sisto nemico della pace, incu- 
rante del bene dei Cristiani, del suo nome, della sua 
dignità, come collegato dei Turchi, perchè infine poco 
importava V aver fatta lega coi Turchi (grettamente, o 
coi Veneziani a loro strettamente uniti (2). Inoltre, vinto 
dalle istanze dei duchi di Milano, ai quali era riuscito 
conoscere gV intendimenti di Sisto IV e del nipote Gi- 
rolamo Riario su Pesaro, aveva ordinato a venti squadre, 
capitanate dal duca di Melfi, di recarsi sul Tronto per 
prevenire ogni mossa delle truppe pontificie su Pesaro (3). 

I duchi di Milano, per non 'dire Ludovico il Moro, 
il quale, dopo il suo ingresso nel ducato, ne era divc- 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 17 maggio 1480, c. 120 t in 
Archivio di Stato di Venezia. 

(2) Sigismondo dei Conti da Foligno, Storie dei suoi tempi dal 
1475 al 1510, Roma, 1SS3, t. I, libro III, p. 100 

(3) F. Fossati, A proposito a" una usurpazione di Sisto IV nel 
1480, Documenti milanesi ; Vigevano, Tip. Nazionale, 1901, p. 8. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 51 



nuto l'arbitro, non tardarono a manifestare pubblica- 
mente il loro Malumore e dispetto. Giova qui ripetere che 
essi avevano conosciuto, benché si cercasse con la mag- 
gior cura di tenerli nascosti, i propositi del papa d 1 intrin- 
secarsi coi Veneziani, prima ancora che V alleanza fosse 
pubblicata; e già, fin da quell'epoca, impensieriti delle 
eventuali conseguenze, avevano scritto lettere urgenti a 
Ferdinando, affinchè le altre potenze confederatesi a Na- 
poli rinnovassero la lega tradita dal papa (j). Quando 
poi la lega veneto-pontificia fu ufficialmente annunciata, 
gli oratori sforzeschi residenti a Roma, già air uopo 
istruiti, rimproverarono al papa di esser venuto meno ai 
recenti patti del marzo (2); e Leonardo Botta, altro ora- 
tore sforzesco, si presentò al Senato veneto e con calo- 
rose parole ricordò a queir illustre consesso, che i Fio- 
rentini e il re di Napoli con 3000 cavalli avrebbero 
impedito la spogliazione di Costanzo Sforza (3). E nota 
anche la risposta del Senato : la Repubblica aver con- 
tratta lega col papa al solo scopo di mantenere la pace, 
senza offesa di alcuno, diversamente dai propositi belli- 
cosi dell' unione di Napoli ; poco importarle se di questa 
era protettore Ferdinando d' Aragona, quando il suo 
confederato e padre era il sommo pontefice (4). Neppure 
i duchi di Milano trascurarono i bellici apparecchi. Essi 
infatti, dopo aver mandato a Costanzo lo spettabile Ni- 
codemo consigliere, per confortarlo e rinfrancarlo (5), e 
dopo aver scritto al re di Napoli per aiuto, deliberarono 
di mandare a Firenze e al duca di Calabria, primoge- 



(1) F. Fossati, op. ci t, p. 5. 

(2) Ibidem. 

(3) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 23 maggio 1480, c. 105 t. 

(4) Ibidem, doc. 25 maggio 1480, c. 106. 

(5) F. Fossati, op. cit., p. 7. 



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52 



Nuovo Archivio Veneto 



nito di Ferdinando, ancora accampato nelle terre dei 
Fiorentini, conquistate durante la guerra toscana, Ro- 
berto Sanseverino conte di Caiazzo, celebre condottiero 
e uomo fazioso; ordinarono Passetto di guerra delle 
genti d' arme ; e chiesero alloggio per 3000 cavalli a Bo- 
logna (r). Di più, dovendosi, come si è detto, rinnovare 
la lega di Napoli, proposero che nelT istrumento si di- 
chiarasse aderente il signor Costanzo (2), il quale aveva 
già un altro caldo difensore nello stesso duca di Cala- 
bria (3), intento, fra l'altre cose, dal suo campo di Buon- 
convento, a favorire 1' ordine dei Nove nella città di 
Siena, a vantaggio della propria famiglia (4). 

Il negozio di Pesaro era una conseguenza della con- 
dizione speciale dello stato pontificio. 11 patrimonio della 
Chiesa, costituito dalle famose donazioni, subito che il 



.(1) F. Fossati, op. cit , p. 8. 

(2) Ibidem, p. 9. 

(3) Ibidem. 

(4) G. Cipolla, Storia delle Signorie italiane'dal 131 3 al 1530, 
Milano, F. Vallardi, voi. II, par. II, libro V, pp. 601-604; e N. Machia- 
velli, Istorie Fiorentine, libro VIII, pp. 307-308, Firenze, Barbera, 
1883 « Alfonso, duca di Calabria non si partiva coli' esercito da Siena, 
mostrando essere ritenuto dalle discordie cittadine, le quali furono 
tante, che dove egli era alloggialo fuori della città, lo ridussero in 
quella, e lo fecero arbitro delle differenze loro. » Ibidem. Due volte 
— dice il Reumont — ai tempi di re Alfonso e di Ferdinando, gli 
Aragonesi avevano tentato di prender terreno in Siena. La discordia 
di quella città offriva l'occasione. Così avvenne anchequestavolta.il 
duca di Calabria, che teneva abitazione in Siena, benché fosse per lo 
più al campo, si era messo in relazione coi malcontenti del partito 
aristocratico del Monte dei Nove, i cui capi dal 1456 vivevano in 
esilio, 0 erano lontani dair amministrazione. A. Reumont, Lorenzo de' 
Medici il Magnifico, Leipzig, 1874, voi. I, p. 508. Altre notizie si pos- 
sono attingere in E. Fkantz, Sixtus IV und die Republik Florenf, 
Regensburg, 1880, cap. V; in B. Buskr, Lorenzo de' Medici als ita- 
lianischer Staatsmann, Leipzig, 1879; e in Roscoe, Vita di Lorenzo 
de' Medici, Pisa 18 16. 



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'inumili. 5* 



L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 53 

papato accennò a trasformarsi in uno stato mondano, 
fu diviso fra numerosi vicari secolari, i quali, ben pre- 
sto, si atteggiarono a veri e propri signori indipendenti. 
La Romagna specialmente era celebre per il carattere 
proprio dei vicari ecclesiastici, le cui imprese costituisco- 
no una delle pagine più curiose della storia delle signo- 
rie italiane (1). 

Spogliati di quasi tutta Y autorità e prestigio, i papi, 
impotenti ad affermare il loro diritto, si erano acconciati 
alla parte di indifferenti spettatori. Solo qualcuno, più 
geloso del diritto della Chiesa e d 1 animo più fermo, 
aveva fatto nel secolo XIV qualche tentativo per richia- 
mare quei principi ribelli al dovere, ma senza effetto 
duraturo. L'anarchia politica tornò a fiorire in Roma- 
gna, e il diritto della Chiesa fu di nuovo calpestato. Ve- 
nuti altri tempi, nel secolo XV, per un fenomeno, che 
fu per lunghi anni una delle maggiori piaghe del papa- 
to, il grande nepotismo, alcuni papi rivolsero ancora lo 
sguardo verso il patrimonio della Chiesa, mossi non dal 
dovere di reintegrare un diritto offeso, ma dalla brama 
di sostituire a questo o a quel vicario rapace un altro 
forse non meno rapace nella persona di un amato nipote 
0 di un figlio. Così il patrimonio di S. Pietro divenne 
teatro di nuove agitazioni; di gravi scompigli, di guerre, 
nei quali si andava fortificando, con ripetuti acquisti, la 
famiglia del papa. 

Sisto IV, più di tutti, si abbandonò a questa ten- 
denza disastrosa e alle brame smodate del nipote Giro- 
lamo Riarib, mente inetta a qualsiasi logico progetto, 
come T attestano la incostanza, la varietà e V inopportu 
nità de' suoi tentativi, i fra quali quelli su Firenze e su 
Pesaro. 



(1) P. D. Pasolini si occupa di questo argomento nel suo volume: 
/ tiranni di Romagna e i papi nel Medio Evo, Imola, Galeati, 1888. 



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Nuovo Archivio Veneto 



Le proteste e i preparativi per difendere Pesaro, cui 
altri si aggiunsero, che parevano fatti più per impaurire 
il papa e il nipote che per offenderli — > e in verità ebbero 
l'effetto di rallentare le operazioni del Riario (i) — , tro- 
vano, da parte dei duchi di Milano e del re di Napoli, 
la loro ragione in opposte cause. Da quella dei primi, 
evidentemente nel timore che Costanzo Sforza dovesse 
perdere il dominio di Pesaro ; da quella del secondo, ol- 
tre che nel pericolo de 1 Turchi, ancorati in gran numero 
nel porto di Valona, di fronte al regno, pronti a gettarsi 
sulle coste della Puglia (2), nelle agitazioni di Genova, 
testé ribellatasi ai Milanesi (3), nella venuta del duca di 
Lorena (4), erede dei diritti degli Angioini nel reame 
di Napoli, assoldato da Venezia, chiaramente allo scopo 
d'impaurire gli Aragonesi col fantasma di una restaurazione 
angioina (5), cose tutte che, con l'uscita del papa dalla lega 
napolètana, accrescevano i timori di gravissimi guai, già 
acuiti dalla preoccupazione di tener stretti i Milanesi, per- 
chè infine perderli, in quel momento, data la mutevole 
politica del tempo, equivaleva quasi ad un completo iso- 
lamento. Ed ecco la ragione per la quale la difesa 
di Pesaro acquistava, pure per lui, una grande impor- 
tanza. Interessarsi con calore di Pesaro, mostrare la ne- 
cessità di conservarla a Costanzo, doveva sembrargli il 
modo migliore per tenersi amici i Milanesi, che V uscita 
del papa dalla lega napoletana poteva dirigere ad altri 
pensieri e ad altre opere. Onde è curioso osservare con 



(0 F. Fossati, op. cit , p. 9. 

(2) Lettera 14 maggio 1480 di N. Sadoleto, oratore ferrarese a 
Napoli, al duco Ercole I d' Este in Archivio di Staio di Modena. 
(3; Ibidem. 

(4) Ibidem. 

(5) Libri Commemoriali, XVI, doc. 17 aprile 1480, ce. 152 t. 153. 
in Archivio di Staro di Venezia. 



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' L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 55 



quale studio e con quale ansia il re spiasse e seguisse 
ogni atto della cancelleria ducale milanese. Un testimo- 
nio autorevole, V oratore ferrarese Niccolò Sadoleto, re- 
sidente a Napoli, narra che, alla notizia della venuta a 
Roma delT ambasciatore veneziano Zaccaria Barbaro, il 
re fu preso da tali pensieri, da reputar opportuna la par- 
tenza da Roma per Napoli degli ambasciatori milanesi, 
sotto il pretesto di voler risparmiare ad essi la vergogna 
di assistere alla festosa accoglienza del Barbaro, e di 
riceverli nella sua corte, per contrapporre cosa a cosa, 
con la maggiore solennità, affinchè tutto il mondo appren- 
desse la cordialità dei rapporti fra il ducato di Milano 
e il regno di Napoli, pronto quesf ultimo a concorrere, 
oltre che in quella in difesa di Costanzo Sforza, in ogni 
altra impresa (1), gradita ai Milanesi. 

Una simile dichiarazione implicava certamente, seb- 
bene in apparenza sembrasse dettata da altre ragioni, un 
sospetto spilla condotta dei duchi di Milano, sospetto che 
T Aragonese non tarderà a manifestare apertamente. Il 
30 di maggio infatti, chiamati dinanzi a sè gli oratori di 
Firenze, di Ferrara e di Milano, dichiarò non parergli 
corretto V atteggiamento degli Sforza per le loro tresche 
col Riario e per la insistenza di mantenere Leonardo 
Botta a Venezia, dopo che i Fiorentini avevano revocato 
di là il loro oratore; biasimò la prolungata e ingiustifi- 
cata dimora degli ambasciatori milanesi a Roma, contri- 
buente col resto ad accrescere la riputazione di Sisto e 
di Venezia a danno della lega di Napoli, inerte di faccia 
ai preparativi bellicosi degli avversari contro Pesaro. E 
concluse che, in questa grave bisogna, il ducato di Mi- 
lano era il più interessato : egli, re di Napoli, in effetto 
« mal volentieri farebe contro el papa, ma pur quando 



(1) Lettera 18 maggio 1480 di N. Sadoleto a Ercole I d' Este. 



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5« 



A'wovo Archivio Veneto 



bisognasse, voria fare ogni cossa, et andare, sei biso- 
gnasse, de compagnia curri li soi al inferno, et che da 
lui non mancharà mai fare tuto quello vorà Milano (i)». 

E, in una lettera al figlio lontano del 31 maggio, 
ripeteva che tutta la riputazione della lega napoletana 
risiedeva nella salvezza di Pesaro, ma che i duchi di Mi- 
lano comportavansi al contrario del bisogno, premurosi 
di coprire di onori e di favori V inviato del Riario, il 
quale, per sua natura malizioso e superbo, avrebbe tratto 
da tali amichevoli dimostrazioni maggiore ardimento e 
non si sarebbe smosso dal proposito di assalire Pesaro (2). 

Non sappiamo precisamente che cosa rispondesse 
alla lettera del padre il duca di Calabria, cui era stato 
commesso di certificarsi della cooperazione dei Fiorentini e 
dei Milanesi (3), alFinfuori di quanto egli aveva provveduto 
d' accordo coi capi del suo esercito ; sappiamo invece, per 
altre notizie, raccolte a Napoli dal Sadoleto, che un 
cancelliere sforzesco aveva dimorato, più che venti giorni, 
incognito a Roma nel palazzo del Riario, cosa che gli 
oratori milanesi cercavano di far passare come un' abile 
mossa per distrarre il conte dall' impresa pesarese (4). 

Il re, come si vede, aveva da fare con un' alleato 
subdolo e pericoloso, che, in altri momenti, avrebbe po- 
tuto abbandonare ; ma che, allora, minacciato da tanti 
pericoli, stimava di dover comunque conservare, per non 
rimanere solo e dar maggior esca alle brame dei Turchi. 

La condotta dei duchi di Milano, certamente in 
relazioni col Riario, come anche attestano documenti 
veneziani, rispetto al re di Napoli, era in vero subdola 



(1) Lettera 30 maggio 1480 dello stesso allo stesso. 

(2) Lettera 31 maggio 1480 del re di Napoli da Napoli al figlio 
Alfonso a Siena, in Archivio di Stato di Modena. 

(3) Ibidem. 

(4) Lettera 3 giugno del 14^0 di N. Sadoleto a Ercole I d* Este. 



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L'opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 57 



e doppia. Preparavano armi ed armati col concorso del 
loro alleato per l'eventualità di difendere Pesaro; ma, 
nello stesso tempo, tentavano, pur cercando di ottenere 
per altra via la salvezza del loro parente, di intrinsecarsi 
col papa e coi Veneziani e lasciarlo solo. 

Nonostante tutto questo intrigo della cancelleria du- 
cale milanese e del Riario, non era ancor detto che si 
potesse venire* ad un accordo fra loro, e che le proteste 
e preparativi bellicosi, dovessero prendersi del tutto alla 
leggera, sia pur fatti più per impaurire che per offendere 
il papa e Venezia. Questa, sempre cauta in ogni azione, 
mostrò subito di non disconoscere, per quanto gli Sforza 
di Milano trescassero col Riario in danno della lega di 
Napoli, la presente condizione politica, pericolosa non 
solo per la particolare questione di Pesaro, ma ancor 
più per altre genérali, come la lega degli stati italiani 
contro i Turchi, caldeggiata con tutte le arti dall' amba- 
sciatore del re Ferdinando presso il pontefice (i), alla quale 
essa non si sentiva allora inclinata ad accedere. 

Vorremmo, a quest' ultimo proposito, manifestare 
subito tutto il pensiero della Repubblica ; se non che, 
per maggiore chiarezza, ci sembra di non lasciare pas- 
sare sotto silenzio, nella parte più importante, le sue 
relazioni con Sisto IV dal giorno della pubblicazione 
ufficiale della alleanza veneto-pontificia. 

Venezia, convinta dell' opportunità di cementare sal- 
damente F unione col papa, e col dargli continue prove 
di amicizia e coli' allargare il numero dei collegati, de- 
gli aderenti e dei raccomandati , incoraggiò prima le 
trattative del Riario coi duchi di Milano e le pratiche 
per attirare nella lega il duca di Ferrara, i Lucchesi e i 
Senesi (2), e poi ordinò al podestà e capitano di Raven- 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX. doc. 25 maggio 1480, c. 103-103 t. 

(2) Ibidem, doc. 17 maggio 1480, c. 102-102 t. 



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Nuovo Archivio Veneto 



na, qualora questi il reputasse conveniente, di mandare 
un presidio a Forlì, minacciata dai figli del morto Cecco 
Ordelaffi (i). 

Non piccolo servizio invero, se si pensi alle aspira- 
zioni del Riario al possesso di quella città, dove, dopo 
la morte di Pino Ordelaffi, fratello di Cecco, governava 
la moglie Costanza, in nome del bastardo Sinibaldo (2), 
fatta segno alle insidie dei figli del cognato, accampanti 
pretese e diritti, a cagione dell' investitura di quel domi- 
nio, accordata al padre da Pio II (3). Erano quindi co- 
storo terribili rivali del conte, il quale aspettava il mo- 
mento propizio per strappare alla vedova e al pupillo l'a- 
gognata signoria (4). Quanto ai duchi di Milano, circa la 
cui amicizia nulla era da trascurare, prese tempo a revo- 
care di là il suo ambasciatore, nonostante le parole in- 
solenti trovate scritte sulla porta della sua dimora (5); 
quanto poi a Siena dava incarico aiT oratore Alessandro 
Sermoneta, diretto a quella città, di far le più ampie 
dichiarazioni sullo scopo pacifico della nuova lega, nella 
quale era riservato posto ad ogni potenza d* Italia, e 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 22 maggio 1480, c. 103. 

(2) Mazzatinti, // Principato di Pino 111 Ordelaffi, in Atti e 
Memorie della R. Deputazione di Storia pdtria per le provincie di 
Romagna. Serie III, t. XIII, p 13, dove si trova che Sinibaldo era 
un bastardo, nato nel 1446, non si sa da quale femmina; pare non 
fosse neppure figlio di Pino, ma solamente adottato da lui, dopo la 
uccisione della madre, o quando temeva che Isabetta Manfredi, mo- 
glie di Cecco, d'accordo col fratello Astorre, coli' aiuto del papa cer- 
casse di cacciarlo dal seggio e di sostituirgli i propri figli. 

(3) T. Bonoli, Istoria della città di Forlì, Forlì, 1826, T. II, pp. 
199-200. 

(4) T. Bonou, op. cit., luogo citato. 

(5) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 17 maggio, 1480, c. 102, 102 1. 
citato. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 59 

di confortare i Senesi ad entrarvi (1); quanto infine 
al duca di Ferrara, esplorava V animo del suo oratore 
residente a Venezia, ma dalle risposte comprendeva che 
quel principe, vincolato da una condotta di cinque anni 
coi Milanesi e i Fiorentini, aveva in animo di perseve- 
rare nella fede data (2). Infatti questo era il pensiero di 
Ercole d 1 Este, uno dei più caldi patrocinatori della rin- 
novazione della lega napoletana, nella quale doveva rap- 
presentare non T ultima delle parti (3). 

Tuttavia, quando si era parlato di rinnovare la lega, 
questo uomo, che odiava mortalmente i Veneziani a ca- 
gione delle loro esorbitanti ingerenze commerciali nel 
suo stato, non aveva trovato la forza di far aperta ade- 
sione a tutti i capitoli, ma aveva insistito perchè lo si 
dichiarasse sciolto da ogni impegno nel caso di una guer- 
ra contro la Repubblica, pronto a sottoscrivere invece 
uno speciale istrumento che dicesse il contrario (4), usan- 
do di una di quelle finzioni allora assai frequenti, che il 
re di Napoli non volle accettare (5). 

Anche altri rapporti erano intervenuti fra Venezia 
e Roma per richiamare V attenzione del Riario sui pe- 
ricoli cui sarebbe corso incontro il suo dominio d' Imo- 
la, qualora Galeotto Manfredi signore di Faenza, fosse 
riuscito, come era suo desiderio, ad entrare nella lega 
di Napoli (6); pericoli, che parvero diminuire, come si 



(D Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 18 maggio 1480, ce. 102 t 103. 

(2) Ibidem, doc. 25 maggio 1480, c. 108-108 t. 

(3) Lettera 30 maggio 1480 di N. Sadoleto a Ercole I d' Este 
citata. 

(4) Lettera 30 aprile 1480 dello stesso allo stesso. 

(5) Lettera 10 maggio dello stesso allo stesso. 

(G) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 24 maggio 1480, c. 103. 



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6o 



Nuovo Archivio Veneto 



seppe dal cardinale Foscari che il papa aveva cambiato 
opinione intorno all'avvenire di queir uomo, per la con- 
dotta del quale il Senato, soddisfatto dei buoni propo- 
siti di Sisto, s' affrettava a dichiarare che avrebbe con- 
tribuito per metà nella spesa « ad finem firmamenti 
rerum Romandiole et pacis Italie (i) ». 

In tutti questi atti della Repubblica è evidente il 
desiderio di non opporsi, per quanto le era possibile, 
alle intenzioni e ai voleri di Sisto IV. 

Se non che, circondato dalle arti del nipote Giro- 
lamo, che voleva Pesaro, cosa che mal si conciliava con 
le trattative con Milano, e dall' insistenza dell' ambascia- 
tore napoletano Anello Arcamone, careggiante la rottura 
delle leghe particolari per una generale unione contro i 
Turchi (2), il papa aveva bisogno di consigli di prudenza, 
perchè non fossero compromessi la pace d'Italia e gli in- 
teressi di Venezia, la prima minacciata dalla più volte 
ricordata questione di Pesaro ; i secondi da una non 
desiderata e temuta lega generale contro i Turchi. 

Pertanto, nella necessità di far comprendere il suo 
pensiero, contrario alla guerra e a qualsiasi novità, il 
Senato aveva scritto il 25 di maggio al cardinale Pie- 
tro Foscari, di dissuadere Sisto IV dall' impresa di 
Pesaro (3). Più che da questa prima lettera, da un'altra 
del giugno, diretta allo stesso cardinale, possiamo inte- 
ramente afferrare il pensiero dell' alto consesso, accom- 
pagnato da alcune gravi considerazioni. Ne avevano de- 
terminato l' invio recenti notizie mandate dal Foscari 
sulla volontà del papa e del nipote di assediare Pesaro, 
e il timore di prossimi moti in Italia. Ed ecco il conte- 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 25 maggio 1480, c. 103-103 t. 
citato. 

(2) Ibidem. 

(3) Ibidem, doc. 25 maggio 1480 al Card. Foscari, c. 105. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. òi 

nuto: il cardinale doveva, data l'urgenza della materia, 
presentarsi subito a Sisto IV per dissuaderlo dai suoi 
propositi bellicosi, e per ricordargli che la Repubblica, 
stretta a lui d' alleanza, aveva, per patto, P obbligo di 
assicurare la pace d' Italia. Da questa — doveva far con- 
siderare al papa — dipendeva la sua salute e incolumità, 
la difesa, l' onore e la dignità della sede apostolica; 
dalla guerra invece, dopo la recente conclusione della 
alleanza veneto-pontificia, piena di pacifiche promesse, 
non potevano che scaturire gravi pericoli. Il papa quindi 
era in dovere di riflettere a' quali termini facilmente si 
sarebbero ridotte le cose della Cristianità durante il suo 
pontificato, se, per intestina guerra, fosse stata al nemico 
della fede lasciata aperta la porta d' Italia, o se, spinti dal- 
l'esasperazione, gli oppressi, avessero tentato « aut prò sa- 
lute sua aut prò universali saltenx exitio et ruina » i rimedi 
estremi. Di tali cose la Repubblica si riservava di intrat- 
tenere Sisto IV per mezzo del proprio oratore, per ora 
si limitava a consigliare la prudenza, poiché nelle guerre 
le cose apparentemente facili e pronte potevano diventare 
difficilissime e lunghe. Era inoltre da aggiungere T oppo- 
sizione del re di Napoli, dei Milanesi, dei Fiorentini, i quali 
nulla avrebbero tralasciato d'intentato per divertire le forze 
del papa e rendere vana ogni sua impresa, come eviden- 
temente già appariva dalla partenza da Milano per la To- 
scana di Roberto Sanseverino con parte de' suoi, dalla 
raccolta di altre genti d' armi per raggiungerlo, dal ru- 
more sollevato da tali apparecchi, dalle recenti parole vi- 
vaci dell' oratore sforzesco Leonardo Botta, pronunciate a 
Venezia. 

E poi quale iattura ne sarebbe venuta all'onore, alla 
gloria, alla stima del papa in tutto il mondo cristiano, 
se si fosse divulgata la fama che, all' indomani della fine 
della guerra toscana, della ratifica e della pubblicazione 
della lega, stretta allo scopo di stabilire e conservare la 
pace, il papa stesso invece avesse suscitato una nuova 



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Nuovo Archìvio Veneto 



guerra ? e poi, se per disgraziato caso, tal guerra avesse 
condotto ad alcuna rovina, quale imputazione si sarebbe 
fatta da tutti, e quanta materia di ciarle sarebbe stata 
somministrata ai nemici per lacerare P onore della Santa 
Sede? e infine, pel fatto che tanto P alleanza veneto ponti- 
ficia e quella napolitana' avevano per iscopo la pace, non 
sarebbe stato come dare ai collegati di Napoli una miri- 
fica occasione di coonestare la loro unione-e di accusare 
quella degii avversari « tanquam inquietimi, insidiosum 
et mendax», se il papa avesse mosso la guerra? 

Così finiva la parte sostanziale della lettera, nella 
quale il Senato aggiungeva il consiglio, qualora al Fo- 
scari non riuscisse di convincere il papa, di cercare al- 
meno di piegarlo ad attendere P oratore veneto sulle 
mosse di partire per Roma, inoltre dava notizie sulP invio 
di soldati in difesa di Forlì sotto la guida di Paiamone 
Cavalcabove, e sulla buona disposizione della Repubblica 
di accontentare il papa, dal quale attendeva informazioni 
sulla condotta di Galeotto Manfredi, e pronte istruzioni 
per dissuadere il Riario da ogni novità, e avvertimenti 
perchè questi non si lasciasse sedurre dalle arti e dalle 
promesse del re Ferdinando: il che voleva dire abban- 
donarsi alP arbitrio e alla discrezione di Lorenzo de' Me- 
dici, il quale esercitava un grande ascendente sulP animo 
delP Aragonese (i). 

Lasciata fuori tutta la parte scritta per far impres- 
sione sul mobile animo di Sisto IV, la nostra attenzione 
si ferma su tre fatti principali: P impresa di Pesaro; il 
grande pericolo Turco ; i maneggi delP Aragonese per 
amicarsi il Riario, sufficienti di per sè ad impensierire il 
governo veneto, anche se questo ne avesse voluto, a parer 
nostro, ridurre a minimi termini P importanza. Del primo 
di questi fatti abbiamo già a lungo discorso; del secondo, 



(i) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 2 giugno 1480, c. 107. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto ÌV ecc. 63 

del quale dovremo a lungo occuparci in altro capitolo, ac- 
cennammo la ragione, narrando dell' armata turca ancorata 
nel porto di Valona; dell'ultimo qualcosa possiamo spi- 
golare nelle lettere dell' ambasciatore Niccolò Sadoleto, 
scritte da Napoli al duca di Ferrara, cioè poche parole per 
informare di quanto il duca di Urbino aveva inteso a Ro- 
ma: che il re di nuovo aveva intelligenza segreta col conte 
Girolamo contro Costanzo Sforza (1). Il Sadoleto aggiunge 
che Ferdinando tacciò di menzognera la notizia, e in corte 
la si reputava un artificio del Riario per creare sospetti tra 
il re e Milano (2): e, più tardi, in un' altra lettera, lo stesso 
oratore ribatte che il conte aveva fatto spargere anche la 
notizia che il re stava per il papa, il che aveva prodotto 
al re stesso grande indignazione (3). 

A chi credere ? Dopo la lettera scritta dall' Arago- 
nese il 31 di maggio al figlio lontano, nella quale di- 
chiarava che tutto T onore e la forza della lega di Napoli 
stavano nel salvar Pesaro, bilanciando bene le azioni del- 
l' uno e dell' altro uomo, sebbene entrambi pronti ad 
ogni inganno ; noi incliniamo a credere che veramente il 
Riario, per trascinare Venezia nella impresa che gli stava 
tanto a cuore, avesse messo in giro quella voce, che non 
trova una accettabile giustificazione nell' indirizzo della 
politica napoletana, tutt^ intenta a scongiurare il peri- 
colo turco e a far concorrere in una crociata tutti gli 
stati italiani. Possiamo ammettere che col papa e col 
Riario Anello Arcamone avesse relazioni riguardo a Pe- 
saro, ma semplicemente per veder di risolvere la grave 
questione in un modo pacifico, senza andare incontro al 
volere dei Milanesi, ascoltando o proponendo una solu- 



(1) Lettera 28 maggio 1480 di N. Sadoleto al duca di Ferrara. 

(2) Ibidem. 

(3) Lettera 6 giugno 1480 di N. Sadoleto al duca di Ferrara. 



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Nuovo Archivio Veneto 



zione che avesse per base, ad esempio, un compenso, 
come quella che, più tardi, mise termine a questa sca- 
brosa questione. Ci è ntfto infatti che il re aveva repu- 
tato, per un momento, ottimo il consiglio del suo ora- 
tore a Milano, di proporre al Riario, in cambio di quello 
di Pesaro, V acquisto di Faenza, acquisto atto, secondo 
lui, a « saldar la quiete » d 1 Italia, nella lusinga che tale 
partito avrebbero accettato anche i Milanesi per salvare 
Costanzo Sforza senza spesa, e i Fiorentini, bisognosi di 
non entrare in nuova briga e di ottenere più facilmente 
le terre perdute durante la guerra toscana e ancora oc- 
cupate dalle milizie napoletane (i); ma si era poi astenuto 
dal seguirlo per timore che si ingenerasse il sospetto che 
i collegati di Napoli avessero paura degli avversari ; che i 
Fiorentini, per tale caso, dichiarassero di non volere così 
vicino al proprio stato il conte e cresciuto di potenza ; che 
Galeotto Manfredi, signore di Faenza, non si abbando- 
nasse per disperazione nelle braccia dei Veneziani (2). 

Come il duca d'Urbino, anche il Foscari aveva ab- 
boccato air amo, e indi informato il suo governo dei rap- 
porti del re col Riario, onde la prudente risposta del Se- 
nato, ignaro dell' inganno grossolano, dettata da quel legit- 
timo timore, che poteva destare ogni atto del re, ritenuto 
maestro raffinato d'inganni, e tanto più un atto di remissi- 
vità, come quello accennato. 

E vero che Ferdinando piegava allora alla pace e 
volentieri dava udienza a chi gliene ragionava (3) ; ma 
certo la sua condiscendenza nella questione di Pesaro 
non avrebbe giovato a togliere ogni cagione di guerra e 
raccogliere, come era suo desiderio, tutti gli stati italiani 



(1) Lettera 14 maggio 1480 di N. Sadoleto al Duca di Ferrara. 

(2) Ibidem. 

(3) Lettera 14 maggio di N. Sadoleto a Ercole I d' Este citata. 



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L* opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 65 

in una grande lega contro il Turco, giacché il ducato di 
Milano non vi avrebbe naturalmente partecipato e, d'al- 
tronde, conosceva Tumore dei Veneziani, i quali avevano 
licenziato un oratore napoletano, mandato per intrinse- 
carsi con loro e farli entrare nella lega, stretta a Napoli 
prima dell' 11 maggio del 1480. In conclusione, per gua- 
dagnare il Riario e con lui il papa, due uomini di assai 
dubbia fede, senza V appoggio di Venezia, avrebbe arri- 
schiato di perdere indubitabilmente i Milanesi, anche con 
certo pericolo di una guerra italiana, e compromettere sem- 
pre più lo scopo della lega generale. Inoltre Ferdinando non 
era uomo da commettere, con leggerezza, simili grosso- 
lani errori, e la ulteriore fase della questione pesarese è 
una nuova prova che, per altra via, egli mirava a sgom- 
brare il terreno dalle tante difficoltà. Solo, per concedere 
qualche cosa, possiamo ammettere che, dopo i preparativi 
fatti per soddisfare i Milanesi, giungendo gravi notizie da 
tutte le parti sulle intenzioni dei Turchi, distraesse di là 
un pò 1 della sua attenzione e. cura, e cessasse dall'aperta 
opposizione, come l'attestano un ulteriore rimprovero mos 
sogli dai Milanesi stessi per la fredezza mostrata verso Co- 
stanzo (1), e la risposta del re ad una lettera della cancel- 
leria sforzesca, la quale pretendeva che egli dovesse far 
comprendere al papa : « gagliardamente volere attendere 
insieme con li compagni della lega soa alla deffensione del 
Sig. Constancio » (2). Il re infatti ricordò che, a tal propo- 
sito, aveva sempre proceduto d' accordo co' suoi confede- 
rati, ma non poteva ora mettersi, senz' altro, in aperta op- 
posizione col papa, dell' aiuto del quale aveva assai biso- 
gno in causa del pericolo turco (3), e, come vedremo, delle 



(1) F. Fossati, op. cit., doc. 9 luglio 1480, p. 11. 
U) Ibidem. 
(3) Ibidem. 

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Nuovo Archivio Veneto 



altre difficoltà, create dalla fine politica di Venezia, occupata 
a trattenere il papa dal passo deir alleanza generale. 

Le istruzioni della Repubblica a Zaccaria Barbaro, 
designato ambasciatore a Roma, succedono immediata- 
mente all' ultima lettera scritta al Foscari il 2 di giugno, 
e portano la data del 4 di giugno del 1480 (i). — Tali 
istruzioni meritano di essere qui particolarmente ricor- 
date, come autorevole testimonianza dei propositi politici 
di Venezia e dell' indirizzo, che essa voleva allora im- 
primere alla lega col papa, non solo nei rapporti della 
questione pesarese, ma anche della pace d' Italia e della 
lega generale degli stati italiani. 

Il Barbaro, sollecitato a partire senza indugio, do- 
veva tenere la strada di Rimini e di Urbino, più breve, 
più spedita e più idonea al disbrigo de' negozi affidatigli. 
Premeva infatti alla Repubblica che si fermasse in quelle 
due città per intrattenersi in colloquio con quei signori, 
pervenuti a somma reputazione pei loro talenti militari 
e per la parte notevolissima avuta nelle cose d' Italia. 
Con grande abilità, arrivato a Rimini, il Barbaro do- 
veva interrogare Roberto Malatesta, capitano generale 
della Repubblica, per conoscerne V opinione intorno alle 
cose di Romagna, specialmente di Pesaro, all' arrivo del 
Montefeltro in quei luoghi, e alle forze del papa e dèi 
re di Napoli. Prima di lasciarlo, doveva dichiarargli il 
vivo desiderio del Senato per la conservazione della 
pace, scopo della legazione a Roma, esporgli il mandato 
di perorare in suo favore presso il papa V assoluzione 
dalle censure, che V avevano colpito durante la guerra 
toscana. Da Rimini a Urbino il viaggio doveva compiersi 
senza indugio; e ciò perchè il cardinale Foscari aveva 
scritto che il grande Federico, dopo l'arrivo nel suo 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 4 giugno 1480, c. 108- 108 1. 



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V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 67 

stato, avrebbe ripreso il cammino per Pesaro con una 
missione di oscuro fine: # non sai se pacifica o bellicosa. 
Onde, con destrezza, il Barbaro doveva da lui intendere 
se « motus aliquis circa Pisaurum pel alibi futurus 
sii « ; e, nel caso di una risposta affermativa, far bale- 
nare i pericoli della guerra, i beni e i vantaggi della 
pace, e trattenerlo, se mai fosse sulle mosse, da qual- 
siasi impresa, prima del suo arrivo a Roma, dichia- 
rando di aver ne' propri mandati P incarico preciso di 
dissuadere il papa dalle sue intenzioni guerresche (1). A 
questa istruzione il Senato fa seguire una considerazione 
che, per la sua importanza, integralmente crediamo di 
riportare : « Ceterum quum difficile nobis inlellectu sit 
quomodo ista simili stare possint ; quod idem dominus 
dux sit regi obligatus ; rex autem cum slatu Medio- 
lani et cum Laurentio concurrat ad defensionem domini 
Constantii ; et tamen ipse dux Urbini, penes quem au- 
divimus duos regios oratores, oppugaaturus ad instati- 
iiam sammi pontificis, Pisaurum videatur» (2). Veniva da 
sè che il Barbaro cercasse d'indagare la verità di queste 
cose e di trovare la soluzione « huiusmodi nodose com- 
plicationis et ambiguitatis (3). Non precipitiamo per ora 
il giudizio sul fatto assai strano del papa, che manda un 
generale ad assalire una città, senza parteciparne la no- 
tizia agli alleati, e dà una prova cosi prematura di poco 
rispetto e di stima, e fermiamoci invece al duca d\ Ur- 
bino, per tentare di sciogliere quella che il Senato a ra- 
gione chiamava «nodosa complicatio et ambiguitas ». 

Di Federico Montefeltro, duca di Urbino, come con- 
dottiero e come uomo di integro carattere e specchiata 
onestà, risuona alta la fama nel secolo XV. Tuttavia 



(i) Senato, belib. Secr. XXIX, doc. 4 giugno 1480, c. 10S. 
(>) Ibidem.' 
(3) Ibidem. 



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Nuovo Archivio Veneto 



errerebbe chi non volesse trovare in lui alcuna contrad- 
dizione e alcuno di quei difetti, che abbondavano nella 
gente del suo tempo, e specialmente tra uomini di go- 
verno e di spada : certo, rispetto ai capitani contempo- 
ranei, corrotti e spergiuri, egli appare un tipo ideale di 
corretteza. 

Al tempo in cui fu stretta alleanza fra la Repub- 
blica e Sisto IV non era ancora scaduto il termine della 
sua ferma col papa e col re di Napoli, per i quali 
aveva combattuto nella guerra toscana, senza il proposito 
di rovinare, come dice Sigismondo de' Conti, Lorenzo 
de' Medici (i). Per ciò gli era stato tolto il primo co- 
mando delle milizie italiane, fatto conferire poi da Fer- 
dinando al suo primogenito Alfonso, duca di Calabria, 
— condizione aggiunta nella lega rinnovata coi Milanesi 
e coi Fiorentini, e con un annuo stipendio di centomila 
ducati d'oro —, e fu lasciato militare solamente per il 
papa (2). Valente, come egli era, nell'arte della guerra e 
facile ai risentimenti (3), persuase il pontefice a collegarsi 
coi Veneziani, mostrandogli pericolosa V alleanza con Fer- 
dinando, di cui poco prima aveva sperimentato il perfido 
animo, poiché male affidavasi il papa a chi gli aveva non 
solo strappata una bella vittoria (4), ma arrogavasi il 
vanto della commiserazione e del perdono, ed ora, paci- 
ficati i Milanesi e i Fiorentini, tutte cose avrebbe dirette 
secondo le mire della sua ambizione (5). Fu il Montefel- 
tro stesso che aprì le pratiche con Venezia, per mezzo 
di un suo ambasciatore, agevolando la via alla conclu- 



(1) Sigismondo de' Conti, op. cit., Roma 1883, T. I, p. 99. 

(2) Ibidem. 

(3) Ibidem. 

(4) Ibidem. È noto che il re di Napoli accolse alla sua corte il 
Medici ridotto agli estremi. 

(5) Ibidem. 



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L % opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 



sione del trattato (i); e a lui subito i nuovi alleati pen- 
sarono per averlo capitan generale, cessati che fossero i 
suoi impegni col re di Napoli (2). 

I negoziati per la sua condotta furono assai più la- 
boriosi di quelli per la condotta del Riario, stipulata il 
10 di giugno del 1480(3). A Napoli l'opera sua, come 
era naturale, fu giudicata assai severamente, e il segre- 
tario del re il chiamava responsabile di ogni male (4) ; 
ne meno severo verso di lui fu Foratore estense Nic- 
colò Sadoleto, il quale ripeteva in tutti i toni che Fede- 
rico aveva sempre servito male tutti ; che ben lo aveva 
conosciuto il morto duca Galeazzo Sforza; e che infine 
mal si comprendeva il largo favore concessogli da Fer- 
dinando (5). Se non che, sfogliando la lunga e minuta 
corrispondenza di Niccolò Sadoleto, noi siamo attratti 
da alcune curiose informazioni, che potrebbero spiegare 
la « nodosa complicatio » e dare anche la ragione per 
cui il Montefeltro non divenne capitano generale della 
lega veneto-pontificia. Il duca è dapprima del parere che 
si soddisfi ai desideri di Girolamo Riario per facilitare 
la pace d 1 Italia con una lega generale ((3) : un suo messo, 
giunto a Napoli, dopo aver dichiarato al re, che si fa- 
rebbe T impresa di Pesaro, lascia comprendere che il suo 
signore aveva un patto col papa, che, in caso di discor- 
dia col re di Napoli, le sue genti dovessero dividersi per 
metà, ed egli in persona servire chi prima Y avesse ri- 
chiesto, onde ora gli conveniva servire il papa con la per- 
sona, essendogliene stata fatta domanda, con V una metà 



dì Sigismondo De Conti, op. cit., Roma 1883, T. I, p. 99. 

(2) E. Piva, op. cit., p. 22. 

(3) Ibidem, p. 23. 

(4) Lettera 30 aprile 1480 di N. Sadoleto a Ercole I d' Este. 

(5) Ibidem. 

(6) Lettera 14 maggio 1480 del Sadoleto a Ercole I d' Este. 



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70 



Nuovo Archivio Veneto 



delle sue genti, lasciando V altra a disposizione del re 
fino al termine della sua ferma (i). Queste informazioni 
del Sadoleto meglio non potrebbero illuminare quanto il 
Senato mostrava di non comprendere a proposito della 
spedizione affidata al duca di Urbino, ma, ai 4 di giu- 
gno, quando il Senato stesso consegnava al Barbaro le 
sue istruzioni, il Montefeltro non voleva più capitanare 
in persona V impresa (2), e altra direzione avevano preso 
i suoi pensieri. Rimase oscura la causa che condusse il 
duca a piegare ancora verso Napoli, quando non fosse 
stata la difficoltà incontrata nell'ottenere ciò che doman- 
dava a Venezia per entrare ai servigi della lega veneto- 
pontificia. Infatti troviamo ne' documenti veneziani tracce 
di questa difficoltà. Comunque sia, benché noi non siamo 
lontani dal crederlo, già in una lettera del 18 maggio 
del Sadoleto, troviamo scritto che il duca di Urbino si 
scusava assai, per mezzo del suo messo, col re, e accusava 
il papa di mutabilità, per non avergli creduto, e dichia- 
rava di sforzarsi per concordare le cose. Ne seguono i 
commenti fatti in corte, dove si fingeva di credere ogni 
cosa, ma, nello stesso tempo, si metteva nelT imbarazzo 
il messo, il quale si sforzava di negare le pratiche del suo 
signore per assoldarsi presso il papa e Venezia per novanta 
mila ducati (3). Più innanzi, in altre lettere, si nota che 
il duca fa dire che, quando non potesse accordare le 
cose come cercava, sarebbe stato tutto del re e avrebbe 
lasciato del tutto il papa (4) ; che egli aveva sempre cre- 
duto che Ferdinando volesse di Pesaro ciò che voleva 
il papa; che égli era stato ingannato; che preferiva il 
re al papa; che lo si tenesse nella corte di Napoli e di 



(1) Lettera 16 maggio 1480 del Sadoleto ad Ercole I d' Este. 

(2) F. Fossati, op. cit., doc. 29 maggio 1480, p. 9. 

(3) Lettera iS maggio 1480 di N. Sadoleto a Ercole I d' Este 

(4) Lettera 22 maggio dello stesso allo stesso 



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L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 71 

Milano per amico (1); e il re aveva finito per credere 
che il duca di Urbino tenesse il papa a buon cammino 
verso di lui, e sperava che, qualora il papa si alterasse, 
il duca sarebbe con lui (2). Da una lettera infine del 6 
giugno, che si riporta a fatti anteriori, il Sadoleto narra 
della ferma intenzione del Montefeltro di staccarsi dal 
papa, quando lo potesse con onore. Onde il re aveva 
fatto convocare gli ambasciatori di Spagna, di Milano, 
di Firenze, di Ferrara per deliberare che cosa gli si do- 
vesse rispondere. E la conclusione fu che egli si dichia- 
rasse apertamente favorevole al re, subito che il papa, 
mosso da passione, il richiedesse contro Costanzo, e il 
re contro i Turchi (3). 

Va da sè che Venezia, quando inviava il Barbaro 
all'Urbinate, non sapesse nulla delle sue dichiarazioni, e 
tanto meno di quanto il re di Napoli e gli ambasciatori 
della lega napoletana avevano deliberato di scrivergli; e 
s' aggiungeva poi una nuova difficoltà insormontabile, 
che un documento del Consiglio dei X dice chiara- 
mente derivante tanto dallo stipendio quanto dal titolo (4), 
nelle trattative per avere il duca agli stipendi, trattative 
che, nonostante tante contrarietà, si protrassero ancora 
per qualche tempo senza frutto. 

Chiarita così questa prima parte della legazione del- 
l' oratore veneto, procediamo nelT esposizione dei suoi 
mandati. Giunto a Roma, il Barbaro doveva subito pre- 
sentarsi al papa, e, fatte le debite cerimonie, adoperarsi 
con la maggiore abilità per ottenere la pace d'Italia ed evi- 
tare la lega generale degli stati italiani contro i Turchi, 



(1) Lettera 24 maggio del Sadoleto ad Ercole I d'Este. 

(2) Lettera 28 maggio dello stesso allo stesso. 

(3) Lettera 6 giugno 1480 dello stesso allo stesso. 

(4) Cons. X, Misti, R°. XIX, doc 3 giugno 1480 c i, t. in Ar- 
chivio di Stato di Venezia. 



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7* 



Nuovo Archìvio Veneto 



caldeggiata con molte arti dal re di Napoli. Quanto alla 
prima cosa, era desiderio del Senato, che il Barbaro si 
regolasse secondo le informazioni assunte presso il duca 
d' Urbino, e secondo quello, che avrebbe, in seguito, 
appreso in Curia : non risparmiasse per ciò la lode, se 
trovava il papa mutato nei suoi propositi bellicosi ; si 
sforzasse di dissuaderlo da ogni novità, se mai persistesse 
in quelli, pericolosi per la natura e la condizione delle 
guerre, incerte, variabili, laboriose e dispendiose, e per la 
risoluta nimicizia del re di Napoli, di Lorenzo de' Me- 
dici e dei Milanesi. Fra tutti poi conveniva diffidare mas- 
simamente del re di Napoli, pronto nel fare e nel rom- 
pere le promesse, sempre geloso della lega contratta dal 
papa con la Repubblica, e indegno di credenza, quando 
anche dimostrasse di disinteressarsi della materia di Pe- 
saro, come aveva fatto supporre il Riario. Non era poi 
inopportuno far presente al papa, per ribadire nella sua 
mente il pensiero della pace, il sovrastante pericolo dei 
Turchi, formidabili per immenso naviglio, sempre mi- 
nacciosi e pronti a piombare sulT Italia, se ne vedessero 
gli stati divisi e in guerra fra di loro (i). Infatti, profit- 
tando delle discordie dei potentati italiani, al tempo 
della guerra toscana, Keduk Achmet, pascià di Valona, 
eveva mandato a Venezia un ambasciatore (23 agosto 1479) 
per far conoscere la sua volontà di assalire, unito con la 
Repubblica o da solo, il re di Napoli e il pontefice, che 
egli accusava essere nimicissimi del nome veneziano (■>). 



(1) Senato, Delib. Secr., XXIX, doc. 4 giugno 1480, citato. 

(2} . . . . de voluntate ciusdem basse offendendi, vel una 
cum nobiscum vel sine nobis, moJo id requiratur, tam pontificem 
quam regem Ferdinand um, quos ambos afiìrmabat esse hostes acer- 
rimos nostri dominij. » Ibidem, doc. 23 agosto 1479,0. 32. 32 t.. sem- 
plicemente citato dal Romamn, Storia documentata di Venezia, Ve- 
nezia, Naraiovich, 1855, voi IV. p 3^5. 



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L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 73 



E, fino d' allora, se il Senato con prudenti, ma, quanto 
al fine, insospettabili parole, non avesse declinato V of- 
ferta, che poteva essere accettata in un momento di guerra, 
avremmo veduto le due più potenti armate del Mediterra- 
neo unite ai danni dei nemici di Lorenzo de' Medici (1). 

Passati alcuni mesi da quel prudente rifiuto, del 
quale dovremmo ancora occuparci, comparve T8 di marzo 
del 1480, un altro messo dello stesso pascià (2). Dome- 
nico Malipkro annalista, magistrato, soldato, narra che il 
legato turco parlò dei confini di Schiavonia, d'Albania 
e di Grecia, che voleva regolare a modo suo (3). Alberto 
Cortesi, ambasciatore ferrarese, in una lettera al duca, 
lettera che ne svela i * egreti e colpevoli rapporti con 
qualche patrizio veneto bene informato della cosa, ag- 
giunge che, nelT intento di assalire la Puglia e la Sicilia, 
fu richiesto alla Signoria il passo pe' suoi porti e vetto- 
vaglie, ed espresso il desiderio di mandare a Corfù, isola 
de! dominio veneziano, settanta galere sfornite, perchè 
ivi fossero provviste di tutte le sartie e di ogni altra 
cosa necessaria alla navigazione (4). E, per queste notizie, 



(1) La risposta del Senato si può riassumere così: « Quanto al 
papa e al re, il Pascià sappia che, non ostante i turbamenti e movimenti 
di Toscana c 1' invio delle genti veneziane in soccorso di Lorenzo 
de' Medici, alleato della Repubblica, i cittadini e i mercanti veneziani, 
come quelli napoletani e pontifici in Venezia, non hanno avuto nè 
hanno alcuna molestia nel reame nè nello stato del papa. Senato De- 
lib, Secr. XXIX, doc. 23 ag. 1479, c - 3 2 * Le stesse cose sono ripetute circa 
il re di Napoli in un documento posteriore. Ibidem, doc. 23 settembre 
•479- c - 4i- 

(2) D. Malipiero, Annali Veneti dall'anno 1 4SI al 1500 in Ar* 
chivo St. It. Serie I, t. VII, Firenze 1848 p. 123. 

(3) Ibidem. 

(4) Lettera 27 marzo 1480 di A. Cortesi, ambasciatore ferrarese 
a Venezia, ad Ercole I d' Este, in C. Foucarj>, Fonti di storia napo- 
letana dell Archivio di Stato di Modena, in Archivio storico per le 
Provincie napoletane, Anno \ I, Fase. I e IV, Nupoli 1881, p. 128 



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74 



Nuovo Archivio Veneto 



nota il detto oratore ferrarese la « brigata » stava di « rea- 
lissima voglia » ed erano subito partiti ordini per prov- 
vedere alla sicurezza di Corfù e dei luoghi di Romania 
nonché per raccogliere i navigli, armarli, tenerli pronti, 
vigilare la rotta del Turco, sia verso Rodi sia verso la Pu- 
glia, e impedirla, nel caso che mirasse ai dominii veneti (2). 

Frattanto erano giunte a Costantinopoli le risposte 
della Repubblica date al primo messo di Keduk Achmet, 
che, a suo tempo, dovremo giudicare alterate ad arte da 
quello stesso pa cià, che le aveva trasmesse alla Subli- 
me Porta; e, circa un anno dopo, sbarcava a Venezia, 
ai 29 di aprile del 1480 (3), Osman bey con due lettere 
di Maometto II in data del 17 febbraio del 1480 (4): 
T una riguardante i luoghi strappati alla Repubblica dal 
pascià Achmet, V altra il vivo desiderio del Sultano, che 
il Senato prestasse aiuto e buona compagnia al [detto 
pascià, incaricato di una spedizione marittima, e del 
quale lo stesso Osman bey recapitava altre due lette- 
re (5). E facile comprendere subito V imbarazzo del Se- 
nato per tali richieste, che lo mettevano in una nuova 
e pericolosa necessità di declinarle, tanto più che il Sul- 
tano scriveva di voler così annuire all'invito della Re- 
pubblica (6). E evidente che Keduk Achmet aveva alterato 



(1) Leu. 27 mar. 1480 di A. Cortesi ad Ercole I d'Este « Brigata » 
qui vale governo 

(2) Lettera 29 marzo 1480 dello stesso allo stesso in Foucard, 
op. cit, p. 128. 

(3) D. Malipiero, op. cit., p. 123. 

• (4) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 maggio 14S0 c. 99-99 t, 
citato dal Romanin, op. cit., t. IV, p. 395. 

(5) Ibidem. Non siamo del parere del Cipolla (op. cit., voi. II, p. 
605), secondo il quale il messo del pascià ebbe una risposta così ac- 
corta, che, come provano le posteriori relazioni, a Costantinopoli venne 
ritenuta come una promessa d' aiuto. 

(6) Ibidem. 



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L'opposizione^ diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. 75 

il tenore delle risposte veneziane, conservate in un do- 
cumento inoppugnabile nella raccolta degli atti del Se- 
nato, e di forma così limpida e recisa nella loro prudenza, 
da non lasciar alcun dubbio sul vero senso di esse (1). 
Così la nuova risposta, inviata per lettera al Sultano, è 
una riprova di queir artificio del pascià, che poteva get- 
tare nuovi semi di discordia fra i due popoli. Mai — scri- 
vono con certa fierezza i magistrati della Repubblica a 
Maometto II. — « fo per nuj dicto a Cycaglia, nuntio del 
dicto Achmet, che lui mandò a nui questo anno passato, 
nè ad altri, che in luogo alguno havessamo nemici, nè 
desiderassemo V offesa o male de alguno». Anzi con 
tutti, soggiungevano, abbiamo cercato la pace; e, seb- 
bene quando il « Chichagia» fu a Venezia, l'Italia fosse 
turbata da discordie, quelle non riguardavano menoma- 
mente la Repubblica, come del resto ne è valido argo- 
mento il libero accesso, che ovunque fu allora accordato 
a 1 nostri mercanti. E ben vero che noi intervenimmo in 
favore de 1 nostri amici e collegati, ma a fine di pace e di 
concordia : infatti, composta ogni differenza fra bellige- 
ranti e pacificata tutta Italia, noi non abbiamo, come 
non avemmo prima, alcun nemico. Se altrimenti fosse 
occorso, ed altro dal presente fosse stato il pensiero 
nostro, ad altri non V avremmo comunicato che al Sul- 
tano, col quale questa materia meritava principalmente 
di essere conferita. A Keduk Achmet veramente abbiamo 
scritto, secondo che lo stesso Sultano potrà vedere dalla 
copia delle nostre risposte al pascià, che gli trasmettiamo, 
e alle quali aggiungiamo pure la copia delle prime 
richieste fatte allora da lui, assai più particolari delle 
ultime, quali « non dovemo honestamente far per le 
sopradicte raxon che cusi scmo certi, intesa la verità 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 maggio 1480, c. ijcj. 



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Nuovo Archivio Veneto 



de la cossa, vostra sublimità zudegerà» (i). Dello stesso 
tenore è la lettera al pascià, la chiusa della quale merita 
veramente di essere qui ricordata, per V alto concetto cui 
si ispira: esser cioè «troppo grande infamia et anche 
periculo de tutte le cosse nostre in tuto el mondo 
se non ci essendo data causa, anzi venendo tuti bene e 
pacificamente cum nui, nui mandesamo ad offenderli in 
caxa. loro » (2). 

Pertanto, a discolpa del pascià, non possono valere 
le imprudenti, quanto inconcludenti, parole riflettenti le 
cose d'Italia e i nemici della Repubblica, sfuggite a 
Battista Gritti, bailo veneziano a Costantinopoli, ma non 
giustificate da commissione alcuna, nò da altri documenti 
riguardanti quei fatti, e reputate di poco valore dallo 
stesso Senato, che si limitò a semplici consigli di pru- 
denza (3), poiché mai alcun rapporto era corso tra lui e 
il pascià, dietro le cui particolari esortazioni e informa- 
zioni il Sultano affermava di aver deliberato quella spe- 
dizione contro la Puglia, e di aver chiesto V aiuto della 
Repubblica (4). 

Una sola attenuante quindi rimane al pascià, che 
tuttavia esclude la responsabilità del Senato, derivante 
dalP impressione, che può aver riportato dalle relazioni 
del suo messo circa gli umori e i sentimenti poco bene- 
voli allora nutriti a Venezia verso il papa e il re di 
Napoli. Oltre questa attenuante non può andare il retto 
giudizio dello storico, che non deve confondersi colle 
varie dicerie di complicità veneziana coi Turchi, propa- 



(1) Senato Delib. Secr. XXIX, doc. 15 maggio 1480, c. 99 1. 

(2) Ibidem, citato dal Romamx, op cit. t. IV. p. 396. 

(3) Ibidem, doc. 25 maggio 1480, c. 105, citato dal Romanin, op 
cit., luogo citato. 

(4) Ibidem, doc. 15 maggio 1480, c. 99-99 t. citato. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto 1 V ecc. 77 

late posteriormente, quando costoro presero cT assalto 
Otranto nella Puglia. Resta infine, a coronare l'edificio 
incrollabile della verità, oltre i provvedimenti, presi in 
sua difesa dalla Repubblica, un' ultima e non inopportuna 
osservazione : se Keduk Achmet avesse veramente detto 
la verità, il Sultano e lo stesso pascià avrebbero soppor- 
tato in santa pace la recisa smentita del Senato ? e que- 
sto, alla sua volta, se non avesse avuto piena coscienza 
della onestà delle sue risposte / si sarebbe permesso, con- 
sapevole dell' impetuoso e impulsivo carattere turco e 
della debolezza, già altra volta deplorata, del proprio 
naviglio, di ricorrere ad un espediente di difesa pericoloso 
e vano, e, più di ogni altro, atto a scatenare una fiera 
tempesta si i possedimenti veneti del Levante, così vicini 
ai Turchi e così indifesi, e sulla stessa metropoli, re- 
sponsabile di una così indegna manovra diplomatica, non 
comportabile colla fine scaltrezza di quei tempi rimasti 
celebri per le sottili arti della .diplomazia italiana in ge- 
nere, e della veneziana in specie? Sta invece il fatto, che 
i Turchi, pur mettendo in effetto il loro progetto sulla 
Puglia, non alzarono un dito per colpire i Veneziani, e 
questi, non a guari, poterono regolare ogni differenza 
di confine; e la testimonianza del Sadoleto, il quale, man- 
dato dal duca di Calabria a Valona, nell'aprile del 1481, 
per trattare dello scambio dei prigionieri, "apprese dallo 
stesso Achmet che il u suo signore haveva havuto gran 
cagione di venire alli danni del signor re, perchè lo 
teneva per fratello et haveva con lui buona pace, ma 
lo signor re li ha facto molte cose contrarie, come è 
havere receptato tante volte tanti inimici del suo gran 
signore et factoli grandi. Et poi non volse ascoltare 
suo ambassatore ne leggere sua lederà, per le quali 
epso gran signore si doleva seco di tali receptamenti. 
Così il suo imbassatore che fo Caco/anni lo prese et 
sempre lo ha tenuto presone et male tractato. Et che 
questa sola è stata la cagione che lo suo signore ha 



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7«. 



Nuovo Archivio Veneto 



mosso guerra a sua Signoria, la quale fino a queslo dì 
è siala una ciancia rispetto di quello ha ad seguire se 
sua signoria non viene ad humiliarse . . . (i) ». 

Altra testimonianza di grande valore, che completa 
il racconto del Sadoleto, è quella dell' ambasciatore turco, 
arrivato sulla fine di settembre del 1 48 r a Napoli, per 
trattare la pace col re Ferdinando, allorché Otranto sta- 
va per capitolare nelle mani d 1 Alfonso duca di Calabria, 
e pareva che le armi cristiane volessero unirsi in una 
crociata contro il nemico della fede, bisognoso a sua volta 
di raccoglimento per rivolgere tutti i suoi sforzi nelT in- 
terno dell 1 impero, dove, dopo la morte di Maometto II, 
erano scoppiati gravissimi torbidi. Ebbene queir amba- 
sciatore, il quale avrebbe potuto impunemente gettare 
tutta la colpa delP invasione turca in Puglia sui Vene- 
ziani, e agevolare con tale spediente i negoziati di pace, 
non proferi una parola contro la Repubblica: «... /b e/ 
bassi* (Achmet) — egli narrò — che sempre lo (Mao- 
metto II) stimolò dandogli ad intendere che questo si- 
gnor Re era suo inimico et che 7 non lo extimava, et 
che f l receptava non solamente li inimici de epso turco, 
ma che gli donava stato in questo reame, perchè col 
tempo potessero nocere a lui o a fìoli et corno male ha- 
pepa tractato suo ambassatore et molte altre cosse » (2). 



(1) Copia lirterarum Ill. m0 duci Calabrie ex Saxon per Nicolaum 
Sadoletum del 15 aprile 1481, inclusa in un dispaccio dello stesso 
Sadoleto al duca Ercole I d' Este del . . . aprile 1481. Questi due do- 
cumenti che pubblicheremo in Appendice, non figurano nella già 
citata opera del Foucard, e sono tuttora inediti. Devo poi notare che 
i documenti estensi, che non sono accompagnati dalla citazione del Fou- 
card, e che fanno parte del lungo e importante epistolario del Sadoleto, 
sono tutti inediti e citati per la prima volta in questo scritto. E ciò 
a scanso di equivoci. 

(2) Lettera 29 settembre 14S1 di N. Sadoleto al duca Ercole I 
d' Este Anche questa lettera è un interessantissimo documento che 



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V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 79 

Noi abbiamo tenuto conto per ora solamente degli 
elementi più essenziali e diretti per giudicare della con- 
dotta dei Veneziani, di quegli elementi, che costituiscono 
il fondamento delP accusa e della difesa. Di quanto si è 
detto e scritto dopo lo sbarco dei Turchi a Otranto 
contro i Veneziani non abbiamo creduto di far parola, 
perchè intendiamo occuparci più innanzi, e perchè ci 
troviamo di fronte a congetture, a opinioni, a giudizi 
personali, a interpretazioni fallaci, a supposizioni più o 
meno verosimili e a fatti tali, che se allora potevano coo- 
nestare accuse, oggi, smentiti da prove inoppugnabili, 
non hanno più alcuna importanza. 

Per parte nostra siamo dell' opinione che i Turchi 
non ebbero bisogno alcuno degli eccitamenti altrui per 
muovere alla conquista della Puglia, animati da un istin- 



pubblicheremo in Appendice. — Il Fossati nel suo opuscolo Sulle 
cause dell' invasione turca in Italia nel 1480 (Vigevano, Unione Ti- 
pografica Vigevanese,, 1901) dopo aver trascritto a pag. 5 un brano di 
una lettera dell' ambasciatore milanese Trotto, aggiunge a pag» 6 : « V'è 
di più qualche altra testimonianza a carico dei Veneziani. 11 Foucard 
accingendosi a dare alla luce le fonti della stpria napoletana dell' Ar- 
chivio di Stato di Modena, asserì che in esse si sarebbero trovate le 
dichiarazioni confidenziali dell'ambasciatore turco ai Re sulle cause 
dell' invasione, dichiarazioni, che egli giudicava importantissime. Ma 
non compì 1' opera intrapresa, onde nulla si venne a sapere. Notiamo 
tuttavia, poiché con ogni verosimiglianza si tratta della stessa cosa ì 
come anche il Capponi ha ricordato la confessione di un ambasciatore 
turco a Ferdinando, che attribuiva V impresa di Otranto alle sug- 
gestioni dei Vnepani » — E evidente che l' ipotesi del Fossati, 

basata su quanto scrive il Capponi, è priva di fondamento, giacche le 
notizie autentiche del Sadoleto provano due cose: i.che l'ambascia- 
tore turco non parlò affatto dei Veneziani ; 2. che esse furono subito 
contorte e svisate ad arte e poscia divulgate, affinchè nuovi semi di 
discordia cadessero fra la Repubblica, restia a entrar in bizza contro 
il Turco, e i potentati cristiani, spinti dal re Ferdinando a unirsi in 
una crociata contro quello per recuperare Orranto. 



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8o 



Nuovo Arcìiivio Veneto 



tivo desiderio di conquista, proprio di un popolo nuovo 
ed esuberante di energie, e per di più guidato da un 
uomo della mente e dell 1 animo di Maometto II, il trion- 
fatore di Costantinopoli, il quale, cinto della corona dei 
Cesari d' Oriente, poteva bene vagheggiare la ricostitu- 
zione delT impero bizantino, forte di quei diritti tanto 
irrisi e violati dai suoi predecessori e da lui stesso, ma 
ora divenuti, per ragione della conquista e della fede 
musulmana, altrettanto sacri e inviolabili (i). 

Degli ordini all'ammiraglio Vcttor Soranzo, delle 
istruzioni a Niccolò Cocco, ambasciatore a Costantinopoli, 
intese a stornare la progettata impresa turca contro la 
Puglia (2), della risposta data air inviato del Sultano, 
doveva il Barbaro informare particolarmente il papa, 
senza alcum testimonio, in luogo appartato, per svol- 
gerlo assieme al nipote Girolamo, dalla guerra e da no- 
vità, che potevano attirare i Turchi non solo contro il 
reame di Napoli, ma anche, come ne dubitavano i magi- 
strati veneti, contro la stessa Repubblica (3). 



(1) Il dott. Felice Fossati, che si è occupato di proposito, come 
si è scritto, sulle cause deir invasione turca del 1480 in Italia, dopo 
aver esaminato le molteplici fonti contemporanee e posteriori, così 

conclude: « La ragione prima della venuta di Kedtlk Ahmed 

fu una ragione storica, per la quale uno stato conquistatore deve, 
quasi, continuare nella via incominciata, resa più efficace dal carat- 
tere, dalla natura t dalla fortuna di Maometto: la vicinanja del- 
l' Julia, specie del suo tallone, air Oriente, le discordie de' suoi stati, 
V invito, o almeno, il contegno di Venezia, le sollecitazioni del pascià 
stesso poterono, in diverso grado, affrettarla, come V imprigiona- 
mento di alcuni turchi con la negata restituzione di una donna, e, 
anche /' invio degli aiuti a Rodi poterono offrirne i prelesti per giu- 
stificare poi i fatti compiuti, ma non più in la ». F. Fossati, Sulle 
cause dell* invasione turca in Italia nel 1480, Vigevano, Unione Ti- 
pografica Vigevanese, 1901, pp. 20, 21. Ciò è quanto, presso a poco, 
pensiamo anche noi. 

(2) Ibidem, doc. 15 maggio 1480, ce. 99 t. 100. 

(3) Ibidem, doc. 4 giugno 1480, c. 108-108 t. citato. 



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L' opposi? ione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 81 

L' altro oggetto importantissimo, in rapporto sem- 
pre col pericolo turco, meritevole di tutta la cura del- 
l' oratore veneziano, era quello della lega generale, cal- 
deggiata dai confederati di Napoli, e promossa, già da 
lungo tempo, dal re di Francia (1). 

Luigi XI, uomo di carattere inquieto e bramoso di 
conquiste, aveva compreso che il miglior modo di con- 
ciliarsi gF Italiani era quello d'avere V aria di preparare 
una spedizione in Oriente (2). Cosi, in un suo scritto 
molto studiato (20 nov. 1478) (3), il re si faceva quasi 
l'apostolo di una nuova crociata; poi cercava di dimo- 
strare la necessità per la Cristianità di unire le sue forze 
al fine di respingere gli Ottomani, e incitava tutti gli stati 
cristiani a sospendere le loro querele per consacrarsi a 
questa spedizione ; per la qual cosa egli aveva convocato un 
congresso a Lione. E, poiché il papa era allora in conflitto 
coi Fiorentini, faceva appello ai sentimenti cristiani del 
capo della Chiesa, affinchè non volesse continuare una 
guerra, che distraeva le forze di Firenze e di Venezia 
dal loro oggetto naturale, la difesa d' Italia contro i ne- 
mici della fede. Reclamava infine una tregua, a cagion 
della quale, mentre egli si occuperebbe a praticare un 
accomodamento, i belligeranti potrebbero volgere le loro 
armi contro i Maomettani (4). Ma gli stati italiani non 
risposero air appello di Luigi XI, compresa Venezia, la 
quale invece strinse pace coi Turchi, e, per di più, pre- 
occupata delle mene del re per conchiudere una lega 
generale e una generale spedizione contro gli Ottomani, 



(1) Ibidem. 

(2) P. M. Perret, Histoire des Relations de la France avec Venise 
du XlIIe siede a 1' avenement de Charles Vili. Paris, Welter, 1896, 
voi. II, cap. IX, p. 148. 

(3) Ibidem. 

(4) Ibidem. 

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Nuovo Archìvio Veneto 



reputata assolutamente contraria alla salute e alla inco- 
lumità dello stato, scrisse al suo ambasciatore Sebastiano 
Badoero a Roma di guardarsi bene « ab omni responsione 
verbo et nutu, qui spem aut suspitionem aliquam alicui 
dari posset nos ab nostra immutabili dispositene ser- 
varteli illibatam pacem per nos cum turco factam esse 
deviaturos», e concluse: «estote excitatus ne maligne 
artes rebus nostris afficere valeant » (i). 

Tuttavia il re francese non si diede per vinto, e 
mandò al papa, sul principio del 1480, tre ambasciatori, 
che giunsero a Roma agli 8 di marzo (2). Costoro avevano 
pieno mandato di contrarre, in nome del re, lega con 
qualunque potentato italiano contro il temuto Turco, 
e di promettere alla Repubblica perpetua pace qua- 
lora prendesse le armi contro quel popolo, e di darle 
« bona promessa dentro da Venetia, de mandare la por- 
tione sua singulis annis, per spendere in dieta impresa 
contra el Turco » (3), al cui esito felice, secondo i cal- 
coli di Luigi XI, occorreva la somma di un milione c 
duecentomila ducati così ripartita: tutta Italia ducati 
400,000, l'imperatore con tutta la Germania alta 200,000; 
il duca Massimiliano di Borgogna con tutti i suoi domi- 
mi 100,000; il re d' Inghilterra 100,000; il re di Spagna 
100,000, il re di Francia 300,000 (4). 

Gli agenti di Napoli, di Milano e di Firenze par- 
vero accogliere caldamente queste proposte; anzi, il 19 
di marzo del 1480, si riunirono presso il papa per trat- 
tare del grave argomento con gli oratori francesi, già 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 16 marzo 1479, c. 3 

(2) P. M. Perret, op. cit., voi. II, p. 206. 

(3) Dispaccio 9 marzo 14S0 in J. Chmeel, Brìefe und ActenstUcke 
fur Oeschichte der Her^oge von Mailand voti 1452*15 13, in Noti- 
jenblatt de /' Academie de Vienne, t. VI, 1856, p. 249. 

(4) Ibidem, p. 250. 



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L'opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 83 

informati da un precedente colloquio coir ambasciatore 
veneziano del pensiero della Repubblica, contrario alle 
proposte del re, per non provocare con un atto impru- 
dente, un 1 altra volta, alle spalle i Turchi, combattuti 
per ventidue anni senza V aiuto di potenza alcuna, e 
pronti a scagliarsi, per terra e per mare, sul dominio ve- 
neto così vicino al loro impero (1). 

Di quella lunga conferenza abbiamo un 1 ampia re- 
lazione collegiale degli oratori italiani ai loro governi, 
degna veramente di essere qui ricordata. Erano presenti 
gli* oratori milanesi, il napoletano, il fiorentino, il ferra- 
rese, i francesi, i cardinali deputati e il papa. Questi prese 
per primo la parola. Premise che il re di Francia, per 
più ragioni, V aveva fatto certo del suo cristianissimo 
proposito, ma ora V aveva fatto più certo, poiché, in 
seguito alla pubblicazione della bolla pontificia contro i 
Turchi, aveva mandato i propri ambasciatori, per mezzo 
dei quali confortava l'unione d'Italia e la rimozione di 
ogni differenza, come mezzo necessarissimo della spedi- 
zione, se si voleva veramente trarre da questa, bene alcuno. 
Le quali cose, seguitava il papa, erano sempre state da lui 
lodate, poiché V unione caldeggiata dal re era pure co- 
mandata da Cristo, e intesa a produrre buoni elfetti. 
Concludeva col dire, che Luigi XI offriva di collegarsi con 
tutte le potenze d' Italia e d' Europa, e di dare 200,000 
scudi del proprio e 100,000 del clero francese con li- 
cenza del sommo pontefice per la detta impresa turca, 
al buon esito della quale occorreva la somtna di un mi- 
lione c duecento mila ducati, ripartita fra V Italia, la Ger- 



(1) Ibidem, doc. 20 marzo 1480, pp. 252-253. Il dire che i Vene- 
ziani combatterono per ventidue anni contro i Turchi è una esage- 
razione. I documenti veneti parlano sempre di diciasette anni di 
guerra. 



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Nuovo Archivio Veneto 



mania, la Spagna, Y Inghilterra, la Borgogna, la Fran- 
cia (i). 

Udite tali parole, confermate dagli ambasciatori fran- 
cesi, parve ai rappresentanti delle potenze italiane di 
doversi, con licenza del papa, appartare per concre- 
tare una comune risposta, attesa la comune volontà 
di propositi. Concertato il tenore della risposta, parlò 
per tutti Anello Arcamone, ambasciatore del re di Na- 
poli, pronto di parola e acuto di mente. Ringraziò il re 
francese, e dichiarò di accettarne e abbracciarne di buon 
grado le proposte, per venire, al più presto possibile, 
ad una pratica conclusione, a cagione delle condizioni 
d 1 Italia e della Cristianità, cui urgevano piuttosto fatti 
che parole. E siccome il papa aveva fatto osservare, tra 
l'altro, che gli ambasciatori italiani dovessero scrivere ai 
loro governi per informarli di quella nuova pratica del 
re, e per aver consiglio e regolare mandato di condurre 
a termine la bisogna; così fu fatto tanto nei riguardi 
della stipulazione della lega contro V « immanissimo » 
turco, quanto in quelli della contribuzione in danaro. 

Congedatisi dal papa, il quale aveva promesso 
di scrivere a tutti i confederati di Napoli e alle altre 
potenze d' Italia, alludendo ai Veneziani, tutti gli ora- 
tori continuarono a intrattenersi del grave argomento, 
intorno al quale i francesi dichiararono che nulla pote- 
vano conchiuderc senza il concorso di Venezia, già pre- 
ventivamente informata del pensiero del loro re per 
mezzo di un ambasciatore speciale. Ad ogni modo, qua- 
lora s'incontrassero difficoltà, soggiungevano, potrebbe il 
papa costringerla a entrare nella lega con le censure (2). 

Si comprende come, in queir importante discussio- 



(1) Ibidem, docr 20 marzo 1480, pp. 2 53-2 54-25S-2 56. 

(2) Ibidem. 



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U opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 85 

ne, Foratore, prescelto a parlare dai colleghi, fosse stato 
Anello Arcamone, non solo per la sua qualità di rap- 
presentante del maggiore e più minacciato stato della 
lega di Napoli, ma anche per la stima in cui era tenuto 
per il senno, per l'astuzia e per le eminenti doti diploma- 
tiche. L'attività di quest'uomo, destinato a triste fine, 
diventa veramente meravigliosa allorquando cominciano 
a trasparire le intime relazioni fra i Veneziani e il papa, 
e con sorpresa generale, spunta sulF orizzonte politico 
della penisola la nuova dell'alleanza veneto pontificia, 
contratta mentre tutti credevano che il papa non sognasse 
altro che la crociata. D'allora in poi, ripetiamo, Fatti- 
vità delF Arcamone — conosciuto più sotto il nome di 
Anello — diventa meravigliosa, nò rista un sol momen- 
to, nonostante gl'inevitabili insuccessi, dalFinsidiare quel- 
F unione, ne sarà pago dell' opera sua finché non cadrà 
infranta ogni relazione fra i due potentati italiani. 

Sarebbe un fuor d 1 opera il voler seguire il lavoro 
sottile dell'oratore napoletano ne' suoi particolari; basta 
ora vedere quali pratiche furono fatte presso la Repub- 
blica per attirarla nella lega generale contro i Turchi e 
con quale risultato. Conviene, innanzi tutto, premettere 
che in queste pratiche la diplomazia napoletana trovava 
un terreno poco preparato. Parecchi anni avanti avrebbe 
trovato nel governo veneto grande accoglienza; ma ora, 
dopo la lunga guerra, sostenuta per diciasette anni con- 
tro gli Ottomani, sitibondi di sangue cristiano, senza il 
concorso dei gelosi potentati italiani, compreso il sommo 
pontefice, certo grandi difficoltà sarebbero sorte (1). 



(1) « Di quella guerra — scrive il Manfroni — che si chiuse nel 
1479, e ^ a ^ a quale (Venezia) uscì con la perdita di molte delle sue 
ricche colonie, abbiamo parlato rapidamente altrove .... Occorre però 
far rilevare, in questa occasione, il contegno di Firenze, i cui amba- 



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Nuovo Archìvio Veneto 



Quella guerra non era stata un semplice episodio, 
ma una lunga e dolorosa pagina della storia della Re- 
pubblica, dove, accanto alle patite sconfitte, ai nomi glo- 



ssatori mandati a Rema per trattare la lega con Pio II, per tutta 
risposta alle calde parole, che Cristoforo Moro aveva rivolto alla Re- 
pubblica, perchè prendesse parte alla spedizione contro i Turchi, non 
dubitarono di seminare zizzania tra il Papa e i Veneziani, esponendo 
a Pio II i sospetti loro, che V insaziabile avidità di dominio, che aveva 
la Repubblica, non trascinasse a rovina V intiera Italia »- ■ Che fai — 
dicevano al Papa — che fai, o Sommo Pontefice? Se f rai guerre ai 
Turchi, renderai V Italia schiava dei Veneti. Tuttociò che si acquisterà 
in Grecia, sarà dei Veneziani, i qusli, sottomessa la Grecia, rivolge- 
ranno le loro forze verso I' Italia. Sono un popolo insaziabile di do- 
minio i Veneziani, son loro che han provocato i Turchi .... lascia 
che si combattano fra di loro; la loro debolezza e rovina sarà la sa- 
salute d'Italia». «Così si parlava a Roma della Repubblica di Vene- 
zia; così interpreti dei sentimenti di altri Italiani, gli ambasciatori fio- 
rentini trattavano quel popolo che scendeva in campo per difendere 
l'Italia dalle invasioni turche. E questo odio, cui certo Venezia colla 
sua sete di dominio aveva dato occasione e pretesto, quest' odio bieco 
e feroce spingeva gli stessi Fiorentini a far feste e luminarie a Co- 
stantinopoli per la caduta delle colonie venete in Marea nel 1465 e, 
come dice con frase scultoria Benedeto Dei a soffiar nel bossolo per 
far schioppare di rabbia i Veneziani, e per mostrare al Turco € che 
anche i Fiorentini avevano buoni banchi, e più chase e più fondachi 
e più mercantie di drappi e di pjnni che non ebbono mai nessuna 
nazione». « Invero è triste - continua giustamente il Manfroni — lo 
studio di questo perioJo della nostra storia; e sconfortante 1' esame di 
tante brutture — i mercanti Fiorentini esercitavano per conto del sul- 
tano lo spionaggio in Europa — per le quali i nostri maggiori, che 
in tutto avevano il primato, scesero a grado a grado sempre più in basso 
e meritarono la servitù e disprezzo degli stranieri. Ma da queste ricer- 
che, che pochi hanno tentato e nessuno ancora ha cercato di coordi- 
nare e di raggruppare alla storia politica, sfolgorante appare la ve- 
rità a cancellare ingiuste prevenzioni ed interessate accuse y a spie- 
garci le cause segrete di quella politica veneziana, che fu sino ad 
oggi argomento di calorose discussioni » Cfr. C Manfroni, Storia 
della Marina Italiana dalla Caiuta di Costantinopoli alla battaglia 
di Lepanto, Roma, Forzani, 1897, cap. IV, pp. 50-51. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 87 

n'osi di Paolo Erizzo, di Pietro Mocenigo, di Antonio Lo- 
redano, agli eroismi di Negroponte, di Croia, di Scutari, 
tace il ricordo dei fratelli accorsi a soccorrere i fratelli 
e la fede di Cristo, che i pochi e derelitti superstiti delle 
smantellate e incendiate città, portavano ne'loro cuori lon- 
tano lontano, dopo aver veduto la devastazione de' santi 
luoghi, ancora echeggianti delle supplici preci al Dio dei 
Cristiani. Quella guerra, lunghissima per tempo, grandis- 
sima per eroici fatti e magnanime virtù, infelice per fallite 
imprese e inani sforzi, aveva stretto in un amplesso 
e in uno sforzo sublime tutti i cuori e tutte le menti, 
cui la visione terribile della patria in pericolo infiam- 
mava a nuovi ardimenti e piegava a nuovi sacrifici. Nulla 
fu risparmiato: non gli ordinari e straordinari balzelli, 
non le imposizioni alle città soggette, non i prestiti, non 
il sangue di tanti cospicui cittadini, non le ambascerie, 
succedentisi con febbrile vicenda, a tutti i potentati d' Eu- 
ropa, e a' principi dell'estremo Oriente. Nessuno, den- 
tro i confini del dominio, mancò dal rispondere all' ap- 
pello; ma, al di fuori, specialmente fra i potentati d'Ita- 
lia c d' Europa, sempre incerti e gelosi, meno qualcuno, 
la parola della corcordia e P incitamento alla comune di- 
fesa caddero nel vuoto. Ogni giorno più, cresceva l'iso- 
lamento della fiera Repubblica, la quale, negli sconforti 
dell' abbandono e nelle vane speranze, sperimentava, 
come s'è detto, a proprie spese, lo zelo degli stati cri- 
stiani per la salvezza della religione, e la fallacia delle 
promesse d'aiuti, di cui erano larghissimi, senza avere il 
proposito di mantenerli. In tale condizione di cose era 
naturale che la condota degli stati cristiani lasciasse nella 
mente dei Veneziani un ricordo disgustoso e un* idea 
incancellabile non solo di pochezza, ma anche di dop- 
piezza, che si mutò in stretta neutralità, allorquando 
minacciati essi stessi dallo stesso feroce nemico, chiesero 
più tardi, dopo la pace fatta dalla Repubblica col Turco, 
aiuto efficace e quella lega generale, che sempre, con 



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Nuovo Archivio Veneto 



politica sapienza, avevano cercato di evitare. Aggiungi 
a tutto questo che, nella guerra turca di cui abbiamo 
parlato, a Venezia non dovettero certamente sfuggire 
due cose: la grande, anzi immensa, potenza degli Otto- 
mani, e la fatalità del loro cammino verso V Occidente. 
Di fronte quindi alla gravità di questi due fatti, alla 
subdola ignavia dei principi cristiani, e alla debolezza 
della propria armata stremala in tante battaglie, sarebbe 
stato, agli occhi dell'assennato governo veneto, un errore 
il continuare allora in una politica che avrebbe costato 
oltre alla perdita delle ricche colonie e all' interdizione 
de'traffici nel mar Nero e nelle altre acque dell 1 Oriente, 
una spesa immane, superiore alle forze della Repubblica. 
Onde, dopo la pace conchiusa nel gennaio del 1479, ma 
che ebbe la sua ratifica solo nell'anno seguente, appare 
manifesto il concetto informatore della politica di Vene- 
zia, desiderosa solamente di mantenere con trattati e ne- 
goziati pacifici T equilibrio nelT Oriente, dove i Turchi, 
per audacia di popolo e di principi, per ogni sorta di 
armi e di danaro, tenevano un predominio incontra- 
strato (1). 



(1) Così scrive il Perret: a Gli interessi della Cristianità a lei 
(a Venezia) erano indifferenti, e la sua condotta si regolava unica- 
mente sulla necessità del commercio; ora egli è evidente che questa 
richiedesse imperiosamente la pace dell' Arcipelago e delle isole del 
Levante. Venezia sapeva anche che l' era della fede .... era finita, 
che i conflitti materiali e d'amor proprio impedirebbero la riuscita 
di tutto il progetto di una comune spedizione. Il gioco era stato froppo 
pericoloso d' incoraggiare i governi cristiani per rischiare d'essere 
abbandonati soli in faccia al nemico ereditario. L'intesa (coi Turchi) 
era precisamente cordiale in questo momento, dopo che Gentile Bel- 
lini s' era portato a Costantinopoli per dipingere il ritratto di Mao- 
metto II. E sarebbe stata follia distruggere qnesti buoni rapporti, per 
una sentimentalità inopportuna .... Cfr. P. M. Perret, op. cit., voi. 
II, pp 206-207. Quanto a Gentile Bellini a Costantinopoli, cfr. l'opera 
del Thuasxe, Gentile Bellini et le SulLvi Mohammed li, Paris, 1888. 



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L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 89 

Gli armamenti, testé ricordati, erano stati fatti solo 
per evitare una sorpresa: del resto era fermo proponi- 
mento della Repubblica di contenersi colla massima pru- 
denza verso i Turchi per non provocarli in qualsivo- 
glia modo, e tanto meno coli' aderire ad una crociata. 
Non mancarono quindi, al primo accenno di neutralità, 
acerbi rimproveri di nemici, e, più tardi, passato la spa- 
vento dell' invasione turca, di scrittori, che usarono, per 
chiamare i Veneziani, il termine dispregiativo di mer- 
canti. Ma grandi mercanti, a parer nostro, fattori della 
più possente patria; mercanti statisti e ideatori di una 
delle più ardite e complesse costituzioni, palladio della 
sicurezza interna e dell'esterno splendore; creatori della 
più bella città, in cui l'occhio si culla nelle visioni più 
pure ed elevate dell' arte, e V anima, inebriata da quella 
superba gloria di lin^-e e di colori, ovunque prorompente 
dai pubblici e privati edifici, dalle cose sacre e profane, 
ne porta con sè, nel tempo e nello spazio, la vivissima 
e dolcissima impressione; mercanti eroi, che le deboli 
fusle del traffico scambiarono con le guerresche galee,, 
e col sangue difesero ancora per tanti anni da soli i 
cari acquisti dell'Oriente, campioni ad un tempo del pa- 
triottismo e della fede. 

Per ritornare alla diplomazia napoletana, diremo che 
le prime proposte fatte direttamente alla Repubblica 
furono di entrare nella lega di Napoli, per mezzo di un 
inviato (1), ma invano. Le stesse proposte furono fatte a 
Sisto IV, il quale interpellò la RepubbMca « an scilicet 
ingrediendum in ili ud sit sive ab ambobus nobis, sive ab 
altero, .sive a neutro nostrum » (2), e n'ebbe il consiglio 
di tenersi lontano da ogni partecipazione (3). 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 14 aprile 1480, c. 89 t. 

(2) Ibidem, doc. 29 aprile 1480, c. 95- 95 t. al card. Foscari. 

(3) Il papa chiese, come si è detto: « an ingreJienJum in illud sit 



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Nuovo Archivio Veneto 



In maggio, in seguito a questi risultati negativi, A- 
nello Arcamone, spalleggiato dai Milanesi e dai Fioren- 
tini, concretò un'altra proposta, che menava allo stesso 
fine : rompere le leghe particolari e stringerne una ge- 
nerale (i). Ma anche questa fu subito attraversata dal- 
l' opera di Venezia, come rilevasi da un dispaccio a Zac- 
caria Barbaro, nel quale sono contenute le istruzioni per 
dissuadere il papa da qualsiasi passo, e alcune conside- 
razioni per dimostrare l'opportunità di conservare inte- 
gra e indissolubile V alleanza veneto-pontificia « utile, 
comodun et honorabile et sufficientissimum non solum 
ad tutamentum et securitatem communium statuum sed 
etiam ad stabilimentum et pcrpetuitatem universalis pacis 
et quietis •> (2). 

Qui non finiva il compito dell' orator veneto, giac- 
che stava a cuore alla Repubblica che, qualora egli fosse 



sive ab ambobus nobis, sive ab altero, sivc a neutro nostrum, quonìam 
S. S. factura est quantum probari a nobis inttllexerit », Ibidem. E 
il Senato così rispose «... Quod finis propositus noster in hoc fe- 
dere, preter tutamentum et conservationem statum quietemque et tran- 
quillitatem comunem, fuit etiam conservatio honoris et reputationis 
utriusque sed presertim istius S. Sedis et beatitudinis S. P., quibus 
rebus si per fedus consultum sapienter est, longe magis consuletur 
per eiusdem federis stabilimentum et fugam cuiuscumque rei, que 
quatere illud aut aliquo modo infirmare valeat, ut proculdubio qua- 
tere videretur aut ratificano sive ingressio federis Neapolitani, aut nova 
aliqua forma, que in rebus Italie introduceretur, haberet etiam iuditio 
nostro suprascripti Neapolitani federis ratificano et ingressus ultra mon- 
strositatem de qua vos in vestris litteris facitis mentionem hoc aliud 
genus preposteritatis et perfectionis ordinis naturalis, quod caput in 
sublimi parte corporis locatum et reliqua membra ordine et imperio 
nature regat et gubernet, ab ipsis regi et gubcrnari infirmioribus mem- 
bris videretur si Summus Pontifex supremus omnium princeps et do- 
minus ad aliena federa et societates trahereturo. Ibidem. 

(1) Ibidem, doc. 25 maggio 1480, c. 103-103 t. citato. 

(2) Ibidem, doc. 4 giugno 1480 c. 108-108 t. al Barbaro, citato. 



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// opposi f ione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 91 

interrogato sull' ingresso di Genova nella lega veneto- 
pontificia, cercasse di evitare una simile unione, dan- 
nosa per i torbidi che affliggevano continuamente quella 
città, teste ribellatasi ai Milanesi, e sgradita per i danni 
da essa inflitti ai Veneziani in diverse occasioni; e in- 
vece propugnasse, qualora il papa insistesse nel suo 
proposito, una lega particolare, senza V intervento di Ve- 
nezia (1). Conveniva poi il Senato negli altri desideri di 
Sisto IV, e ripeteva quanto aveva scritto al Foscari circa 
la condotta di Galeotto Manfredi; e infine ricordava al- 
l' oratore di rendere i dovuti omaggi al Riario, a Gio- 
vanni della Rovere, prefetto di Roma, ai cardinali e, spe- 
cialmente, al cardinale Savelli (2), e di fare una viva 
raccomandazione al papa e al nipote prediletto di guar- 
darsi bene dal tentare una spedizione contro Pesaro, 
sempre da loro accarezzata, come appariva da una re- 
cente lettera del Foscari, il quale informava anche il Se- 
nato intorno alla disposizione del duca di Ferrara, dei Luc- 
chesi e dei Senesi, eccitati ad entrare nella lega veneto-pon- 
tificia. Quanto al duca di Ferrara, il Foscari avanzava 
il dubbio che fosse più propenso ad entrare in quella 
di Napoli, e anzi avesse già deliberato di entrarvi, tutta- 
via opinava che non si dovesse desistere dai tentativi per 
rimuoverlo da quel proposito; quanto ai Lucchesi, sog- 
giungeva che nulla era da fare, poiché erano già entrati 
nella lega napoletana; quanto infine ai Senesi, concludeva, 
bisognava adoperare ogni mezzo per averli amici (3). 

Il Barbaro affrettò il suo viaggio. Il 10 di giugno 
il Senato aveva già ricevuto sue lettere da Rimini, da 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 4 giugno 1480, c. 108. 

(2) Ibidem. 

(3) Alla commissione del Barbaro era allegato l'elenco dei colle- 
gati prescelti dalla Repubblica a far parte dell' allenza veneto pontificia. 
Ibidem. 



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Nuovo Archivio Veneto 



Urbino, da Gubbio e da altri luoghi. Coir ultima Fora- 
tore informava dell' esito delle sue pratiche col duca di 
Urbino, il quale aveva lodato non solo la saggezza 
delle ragioni del Senato, ma anche dimostrato la volontà 
di raffreddare F ardore bellicoso del papa (i), come del 
resto ci è già noto pei dispacci del Sadoleto al duca di 
Ferrara (2). 

Dopo le dichiarazioni del Montefeltro, il Senato, pen- 
sando che le parole di costui e le notizie di minacce 
turche, venute da Otranto, avessero modificate le ime 
zioni del papa, scrisse al Barbaro, già giunto a Roma 
di non far parola sulF argomento di Pesaro, e di aspet- 
tare invece a parlarne, secondo le istruzioni, solo nel 
caso che ne fosse costretto (3). E perchè ciò? Non era 
forse nel famoso trattato delF alleanza veneto-pontificia 
dell'aprile del 1480 un articolo pel quale si lasciava pie- 
na libertà al papa di punire Costanzo Sforza ? Nessuno 
dei governanti della Repubblica poteva negare la cosa; 
ma essi obiettavano, d' altra parte, di essersi sempre 
dichiarati contrari alla guerra. Ed ora tanto più senti- 
vano quella contrarietà a cagione della minacciata inva- 
sione turca, già annunciata da un messo turco comparso 
a Venezia, e da lettere ricevute dal re di Napoli (4), la 
qual cosa non solo pareva dovere commovere il regno na- 
poletano, ma anche Roma e la Curia, e far trepidare tutta 
la penisola (5). QuaF altro fatto sarebbe stato più peri- 
coloso e condannabile, pensavano quei magistrati, che 
F accendere una guerra intestina, quando il nemico della 



(1) Senato, Delib. Sec. XXIX, doc 13 giugno 1480,00. not. uh 

(2) Lettera 28 maggio 1480 del Sadoleto a Ercole I d' Este citata. 

(3) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 2 giugno 1480,00. 107-107 t. 

108. 

(4) Ibidem 

(5) Ibidem. 



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L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 93 



Cristianità era alle porte cT Italia, proprio air indomani 
della alleanza veneto-pontificia, stretta per mantenere la 
pace universale (1)? E poi, dato che questo pericolo non 
fosse tanto imminente, conveniva gettarsi a capo fitto 
in un'impresa così arrischiata? Se il re di Napoli, i Mi- 
lanesi e i Fiorentini erano amici di Costanzo Sforza, 
prima che le armi pontifice avessero preso Pesaro, la 
guerra sarebbe divampata per tutta l'Italia; se invece il 
re di Napoli, e con lui i suoi alleati, mostrava, come 
voleva far credere il Riario, di non opporsi all'impresa, 
il soprassedere e V indugiare ne avrebbero meglio chia- 
rito le intenzioni (2). In conformità a tali considerazioni, 
i magistrati veneti non potevano a meno di non racco- 
mandare ancora al Barbaro di stringere vieppiù i vin- 
coli d' alleanza col papa e di cercare tutti i mezzi per 
tener lontana la guerra (3). 

Era questo un compito assai difficile, tanto più che 
si trattava di smuovere, più che il papa, il conte Giro- 
lamo, così avido di potere e di stato. Ma, questa volta, 
pare che le considerazioni di Venezia, congiunte alle dif- 
ficoltà militari dell 1 impresa e ai tanto strombazzati pre- 
parativi bellicosi di Napoli e di Milano in difesa di Pe- 
saro, facessero breccia sull' animo del folle nipote di 
Sisto IV, e il distraessero da quella pericolosa spedizione. 
Se non che la sua mente ristretta, piena di sogni di do- 
minio, non poteva acquietarsi al pensiero di dover rinun- 
ciare alle sognate conquiste. Ci voleva tosto un 1 altra 
vittima, e fu subito trovata : Galeotto, signore di Faenza, 
quel Galeotto, protetto di Venezia, ma resosi indegno di 
qualsiasi riguardo per il partito da lui preso di unirsi ai 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 2 giugno 1480 c. 107 

(2) Ibidem. 

(3) Ibidem. 



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94 



Nuovo Archivio Veneto 



confederati di Napoli, nonostante le pratiche fatte da 
Roberto Malatesta da Rimini, capitan generale de' Ve- 
neziani, e dal capitano veneto di Ravenna, per tratte- 
nerlo da quel passo (i). 

La terra vacillava sotto i piedi del Faentino. Vene- 
zia, timorosa di perdere V amicizia del Riario, non cre- 
dette di insistere più oltre nella protezione di quest'uomo, 
che le mostrava così pochi riguardi, e pensò di abban- 
donarlo a sè stesso. 

Della proposta del Riario, fatta per mezzo del Bar- 
baro, s' occupò il Consiglio dei X, che s 1 aggregò una 
giunta di venticinque gentiluomini, de'quali cinque sup- 
plenti (2). Nello stesso giorno 23 di giugno la risposta era 
pronta. Si partecipava al Barbaro la letizia del Consi- 
glio dei X nel! 1 apprendere la sospensione della spedizio- 
ne di Pesaro, e, quanto a Faenza, si dichiarava che la im- 
presa non presentava difficoltà e s'aggiungeva : «Accedi! 
ad hec ratio levitatis et ingratitudinis domini Galeoti, 
sed hec illa potissima reliquarum omnium ratio et con- 
siderati quod coniunctus statua civìtatis predicte cum 
Imola et Ravena, IlL mus comes Hieronymus,jìlius noster 
carissitnus, non solum erit per nostrani adherentiam et 
protectionem tutissimus in statu ambarum civitatum, 
sed perpetuus etiam stimulus tirannidi Laurentij de 
Medici (3), Dopo aver affermato in modo preciso il di- 
ritto del Riario su Faenza, lo stesso Consiglio suggeriva 
il modo sicuro per riuscire nell' impresa. Il conte doveva 
valersi ali 1 uopo di Gian Francesco da Tolentino, gover- 
natore d' Imola, e costui subito abboccarsi con Anello 



(1) Il Senato comandò anche al capitano di Ravenna di ritirare 
dalla custodia di Faenza la guarnigione vene a, e di mandarla in- 
vece alla custodia della città di Forlì, possesso del Riario. Ibidem. 

(2) Cons. X. R°. 20, Misti, doc. 23 giugno 1480. c. 4. 

(3) Ibidem. 



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L* opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 95 



Arcamone per ottenere il consenso dei potentati alleati, 
facendo conoscere come ali 1 attuazione del progetto erano 
risolutamente avversi i Veneziani, e come il conte, su- 
bito che gli fosse concessa libertà nel!' impresa, avreb- 
be riconosciuto il possesso di quella città unicamente dal 
re di Napoli. A dar maggior forza a tale dichiarazione e 
disposizione del Riario, il Tolentino poteva presentare 
una lettera di Venezia scritta ad arte, colla quale essa 
mostrava di opporsi al progetto del papa su Faenza, 
sopratutto pel timore dei Turchi (1). 

Queste pratiche del papa e la sospensione dell 1 im- 
presa di Pesaro, anzi che quietare il sospettoso Costanzo 
Sforza, lo spingevano a dire, per mezzo del suo oratore, 
al re di Napoli che si facessero solo per addormentare i 
nemici e piombargli poi addosso con tutta furia (2). Il 
re rispose che il suo signore non sarebbe stato abban- 
donato, e che sarebbe compreso nella nuova lega napo- 
letana (3). la quale si veniva maturando in mezzo a grandi 
difficoltà ; i duchi di Milano, che avevano licenziato l'ora- 
tore veneto (4), mettevano in guardia i loro oratori a 
Roma, e soggiungevano che non vorrebbero permettere 
alcuna cosa (5), e riprendevano il re di troppa freddezza 
per Costanzo. Ferdinando si meravigliava del desiderio 
loro, cioè, che egli dovesse rispondere al papa « gagliar- 
damente volere attendere insieme con li compagni della 



(1) Cons. X, R.° 20, doc. 23. giugno 1480, ce. 5-6 Questa parte 
fu ballottata con la precedente. 

(2) F. Fossati, A proposito di una usurpazione di Sisto 1 V nel 
1480, doc. 1 luglio 1480, p. 10. 

(3) Ibidem, p. 11. 

(4) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc 17 giugno 1480, c. 112-112 t. 

(5) • expultione del Costanzo, s." Galeoto de faenza, nè de 
l'andata del M.co Laur.° ad Roma ». Fossati, op. cit, p. 11, doc. 7 
luglio 1480. 



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Suovo Archivio Veneto 



lega soa alla deffensionc del Sig. Constancio ecc. », perchè, 
a tal riguardo, aveva sempre proceduto appunto secondo 
i desideri dei confederati, ma non poteva mettersi sen- 
z' altro in aperta opposizione con S. Santità, del cui aiuto 
avea bisogno per il pericolo turco (i). Appare da ciò che an- 
cora non si fosse compreso che il Riario aveva dimesso, per 
allora, ogni pensiero su Pesaro ; della qual cosa fu data 
solo comunicazione il 6 di luglio dagli oratori milanesi, 
residenti a Roma, agli Sforza, assieme al pensiero de! 
papa, dichiaratosi alienissimo da ogni guerra in Italia, 
anzi bramosissimo di pace, tanto più per le minacce dei 
Turchi, contro i quali avrebbe scritto un breve alle po- 
tenze d' Italia, compresa Venezia, per apparecchiarsi a 
combatterli (2). 

A tali pensieri del nipote e dello zio non furono 
estranei i consigli della Repubblica, la quale vedeva, ogni 
giorno più, addensarsi il pericolo turco non solo per gli 
altri ma anche per sè. Infatti, dopo le prime istruzioni 
date in marzo al capitan generale di mare, altre aveva 
portate con sè Cristoforo Duodo, inviato provveditore 
all'armata, allestita per la difesa di Corfù, di Parga, di 
Butrinto (3), e il Consiglio dei X aveva votato una som- 
ma di 16.000 ducati, da prelevarsi dal deposito delle Pro- 
curative, per armare nuove galee e nuovi altri navigli (4). 

Il 2 di giugno giungeva a Venezia la notizia del- 
l' entrata dell'armata turca nell'Adriatico, e, nel giorno 
stesso, partiva V ordine ai capitani delle galee di Barba- 
ria e delle Acque Morte di recarsi a Spalato per ingros- 
sare l'armata veneta, e di là attendere nuovi ordini dal 
capitan generale (5). L' ultima lettera di Vettor Soranzo, 



(1) F. Fossati, p. 11, doc. 9 luglio 1480. 

(2) Ibidem, p. 11, doc. 6 luglio 1480. 

(3) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 13 giugno 1480, c. 112. 

(4) Cons X. Misti, R° 20, doc. 21 giugno 14S0, c. 3. 

(s) Senato, Delib. Secr. XXIX. doc. 2 Lglio 1480, c. 115 t. 



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L' opposizione diplomatica di Venejia a Sisto IV ecc. 97 

portante la data del 24 giugno, informava il governo in- 
torno alle mosse del naviglio turco, che, uscito da Co- 
stantinopoli, si era, per viaggio, diviso in due parti: una 
aveva gettato F ancora a Rodi. F altra aveva proseguito 
per F Adriatico (1). 

Il Soranzo, a quella notizia, era ritornato su suoi 
passi ; ma, per maggior sua sicurezza, aveva voluto sa- 
pere dal governo quale dovesse essere la sua condotta, 
dopo la divisione delF armata turca (2). Il Senato elo- 
giò il pensiero di ritornare indietro, e gli ordinò che, 
qualora i Turchi si volgessero all' impresa di Ragusa o 
di altra terra delP Adriatico, si dirigesse a Cattaro, e a 
quei luoghi veneti di Dalmazia, ove reputasse più oppor- 
tuno, per rassicurare F animo dei sudditi alla difesa, e di 
là non si partisse fino a che i Turchi rimanessero nel- 
F Adriatico ; ma pertanto guardasse che a nessuna nave 
turca fosse fatto danno alcuno dai Veneti, e procurasse 
che ogni cesa procedesse con cautela, per togliere qual- 
siasi causa di scandalo. Quando poi F armata turca, per 
disgrazia, assalisse i dominii veneziani ne cercasse con 
tutte le forze la difesa; e se mai quell'armata si diri- 
gesse in Puglia, rimanesse pure nelF Adriatico o andasse 
a Corfù, secondo Futilità. Infine il Senato dà conto dei 
provvedimenti, allestimenti e invii di navi fatti e da farsi, 
e eccita il Soranzo a tener d' occhio Creta e Cipro (3). 

Non è a dire quanto scompiglio portassero ovun- 
que le notizie delle mosse delF armata turca, giunte con 
quella celerità che i mezzi di trasporto d'allora consen- 
tivano. 

L'isola di Rodi pertanto era stata investita sulla fine 
di maggio, essendo intento dei Turchi di abbattervi la 



(1) Senato Delib Secr. XXIX, doc. 2 luglio 1480 c. 1 15-1 15 t. 

(2) Ibidem. 

(3) Ibidem. 

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Nuovo Archivio Veneto 



signoria dei Giovànniti, da lungo tempo il terrore dei 
Mussulmani e l'oggetto del loro odio inestinguibile (1). 
Se non che V eroismo di Pierre d' Aubusson, maestro 
dell' ordine, e de' suoi cavalieri compiè cose incredibili e 
scampò T ultimo baluardo della Cristianità in Oriente 
dalla invasione dell* islamismo (2). Già -ai primi di agosto 
si scioglieva V assedio. 

Sisto IV, circa V aiuto da prestarsi a Rodi, spedì un 
breve anche ai Veneziani, contro la cui politica troppo 
neutrale si cominciava a mormorare. Il Barbaro, a que- 
sto proposito, aveva dovuto scagionare la Repubblica, 
alla quale si faceva già addebito di aver ricevuto quel- 
l'oratore turco, della venuta e delle domande del quale e 
delle relative risposte fatte dal Senato aveva informato 
subito il papa. Anche il papa aveva diféso i Veneziani, 
i quali gli avevan inviato copia, di lettere spedite dal ca- 
pitan generale, da Corfù, e dal rettore di Durazzo, più vi- 
cino al dominio turco di Valona, confermanti le istruzioni 
ricevute dal loro governo (3), certa prova, e in modo ap- 
parente, di non soverchia intesa coi Turchi. 

In mezzo a tali grandi preoccupazioni, il Riario, 
sempre assorto ne 1 suoi pensieri di conquista ; badava ad 
altro; anzi aveva fatto annunciare il suo desiderio di an- 
dare a sciogliere un voto alla chiesa di S. Antonio di 
Padova (4). E facile immaginare che egli volesse fare 
anche una digressione a Venezia, per abboccarsi con quei 
magistrati e provvedere di persona a' casi suoi. Ma per 
allora non compì il viaggio. Le ragioni le dobbiamo cer- 



(1) L. Pastor, Storia dei Papi ecc. voi. II, cap. Vili, p. 4S1, 
Trento, 1891. 

(2) Ibidem. 

(3) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 luglio 1480, ce. 1 17 1, 118. 

(4) Ibidem. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 



99 



care nei recenti avvenimenti di Forlì, al cui possesso il 
conte aspirava da tempo, come altrove si è detto. 

Finché era vissuto Pino Ordelaffi, la città di Forlì 
aveva goduto molta quiete e prosperità, ma, dopo la 
morte di lui, cominciarono i torbidi. Egli, prima di mo- 
rire, aveva lasciato, come curatori del bastardo Sini- 
baldo, Sisto IV e Ferdinando, re di Napoli, e a tutricé 
la moglie Costanza (i), temendo forse qualche usurpa- v 
zione dello stato per parte dei tre figli di Cecco suo fra- 
tello, il quale era stato investito del possesso di Forlì 
dal papa Pio II (2). 

Morto Cecco, i figli Antonello, Francesco, Ludovico 
erano fuggiti con la madre presso lo zio Galeotto Man- 
fredi per sottrarsi alle persecuzioni di Pino, il quale li 
aveva anche fatti per alcun tempo imprigionare (3). Dal 
loro esilio, eccitati dai Teodoli, dai Bifulci e da altri fuo- 
rusciti forlivesi, cominciarono a tener pratiche con alcuni 
cittadini di Forlì, i quali mostravano di non voler essere 
governati da una donna (4). Queste pratiche portarono 
ben presto ad un accordo; onde, nella prima metà di 
luglio del 1480, i tre fratelli, per favore del popolo e per 
la loro audacia, e non per intelligenza e aiuto di tutta o 



(1) P. Bonoli, Istorie della citta di Forlì, Forlì, 1826, T. II, pp. 
199-200. 

(2) Ibidem. 

(3) Ibidem. Avvelenata la madre con lento veleno e tentato invano 
di fare altrettanto coi figli, la disgraziata famiglia, per pia frode d'un fa- 
entino aenigero dell'Ordelaffi potè essere trafugata nel marzo del 1469 
in Faenza, dove la sciagurata donna morì agli 8 di agosto dello stesso 
anno. Cfr. G. Mazzautjnti, // Principato di Pino 111 Ordeleffi secondo 
un frammento inedito della Cronaca di Leone Cobelli in Atti e Memo- 
rie della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Roma- 
gna, Terza Serie, Voi. XIII, Anno Acc. 1894-95, Bologna, 1895, p. 14. 

(4) P. Boxoli, op. cit pp. 184 185. 



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Nuovo Archivio Veneto 



di parte della lega napolitana, come sospettarono Si- 
sto IV e il Riario (1), entrarono nella città (2). 

Questo fatto e la morte avvenuta in quei giorni di 
Sinibaldo (14 luglio 1480) nella rocca di Ravaldino (3) do- 
vettero certamente distogliere dal suo viaggio il Riario, 
il quale vedeva ora giunto il momento di cogliere i frutti 
delP eredità di Pino. Così, dopo la non ancora risoluta 
questione di Pesaro, se ne apriva una nuova: quella di 
Forlì. Ma, questa volta, al papa e al nipote non s' oppo- 
sero ostacoli tanto grandi, anzi la cancelleria milanese 
per prima mostrossi contenta di prestare a loro « fa- 
vore ad bavere in suo dominio la città et stato de Forlì, 
acciò corno vero Signore desso stato possi poi darlo al 
prefato conte Hieronymo con questo che al S. re Constando 
et S. re de Faenza sij perdonato et facta libera remissione, 
et in totum extinte le censure contra Fiorentini, et non 
se rasoni più deh andare del mS° Lauren\o ad Roma, 
immo se dia universa la pace et liga generale sei è 
possibile ad tucta Italia per fare poi megliore penserò 
et megliore provisione ale cose turchesche corno la co- 
mune salute de tucti christiani re\erca » (4). 

La proposta del cambio fu bene accetta al Riario, e 
non è a dire quanto al re di Napoli. L'oratore napole- 
tano, residente a Roma, si die a tutt 1 uomo all' opera 
per dare alla questione di Pesaro questa soluzione, e riu- 
scì, il 26 di luglio del 1480, a conchiudere un trattato, 
per il quale « Forlì fosse per contra a Pesaro li 



(1) Chmel, op. cit., p. 279. 

(2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 luglio 1480, c. 117. 

(3) Cfr. anche l'opera magistrale di A. Schmarsow, Melojfo da 
Forlì. Ein Beitrag jur Kunst-und Culturgeschichte Italiens in 15 
JahrhunJert, Berlin und Stuttgart, 1 88(5, p. 179, e l'opera di A- 
Reumont, Lorenzo dei Medici il Magnifico. Leipzig, 1874, voi. I, p. 507. 

(4) F. Fossati op. cit., doc. 14 luglio 1480, p. 13. 



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L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. ioi 

fioli del S. Cicho non fusseno receptati nelle terre della 
lega e .... la S. de n. s. libere perdonava al S. re Con* 
stantio e remetteva ogni offesa, et lo acceptava a bona 
gratia » (i). Quanto a Galeotto Manfredi, ai Fiorentini, 
i quali ultimi aspettavano la restituzione delle terre per- 
dute nella guerra toscana, e a Lorenzo de* Medici, che 
voleva sfuggire, come era stato pattuito, il viaggio a Ro- 
ma per chiedere perdono al papa, non potè ottenere 
nulla (2). I Milanesi, che avevano proposta la soluzione 
della questione, non rimasero contenti del trattato, per- 
chè da esso non si erano tratti i vantaggi sperati, e quindi 
si rifiutarono di accettarne le conclusioni. Ma poi, forse 
incalzati dagli avvenimenti, che commossero tutta l'Italia 
e T Europa, vennero a più miti consigli, e mostrarono 
alfine di accettare il trattato con lievi modificazioni favo- 
revoli al solo Costanzo Sforza (3). 

L'8 di agosto del 1480, i figli di Cecco Ordelaffi 
uscirono dalla città, e, il giorno dopo, v* entrava il duca 
di Urbino (4), le cui truppe si erano unite alle veneziane, 
capitanale dal Malatesta presso Forlimpopoli (5) ; il 21 



(1) F. Fossati, doc. 27 luglio J480, p. 16. 

(2) Ibidem. Lorenzo de' Medici, il 27 aprile 1480, aveva dato istru- 
zione a 1 suoi ambasciatori, che andavano a Roma, di fare < ogni instantia 
per la salute de Sri di Romagna : i quali benché siano exclusi per ho- 
nore della S. S** dalla pace et lega nostra non debono essere exclusi 
dal nostro favore et aiuto et dalla sua clementia ». Inoltre li incari- 
cava di scusarlo se non andava in persona a Roma, e che essi faces- 
sero quello che doveva fare lui. B. Buser, Lorenzo de? Medici als 
ìtalianischer staatsman, Leipzig, 1879, pp. 154-55-56-57. 

(3) Ibidem, p. 22. 

(4) Ibidem. Cfr. anche A. Reumont, op. cit., p. 507 e Schmarsow, 
op. cit-, p. 179. Antonello Ordelaffi, il maggiore dei figli di Cecco, 
come partigiano dei Fiorentini, pressso i quali militava, fu dal papa di- 
chiarato decaduto da' suoi diritti di successione, Schmarsow, op. cit., 
p. 179. 

(5) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 9 agosto 1480, ce. 123 t. 124. 



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Nuovo Archivio Veneto 



il conte Girolamo veniva fatto vicario ottenendone il pri- 
vilegio (i). Così la questione di Pesaro fu seppellita. 

Venezia, in quest' ultima fase del negozio, che tanto 
P aveva tormentata da principio, non ebbe gran parte. 
Tuttavia, quando entrarono in Forlì i tre fratelli Orde- 
laffi e si rivolsero anche a lei per averne lo stabile pos- 
sesso (2), negò il suo appoggio, e ai Milanesi, che ne ave- 
vano scrutato al proposito le intenzioni, rispose, che non 
avrebbe mai abbandonato il papa nella rivendicazione dei 
suoi diritti (3). E per difendere le ragioni del conte Giro- 
lamo, ordinò a Roberto Malatesta di mandare il maggior 
numero di stipendiari con le milizie di Ravenna contro 
Forlì (4). Il Senato poi, non contento, e forse desideroso 
di mostrare il suo zelo presso il papa, si lagnò con Fi- 
renze, perchè Antonello Ordelaffi, che militava a' suoi sti- 
pendi, avesse capitanato il moto contro la Chiesa, che van- 
tava forti diritti sulla città ribelle (5). Infine, essendosi pre- 
sentato a Venezia' un nunzio degli Ordelaffi per impe- 
trarne T aiuto, lo stesso Senato lo licenziò, dicendo che 
avrebbe sempre seguitola volontà del papa (6). Nè man- 
carono, da parte della Repubblica, i consigli di prudenza 
al papa e al nipote, perchè si guardassero di non cadere 
in qualche inganno teso loro dai confederati di Napoli, 
tanto più che correva voce di una pratica di matrimonio 
tra la vedova di Pino e un figlio del condottiero milanese 



(1) Fossati, op. cit.. p. 22. L. Pastor, op. cit., voi. II, cap. IX, 
p. 493, Sigis. De Conti, op. dr., voi. I, lib. III, cap. v, p. 114, e p. 
147 nota 21 ; Leone Cobelli, Cronache Forlivesi^ edit. da G. Carducci 
e Enrico Frati ecc. in Monumenti Istorici pertinenti alle Provincie 
della Romagna, T. I, Bologna 1874, p. 259. 

(2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 luglio 1480^. 117 citato. 

(3) Ibidem, dpc. 15 luglio 1480 ai sigg. di Milano, c. 118. 

(4) Ibidem, doc. 15 luglio 1480 a R. Malatesta c. 118. 1 18 t. 

(5) Ibidem, doc. 15 luglio 1480, c. 118, e Bonoli. op. cit , t. II, 
p. 117. 

(6) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 luglio 1480, c. 119 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 103 

Roberto Sanseverino, e che la rocca di Forlì era ancora 
nelle mani del germano della signora Gostanza ; onde il 
sospetto e il timore di insidie nelle proposte fatte, e il 
pericolo di vedere cadere la rocca nelle mani dei nemici (1). 

Tali timori e sospetti furono dissipati dalla notizia 
mandata dal Barbaro, che Anello Arcamone aveva con- 
chiuso il trattato riguardante Forlì ; ma allora il Senato 
si preoccupò della dignità delP alleanza veneto-pontifi- 
cia (2), affinchè ne fosse toccata e infirmata la forza e la 
riputazione (3), nel qual caso bisognava provvedere (4). 

In quei giorni un altro avvenimento si compiva de- 
gno di ricordo : dopo lunghi negoziati, il 25 di luglio 
del 1480, si rinnovava la lega di Napoli per 25 anni e 
oltre, comprendente Napoli, Milano, Firenze e Ferrara, 
con lo scopo evidente di contrapporsi a quella veneto- 
pontificia. Non figuravano i Senesi, i quali, togliendo la 
ragione o il pretesto da certa questione di precedenza 
rispetto a Ercole d' Este, duca di Ferrara, erano rimasti 
fuori, con l'intesa di entrarvi subito dopo (5). 

Anche questa lega, come il trattato di Forlì, aveva 
lasciate insolute varie questioni importanti, che stavano 
specialmente a cuore ai Milanesi : ad esempio la con- 
dotta di Galeotto Manfredi e la restituzione ai Fioren- 
tini delle terre perdute nella guerra toscana (6). Quali 
capitani della nuova lega furono scelti il duca Alfonso di 
Calabria, figlio di Ferdinando d'Aragona, re di Napoli, 
ed Ercole I d' Este, duca di Ferrara (7), il quale, come 
aveva previsto Venezia, finiva col gettarsi non solo in 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 21 luglio 1480 al Barbaro, c. 1 19. 

(2) Ibidem, doc. ultimo luglio 1480, c. 122. 122 t. 

(3) Ibidem, doc. ultimo luglio 1480 al Barbaro c. 112 t. 

(4) Ibidem. 

(5) F. Fossati, op. cit. p. 17. 

(6) Ibidem. 

(7) Ibidem. 



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Nuovo Archivio Veneto 



braccio della lega napoletana, ma anche riusciva ad otte- 
nere, per mezzo del suo ambasciatore, un capitolo spe- 
ciale, inteso a togliere, quando che fosse, anche colla forza 
delle armi, alla Repubblica tutti i privilegi ed immunità, che 
da secoli aveva accumulato nel territorio di Ferrara (i). Il 
mese di luglio intanto si chiudeva con una terribile no- 
tizia : i Turchi erano apparsi in vista di Otranto (27 lu- 
glio 1480). Quale grande sciagura per Y Italia ! 

(Continua) Dott. Edoardo Pjva. 



(1) Ecco la parte sostanziale del capitolo, tale e quale l'aveva 

spedita l'ambasciatore ferrarese Nicolò Sadoleto al duca: ■ 

si contigit fieri vel moveri aliquod bellum inter ipsos d. conducentes 
et IH mum dominium Venetorum, et seu eorum statum nunquam per 
ipsos d. conlucentes riet pax cum ipsis Venetis, vel eorum dominio 
et statu nec cum eis ad aliquod concordium, pacta vel compositiones 
devenient, immo unquam ab ipsa guerra vel bello cessabunt vel de- 
sistent, nisi ipse Ill.mus d. Hercules dux etc. et communitas civitatis 
sue Ferrane et eius Policinum Rodigij et status ipsius III mi domini 
ducis prius fuerint et sint absoluti et liberati valide at solemniter ab 
ipsis Venetis et dominio ac statu eorum ab et de omnibns pactis, con- 
ventionibus, servitutibus et obligationibus, que et quas ipse Ill.uius j. 
dux prò statu suo sive ipsa sua civitas Ferrane et eius Policinum Ro- 
digij et seu ipse status eiusdem ducis habuit et habet et seu habue- 
rune et habent cum prefato dominio et statu ipsorum Venetorum 
quotquot fuerint et sint ac esse reperiuntur et qualis ac qualescum- 
que ipsu pacta, conventiones, obligationes et seu servitutes ac quibu- 
scumque de causis induca et inducte qualitercumque et quocumque 
fuit et fuerit concepte et concepta, firmate et firmata, itaque ipsum 
dominium Venetorum vel statum e^rum nullum amplius iurisditionem 
vel preheminentiam nullum ius nullamque actionem habeat vel ha- 
bere possit contra ipsum Ill.mum d. ducem, eius filios, eius heredes, 
auccessores, vel eius status aliquam partem respectu vel occasione pre- 
dictarum obligationum, conventionum et servitutum et vel pactorum 
et seu aliquarum clausolarum vel aliquorum verborum in eius vel 
aliqua parte ipsorum et ipsarum contentorum et contentarum et ac 
si ipsa pacta, conventiones, obligationes vel servitutes nunquam fuis- 
sent inita et facta ac firmata, inite et facte et firmate et ac si nun- 
quam fuissent in rerum natura». Capitolo contenuto in una lettera 
di N. Sadoleto al duca di Ferrara. 




APPUNTI PER U STORIA DELLA VITA PRIVATA IH « 

DURANTE IL DOMINIO VENETO (*) 



I 

Giostre e Tornei — Il giorno 5 del mese di aprile 
dell'anno 1450, i deputati del comune di Crema, « avo- 
chati et agregati in salla magna domus residentiae ma- 
gnifici et preclaris^imi domini Iacobi Antoni Marzelli 
dignissimi provisoris . . . volentes et intendentes in die 
festi S. tae Eufemiae quae est die XVI septembris, quae 
dies fuit et est salvano redemptio... totius terrae Cremae 
et eius districtus, celebrari dignissimis laudibus . . . cum 
haec dies sit celebranda, honoranda, solemnizanda ac sine 
fine commemoranda, quia eadem die populus cremensis 
ambulans tenebris vidit lucem magnarn super se desceh- 
dentem; » ordinarono tra le altre pubbliche e grandiose 



(*) Manoscritti consultati. 

I. Parti e Provvisioni del Comune di Crema, — Voi. 40 nell'Ar- 

chivio municipale di Crema. Sono segnati col N. I. 

II. Indice dei detti volumi — (Bjbliot. civ. di Crema e Archiv. 

municipale). 

III. CoJ. misceli, di Memorie storiche della città di C, trascritte 

da Eugenio Balis, cancelliere notaro. Cart. in 8°, di fogli 74, 
segnato coi N°. 19 [1490-1802] HI (Archiv. munic.) 

IV. Registri delle Ducali - Reg. Ili - Voi. I. e VI. (ibi). 
V. Lotto - Fascicolo XLVII, N 0 1. (ibi) 

VI. Statuti del Monte di Pietà — Cod. membr. in 8° dell'anno 1496 
(Archiv. del Monte di pietà). 

8 



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i o6 



Nuovo Archivio Veneto 



feste una solennissima giostra. A questa potevano pren- 
dere parte sei giovani del Connine ; ma se tanti non si 



VII. Capitoli della dedizione di Crema a Ludovico XII — (1509) — 
Pergamena neh" archiv. municip. 

Vili. Pietro Terni — Cronica (Sec. XVI — copia) — dalle origini 
della città a tutto il 1553. — (Bibl. civ.). 
IX. Cesare Fr. Tintori — Memorie patrie — Voi 1 . X — (Bibl. 
del Seminario vescovile) (sec. XVI II) 
X. Giuseppe Racchetti — Genealogie delle famiglie nobili cre- 
masene — Cod. in 2 voi. 1 (Sec. XIX). (Bibl. civ.). 
XI. G. B. Terni — Memorie annuali di Crema — dal a. 1759 
all' a. 1787. (Bibl. civ.). 

XI L Niccolò Ammanio — Poesie — ms. cart. del sec. XVI. di p. 108, 
segnato 2, III, 59 — (Civ. Biblioteca di Bergamo). E unito 
un fascicoletto di mano più recente (sec. XVIII) con altre rime 
di N. Ammanio e con alcuni versi di suo fratello Giovan 
Paolo. Ho potuto facilmente riconoscere la calligrafìa dì Fr. 
Tintori. 

XIII. Dispacci da Crema al Senato Veneto. — (R. Archivio di 
Stato di Venezia). 
Stampe di storia cremasca. 

I. Municipalia Cremae — Venezia 1537. Ne furono fatte tre edi- 

zioni: cito quella della quale mi sono servito. 

II. Alemanio Fino — Storia di Crema raccolta dagli Annali di 

P. Terni. Ristampata con annotazioni di Giuseppe Racchetti 
(Crema, 1844). 

III. A. Fino — Le Seriane — in appendice alla Storia. 

IV. Ludovico C anobio — Proseguimento della Storia di Crema 

dall'anno 1586 ali a. 1664 — Senza data nè luogo nè 
nome di stampatore, ma fu stampata a Milano dal Ronchetti 
nel 1847. 

V. Giov. Batt. Cog rossi — - Fasti istorici di Crema descritti in 
Versi ed arricchiti di annotazioni che servono come di sto- 
ria alla medesima, con l' aggiunta di alcune poesie dello stes- 
so. — Venezia, 1738, appresso Modesto Fenzo. 



VI, Antonio Ronna — Zibaldone cremasco — dall'anno 1787 al- 
l' a. 1797. 

VII. Francesco Sforza Benvenuti — Storia di Crema, in due vo- 
lumi — Milano, 1859. 




Appunti per la storia della vita privata in Crema 107 

fossero presentati si doveva tenere egualmente con qual- 
siasi numero di combattenti : premio, un elmetto ful- 
tus argenti, oppure dodici braccia di drappo scarlatto. 

Questa deliberazione, che si legge al f. 32 del voi. I 
delle Parti e provvisioni del comune di Crema, (1) è la 
prima testimonianza, per dir così, ufficiale di una gio- 
stra corsa in questa città; ma di altre più antiche avrem- 
mo certamente notizia, se nei giorni che precedettero 
la resa di Crema a Venezia, il 1449, non fosse stato dal 
popolo tumultuante saccheggiato e incendiato 1' archivio 
municipale. A ogni modo, noi possiamo con tutta si- 
curezza affermare che i tornei erano nel sec. XV, e senza 
alcun dubbio anche nel precedente, spettacolo frequente 
e gradito nella piccola città lombarda, sia per V indole 
della popolazione data da secoli agli esercizi dell'armi (2) 
e ghiotta di simigliami divertimenti, sia per l'educazione 
che si impartiva ai più dei nobili, (3) sia anche in fine 
per la natura dei governi e dei governanti che vi si 
erano succeduti. Quando Beatrice della Scala, moglie 
di Bernabò Visconti, tenne la sua corte in Crema, e più 
ancora quando nel 1379, uno dei figliuoli di Bernabò la 
scelse a sua dimora e vi fece erigere una bella e ricca 
abitazione, che fu detta il Paradiso, potevano mancare 
balli, giuochi, conviti e giostre? 11 governo dei Benzoni 



(1) Anche a Bergamo il 4 di maggio del 1429 si ordinarono le 
stesse feste che a Crema per solennizzare ogni anno il giorno in cui 
la città riparò sub sanctissima Divi Marci alarum umbra, come di- 
ceva una antica epigrafe. V. Calvi — Effemeridi II, 24. 

(2) Il poeta Cumano, ove tocca della scofitta. dei Cremaschi au- 
siliari dei Milanesi nella guerra contro Como, ha due versi notevoli: 

Plurima ferventes cxornant bella Cremenses 
Nulla dies, et nulla quies sine Marte feroci. 

{Rer. Hai Script. Voi. HI.) 

(3) V. Racchetti — op cit. Prefazione ; — e F. Sforza Benve- 
nuti — op. cit. II, p. 99. 



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Nuovo Archivio Veneto 



poi, che cominciò il 1403, e amò circondarsi di tutte le 
apparenze di un dominio popolare (1), non fu in fondo 
dissimile da quello dei cento altri tiranni e tirannelli 
che comandavano in quegli anni nelle nostre città. Ric- 
chissimi (2) ambiziosi, non badavano a spese pur che le 
feste, con le quali volevano distogliere il popolo dal 
pensiero dei pubblici negozi, riuscissero splendide e ma- 
ravigliose per concorso di cittadini e di forestieri: tutti 
gente d'arme (3) i Benzoni tennero in grande onore gli 
esercizi cavallereschi e diedero più volte e in più città, 
in campo aperto e in campo chiuso, chiare prove di 
loro valentia. E ricordo un fatto solo, notevolissimo, da 
una pagina inedita del Terni. 

L' anno 1435 Filippo Visconti vinceva nella bat- 
taglia di Ponza il re Alfonso d* Aragona, faceva pri- 
gionieri lo stesso re e i suoi fratelli, quattrocento si- 
gnori, moltissimi soldati, e tutti eran condotti a Mi- 
lano. « Grande alegrezza de fuochi et de processioni 
per tutto il stato si celebra, (narra il cronista nel suo 
povero e rozzo italiano), et per solennigiare meglio la 
vittoria, una molto honorevole giostra fue ordinata, a 
quale tuta quasi Lumbardia gli concorse, non meno 
per vedere tanta Maestà captiva, quanto per la Giostra, 
che tuti gli primi giostratori d' Italia gli concorrevano. » 
Avrebbe desiderato il Duca che i primi onori fossero 
toccati a qualcuno de' suoi, ma invece nei primi due 
giorni trionfò facilmente di tutti i combattenti il prode 
don Carlo Gonzaga. Del che Filippo si doleva coi fa- 



ti) V. istrumento con cui i Benzoni furono eletti signori di Cre- 
ma ; conservatoci dal Terni e pubblicato dal Fino e dal Benvenuti. 

(2) V. il testamento di Bartolomeo del 16 novembre 1404, in Fino, 
I, 176. 

(3) Neil' istrumento predetto i Benzoni sono detti famosos et stre- 
nuos. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 109 



miliari, tra i quali era Bonicio Corio, zio di Ventu- 
rino Benzone, cremasco, allora prigioniero nelle carceri 
ducali. (1) Bonicio udendo le lamentele del duca, gli 
disse con grande fierezza: « Voi havete ne le pregioni.. 
una de le migliori lanze d' Italia, Venturino Benzone, 
mio nipote, servitore di Vostra Ex. a ; se quella si digna 
liberarlo son certo che il preggio non sarà portato giù 
dil stato vostro, et perchè io so quello che in questa 
arte vale. » Venturino, chiamato al cospetto del Visconti, 
accetta di provarsi nella giostra con qualsiasi cavaliero, 
pur che gli sia concesso « un poco di tempo di reha- 
vere gli spiriti » e sia provveduto di un buon ca- 
vallo . Ed ora udiamo per intero la efficace narra- 
zione del Terni: «Venuto il giorno, Venturino cun 
grande cuore alla giostra si apresenta, tenendo per certo 
che questa sia la volta de liberarsi, et di fuorse nel 
arme a magiore grado che pria assendere. Cun Carulo 
Gonzaga, che le botte non haveva ancor fornite, di or- 
dine del Principe fu accompagnato, correndo ambidue 
le lanze cun tanta gagliardia che fin a quello giorno 
nisuno di meglio potevasi avantare. Quando apresso il 
fine de le ordinate botte agionsero, Venturino cun una 
forte lanza nel elmo 1' agiunse, et Carulo cun il cavallo 
a terra fece cadere, talmenti tramortito, che de le sue 



(i) Il Benzone era caduto in mano del Visconti l'anno 1432. Col 
padre Giorgio, egli era passato al servizio della repubblica di Venezia 
durante la guerra tra questa e Filippo. Venturino, posto dal conte di 
Carmagnola alla difesa di Fontanella, non potè resistere per la defe- 
zione dei terrazzani e il poco numero de' suoi soldati: i ducheschi 
lo fecero prigione e lo condussero a Crema carico di catene. Vole- 
vano i Ghibellini la sua morte, ma per intercessione dei parenti e 
in particolar modo della madre, che era una Corio, il Visconti con- 
vertì la pena di morte in quella del carcere. Il Benzoni stette diciotto 
mesi nei forni di Monza, indi fu chiuso in una torre di Milano. 



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Nuovo Archìvio Veneto 



botte Vemurino fece honorato aquisto, per il che al 
fine fue dil glorioso preggio decorato. Quanta alegrezza 
fussi quella di Venturino et dil Principe anchora, non 
potria ingegno humano considerare, havendo uno la 
libertade, et 1' altro la già quasi perduta gloria raqui- 
stata, et tanto Venturino ne la gratia dil Signore entra 
quanto per innanci in disgratia era, et cun fronte se- 
rena abrazzandolo, la libertade et gli beni già confischa- 
tigli restituisse (sic), et di la famiglia Ducale lo fece 
capitano . . . . » (i) 

Così nel 1435 un cittadino cremasco trionfava, an- 
che dopo una dura prigionia, delle migliori lame d' I- 
talia. 

II. 

Sino dalla seconda metà del sec. XIV, Crema, a poco 
a poco ingrandita, si era andata abbellendo di grandiosi 
ed eleganti palazzi, di chiese, di conventi, di strade, di 
piazze. Ma più prospera di molto si fece la sua condizione 
durante il dominio veneto. Il danaro non vi scarseg- 
giava, le entrate ogni anno aumentavano, le campagne 
erano rese dai numerosi canali fertilissime, alle sue fiere 
accorrevano genti da tutte le città dell'alta Italia: i cit- 
tadini forti, laboriosi, modesti, se amavano divertirsi, 
non rifuggivano dalle fatiche. Nel mentre la città con- 
correva per una terza parte alla, ingente spesa della rico- 
struzione delle mura, rovinate dalle continue guerre (2), 



(1) Terni — Cronica — lib. VI, f. 87. Il fatto non è ricordato 
dal Corio. 

(2) I lavori si cominciarono il 24 maggio del 1488 con grande 
solennità. 



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Appuntì per la storia della vita privata in Crema 



1 1 1 



vide fondarsi il bel tempio di S. Maria della Croce (i), 
il monte di Pietà (di cui ci occuperemo più oltre), e 
molti edifizi ricchissimi. Ornai sotto la forte custodia 
del leone di S. Marco si era perduto. per fino il ricordo 
dei tristi tempi delle lotte fratricide e della guerra di- 
sastrosa tra Venezia e Filippo Visconti, quando, a 
detta del maggiore cronista cittadino, « le famiglie 
volendo mangiare era bisogno a' soldati dimandare il 
pane, et ne' più vili luochi di casa habitare. Molte case 
pure avevano qualche secreto luogo, dove le figliuole 
et robe elette nascondevano . . . O quante amare lagrime 
si dovevano spargere, et più assai di quello che io dico, 
quando le povere donne vedevano mariti, figliuoli et 
fratelli confinati, le figliuole tra muri peggio che carcere 
serrate, la roba da cani dissipare cun grande loro de- 
saggio, et cun parole villane da villani essere oltragiate. » 
(Terni - lib. VI, f. 86). 

Con la pace e con le migliorate condizioni eco- 
nomiche, più frequenti, più ricche e suntuose si fecero 
le feste. Per ciò che riguarda le giostre, nei quaranta 
libri citati delle Parti e Provvisioni, ne vediamo ricor- 
date parecchie che seguirono quella del 1450, bene spesso 
nelle medesime ricorrenze e con gli stessi premi. Nell'anno 
1451 si pose una taglia da 12 a 14 ducati d'oro sugli 
uomini per comperare un Palio da donare ai vincitori 
della giostra che si doveva correre il giorno di S. Mi- 
chele, in occasione della fiera. 

Non più a una taglia, ma a un prestito si ricorse 
l'anno seguente per comperare il Palio da offrirsi al 
vincitore del torneo la festa di Santa Eufemia. E la stessa 



(1) Su disegno del Batacchio, architetto lodigiano, si diede princi- 
pio alla chiesa nel 1493: fu compiuta l'anno 1500 da Giov. Antonio 
Montanaro, cremasco. 



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Nuovo Archivio Veneto 



deliberazione fu ripetuta negli anni 1454, 1455, 1456 (1). 
Nel 1457 '1 Consiglio stabiliva di « fare uno donativo 
alla Chiesa maggiore, fino alla somma di 80 imperiali, 
in vece del Palio et giostra, e si faccia una processione 
con li Religiosi et Consoli et Artefici di Crema e suo 
territorio » (2). Ma poco appresso, nominato Doge Pa- 
squale Malipiero, anche Crema partecipava ai grandi 
festeggiamenti che in onore di lui celebrava Venezia, 
e deliberava di offrire un Palio del valore di du- 
cati 100 d'oro, per la giostra che si doveva tenere 
in quella città: si elessero oratori Agostino Benvenu- 
ti e Bernardo Vimercati, figliuolo di Cristoforo (3). 
Per alcuni anni non v* ha più menzione di giostre, ma 
vi si tornò nel 1464 (4) e nel 1466 (5), e questa volta 
alla solita deliberazione del Consiglia generale è fatta 
questa aggiunta : « non vi possano correre nè soldati, 
nè forestieri, e si faccia in pubblica piazza, e chi usi 
giostrare sia tenuto darsi in nota nel termine di otto 
giorni » (6). Poco appresso si decretava di non correre 
più giostra il giorno di S. ta Eufemia, e di destinare la som- 
ma che si spendeva per essa annualmente, a feste reli- 
giose. Ma il popolo o mai non poteva farne senza, nè i 
nobili volevano rinunciarvi, e per solennizzare la lega tra 
il re di Francia e la repubblica veneta, nel 1499, si ri- 
petè una mirabile giostra con un premio ricchissimo 
del valore di L. 1000 imperiali: qualche anno dopo 
(1504) ai giochi cavallereschi, si unì anche un ballo po- 
polare, pel quale il Consiglio ordinava « quod emantur 



(1) Lib. I, c. 84, 114; lib. II, c. Co, G2, 67, 115, 157. 

(2) Lib. Ili, c. 5. 

(3) Lib. Ili, c. 86, 87 r., 88, 90, 95 r. 

(4) Lib. IV, c. 103, 103 r. 

(5) Lib. V. c. 20, 137. ^ 

(6) Una giostra si corse anche nell* anno 1469. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 



113 



expensis Comm. tis brachia XVI pignolatis et par unum 
manicarum rutei coloris, seu drapum prò ipsis manicis 
fiendis », e oltre a questo un paio di calze da donna, un 
paio di pianelle e un paio di calze da uomo, da essere 
distribuiti, secondo il proclama del podestà Giov. Paolo 
Gradenigo « prò ballo facturo dieta die, seu vigilia ip- 
sius diei, et quae res emi debeant prò praecio et colore 
prout melius videbitur sapientissimis dominis provi- 
soribus. Et item quod expensis praefatae Comm. lis con- 
ducantur pifferi cum uno trombono prò dicto festo » (1). 

E feste non mancarono certamente nel 1509 per il 
solenne ricevimento a Ludovico XII (27 di giugno), 
quando per breve tempo Crema fu perduta dai Vene- 
ziani ; e dovettero ripetersi alla presenza di Gastone di 
Foix l'ottobre del 151 1 (2), di Gian Giacomo Trivulzio 
nel febbraio del 1512, del Duca di Urbino, Tanno 1346, 
ma non ne ho trovato ricordo ufficiale. 

Altri festiggiamenti si univano ai tornei e talora 
ne prendevano il posto: il 4 gennaio del 1338 il Con- 
siglio deliberava di dare « autorità alii Ill. mi Provvedi- 
tori di spenderei. 16 imperiali per far combattere nelle 



(1) Lib. XII, c. 12 r. 

(2) Tra le Rime di N. Ammanio conservateci nel cit. Ms. della 
civica di Bergamo, si legge da p. 106 a p. 108, un « Capitolo dove 
parla Mons. da Fois . . . quando fu morto ne la bataglia di Ravena 
1512 al tempo di Iulio II pontefice» Non è edito nel voi. dei versi 
dell' Ammanio, e parmi che meriti d'essere qui riferito: 

Tutto '1 furor di la giente di Spagna, 

Che nel terren d' Ausonia ha posto '1 nido 
Di che ogn' alma gientil forse sijlagna, 

Giont* era contra me là dove il lido 
Il Po da la superba Hadria frange 
L' ultima foce sua, con alto grido. 

Armata era con seco la falangie 

De duo gran Colonesi in cui 1' antico 
Valor rifolgie e non è ancor chi '1 cangie. 



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Nuovo Archivio Veneto 



pubbliche piazze un Toro con un Leone di alcuni fo- 
restieri ». Il divertimento piacque tanto che fu ripetuto, 
e con più grande solennità, alcuni giorni dopo, per il 
parto felicissimo di Lugrezia Contarini, moglie del podestà 



Latin sangue gientil di gloria amico, 

Seco eri ancor di 1' antico odio armato 
Al nome nostro eterno aspro nemico. 

Io con quel cuor eh' avea tant' alto alciato 
Fra tai nemici entrai con ardir tale 
Che di me dir a tutto '1 mondo ho dato. 

Che non fu mai al mondo un giorno tale 
Nè credo visto sia, che uscir parea 
Fuor di queir armi ogni furia infernale. 

Et fulgurar la morte si vedea 

In aria, in terra, in stridi, in ferro e fuoco 
Sopra la giente mia, spietata e rea. 

Ne tanto hebbe perho forcia che un puoco 
Puotesser mai tanta ruina farmi 
Perder V ordin giammai, nè cangiar luoco. 

Anci com' huom che in alte imprese s'armi 
Di valoroso sdegno, alhor più strinsi. 
Contra si bel morir V insegne e 1' armi, 

Tanto che al fin quelle campagne tinsi 

Dil gran sangue Roman: tu di Cardona 
Fuggi pur vivo, eh' io morendo vinsi. 

Vivi e fa noto [a]. Iulio e ad Aragona 

Ch'il mio morir è gloria a quanti mai 
Ne nasceran tra il monte e la Carona. 

Morte m' ha morto, che gì' increbbe assai 

Et hebbe a sdegno che quel giorno unquanco 
Haver tema di lei non mi monstrai. 

Morte il scia ben, che mi fu sempre al fianco 
Et vide il suo gran danno, et pianse forsi, 
Vedermi in si verd' anni venir manco. 

Non ti doler del mio morir, Namorsi, 

Ne tu Aquitania mia, che quel eh' io feci 
Sol per alciarti il nome oltra transcorsi, 

Che anchor nascon tra noi e Curtij e Deci. 



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Appunti per la storia della vita privata in Cfema 115 

Costantino • Priuli. Il «superbo Toro» fu lasciato dal 

morso del « Leone atrocissimo come morto sulla 

piazza » (1). 

Fugacissimi accenni a quintane e a corse dell 9 anello 
si incontrano sotto gli anni 1561, 1591 e 1600,(2): una 
giostra del 1587 ci è invece con grande copia di parti- 
colari descritta da Lodovico Canobio, e nulla ha di di- 
verso dalle tante altre del sec. XVI e del XVII (3). 

Poiché le giostre in questi secoli appunto — e già 
nel quattrocento è facile scorgerne gli indizi — erano 
andate soggette a una notevole e inevitabile trasforma- 
zione. 

Di origine francese, come i più oggi ammettono (4), 
non si può con sicurezza affermare quando siano co- 
minciati nel nostro paese i tornei e le giostre, ma cer- 
tamente molto presto. E gli italiani, trattati dai loro vi- 
cini quali mercatanti o poltroni che non sapevano cin- 
gere una spada, cavalcare con grazia, scendere in lizza, 
gli italiani, che in tutti i poemi epici francesi facean le 
parti dei pigri e dei paurosi, e davano la materia ai più 
comici episodi, mostrarono sempre di sapere egregia- 
mente e con rara maestria combattere e vincere (5). Cer- 



(1) Voi. XX, a c 95 e 104. 

(2) Voi. XX a c. 277 e 279 Voi. XXIX, a c. 45 r. e 62 .r. 

(3) Canobio — op. cit. p. 9 — 13. 

(4) V. L. Gautier — La Chevalerie, p. 675, e le opere che vi 
sono citate; Vedi pure Schultz — Das hqfische Leben furfeit der 
Minnesanger, Voi. II 2 p. 106 segg. 

(5) Il Castiglione dice del suo Cortegìano: t E perchè degli Ita- 
liani è peculiar laude il cavalcar bene alla brida, il maneggiar con 
ragione massimamente cavalli assai, il correr lance e il giostrare, sia 
in questo de' migliori Italiani: nel torneare, tener un passo, combattere 
una sbarra, sia bono tra i migliori Franzesi ecc. » Onde appare che 
i nostri nel cinquecento erano eccellenti nelle giostre (cioè nei com- 
battimenti singolari a corpo a corpo), ma inferiori ai francesi nei 
tornei (cioè nei combattimenti di due schiere). 



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1 16 Nuovo Archivio Veneto 



tamente le giostre da noi non raggiunsero mai l' impor- 
tanza nazionale e la grandiosità delle francesi, e la poe- 
sia che le celebrò è ben lontana dalla ampiezza e al- 
tezza epica dei racconti d'oltre Alpi, quali il Nomati de 
Ham, i Tournois de Chauvenci, V Histoire de Guillaume 
Le Maréchal (i), poemi lunghissimi che formarono la 
delizia degli ascoltatori e dei lettori, e che in qualche 
parte ci interessano ancora, (2) ma è certo che anche 
in Italia quei giochi d' arme furono amati e sentiti più 
di quanto non si crede, e produssero anche da noi una 
letteratura descrittiva in prosa e in verso abbastanza co- 
piosa, se non sempre pregevole (3). 

I tornei erano in origine un prodotto della caval- 
leria, un esercizio pei baroni in tempo di pace, i giuo- 
chi olimpici del medio evo, come li chiamò, il Sainte- 
Palaye (4). Da prima veri e proprii combattimenti, si 
andarono a mano a mano ingentilendo per l'azione della 
idea cristiana, per la civiltà che si imponeva alla bar- 
barie; e cessando di essere «una pericolosa prova di 
valor militare, in cui ciascuno a gara faceva mostra di 
forza e di coraggio » (5), diventarono nel secolo XV, e 



(i) V. Gàutier, op. c/7, p. 673 e segg. ; e P, Meyer in Romania, 
XI, 22 r. segg. 

(2) V. Histoire de la Lingue et de la littérat, frane publiè sous 
la direction de L. Petit de Iulleville, I, p, 336. 

(3) Delle giostre in Italia e della letteratura su giostre mi occupo 
in uno studio particolare, cui attendo da tempo. 

(4 N Mémoires, I, p. 179. 

(5) L. Frati — La vita privata di Bologna nel medio evo — in 
Rassegna Nazionale, di Firenze, an. XX, p. 90 dell' estratto. Lo studio 
fu poi ripubblicato in un volume, con molte nuove aggiunte e con 
documenti, dallo Zanichelli, Bologna, 1900. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 117 

più nei seguenti, vere e proprie feste. Non più per tanto 
la forza e la poesia delle antiche pugne, non più le belle 
donne che seguivano ansiose, trepidanti l' esito della 
lotta e incoronavano con le loro mani il vincitore; non 
più i cozzi degli uomini e dei cavalli, nè i corpi lividi 
dai colpi spietati; a poco a poco anzi, particolarmente 
nel seicento, il vero combattimento non esistette più, 
scomparendo in mezzo a balli, a musiche, a giochi, a 
trasformazioni e apparizioni, a trionfi e a mascherate. 
« Il genio delle nobili azioni, notava dolosamente un 
cronista bolognese, si era tanto depravato da restare to- 
talmente sepolto nella indifferenza lo spirito cavallere- 
sco che in altri tempi animava la nostra gioventù » (1). 

III. 

Feste religiose e civili — Un popolo vivacissimo, 
impetuoso, ardito quale era il cremasco, doveva essere 
bramoso, già lo notammo, oltre che di esercizi caval- 
lereschi, anche di banchetti, di balli, di corse e di 
giochi popolari e di sorte, di teatri, di processioni, di 
gozzoviglie, di prediche spettacolose. E i padroni suoi — 
principi o repubbliche — sapevano egregiamente as- 
secondarlo. 

Delle feste religiose non sappiamo molto: numero- 
sissime erano le associazioni e le confraternite, di cui 
la più antica, quella di S. Maria Elisabetta di porta 
Serio, risaliva al 1383. Frequenti per tanto le proces- 
sioni, alle quali prendevano parte preti e frati d'ogni 
ordine, monache, chierici e gran popolo. Dieci conventi 
di frati e sette di monache si contavano nella piccola 
città, ove i preti erano saliti in grande potere e petu- 



(1) Citato dal Frati, op. ricordata p. 91. 



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Nuovo Archivio Veneto 



lanza, con infinito dispetto del clero secolare che ve- 
deva diminuite le sue entrate e la sua autorità. Di qui 
litigi, contese, e più tardi anche tafferugli nelle pub- 
bliche vie, in solenni occasioni di feste o di funerali (i). 

Sono curiosissime, a questo proposito, alcune pa- 
gine inedite del Tintori (Mss. citt.J che discorrono 
delle « Dimostrazioni di giubilo fattesi in patria nostra 
Vanno 1724 per la creazione di Benedetto XIL sommo 
Pontefice, con altre notizie spettanti al medesimo fatto. »> 
Le feste, che durarono tre sere, consistettero nei soliti 
spari, nei soliti fuochi artificiali, (che in Crema non 
mancavano mai (2), in un'assordante scampanio, in illu- 
minazioni, ecc. Se non che i frati dell' ordine dei Pre- 
dicatori « acciecati non so se dal fumo di queir ambi- 
zione che d' ordinario suole regnare nelle anime deboli 
e popolari, o ricolmi di troppo giubilo per la ricevuta 
nuova della assunzione al pontificato di un Soggetto 
che molto tempo visse fra loro, » fecero porre sopra 
una macchina di fuochi artificiali, rappresentante una 
torre sormontata dal triregno, una grossa rapa, con il 
motto: Sic error vincitur. Si capì subito il significato, e 
T allusione di tali parole, vedendo in esse « una dimo- 



(1) V. il Canobio op. cit. all' a. 1660, e lo Zucchi — Diario, agli 
anni 1720 e 1752. 

(2) Quello dei fuochi artificiali era uno dei più lieti e cari diver- 
timenti per i Cremaschi, ed era ufficio dei bombardieri di prepararlo 
e di offrirlo al pubblico. E degno di ricordo il fatto avvenuto 1' anno 
1628 : bombardieri abbruciarono sulla piazza maggiore nientemeno 
che la statua del gran Turco, tra le acclamazioni e le risa di tutto 
il popolo. Non per nulla i Cremaschi eran detti brusa — christi, e se 
un giorno avevano dato alle fiamme Cristo in croce, ben potevano 
fare la stessa cosa dei Sultano. Questi, informato dello spettacolo, ne 
chiese tosto soddisfazione alla repubblica di Venezia, che si affrettò 
a dargli le più ampie assicurazioni che i rei sarebbero stati damnati a 
morte. Naturalmente, non se ne fece nulla. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 119 

strazione fatta in dispregio della corte di Roma, la quale 
ne' tempi di Sisto V, forse in quello di sede vacante 
per la morte seguita di esso papa, fece col mezzo della 
Plebe affiggere una grandissima rapa alla statua di Pa- 
squino, con un cartello che conteneva questa sordida 
predizione : 

Se da qui avanti alcun frate sarà Papa, 
Mi sia cacciato in c. . . tanto di Rapa ». 

II popolo cremasco fischiò i frati, protestò contro 
T oltraggio fatto a Roma, e ben presto molte poesie 
satiriche (dovute per la maggior parte a persone del 
clero secolare) girarono per la città. La cosa andò tanto 
oltre che se ne dovette occupare la pubblica rappresen- 
tanza : alcune di quelle rime furono abbruciate nel luogo 
ove sorgeva la Berlina, e quindi, « convocato tutto il 
popolo a suon di tamburo, il dì 19 di detto mese di 
giugno, fu proclamato che niuno in avvenire avesse 
avuto ardimento di comporre cosa alcuna che satirica 
stata ella- fosse contro di detti Rev. dl , sotto pena della 
sua disgrazia». Il Tintori riporta uno di quei sonetti: 

La Rapa che Pasquino destinata, 
S' avea nel c. . . s' errava il suo predire, 
Voi, frati, con insano ed empio ardire 
Su la croce Y avete collocata ? 

. Dunque il simbol per voi dell' adorata 
Croce sarà una Rapa in avvenire ? 
Oh Dio ! mi sento tutto inorridire 
Udendo tal sacrilega fratata. 

Questo è T onor che fate al nostro Papa 
Collocarvi d' un soggetto cosi pio (sic) 
Sopra il sacro Triregno una vii rapa ? 



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Nuovo Archivio Veneto 



Ne' secoli trascorsi non lidio 
Sì nefando successo un antipapa; 
E or vedrallo un vero Vice — Dio? (i) 

Ma torniamo alle feste religiose nelle quali, a Crema 
come altrove, durante il secolo decimoquinto, si videro 
comparire accanto al Redentore e alla Vergine, agli 
Apostoli e ai Santi, gli dei pagani e i personaggi della 
antica mitologia. Questo i tempi comportavano, e niuno 
da noi se ne sentiva punto urtato o offeso. Nella poesia, 
nelle arti scultorie e della pittura, nella architettura, 
nelle chiese financo e sulle tombe, si era ormai abituati 
a tale miscela di elementi sacri e profani. Il quale ac- 
cozzo del resto non può dirsi proprio ed esclusivo del 
secolo decimoquinto, troppo presto da alcuni definito 
secolo del risorto paganesimo : « risaliva, bene osserva 
V. Rossi (2), ai primi tempi del Cristianesimo, e tutto 
il medio evo ne offriva esempi abbondanti così nella 
letteratura come nell* arte. Ma la lunga consuetudine 
aveva compiuto opera di adattamento e ciò che di stri- 
dente era nel contrasto attenuavano le modificazioni 
sofferte da quelle figure e da quei riti gentileschi, e 
l'abito dei fedeli di ravvisarvi allegorie ormai ovvie». 
La narrazione eh* io trascrivo dal Terni è quasi inte- 
ramente inedita, ed è nuovo documento di questo fatto 
che si ripeteva in quasi tutte le nostre città. 

Ne' 1496, grazie alle prediche che aveva tenute in 
Crema tre anni innanzi frate Bernardino da Feltre, e 



(1) Voi. I, p. 5 e segg. 

(2) V. Rossi — // Quattrocento — Vallardi, 1899, p. 190. V. poi 
L. Pastor — Storia dei Papi, voi. II, p. 420 e seg. della traduzione 
italiana. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 121 

a a persuasione, dice il Fino, di Frate Michele d' Aquis », 
ebbe principio il Monte di Pietà (1). 

Con quanto mirabile accordo di tutti i cittadini e 
con quale clamorosa gioia si accompagnassero le prime 
offerte, prova la lunga descrizione che il Terni ci ha 
tramandato con larghezza insolita. Dopo le oblazioni di 
« tutte le Arti stati et gradi di tutta la terra», si ordinò 



(2) In un bel Cod. membr. del 1496, che contiene gli antichi ca- 
pitoli del Monte di Pietà, si legge nel secondo foglio: 

« In nome del onnipotente Dio et gloriosa Virgine Maria et San- 
cto Panthaleone speciale protector e advoc^to de la Terra de Crema; 
et ad exaltatione et pacifico stato della 111.' 11 * et Excell. ma Sig.rìa no- 
stra de Venetia, Essendo exultata novamente la Terra de Crema per 
voce del Rev.<*° frate Michele de Aquis predicator famosissimo del 
ordine de Minori osservanti, ad elevare per sancta Emulatione de le 
cità convicine uno Monte de Pietà ad commodità et sovventione de 
li poveri et remotione delle usure exacte da gli Ebrei cum gravissimo 
danno de Christiani, ha ordinato nel Consillio suo generale in pre- 
sentia del Mg.co D. Frane. 0 Badona Podestà e Cap.o de essa . . . che 
in essa terra de Crema sia fatto uno Monte de Pietà, cioè una massa 
sive cumulo de dinarij da esser recuperata da qualunque persona vorrà 
de soa mera e spontanea voluntade donare ovvero per via de pre- 
stito gratioso ad tempus da essere restituito, ovvero per altra via et 
contratto finto gratis et amore contribuire al dicto monte per potere 
succurrere et prestare dinarij a bisogni de poveri de Crema et del con- 
tado sopra li pegni a termino di sei mesi senza togliere interesse al- 
chuno a chi darà li pegni per tale mutatione; sed solum el proprio 
et puro capitale ». 

Crema iu tra le città di Italia una delle prime ad avere il monte 
di pietà. Intorno all' origine e alla importanza di questi istituti di be- 
neficenza, sorti su la fine del sec. XV per opera dei Francescani e 
segnatamente di San Bernardino da Feltre, vedi L. Pastor — op. 
cit. voi. Ili della traduz. ital. p. 73 e segg. A pag. 76 sono citate 
alcune parole dette a Crema da S. Bernardino su 1' usura e gli ebrei ; 
v. anche tutte le opere cui rimanda nelle note il dotto storico tedesco. 

Da princ pio il prestito fu gratuito, ma poscia per il gran nu- 
mero dei ricorrenti, fu necessario introdurre un piccolo interesse che 
serviva a pagare le spese di amministrazione. 

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Nuovo Archivio Veneto 



che lo stesso facessero le quattro porte, o quartieri della 
città, in diversi giorni. Senza sfarzo e con gentile pen- 
siero la porta Serio inviò al luogo deputato molti fan- 
ciulli d* ambi i sessi a cavallo « cun sopraveste di seta, 
ricamente adobati a diverse foggie, che Cavaglieri erano 
dimandati, cun alcune presentationi fra meggio». Es- 
sendo questo il quartiere popolano, si comprende la 
semplicità della offerta, che è anche la meno ricca, con- 
frontata con la magnificenza delle altre. La porta di 
Pianengo, il i° di giugno, mandò innanzi processional- 
mente i contadini « cun la oblatione ne la sumità di 
una virgulta che havevano in mano, cun una bandiera 
che teneva scritto il nome di Giesù. Drieto avevano uno 
triburio coperto di seta cun la Imagine di S. Michele 
Arcangelo, al quale seguivano trenta cavaglieri hornati... 
meglio che si sapeva et poteva cun la oblatione in mano ». 
Dopo di questi, le Imagini di S. Bernardino, di S. 1 An- 
tonio di Padova, di S. Bonaventura, di S. Francesco, 
tutte fiancheggiate e seguite da una gran quantità di 
cavalieri : indi Santa Chiara con molte donne, e final- 
mente S. Pantaleone. Una tal pompa accese di emula- 
tione gli animi degli abitanti delle altre due Porte, i 
quali dì e notte lavoravano « per rimanere agli altri 
superiori ». Ed ecco, in uno degli ultimi giorni del giu- 
gno, presentarsi quelli della porta di Ombriano: prime 
le Ville, di poi le scuole e i Religiosi, e tra questi le 
imagini «del precursore di Gesù Cristo che dimostrava 
T Agnello, drieto la gloriosa Monica madre di Au- 
stino, poi la Madalena, et drieto la sorella Marta, et 
drieto Lazaro cun il Signore che di I sepolcro uscisse (sic) 
Passati questi, venne un ornatissimo carro cun la hi- 
storia di Paris et de le tre Dee ignude, da due griffoni 
tirrato, acompagnato da molti cavaglieri. Drieto uno 
triumphante carro cun Diana et cun le nuove (sic) 
Muse che dolcemente cantavano, tirato da quattro ben 
ornati Corsieri, acompagnato da alcune fanciulete ca- 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema C23 

valere a la nimphale vestite. Di poi venne un altro 
carro meglio degli altri ornato, cun uno Imperatore de 
60 cavaglieri tuti ala tedesca vestiti, et drieto uno Re 
indiano negro, al quale seguivano altri tanti cavaglieri 
moretti al indiano portar vestiti, cun panni tanto bi- 
zarri et richi, che fece gran vedere, cun gli staferi an- 
chora di quel habito et colore: poi la imagine di la 
Matre di Gesù Cristo, .come in Egitto fugisse, poi di 
S. 1 Antonio Abbate »>. E dopo Diana e la Vergine, il 
Re indiano e Sant' Antonio, ecco Ninfe in abito dà 
caccia, con Apollo nel mezzo a cavallo, recitante versi 
latini, e, a chiudere la procesione, vessilli, trionfi, orna- 
menti e « ombrelle che al Doge si portano. » La quarta 
porta che ancora rimaneva, domandò tosto una proroga 
alla sua offerta, non essendo ben preparata ogni cosa; 
Intanto si dà principio ugualmente al Monte nella 
casa di Benedin Cremasco « cun tanti clamori nel no- 
me di Gesù, che ognuno per dolcezza piangeva. » Ve- 
nuto il gran giorno, sfilarono da principio i fanciulli 
e le donne, poi gli uomini a piedi, quindi i cavalieri, 
tutti elegantemente vestiti; poscia i frati di S. Dome- 
nico. Dietro « venne una machina di tal belezza gran- 
dezza et arte, che ala forma tuti li vicini gli erano con- 
corsi, a spese fabricata di Hieronimo de la Ruveré car- 
dinale de Recanati, Comendatario di la Abbazia nostra 
di Cereto ...» La torre, altissima, oltrepassava tutti i 
tetti, era portata da quaranta facchini invisibili, ma sem- 
brava sorretta dai dodici apostoli messi all' ingiro. S'in- 
nalzava sulla cima una sfera dorata, sostenuta da otto 
angeli : da un lato era S. Pietro, da V altro S. Bernardo 
Abate : nella parte più alta, un trono, con alcuni Sera- 
fini circonfusi da nuvole di bambagia. Il cronista che 
narra e che fu testimonio oculare, stupito, quasi fuori 
di sè a tale non mai visto spettacolo, confessa di non 
avere sufficiente ingegno a descriverlo, e si sforza di 
dare alla sua prosa pesante e brutta un colorito poetico, 



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Nuovo Archivio Veneto 



che la rende invece goffa più che mai. « Erano le ne- 
bule di bambaso candidissimo, acompagnato cun bambasi 
tincti in varii colori di cinere, et gialli, uno cioè più 
scuro di T altro, et l' altro men chiaro di quello, che 
tanto bene l' umbre unevano et acompagnavano, las- 
sando il chiaro verso il Sole (non so se ad arte o a 
caso fussi) che già verso l'occaso s'inviava, che meno 
vage erano di quelle che nel ciel sereno molte volte da 
Raggi di Phebo risguardate, cun lieve spirar de venti, 
errando vanno. Nel meggio del Truono gli era una Ver- 
ginella et uno fanciulino vivi cun tanti raggi relucenti 
d'oro a torno, che a pena da l'occhio humano per il 
reflexo dil Sole erano sostenuti. — » La macchina fu 
portata dietro alla Canonica del Duomo, si recitarono 
versi latini, e si assistette alla sfilata. 

Ecco S. Iacopo con gran codazzo di pellegrini ve- 
stiti di nero, ecco un Elefante finto che pareva vivo, 
con una torre sul dorso piena di fanciuli armati, ecco 
un carro con cavalieri vestiti di bianco, recanti uno 
stendardo che raffigura l'annunciazione di Maria: e 
dopo un bellissimo struzzo, bizzarramente cavalcato da 
un cavaliere, e un Minotauro che andava saltando, e la 
Imagine della Vergine circondata da vergini cantanti 
laudi; e poscia un Imperatore che recitò «alcune cose », 
un Re, S. Bartolomeo « che scorticavano », e militi vestiti 
alla tedesca, e suonatori. « Venne di poi in carro trium- 
phale T ingannatore del humane genti, Cupido, da cava- 
glieri di V uno e 1' altro sexso acompagnato, da lascivi 
abiti vestiti. Seguiva poi il triumpho dil hospitale di la 
porta cum molti mendici cun gli ducati in mano. Ulti- 
mamente presentossi Vespasiano . . . cun tanta caterva 
de giudei ligati et incatenati . . . Disse molti belli versi 
a proposito dil Monte contro Giudei ». — Le varie offerte 
produssero la somma di lire dodicimila e cento venti- 
due, ragguardevolissima pei tempi in sì piccola città; 
e il capitale si aumentò ancora di molto quando nel- 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 125 

l'anno 1503 frate Giacomo di Padova un'altra volta 
« riscaldò il popolo ad offrire » .Si ripeterono feste e pro- 
cessioni, che il Terni non descrive « per non parer te- 
dioso», soltanto fa eccezione perla « presentazione che 
fecero quegli di Rivolta, non meno forte ingeniosa di 
quante ne avemo detto. »> Si trattava di un carro sui 
quale era raffigurato nientemeno che il Paradiso terre- 
stre (1). 



Festa essenzialmente civile si celebrò il 20 di aprile 
dell'anno 1525, quando si cominciarono i lavori di ri- 
costruzione del palazzo municipale « per vetustà colla- 
bente », secondo 1' espressione del Terni. Davanti a gran 
popolo che in processione s' era recato sulla piazza, 
una Giustizia recitò in due riprese ventitré distici latini, 
brutti, brutti davvero, sì che non sembrano scritti nel 
primo trentennio del cinquecento. 

Vexarat quando mortalia pectora sordes 

Est libitum terras deseruisse mihi, 
Decretumque fuit potius phlegethontis ad undas 

Ire ... . 

Ultima celestum linquens Terrena volavi 

Ad superos igitur non reditura pios. 
Rursus ab axe sacro mittor delapsa per Urbes 

Conciliando malos, conciliando rudes. 
Sed cum nequitie (sic) paulatim creverit ingens, 

Expeller nidis marte furente meis 
Mens fuit atque iterum superas conscendere sedes 

Cum locus Astreae nullus in orbe foret ; 
Solis utramque domum stabili sed lumine lustro. 

Ad Venetos specto, structa Theatra mihi 



(1) Terni, op. cit. lib. Vili f. 113-114. 



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Nuovo Archivio Veneto 



Huc moveor 



Crema videbaris scd cum mihi turior aedes 

Te petii, et semper mater amica fui 
Et te deserui nunquam: si quando laterem 

Cum fera sòrs nobis tempora sceva daret. 
. Ast modo cum prischa tu me spoliaveris aede 

Anceps an maneam, seu potius fugiam, 
Freta tamen vestra, o cives, pietate, fideque, 

Expectabo novos non abitura Lares ! 

«Fato per la giustitia silentio, per Giuliano Bravo 
notaro nostro pubblicato fu uno Istrumento di la fun • 
datione dil palazzo sopra di uno pulpito cum solenni- 
tade aparato, a perpetua memoria di tale principio, 
quale fornito, la Giustitia voltandosi verso il Potestà 
disse » : 

Ergo tu, venetum splendor vel gloria Maure 

Ioannes, summi maxima cura Iovis, 
Cum meus antistes, cultor meus, atque sacerdos 

Sis, et virtutum Vasque piumque Iubar, 
Hunc sacrùm lapidem (jubeo) cape Rector, et in hec 

Fundamenta jace, fiat ut ista domus; 
Nam tibi policeor, Stygiae per stagna paludis 

Perpetuam nuc sub hac statione fore . . . 

Se onorerai me, conchiude la dea, tutti i cittadini 
saranno felici e tu da tutti benedetto: così il culto 
mio non si fosse mai spento ! 

Si me novissent Neptunia pergama, certe 
Regis adhuc starent Laomedontis opes; 

Si me servassent aquilae, si Roma superba, 
Non socer in generimi tela tulisset atrox. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 127 

Ut taceam multos, si me servasset et orbis, 
In Latio nunquam tot fefa bella forent. 

Ergo quisquis avet pacem, concordia sceptra, 
Me teneat, rogitet, me veneretur, amet. 

« Fu il sasso da quattro Preti giù nel luoco de le 
fondamenta portato, et per il Potestà metuto per prin- 
cipio dil opera. Il segondo per Giacobo Philippó de Fer- 
rari) Vicario . . . , la terza per il Conte Guido Benzone 
dottore e cavagliere, uno de Proveditori di la terra 
nostra » (1). 

(Continua) Riccardo Truffi. 



(1) Terni, lib. XI, rT. 151-52 — Lo stile del Temi ricorda 
quello del Corio, ma è molto più lombardeggiante : lo stesso cro- 
nista al principio della sua opera senti il bisogno di fare la dichiara* 
zione seguente: f E perchè sono . . . . di nazione lombardo, iscusami 
se il mio ragionar saprà di lombardo e non di Tosco, perchè non mi 
è parso dal mio domestico parlar dislongarmi, che dalle fasce e ma- 
terne mamme ho riportato, per rimboccarmi parole forestiere, che non 
sia per Lombardo conosciuto, e con la mia voce fai zar gli accenti di 
quella tanto onorata Provincia, che Dio e la natura mi hanno con- 
cessa » . 



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IL COMUNE DI TREVISO 



E I SUOI 

PIÙ ANTICHI STATUTI 
FINO AL 1218 

(Cont. — Vedi Nuova Serie, Tomo II, Parte I). 



L'eco delle contese fra Treviso e i Vescovi giunse 
certo a Costanza; ne fa fede la dichiarazione comunicata 
dai nunzi imperiali ai rettori della Lega nelle trattative 
condotte a Piacenza fra il Marzo ed il Maggio del 1183, 
nella quale si proponeva di accordare un termine di tre 
settimane ad alcune città estranee alla lega, e ai Vescovi 
di Feltre, Belluno e Ceneda, per aderire alla pace, « sai- 
vis pactis et datis inter homines predictorum episcopa- 
tuum et civitalis Tarvisii » (1). Nel testo definitivo del 
trattato si dice soltanto che a Feltre, Belluno e Ceneda 
come ad altre città e terre, non erano applicabili le con- 
cessioni elargite dall' imperatore (cap. 37). V omissione 
della riserva inserita nelle proposte dei nunzi, fu dovuta 
forse alla pressione dei rappresentanti del Comune di Pa- 
dova, i quali non avranno mancato di contrapporre le 
proprie poste a quelle dei trivigiani di data più vecchia; 
e forse anche ai consigli dati all' imperatore dal Patriar- 
ca, preoccupatosi del pregiudizio che poteva derivare ai 



(1) M. G. H. Lcgum S. IV. 1, p. 403. 



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// comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 129 

diritti dei suoi suffragatici e ai suoi stessi interessi per 
le curie che possedeva nel Cenedese, se in un atto tanto 
solenne avesse trovato posto siffatta riserva. 

L' anno dopo Federico, cedendo, per quanto sembra, 
alle sollecitazioni dei nemici dei trivigiani, che gli sta- 
vano dappresso (1), rilasciò a Sigifredo vescovo di Ce- 
neda un diploma (2), con cui dichiarava di riceverlo sub 
alis aquile nostre protedionis e di assolverlo dalla sog- 
gezione del Comune di Treviso e di ogni altra città ; 
simili diplomi egli aveva già rilasciato a Drudone ve- 
scovo di Feltre nel 1 179 (3) e ad Ottone vescovo di Bel- 
luno nel 1 161 (4). 

Più fortunato dovette credersi il Comune nelT ap- 
pello interposto avanti 1' imperatore Enrico VI contro 
la sentenza proferita dai rettori della Lega nel 1193 (5)1 
che T imperatore annullò, avocando a sè la cognizione 
della controversia ed invitando le parti a provvedersi w 
avanti la sua curia. La sentenza imperiale seppelliva 
quella dei rettori tanto pregiudizievole agli interessi del 
Comune, faceva dimenticare i diplomi a favore dei Ve- 
scovi e permetteva di procmstinare sine die la defini- 
zione della causa, dando così modo al Comune di creare 
nel frattempo una stabile posizione di fatto che avrebbe 
potuto influire con vantaggio sull'esito della contro- 
versia. 

Le relazioni rolla Chiesa non avrebbero potuto es- 
sere improntate a maggiore e più costante ostilità. Si è 
accennato alle lunghe lotte col proprio Vescovo e cogli 



(1) M. G. H. Legum S. IV, 1, p. 426, a. 1184 Ottobre 19. 

(2) Cappelletti X. p. 258 e seg. 

(3) idm. X. p. 143 e seg. 

(4) Italia sacra V. c. 152. 

(5) M inotto, II. I. p. 20 e 21. 



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130 Nuovo Archivio Veneto 

altri ecclesiastici della città e del Comitato e alle guerre 
sostenute contro i tre vescovi di Feltre, Belluno e Ce- 
neda e contro il Patriarca. 

Alle scomuniche individuali tenevano dietro gli in- 
terdetti e le minacce di più gravi pene canoniche. Delle 
scomuniche pare che in generale non si facesse gran 
caso. Si lamentava Gregorio Vili nel 1187(1) c ^e Ez- 
zelino, cui il suo predecessore Urbano III aveva inti- 
mato di restituire certe terre usurpate all' abbazia di 
Sesto nel Friuli, non ostante la scomunica contro di lui 
lanciata dai delegati apostolici, persistesse in sua duritia, 
e disponeva perchè alla scomunica si desse la massima 
pubblicità nelle diocesi di Treviso, Padova e Vicenza ; 
ventisei anni dopo Innocenzo III rimproverava i pado- 
vani perchè avevano fatto lega cum Ecilino et aliis exco- 
municath (2). 

Ezzelino si riconciliò, o quanto meno fece mostra 
di riconciliarsi colla Chiesa nel 1221 (3), quando il car- 
dinale Ugolino venne nella Marca a compiervi la sua 
missione apostolica. Si può quindi concludere che per 
oltre trent' anni il più potente cittadino del Comune 
fosse rimasto in sua duritia pubblicamente fuori della 
comunione dei fedeli, senza che il suo prestigio, la sua 
influenza politica ne avessero troppo scapitato. 

Diversamente avveniva per gli interdetti : il Comune 
temeva i gravi pregiudizi materiali che ne potevano de- 
rivare alla popolazione, specialmente a quelli che si tro- 
vavano per ragione dei loro commerci fuori del distretto, 
e si affrettava ad impetrarne la sospensione, promettendo 



(1) Pflugk-Hartung. Acta III, 349. 

(2) Cod. Ejf. p. 154. 28 ottobre 12 13. 

(3) Cod. Eff. p. 183. 1221, e p. 234. 1 settembre 1231. 



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Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 



con giuramento di stare ai precetti che il Pontefice o i 
suoi delegati avrebbero pronunciato (i). 

Nelle lettere di Innocenzo III del 26 Marzo 1 199 (2) 
e di Onorio III del 28 Maggio 1220 (3), dirette al Co- 
mune, è compendiata con foschi colori la storia delle 
ostilità dei trivigiani contro la Chiesa dal 1 170 in poi, 
delle violenze di cui si erano resi colpevoli verso i tre 
Vescovi ed il Patriarca, dalla devastazione delle loro terre 
all' incendio delle cattedrali di Feltre e di Ceneda e alla 
sacrilega uccisione del vescovo Gerardo. 

Dall'accusa di empietà e di irreligione all'accusa 
di eresia era facile il passo. Lo stato di guerra quasi 
permanente col Patriarca e coi Vescovi e l'abuso delle 
pene canoniche in difesa di interessi puramente mate- 
riali, dovevano avere intiepidita la fede di molti. Posti 
quasi al bando dagli amici dalla Chiesa, i trivigiani ave- 
vano finito per dare ricetto e favore a quanti nemici 
essa aveva, e pare che tollerassero il propagarsi fra loro 
delle dottrine dei patarini e dei catari, assai diffuse in 
tutto il secolo XII; tanto più se è vero che lo stesso 
Ezzelino era tinto di quella pece. Due lettere di Inno- 
cenzo III l'una del 1209, l'altra del 1207 (4), conferme- 
rebbero che Treviso era divenuto sicuro asilo per tutti 
coloro che altrove correvano pericolo di finire sul rogo. 

E forse a questa condizione di cose che si deve la 
mancanza negli statuti del 1207 e nelle addizioni, di 
qualsiasi accenno alla Chiesa, al clero e a pratiche di 
culto, a differenza delle successive compilazioni che, ol- 
tre alle disposizioni contro gli eretici, ne contengono 



(1) Epist. Innoc. III. Ed. Brequigny. II. I. 42. 13 Novembre 1200. 

(2) Epist. Innoc. III. Ed. Baluze I. c. 346 

(3) Italia sacra. V, c. 372. 

(4) Epist. /71/7. III. ed. Baluze II. c. 26 e Migne. T. 214, p. 922. 



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Nuovo Archivio Veneto 



altre relative a copiose obblazioni assegnate dal Comune 
a questa o quella chiesa o monastero. Si direbbe quasi 
che in quei primo periodo la Chiesa politicamente per 
il Comune non esistesse, o fosse un nemico dal quale 
bisognava tenersi sempre in guardia. 

La grande potenza cui era giunto il Comune nei 
primi due decenni del secolo XIII, poggiava su basi 
tutt' altro che granitiche. Due elementi ne costituivano 
la forza; V uno erano le alleanze con Verona e Vicenza 
e coi conti di Gorizia, destinate a tenere in iscacco da 
un lato Padova e dall' altro il Patriarca, sempre dispo- 
sti, appena si fosse presentata V occasione, a darsi la 
mano per sottrarre i tre Vescovi, e i loro distrettuali dalla 
soggezione dei trivigiani. L' altro elemento era rappre- 
sentato dalla abilità e fortuna personale di Ezzelino, il 
quale aveva avuto bisogno di far grande il Comune per 
gettare alla sua ombra le basi della propria potenza. 

Ma se da un lato col mutare delle circostanze le 
alleanze potevano sciogliersi, dall' altro la potenza di 
Ezzelino non era per il Comune senza pericoli. I nume- 
rosi feudi e le avvocazie estorte ai Vescovi ed al Pa- 
triarca coll'appoggio del Comune, avevano procurato ad 
Ezzelino un ingente stuolo di amici e di clienti, disposti 
a seguirlo nelle imprese ch'egli andava tentando ora a 
Padova, ora a Vicenza e a Verona. 

Il Comune, quando non partecipava direttamente a 
codeste imprese, come avvenne nel 1204 contro Padova, 
più o meno segretamente le favoriva sempre per l' inte- 
resse immediato che vi annettevano gli amici e protetti 
di Ezzelino — i Guidoni, i da Cavaso, gli Ainardi ecc. 
— i quali formavano tanta parte dello stesso Comune; 
ma appunto perchè erano imprese personali di Ezze- 
lino, in fondo questi solo ne profittava ed il loro successo 
si risolveva in un pericolo lontano per il Comune, con- 
tro il quale col tempo egli avrebbe potuto muovere i 
nuovi amici e clienti procuratisi altrove; politica che fu 



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Il comune di Treviso e i suoi piti antichi Statuii 133 

poi proseguita e sviluppata con raro accorgimento e con 
grande successo dal figlio Ezzelino. 

Erano elementi di debolezza del Comune, secondo 
quanto si disse, le sue relazioni col papa e coli' impe- 
ratore, forse più quelle di queste. Lo sapevano i suoi 
nemici che rodevano il freno della soggezione, ed il 
Patriarca anelante alla rivincita. 

Un primo saggio del loro lavoro occulto si fé* pa- 
lese nel 1210 quando Matteo vescovo di Ceneda, ve- 
nendo meno per la terza o quarta volta alla fede del 
prestato giuramento, ottenne dall'imperatore Ottone un 
nuovo diploma che dichiarava libera Ceneda ed il suo 
distretto da Treviso (i). Il Comunfc trovò allora ch'era 
miglior partito arrestarsi ai minori danni, e restituì al 
vescovo la rocca di Ceneda e le sue terre, che non era- 
no molte, conservando però il dominio e le giurisdi- 
zioni sugli altri paesi del comitato cenedese. — Lasciò 
correre anche due anni dopo, quando il padovano Filip- 
po, vescovo di Feltre e Belluno, infeudò Oderzo, Soligo 
ed altre sue corti ai fratelli da Camino (2), della cui 
fedeltà il Comune aveva poco da sperare, sebbene da 
più anni facessero la loro abitazione nella città ed aves- 
sero parte notevole nel governo dello stesso Comune. 

Intanto verso il 12 17 pareva che la fortuna avesse 
cominciato ad abbandonare il già vecchio Ezzelino ; nelle 
ultime lotte con Vicenza avendo avuto la peggio, si vide 
costretto ad accettare col figlio Icilinelio la sentenza di 
frate Giordano che gli ordinava di restituire a quel Co- 
mune i possessi di Marostica e di sottomettere al di- 
stretto dello stesso Comune, Bassano e tutte le sue terre 
in V {sentina (3). 



(1) MlNOTTO II. I. p. 33. 

(2) MlNOTTO p. 34. 

(3) Cod. Eff. p 168. 



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Nuovo Archìvio Veneto 



Intorno alla stessa epoca il Comune di Treviso sem- 
brava presago di un' imminente procella; a scongiurarla 
appaiono diretti alcuni suoi provvedimenti negli anni 
1217 e 1218 — quali la liquidazione dell'affare della 
muta o teloneo del proprio vescovo (1), il pagamento 
della composizione agli eredi del vescovo Gerardo (2), 
la pace imposta alle fazioni intestine, le difese appre- 
state a Castelfranco [268] e a Zumelle [270], la scelta a 
podestà del Pusterla, il cui nome rammentava ai trivi- 
giani le più segnalate vittorie ottenute sui propri ne- 
mici. Le vicende degli anni successivi dimostrarono che 
o questi provvedimenti erano giunti troppo tardi o che 
era vano nelle fata dar di co^o. 

U edificio cominciò a sfasciarsi ; ne fu più possibile 
col tempo di ricostruirlo su quelle larghe basi che ave- 
vano permesso al Comune di salire durante il periodo 
del quale ci siamo occupati, air apogèo della sua gran- 
dezza. 

Consideriamo ora brevemente V attività interna del 
Comune nel campo politico ed economico quale risulta 
dagli statuti. 

Circa le vicende politiche nel periodo fra il 1207 e 
il 1218 assai scarse sono le notizie che si ricavano dalle 
addizioni e dalle postille. Qualche interesse destano i 
nomi dei podestà succedutisi in quello spazio di tempo ; 
ne diamo in fine l'elenco coi nomi dei loro predecessori 
che ci sono noti. 

Merita particolare menzione il nome di Salinguerra 
che figura una prima volta colla sola iniziale S. in una 
postilla alla rubrica [54] — de venditionibus extimatorum 
tenendis — nel giuramento del podestà, intestata .\ « anno 
dni M.CC.XV. indie t. ter eia. hoc additum est sub duo 



(1) Vkrci. Storia della Marca trevigiana. I. p. 60. 

(2) Minotto II. II p. 75 e 76. 



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Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 135 

S. tar. pot », ed una seconda in modo più chiaro in 
altra postilla alla rubrica [162] corrispondente al giu- 
ramento dei consoli, intestata: « anno domini, M.CC.XV. 
indici, lercia, hoc aidilum eslsub dito Salinw. tar. pot ». 

Della podesteria trivigiana di Salinguerra non si 
aveva fino ad oggi alcuna notizia. Sapendo che ancora 
nel 5 Febbraio 121 5 era podestà il bresciano Loderengo 
da Martinengo (1) ci eravamo indotti a ritenere che Sa- 
linguerra, chiamato forse nella imminenza della guerra 
contro Venezia per il fatto del Castello d'amore dietro 
consiglio del suocero Ezzelino, fosse subentrato al Mar- 
tinengo, della cui presenza a Treviso 1' ultima notizia è 
dell'Agosto 1215. 

Se non che due carte dell'archivio capitolare rima- 
ste fin qui sconosciute benché fossero state viste dal 
canonico Avogaro, ci pongono in grado di dimostrare 
che invece la podesteria di Salinguerra precedette quella 
del Martinengo, coincidendo molto probabilmente colla 
stessa solennità del Castello d' amore. Il primo docu- 
mento è 1' atto di vendita fatta dagli estimatori del Co- 
mune ai canonici della cattedrale di alcune terre in Pre- 
ganziol « coram dito Jacobo iudice diii Sai tar. pot. » 
in data del iq Giugno 1214(2); il secondo è un pre- 
cetto intimato il 20 Agosto successivo da « dns Jacobus 
de Cai 'tur io Index diti Salinw \ pot Tar. dito Walpertino 
de Vulnico in hanno CC. lib. denar. » di non inquie- 
tare i rustici della villa di Musano (3). 

La presenza in Treviso al c.° Febbraio 1215 del suc- 
cessore lascia comprendere che Salinguerra cessò le 
proprie funzioni nel mese di Gennajo precedente e che 
pochi giorni prima di partire egli fece approvare l'ad- 



(.) N. R. O. XXXIV. P . 83. 

(2) Arch. Capit. Rotoli, 1214. 

(3) Ardi Capit. Rotoli, 1214 



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Nuovo Archivio Veneto 



dizione al capitolo sulle vendite degli estimatori inserita 
negli statuti sotto la data appunto dei 1215. 

Poiché di regola i podestà stavano in carica circa 
un anno, è a credersi che Salinguerra abbia avuto il 
reggimento del Comune per tutto il 1214. Nel 1213, dopo 
la partenza del bergamasco Lanterio Adelasio, erano 
stati in funzione sette consoli — Guecellone da Cami- 
no, Giacobino de Vidoto (genero d'Ezzelino), Pellagrua 
Visdomino ed altri, tutti, a quanto sembra, della parte 
di Ezzelino; essendo la parte avversa allora capitanata 
dal conte Rambaldo e da Gualpertino da Onigo, il quale 
dopo la morte della moglie Palma pare si fosse inimi- 
cato col suocero Ezzelino. La chiamata di Salinguerra 
a podestà di Treviso e la conferma del prevalere nella 
città della parte di Ezzelino. 

La fama ch'ebbe Salinguerra di cavaliere gentile 
non meno che valoroso, ed il fasto con cui era so- 
lito circondarsi allorquando compariva in arme, circon- 
dato dai suoi vassalli, alla curia dell* imperatore, permet- 
tono di ritenere eh' egli sia stato il geniale ispiratore e 
r organizzatore intelligente della graziosa festa del Ca- 
stello d'amore « apud Tarvisium ad Spinetam », che 
bandita, a suo nome e a suon di tromba, dai preconi del 
Comune nei tre luoghi consueti della città e per lettere 
dirette al doge di Venezia e ai podestà di Padova e di 
Vicenza, si tenne, secondo narrano le cronache, nella 
Pasqua di Pentecoste di quell'anno (19 Maggio). 

Altro particolare non privo d' interesse storico è 
quello risultante dal proemio degli statuti sulle vendite 
pubbliche e sui banditi per debili [257-259] pubblicati dal 
podestà conte Rodolfo Borgognone il 7 Luglio 1217, pochi 
giorni dopo insediatosi in carica, — che rivela 1' esistenza 
di una fazione intestina — parte — capitanata da Ez- 
zelino, dai nobili foresi da Camino e da Prata, e dai 
nobili cittadini Giacobino de Vidoto, Guercio Tempesta, 
avvocato del vescovo, Alberto Buzolino, avvocato della 



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77 comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 137 

badessa di Mogliano, e Giovanni da Cavaso. È probabile 
che la parte avversa avesse per capi i conti Schenella e 
Rambaldo e si appoggiasse sulla borghesia cittadina. 

Il conte Rodolfo, della famiglia toscana dei Borgo- 
gnoni o de Burgundia (1), era stato Tanno prima pode- 
stà di Ferrara (2), ed aveva colà parteggiato per Salin- 
guerra contro Azzone d' Este ; la sua venuta a Treviso 
due anni dopo del Salinguerra indicherebbe che la fa- 
zione di Ezzelino continuava ad avere il sopravento. 

Già T Anonimo Foscariniano aveva accennato sotto 
Tanno 1 2 17 a fazioni intestine conciliate ad opera del 
podestà Gerardo Rangone, che il cronista confuse senza 
dubbio col conte Rodolfo; mentre risulta che il Rangone 
intervenne bensì, all'atto di conciliazione, ma colla ve- 
ste di Podestà di Belluno. A quali avvenimenti si riferi- 
sca la cronaca, è fatto palese da alcuni documenti del 
codice Trivisaneo (3). Il primo è un precetto del 4 Set- 
tembre 1217, con cui il conte Rodolfo impone la pace 
fra Todeschino de Franco e Gandaleone fu Bonifacino 
dei Ricchi e rispettivi parenti ed amici, de morte d. Al- 
berti Jilii predirti Todeschini ; pena lire 50000 a chi 
romperà la pace. Il secondo c la quietanza rilasciata quat- 
tro giorni dopo da Todeschino per lire 7000 pagategli 
a Rodulfo com. Pot. Tar. prò Comune tar. et a Cari- 
daleone prò compositione moriis ecc. come da sentenza 
del predecessore podestà Malpilio. 

Il terzo atto è un altro precetto in data 27 Novem- 
bre 1217 del conte Rodolfo, che colT intervento del ve- 
scovo Tisone e dei canonici impone la pace ai consorti 



(1) Minotto, II. II p. 68. 

(2) Antiq. M. Ae. IV. c. 563. 

(3) Minotto. II. II p. 71-73 



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Nuovo Archivio Veneto 



da Rossano e de Ratione da un lato, e dall' altro ai con- 
sorti dei Ricchi prò morte q. Bonacorsii de Monieleo- 
pardo qu. Pelegrini divitis ; pena a chi romperà la pace 
lire 50000; assegnate lire 8000 agli eredi di Bonacorso 
a titolo di composizione, per sentenza di Malpilio. Pre- 
senti al primo ed al ter/o atto figurano Ezzelino, Sche- 
nella, Rambaldo, Biaquino Caminese, Guercio Tempe- 
sta ecc. 

Crediamo di poter arguire in quali circostanze fosse 
avvenuta V uccisione di Bonacorso Ricco e come nelle 
discordie dei Ricchi coi Franco e coi da Rossano e de 
Ratione fosse in qualche modo implicato Ezzelino; onde 
la pacificazione di quelli avrà potuto influire a mode- 
rare gli attriti fra le parti che si disputavano il pre- 
dominio nelle cose del Comune. 

Sono noti i racconti di Gerardo Maurisio e di Ro- 
landino intorno ad un complotto ordito contro la vita 
di Ezzelino, mentre si trovava a Venezia per solazzo ; 
egli sarebbe rimasto incolume per mero caso, essendo 
stati uccisi in sua vece, secondo il Rolandino, un milite 
de Tarvisio nomine Bonacursum, virum nobilem et po- 
tentem, e secondo il Maurisio due militi vicentini et 
alium militem, Bonacursium de Tarvisio. 

I particolari del fatto sono esposti assai diversa- 
mente dai due cronisti. Maurisio, apologista dei da Ro- 
mano e detrattore degli Estensi, accusa di istigazione 
dell'attentato il marchese Azzo e narra che più tardi 
Ezzelino elevò formale querela contro di lui nella curia 
dell'imperatore Ottone, ove entrambi erano convenuti 
dopo i tumulti di Vicenza (1208). Rolandino invece pone 
il racconto in bocca al figlio Ezzelino, il quale nel 1223, 
alle sollecitazioni dei Veneziani perchè desistesse dalle 
ostilità intraprese contro i Camposampiero, avrebbe ri- 
sposto rammentando come costoro avessero tempo ad- 
dietro prezzolato dei sicari perche ammazzassero suo 
padre, e come per errore fosse stato ucciso Bonacorso 



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Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 



'39 



scambiandolo col padre Ezzelino, del quale indossava le 
vesti. 

Evidentemente si tratta di una leggenda che si era 
venuta col tempo formando intorno ad un' insidia tesa 
contro la vita di Ezzelino dai suoi nemici. Se è vero 
che l'insidia fu commessa prima del Settembre 1209 
— epoca in cui troviamo per la prima volta Ezzelino 
ed Azzo al seguito di Ottone (1) — bisogna ritenere che 
il cronista abbia confuso due fatti distinti, l'attentato 
alla vita di Ezzelino tramato prima di quell'epoca, e la 
uccisione di Bonacorso che crediamo sia avvenuta fra il 
1 2 1 3 e il 1216. Non ci par dubbio infatti che il milite 
trivigiano Bonacorso, nobile e potente, di cui parlano 
i due scrittori, sia lo stesso Bonacorso Ricco fu Pelle- 
grino da Monteleopardo del surriferito documento, che 
una carta del 12 13 (2) ci mostra ancora in vita. Nelle 
molte carte trivigiane della fine del secolo Xfl e della 
prima decade del Xlll da noi esaminate, non ci fu dato 
di incontrare un secondo Bonacorso di famiglia cospicua, 
quale era certamente la famiglia dei Ricchi. E possibile 
che 1' equivoco sia sorto in causa della parte presa da 
Ezzelino nelle fazioni che si contendevano la suprema- 
zia nel Comune, in occasione dei cui conflitti sarebbero 
avvenute le uccisioni di Bonacorso, suo amico e parti- 
giano, e di Alberto di Franco, suo avversario. 

Varie rubriche dimostrano il proposito dei reggitori 
di sviluppare le fonti della ricchezza naturale del paese, 
favorendo in ispecial modo V agricoltura; tali le prescri- 



(1) Ròhmkr, Regesta Imperli] Ottone IV, 1209, 1. Settembre. 

(2) Arch. dell'Ospitale di Treviso; pergamena n. 21:48. Bonacur- 
sius de monte liopardo Jìlius quondam boni/acini divitis investe Boni- 
facio de Pìro ad feudum de vassallatico delle figlie di tal Marquardo 
servi iamdicti Boni/acini. 



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Nuovo Archivio Veneto 



zioni relative all' impianto e alla conservazione delle vi- 
gne, introdotte sotto il podestà Pusterla nel 1193 [27, 
143, 317, 331, 332], alla custodia degli orti e delle chie- 
sure presso la città [296], e alla polizia campestre [307, 
309, 317, 334, 337, 348, 349]. 
Altre rubriche provvedono : 

alla pubblica annona, col rinnovamento dei molini 
sul Sile [21] donati, come si disse, al Comune da Fede- 
rico Barbarossa, e a prevenire gli effetti di eventuali 
carestie, col banno contro l'esportazione delle granaglie 
e dell'avena [35] ; 

alla difesa della città dai nemici esterni, colla rico- 
struzione delle mura, che si doveva proseguire ogni anno 
per una tratta di cinquanta passi [63], e dagli elementi, 
coli* arginatura del Piave « ne prqfluat ad urbem» [176]; 

alla sistemazione del corso del Sile e dei cagnani 
nella città [9], ed al regolamento del corso inferiore dei 
fiumi mediante la tagladam de Silere euniem in Plavem 
[179, 262] che nel penultimo capitolo del breve dei con- 
soli, appartenente, a quanto sembra, alla podesteria del 
Permarino, si prescrive doversi scavare per la tratta di 
un miglio ad ogni semestre; 

ai bisogni domestici degli uomini e all'abbeverag- 
gio degli animali in una plaga deficiente d'acqua, me- 
diante 1' escavo di un canale da Gornuda in giù [II. 446]; 

alla polizia urbana e all'edilizia, colle norme per la 
manutenzione delle strade e delle piazze, l'obbligo nei 
frontisti di concorrere nella spesa [II. 357], e per le 
distanze da osservarsi nelle fabbriche prospicenti sulle 
pubbliche vie [IL 367 e 368], e con altre norme rela- 
tive al servizio della fognatura [291, 292]; 

alla igiene pubblica, colla segregazione dei lebbro- 
si [177]; 

alla viabilità nel territorio, col riattamento del ter- 
raglio, la grande strada di comunicazione con Mestre 
e Venezia [263], e colla nomina di due delegati per ogni 



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Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 141 

quartiere destinati a procedere alla ispezione delle strade 
e delle piazze [87]. 

Nel testo del 1207 s' incontrano ripetuti accenni alla 
consuetudine per la quale ogni cittadino era tenuto a 
dare la propria casa o torre ai consoli o al podestà che 
T avessero richiesta per i bisogni del Comune o per l'abi- 
tazione dello stesso podestà [32, 55,77]. 

Nelle addizioni approvate nel 1212 si ha notizia 
della deliberazione del Comune di erigere un palazzo 

— de domo comunis facienda[76] — ed in una postilla [87] 
posteriore di qualche anno al 12 17 si prescrive al podestà 
di abitare a tantum in domum novam comunis». 

E questo V antico palazzo del Comune detto anche 
della ragione, costituito dal grande salone dei trecento 
e dalla parte dell' attuale palazzo della Provincia che 
giungeva sino alla torre. La grande mole, ristaurata in 
questi ultimi anni, è testimonio perenne della potenza 
politica e della floridezza economica cui era salito il Co- 
mune all' epoca della sua fondazione. 

Si diffidava dei sodalizi degli artigiani, dubitando 
che avrebbero potuto cospirare contro gli ordini del 
Comune e farvi prevalere un indirizzo più democratico, 
escludendo dal governo i nobili e gli ottimati che fino 
allora avevano avuto sempre in mano il potere. Si sta- 
bilì pertanto [57] — de bannis magistrorum frangendis 

— di abolire tutti gli statuti, i banni e le conventicole 
dei maestri muratori, fabbri ferrai, falegnami, sarti e 
fornaciai, permettendo soltanto di mantenere in vigore 
i loro statuti sull'assistenza ai confratelli infermi, sulle 
luminarie e sui mortori per i defunti. 

Quanto più il Comune allargava la sua sfera d'azio- 
ne, imprimendo il proprio carattere in tutte le manife- 
stazioni della vita pubblica e procurando di soddisfare 
agli svariati bisogni reclamati dallo spirito di civile pro- 
gresso che le conquistate libertà avevano risvegliato dopo 
un letargo di molti secoli, altrettanto più gravi si mani- 



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Nuovo Archivio Veneto 



festavano gl'inconvenienti che al Comune derivavano 
dalle leggi canoniche sulla inalienabilità dei beni eccle- 
siastici e sulla loro immunità da ogni pubblica gravezza. 
Inalienabilità delle terre voleva dire deficenza di credito 
non solo per gli ecclesiastici, ma altresì per le numerose 
schiere dei loro vassalli, livellari e rustici, impossibilitali 
di offrire ai propri creditori idonee garanzie per il sod- 
disfacimento dei loro debiti; mancanti così dei capitali 
occorrenti per rendere maggiormente fruttifere le terre. 
L' immunità dalle imposte importava che le colte, le ta- 
glie ed ogni altro tributo reale o personale finivano a pe- 
sare per intero sui possessori dei feudi d' origine laicale 
e dei piccoli allodi e livelli. 

La secolarizzazione delle terre mediante la legge 
sulla vendita dei feudi (II. 155-156) e l'abolizione delle 
immunità ecclesiastiche, ecco la formula adottata sulla 
fine del secolo XII dal Comune di Treviso e tenace- 
mente fatta osservare per quasi un trentennio in onta 
alle scomuniche e agli interdetti ; raro e precoce esem- 
pio di indipendenza e maturità del pensiero politico in- 
teso alla rivendicazione dei diritti dello Stato contro le 
usurpazioni della Chiesa. 

Carattere economico hanno pure in parecchi punti 
le riforme della procedura esecutiva, — personale e reale 
[257, 258, 259] — ed alcuni banni [301-303,307-309, 317, 
33+, 337, 346-347], dei quali tutti si parlerà altrove, 
considerando gli statuti trivigiani dal punto di vista della 
storia del diritto. 



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// comune dì Treviso e i suoi più antichi Statuti 



'43 



APPENDICE 



La penuria di documenti trivigiani anteriori alla se- 
conda metà del secolo XII e il difetto di cronache locali 
sincrone o di poco posteriori, pongono chi si fa a stu- 
diare le origini del nostro Comune, nella necessità di 
ricorrere alle ipotesi ; per colmare in qualche modo le 
lacune e tentare una soluzione ai gravi dubbi che gli si 
affacciano. 

Durante il tempo, non breve, trascorso fra la red- 
dazione del nostro studio sugli antichi Statuti trivigiani 
e la sua pubblicazione, seguita in più riprese, abbiamo 
continuato le ricerche negli archivi al fine di scoprire 
nuove carte rimaste inesplorate e collazionare sui testi 
originali le copie, spesso scorrette, di documenti, tra- 
scritte dai collezionisti del secolo XVIII. 

Una più matura riflessione su taluno dei problemi 
che avevamo tentato di abbordare, le nuove carte rin- 
venute e la lettura dell' eccellente lavoro pubblicato nel 
frattempo dal Prof. Augusto Lizier sulla storia del Co- 
mune di Treviso dalle origini al principio del secolo 
XIII (i), e' inducono ora a modificare in alcuni punti le 



(i) Modena, 1901. 



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Nuovo Archivio Veneto 



precedenti argomentazioni, e a correggere qualche er- 
rore. 

Parlando della cronologia dei vari statuti ond* è co- 
stituita la compilazione del 1207, abbiamo manifestata 
F opinione che lo statuto di data più remota sia il ter- 
z' ultimo [350], perchè nel proemio si fa il nome del 
conte Schenella come il primo dei Consoli sotto il cui 
reggimento era stato approvato. Dalla sentenza pronun- 
ziata dai Consoli nel Settembre 1166, in una lite fra i 
Vescovi di Treviso e di Belluno, nella quale figura pri- 
mo Console il conte Schenella, abbiamo argomentato 
che allo stesso anno 1166 si debba far risalire F appro- 
vazione dello statuto. 

Ma da due carte rinvenute di poi, F una fra le per- 
gamene di S. Nicolò di Treviso (1), F altra riportata nel 
Catastico del Monastero della Follina (2), risulta che il 
conte Schenella fu primo Console una seconda volta fra 
il 1186 e il 1 1 87. Di qui l'incertezza, se la rubrica che 
porta il nome di Schenella, sia stata approvata nel pri- 
mo o nel secondo suo Consolato. La circostanza che in 
tutta la compilazione del 1207 non s'incontrano sicuri 
accenni a persone e ad avvenimenti anteriori al 1176, e 
quanto verremo dicendo più innanzi sulla scarsa im- 
portanza politica del Comune di Treviso prima di questa 
data, ci fa propendere a ritenere che lo statuto appar- 
tenga al secondo, anziché al primo consolato del conte 
Schenella. 

Nel toccare brevemente dell' epoca trivigiana pre- 
comunale e delT atteggiamento dei conti, del Vescovo e 
dei più potenti signori del comitato di fronte all' inci- 



(r) R. Archivio di Stato di Venezia, Fondo di religione. S. Ni- 
colò di Treviso ; pergamene sec. XII. 

(2) Biblioteca Comunale di Treviso, Calasi. Follina, I, c. 104. 



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Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 143 



piente Comune, abbiamo sorvolato di proposito su pa- 
recchi punti, anche importanti ; il difetto di documenti 
ci faceva sembrare azzardata qualsiasi argomentazione. 

Il tema fu invece svolto largamente, con ampiezza 
di vedute e con grande erudizione, dal Prof. Liz-ier; il 
quale, sebbene non disponesse di un numero molto 
maggiore di documenti, credette tuttavia di potere, an- 
che col mezzo di opportuni raffronti colle origini e collo 
svolgimento parallelo dei Comuni di altre città italiane, 
ricostruire su grandi linee il movimento degli abitanti 
della città, poco a poco raggruppatisi in un ente collet- 
tivo per la difesa dei comuni interessi, le varie fasi che 
questo ente ebbe ad attraversare nella sua graduale or- 
ganizzazione, e i suoi rapporti di fronte all' imperatore, 
al marchese, al conte, al Vescovo e agli altri signori — 
vassalli maggiori e minori. 

Per quel che riguarda i conti noi ci eravamo limitati 
ad osservare che il loro atteggiamento favorevole al Co- 
mune poteva essere stato determinato da ragioni di ani- 
mosità verso gli imperatori che, creando la Marca e 
costituendone un feudo per un principe tedesco, e per 
giunta allargando le immunità, i diritti e i possessi del 
Vescovo, li avevano poco a poco spogliati di gran parte 
dei diritti e delle giurisdizioni dell' antico comitato. 

Le due sentenze del 1158 e del 1170, pronunciate 
la prima dal conte Schenella (1), la seconda dal fratello 
conte Manfredo (2), indicate dal Prof. Lizier e a noi 
sfuggite, farebbero credere che in virtù del diploma im- 
periale rilasciato ai due conti nel 1155 (3), fossero i me- 
desimi stati confermati o restituiti nell'esercizio dei diritti 



(1) Bibl. Capitolare, Miscellanea Avogaro, V, c. 154. 

(2) Archivio Capitolare, Rotoli a, 1170. 
(j) Minotto, II, I, n. 9. 



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146 



Nuovo Archivio Veneto 



e delle giurisdizioni del comitato, in particolare della 
giurisdizione contenziosa ordinaria ; e che avessero con- 
tinuato ad esercitarla pacificamente anche dopo che il 
Comune, regolarmente costituitosi, aveva ottenuto, nel 
1164, la sanzione sovrana della sua legittimità. Ciò che 
si disse intorno al carattere quasi arbitramentale delle 
giurisdizioni comunali nelle loro origini, e sul criterio 
della prevenzione che, nel concorso di varie giurisdi- 
zioni egualmente legittime, determinava la competenza 
del giudice adito, dà ragione della coesistenza, nella 
stessa epoca, di giudizi dibattutisi alternativamente avanti 
i Consoli od il conte, ovvero nelle curie del Vescovo o 
dei suoi pari, e delle clausole che si leggono in alcuni 
documenti, portanti V obbligo nel venditore di garantire 
la cosa venduta « corani consulibus nel coram arbitro 
nel coram omni alia potestate, ubi lis fuerit » (1). 

Crediamo per altro che la podesteria di Oberto Vi- 
sdomino (1176-1178) abbia segnato se non la cessazione 
completa delle giurisdizioni ordinarie del conte, note- 
voli limitazioni al loro esercizio. 

V accenno contenuto negli Statuti all' avocazione 
fatta allora dal Comune del diritto di dirigere le pugne 
e di prendere e giustiziare i ladroni, lascia supporre 
che fino a quel tempo codesti diritti fossero stati eser- 
citati dal conte in tutto il comitato; tranne che nelle 
numerose curie feudali e signorili del Vescovo e degli 
altri vassalli maggiori, e fatta eccezione fors' anco per 
il breve periodo in cui la città e il territorio furono 
retti dai vicari dell' imperatore (1160-1163). 

A questa spogliazione dell' alta giurisdizione crimi- 
nale riteniamo si sia accompagnata la perdita della giu- 



(1) Archivio Capitolare, Rotoli 1162. 



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// comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 147 

riedizione contenziosa ordinaria (1). Al conte sarebbero 
rimaste le giurisdizioni feudali e signorili nelle proprie 
curie; oltre alla giurisdizione onoraria in tutto il comi- 
tato. La mancata presenza dei conti Schenella e Man- 
fredo nelle carte trivigiane dal 1178 al 1185, ci conduce 
a pensare eh' essi avessero preso parte con Guglielmino 
Tempesta e Gerardino da Camposampiero al complotto 
macchinato nel 1178 da alcuni fra i più potenti militi 
Trivigiani contro la libertà del Comune; con tutta pro- 
babilità provocato appunto dalla avocazione per parte 
del Comune, delle funzioni e dei diritti ch'essi avevano 
fino allora esercitato. 

Il Prof. Lizier considera nella formazione del Co- 
mune trivigiano due momenti ; il primo, anteriore al 
1164, in cui l'elemento preponderante sarebbe stato co- 
stituito dai vassalli del Vescovo e dagli altri vassalli mi- 
nori contro i signori maggiori — il Vescovo stesso, il 
conte e forse con essi i da Romano e i da Camposam- 
piero —, il secondo nel quale sarebbero entrati a farne % 
parte anche i maggiori signori, pur avendo continuato 
a parteciparvi i nobili minori od almeno una parte di 
essi. In opposizione ai grandi e per la tutela collettiva 
degli interessi economici dei vassalli minori stabilitisi 
in città e degli artigiani e mercanti arricchitisi e dive- 
nuti proprietari di terre nel comitato, si sarebbe for- 



(1) Non è il caso di attribuire grande importanza alla sentenza 
resa dal conte Rambaldo intorno al Novembre 1190 in una causa fra 
i Canonici e Gislardino da S. Zenone (Ficker, IV, 177). La singolarità 
di questo giudicato comitale, in un' epoca della quale abbiamo nume- 
rosissimi i giudizi e gli atti giurisdizionali del Comune, farebbe dubi- 
tare si tratti appena di un tentativo di ripresa delle antiche funzioni; 
quando pure non fosse stato pronunciato dal conte quale giudice im- 
periale d' appello, in base alla facoltà conferitagli da Enrico VI con 
diploma del 29 Maggio rigo. 



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148 



Nuovo Archivio Veneto 



mato il Comune, per opera precipua di costoro. Le 
vicende della politica del Barbarossa contro le città ita- 
liane avrebbero nel 1164, o subito dopo, fatto prevalere 
nel Comune il partito ami-imperiale dei grandi, capi- 
tanato dai conti, contro la parte dei vassalli minori unita 
forse al Vescovo e favorevole alla causa dell'impero, 
che sino allora vi aveva dominato. 

Se non che, se si può ammettere, non ostante l'as- 
soluto difetto di documenti riflettenti il Comune trivi- 
giano, anteriori al 1164, che questo sia sorto e si sia 
organizzato come ente politico, al pari dei Comuni della 
maggior parte delle altre città della Marca e della Lom- 
bardia, per effetto di una coalizione della classe dei vas- 
salli minori coi cittadini arricchitisi nei traffici e nelle 
arti, a difesa collettiva contro gli eccessi del feudalismo 
maggiore rappresentato dal Vescovo, dal conte e dai 
grandi vassalli o cananei ; ci sembra invece molto az- 
zardata la congettura dei due partiti V uno imperiale e 
l'altro anti-imperiale, avvicendatisi nel governo del Co- 
mune prima e dopo il 1 164, sotto V influenza delle lotte 
fra le città italiane e Federico Barbarossa. 

Intanto non solo non abbiamo sicuri indizi di lotte 
aperte fra i vassalli minori e i cittadini, costituiti a Co- 
mune, contro i grandi, durante la prima metà del se- 
colo XII e più oltre fino al 1164, ma i pochi documenti 
dell'epoca e le scarse notizie degli avvenimenti di quel 
tempo che s' incontrano neUe cronache posteriori, la- 
sciano argomentare che il Comune, se pure fino allora 
aveva avuto nel campo economico esistenza autonoma 
e propri organi, politicamente era rimasto mancipio ora 
del Vescovo ed ora del conte e degli altri signori — i 
da Romano, i Camposampiero e gli avvocati del Ve- 
scovo — coalizzatisi col primo o col secondo, e fattisi 
più forti dello stesso Comune ; il quale non riusci ad 
affermare il suo predominio, il così detto distretto, nella 
città e nel comitato, se non dopo che le tribolazioni 



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Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 149 

cagionate dai vicari e dai giudici imperiali e la politica 
accentratrice del Barbarossa, intesa ad introdurre nelle 
città italiane ordinamenti amministrativi uniformi e ad 
incamerare regalie e demani infeudati da parecchi se- 
coli, spinsero i conti e gli altri grandi vassalli a strin- 
gersi intorno al Comune e a riconoscerne entro certi 
limiti la superiorità, per opporre colla unione, sull'esem- 
pio di quanto avveniva nelle altre città della Marca ed 
in alcune della Lombardia, difesa più efficace contro 
T invadenza tedesca. 

Che il Comune per tutta la prima metà del secolo 
XII abbia avuto politicamente influenza assai scarsa sulle 
vicende della città e del comitato, inferiore di molto a 
quella eh' esercitavano nei rispettivi territori i vicini 
Comuni di Padova, Vicenza e Verona, risulta dall'atto 
del 28 Marzo 1147 (1) portante le condizioni della pace 
solennemente stipulata fra i Vicentini e i Padovani e i 
loro amici ed alleati, di Verona per quei di Vicenza, 
e di Treviso, Ceneda e Conegliano per quei di Padova, 
dopo una lunga guerra che aveva posto a soqquadro 
per parecchi anni la Marca. Mentre figurano intervenuti 
i Consoli di Vicenza, di Verona e di Padova che giu- 
rano la pace a nome dei rispettivi concittadini, i Tri- 
vigiani vi sono rappresentanti soltanto da Ezzelino e 
Odelrico da Romano, da Gùalperto da Cavaso, insieme 
a Gabriele da Camino, eh' erano allora fra i più potenti 
signori dei due comitati di Treviso e di Ceneda. A guisa 
d' arbitri e pacieri intervengono alla stipulazione il Pa- 
triarca d' Aquileia e i Vescovi di Padova, di Verona, 
di Vicenza e di Treviso. Nè manca la presenza del 
conte di Vicenza e del conte di Padova, il quale ultimo 
giura prima dei Consoli della sua città, insieme al Ve- 



(1) Gi.orja, Cod dipi pad., II, p. 513. 



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150 Nuovo Archivio Veneto 

scovo di Feltre e all' abate di Nervesa. Il mancato in- 
tervento in quest'atto, tanto importante per- la storia 
della Marca, del conte di Treviso, si spiega perchè in 
quell'epoca il conte Rambaldo — del quale l'ultima 
notizia giunge al 1135 (1) — doveva essere già defunto; 
mentre i conti Schenella e Manfredo, suoi figli o nipoti, 
che compaiono per la prima volta nel 1154 (z), è pro- 
babile fossero ancora in tenera età. 

Se si osservano i documenti relativi agli interessi 
patrimoniali del Vescovo, dei Canonici della Cattedrale 
e di altri signori, laici ed ecclesiastici, del periodo fra 
il 1144 e il 1166, vi si incontrano assai di frequente in 
prima linea quali testi o boni-homines, i conti Sche- 
nella e Manfredo, Ezzelino da Romano, Gerardino da 
Camposampiero, Gualpcrto da Cavaso, e F avvocato del 
Vescovo, associati a parecchi dei vassalli minori e dei 
cittadini i cui nomi continuarono a figurare dòpo il 
1 164 fra i Consoli, ovvero come testi o boni-homines. 
Nelle curie del conte Manfredo ( 1 1 58), del Vescovo e 
dei Canonici, giudici e notai, assessori e consulenti del 
conte o del Vescovo, pari delle curie sono i medesimi 
individui che più tardi appaiono rivestiti della dignità 
consolare od assistono i consoli nelle loro deliberazioni 
e che anche dopo il 1164 intervengono nelle curie dei 
pari. Che anche prima della defezione dei Trivigiani 
dalla causa dell 1 impero fosse decisiva presso di essi 
l'azione dei grandi, appare in qualche modo dal giu- 
ramento di obbedienza prestato dagli uomini di Caneva 
« in domo Girardini de campo sancii petri, Tarvisii » , 



(1) Archivio Comunale di Treviso, Pergamene, Corporei^. 'Relig , 
n. 7 697. 

(2) R. Archivio di Stato di Venezia, Pergamene, Mensa Palr., 
busta n. 185. 



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// comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 131 

alla presenza di « Comes Scinella, Icilinus de Romano » 
ed altri; giuramento che sebbene nell'unica copia che 
se ne conosce (0, figuri segnato sotto la data del 17 Di- 
cembre 1164, dal raffronto colle note cronologiche — 
(M.C.LXIIII. indie. XII. die mercurii. XVII. kal. Ja- 
nuarii) va retrodatato all' anno precedente 1 163 (17 Di- 
cembre). 

La ragione della poca influenza politica del Comune 
nei primi tempi crediamo sia da attribuirsi da un lato 
allo scarso numero della popolazione agglomerata nel- 
T angusta cerchia della città, e air insufficiente sviluppo 
delle arti e dei commerci che altrove avevano contri- 
buito a formare un ceto numeroso e forte di cittadini 
cui le acquistate ricchezze e i larghi possessi territoriali 
rendevano insofferenti delle angherie feudali e signorili, 
dalT altro alla potenza soverchiale dei grandi vassalli. 

Indagando sugli indugi frapposti dai Trivigiani pri- 
ma di entrare nella lega con Padova, Vicenza e Vero- 
na contro T imperatore, nulla troviamo che suffraghi la 
congettura esposta dal Prof. Lizier. Ci si presenta invece 
assai verosimile la ipotesi che tali indugi siano stati de- 
terminati dall' indirizzo tradizionale della politica dei 
Trivigiani, senza distinzione di classi, di fronte agli abi- 
tanti del comitato di Ceneda e delle due diocesi di Fel- 
tre e Belluno. 

Le poste (2) dei Trivigiani cogli uomini di Caneva 
(Dicembre 1163), e con Guecelleto da Prata (Settembre 
1165), e la sottomissione *di Ottone vescovo di Belluno 
(11O6), stanno a dimostrare come fra il 1163 e il 1 1 6ó 



(1) R. Archiv/o di Stato di Venezia, Codex Trivisanus, c. 264. 

(2) R. Archivio di Stato di Venezia, (lodex Trivis.. p. 264. — 
Biblioteca Capitolare di Treviso, mss. Ili, 8, Miscellanea di documenti 
trivigiani. 



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152 



Nuovo Archivio Veneto 



i Trivigiani abbiano condotto alcune spedizioni fortu- 
nate contro i loro nemici d 1 oltre Piave fino al di là 
della Livenza, e nelle due diocesi dell' alto Piave, allo 
scopo di estendervi il proprio distretto. 

Qualche valore può bene accordarsi a quanto rife- 
risce l'Anonimo Foscariniano, sulla « lega intesa (nel 
1164) tra i Cenedesi e Oto episcopo de Belimi che ave- 
vati creato loro capitan generale Veceleto da Praia », 
sulla deliberazione presa a a dì 11 Novembre dai Tri- 
visani nel so Conseio de minar el Castel de Coneian », 
e sulle vittorie ottenute nel 1165 dai Trivigiani contro 
« quelli della lega», avendo fatto prigione Guecelleto e 
soggiogate Ceneda e Conegliano. 

La posta stretta qualche anno prima dai Coneglia- 
nesi, rappresentati dal conte Valfredo di Golfosco, coi 
Padovani, avrebbe dovuto provocare V intervento di co- 
storo a difesa degli alleati. Ma essendosi i Padovani, lo 
stesso anno 1164, tolti alla obbedienza dell'imperatore, 
si può pensare che, trovatisi nella necessità di provve- 
dere d' urgenza alle proprie difese contro V imperatore, 
il quale minacciava di correre con un esercito per trar- 
re su di essi esemplare vendetta, abbiano finito per ab- 
bandonare gli alleati al loro destino. Ed è troppo natu- 
rale che i Trivigiani non abbiano mancato di approfittare 
delle eccezionali condizioni nelle quali versavano i loro 
emuli d'occidente, per scendere in campo con tutte le 
proprie forze contro quelli del comitato di Ceneda e 
delle diocesi di Feltre e di Belluno. Per avere la mano 
del tutto libera in queste loro imprese e paralizzare le 
eventuali opposizioni del Patriarca, sempre devoto alla 
causa dell' impero, dovette apparire agli occhi dei Tri- 
vigiani opportuno sfruttare le peculiari condizioni di 
debolezza in cui era ridotta 1' autorità imperiale nella 
Marca, per ottenere la protezione e i favori del sovrano. 

Si comprende in fine che, una volta raggiunto l' in- 
tento di vincolare a sè con poste rigorose il comitato di 



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Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 



'53 



Ceneda e le due diocesi, ed ottenuto un diploma impe- 
riale che riconosceva il Comune e le sue giurisdizioni, 
sotto T impressione delle lusinghe e delle minaccie delle 
tre città della Lega che la continuata lontananza del- 
l' imperatore doveva rendere sempre più audaci e bal- 
danzose, fors' anco in vista della promessa dei Padovani 
di non sollevare per il momento alcuna difficoltà per le 
nuove conquiste ma di riservare al giudizio di comuni 
arbitri, in tempi più propizi, la decisione delle relative 
controversie, si siano indotti a seguire quello che pur 
doveva essere stato il primo loro impulso dinanzi alle 
vessazioni dei Vicari imperiali, ed in cospetto alle rovine 
che la tracotanza teutonica aveva lasciato dietro di sè 
in tutta la Lombardia e alle grida di dolore dei pro- 
fughi Milanesi. Di qui la successiva loro adesione alla 
Lega. 

Chiudiamo dando la serie dei Consoli e dei Póde- 
stà di Treviso fino al 1218, desunta interamente da do- 
cumenti dell' epoca. 



1 1 



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154 



Nuovo Archivio Veneto 



Serie dei Consoli e dei Podestà 
del Comune di Treviso fino al 1218 O 



— Consoli — conte Schenella, Be- 

raldino, Girardino,e Viviano 
giudice (1). 

— Consoli — Uberto giudice, Ar- 

tuico da Riolo, Giovanni Don- 
do, Franco da Riva, Engelerio, 
Visdomino, Eccelo, Costan- 
tino Rondino, Enrigetto Mil- 
lemarche, Bava e Trevisio de 
Oprando (2). 

] — Podestà — Oberto Visdomino, 
di Piacenza (3). 



(•) Il Bonifacio comincia l'elenco con Ezzelino da Romano sotto 
Tanno 1 173, cui fa seguire nel 1174 Jacobino da Carrara. I molti er- 
rori che si riscontrano in queir elenco e la mancanza di qualsiasi no- 
tizia intorno alle due podesterie nelle carte dell'epoca, non ci permet- 
tono di accoglierle nella nostra sèrie. 

(1) Veggasi la sentenza pubblicata in nota al testo. 

(2) Cod. Effel., p. 45; sentenza consolare pubblicata dal Verci 
con molti errori. L' originale si trova nell'Archivio Capitolare (Rotoli. 
a. 1 169). 

(3}") Ardi. Capii. Rotoli a. 1176; *>) ivi, Rotoli a. 1178. 



1 166 - Settembre 



1169,5 Luglio 



1 176, 1 5 Agosto a) 
i ij8, 2 Giugno b) 



1 



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// comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 



«55 



1 178, io Luglio a) ì 
t'79, 2 5 Giugno*» ]~ 

1 179, 4 Settembre*) 
1 182, 20 Giugno b) 



■Podestà — Capodilupo di Tre- 
viso (1). 

-Podestà — Guecelleto de Pra- 
ta (2). 



11 82, 4 Dicembre — Consoli di giustizia — Viviano, 

maestro Giovanni, e Diapoldo 
giudice (3). 



11 83, 16 Gennaio*) ) 
n , 25 Giugno b) j " 

1 184, 12 Mario*) 
» , 4 Aprile b) 



1 186, 2g Giugno 



-Bonaparte Giovanni, Enrichet- 
tò, Guido e Florio giudice (4). 

- Consoli — Gualpertino da Ca- 
vaso, Bonifacio da Crispi- 
gnaga, Gerardino da Casier, 
Conradino, Florio giudice, 
Capodilupo, Rondino, En- 
gelerio, Odolrico (5). 

Consoli — Andrea da Rossano, 
Bonaparte Giovanni, Costan- 
tino,Artuico, maestro Giovan- 
ni, Zambono Ricco, Trivisio, 
Pelagio visdomino, Tonso (6). 



Ar eh. Ospitale, Rotolo a. 1 178; *>) Arch. Capit. Liber ma- 
xi mus, c. 72. 

(2) a) Minotto II, I, p. 10; R. Arch. di Stato di Venezia, Per- 
gam. S. Maria Magg. di Treviso. 

(3) Arch. Capii. Liber maximus, c. 61. — E questo il solo atto 
(una sentenza) fra i moltissimi delle giurisdizioni comunali di Treviso 
del secolo XII, in cui ai consoli giusdicenti è data la qualifica di con- 
soli di giustizia. 

(4) a) Antiq. Ae. M. IV, e. 169-, *>) M. G. H. IV, I, p. 411. Pace 
di Costanza. 

(5) a) Bibl. Com. Catastico Follina* I, c. 104; Cod. Efjel. p. 84. 

(6) Stefani, Antichità Bonaparte Doc. n. 5. 



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i 5 6 



Nuovo Archivio Veneto 



1 186, 12 Dicembre*) ) 
7/< y 7 b) _ _ J. 



7 7 #7, 7 7 Luglio** ì 

» , 30 Ottobre b > J- 



- Consoli — Conte Schenella, Ez- 
zelino da Romano e Florio 
giudice (1). 

Consoli — Odolrico da Fossal- 
ta, Montanario giudice, Capo- 
dilupo, Enrichetto da Stras- 
so, Rolandino da Machello, 



Manente ed 
Terso (2). 



Enrichetto di 



t- 



1188, 6 Luglio*) 
1190,*» — — 



1 190,7 Luglio*) 
1 192, 12 Luglio*) 



11 92, 3 Agosto 



II 93-> 1 3 Febbraio *) ) 
11 94, 1 3 Mar\o h ) v 



Podestà — Conte Rambaldo di 
Treviso (3). 

-Podestà — Ezzelino da Ro- 
mano (4). 

Consoli — Costantino, Capodi- 
lupo,maestro Giovanni, Zam- 
bono Ricco, Isnardino de Ra- 
tione, Giacobino di Bonio (5). 

- Podestà — Guglielmo Pusterla, 
di Milano, prima podeste- 
ria (6). 



R. Arch. Venezia, Perg. S. Nicolò di Treviso; *>) Bibl. 
Cornuti. Cat. Follina, I, c. 212. 

(2) a) Minotto. Il, II, p. 62; Archivio Mensa Vescovile, Busta 
XI, Processo n. 118. 

(3) a) Cod. Effe!, p. 95; b) Arch. Capit. Rotoli a. 1190. 

(4) *) Minotto II, I, p. 16; *< Arch. Capit. Rotoli a. 1192. 

(5) Bibl. Comun. Raccolta V. Scotti, I, c. 76. 

(6) a) Arch. Capit. Rotoli a. 1193; b ) Liber maximus c. 37. 



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Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 



«57 



1 194, 13 Luglio* \ 

1195, 24 Giugno*) j- 



1 195, 24 Dicembre*) \ 

1 196, 75 Gennaio*) y 



1 196, 25 Ottobre a) ) 

1 1 97, 1 2 Maggio b) ( — 



1 197, 77 Agosto a) 
» , 31 Ottobre b) 

11 98, 11 Agosto*) ì 
7 1 99, 1 9 Febbraio b) j " 



7 7pp, 12 Giugno a - ì 
7200, stf Maggio b) y 



Consoli — Guidone giudice, Bo- 
nifacino da Pero, Sciavo dal 
Rivate e Fulcone giudice (1). 

- Consoli — Florio, Mainente, e 

Gualfredo. giudici, Engele- 
rio de Ratione, Torrengo da 
Angarano, Odolrico di Nordi- 
glio,e Giacobino di Turco (2). 

Podestà — Guifredo Confalo- 
nieri, di Brescia (3). 

- Consoli — Federico da Ros- 

sano e maestro Giovanni (4). 

- Podestà — Gigo Burro di Mi- 

lano (5). 

Podestà — Guglielmo Pusterla 
seconda podesteria (6). 



Arch. Capit. Rotoli a. 1 194; *) ivi. Rotoli a. 1195. 
(2) a) Arch. Capit. Rotoli, a. 119$;*) ivi, Liber maximus, c. 7. 
(-$)<*) Arch. Capit. Liber maximus c. 50; b) ivi, Rotoli, a. 1197. 

(4) a) Arch. Capit. Liber maximus c. 38; b) ivi, Rotoli, a. 1197. 

(5) Minotto II, I, p. 235; b) Arch. Capit. Necrologium Vetus 
Eccl. Tarv. « X V Kal. Marcii. . . Obiit Gigus Burrus Mediolanensis 
» Potestas Tarvisii, pater cuius et mater prò anima eius dederunt 
» huic Ecclesie calicem argenteum cum patena etcamisum cum amito 
» in anime sue recordatione ». In un successivo necrologio è riprodotta 
la stessa nota coli' aggiunta : « Iacet prope turrin D. Episcopi Tarv 

(6) 0) Antiq. Ae. M. IV, c. 175-177; bj Mjnotto II, I, p. 28. 



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•5» 



Nuovo Archivio Veneto 



1200, 6 Settembre*) ) 
1 20i y 5 Maggio*) ]" 



1201, 2 Novembre*) \ 

1 202, 30 Aprile^ y 



1203, 4 Mar^o*) ) 
» ,21 Maggio b) y 



1 203, 27 Luglio*) \ 

1204, 8 Aprile b > y 



1 204, 30 Agosto a) ) 

*,b) j- 



- Podestà — Pietro di Remengar- 
da dei Torelli, di Ferrara (1). 

-Podestà — Danesio (Crivelli?) 
di Milano (2). 

Consoli — Albrigeto Pandimi- 
glio, Zambono Ricco, Nordi- 
glino, Fulcone ed Enrico giu- 
dici, Corradino di Albertino 
teutonico e Madio (3). 

-Podestà — Nicolò da Foro, di 
Alessandria, prima podeste- 
ria (4). 



1205, 15 Gennaio 1 



Consoli — Giovannni Bocca 
giudice, Odolrico di Nordi- 
glio, Costantino di Enrico 
Bocca e Virilio deRatione (5). 

1205, 7 Novembre — Podestà — Lorenzo Corvo, di 

Milano (6). 



1206, ig Settembre*) ) 

1207, 14 Giugno bì ) 



Podestà — Almerico Dodone, 
da Cremona (7). 



(1) a) Catast. Follina I, c. 230; Raccolta V. Scotti III, c. 3. 

(2) <*) Arch. Capit. Rotoli a. 1201; *>) ivi, Rotoli a. 1202. 

(3) 0) Statuti 1231 [204]; b ) Arch, Capii, Rotoli a, 1203. 

(4) a) Raccolta V. Scotti II, c. 15; Arch. Capit. Rotolisi. 1204. 

(5) a) Arch. Capit. Rotoli a. 1204; ivi, Liber maximus, c. 19. 
(ó) Arch. Comunale Pergam. n. 3671. 

(7) a\ Arch. Capit. Rotoli a. 1206; *>) Statuti 1207 [55]. 



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// comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 



«59 



/ 208 > 17 Febbraio*) \ 
» ,27 Giugno** ) — Podestà — Grimerio dei Vi- 
sconti, di Piacenza (1). 

1208, 16 Dicembre — Podestà — Uberto dei Visconti, 

di Piacenza (2). 



i2og^ 24 Novembre*) ) 
1 210, 22 Febbraio^ y 



1210^6 Agosto*) \ 
121 /, 26 Mar-{o b) ]- 



121 2, — — 



1212,5 Giugno*) 
1213, 16 Luglio b) 



1213, — Agosto* ] v 
» , 7 Ottobre*) ) — 



-Podestà — Corrado degli Avo- 
gari, di Vercelli (3). 

Podestà — Nicolò da Foro, se- 
conda podesteria^ (4). 

Podestà — Ruzerio Permarino, 
di Venezia (5). 

Podestà — Lanterio Adelasio, 
di Bergamo (6). 

Cònsoli — Guecellone da Ca- 
mino, Giacobino di Vidoto, 
Pellagrua di Visdomino, Bo- 
nacorso, Roberto e Guido giu- 
dici,eGiuseppedi Ordelafo (7). 



(1) 4) Arch. Capit. Rotoli a. 1208; H Statuti, aggiunte 1208. 

(2) Bailo, Per Noffe Caotorta-Marfotto. Treviso 1879. 

(3) a) Arch. Capit. Liber maximus c. 30; ivi. Rotoli, a. 1210 

(4) 3) Arch. Capit. Rotoli, a. 1210; b) ivi. Rotoli a. 1211. 
(«>) Statuti, aggiunte, 1212. 

(6) a\ Statuti [I 253-256 e II 490 e 525] ; *) Catast. Follina I, c. 134. 

(7) a) Stefani, Antich. Bonaparte. Doc, 431; b ) Arch. Comunale, 
Liber aureus di S. Nicolò I, c. 352. 



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i6o 



Nuovo Archivio Veneto 



1 214, 12 Aprile** ) 

) — Podestà — Salinguerra dei To- 
relli di Ferrara (1). 

/ 2 zy, 5 Febbraio *) \ 
» , 8 Agosto*) j — Podestà — Loderengo da Mar- 

tinengo, di Brescia (2). 

1216, 1 3 Luglio*) ) 

121 j, 30 Giugno*) ) — Podestà — Malpilio da San Mi- 
niato (3). 

121 7, 5 Luglio*) ) 

121 8, 1 Giugno*) ) — Podestà — conte Rodolfo fu Gui- 

do Borgognone, di Lucca (4). 

Dott. Gerolamo Biscaro. 



Arch. Ospitale, Pergam. n. 2984; Statuti [I 54 e i6a]. 

(2) *) Arch. Capito!. Liber maximus c. 3; b ) ivi Rotoli a. 1215. 

(3) <*) R. Arch. Venezia, Pergam. Ognissanti di Treviso Sta- 
tuti [I 80-87, II 418, 5o3 e 5i5]. 

(4) *) Statuti [1,957-259]; b ) V. Scotti, II, p. 330. 



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GLI STATUTI MARITTIMI VENEZIANI 

FINO AL 1255 
(Cont. — Vedi Nuova Serie, Tomo IV, Parte II). 



STATUTI 

III. 

del Doge Rainieri Zeno 

In nomine Domini amen. Hec sunt statata et A. 177 
ordinamenta super nauibus et aliis lignis que, de 
mandato domini Rainerìi Geno Dei grada incliti 
ducis Ueneciarum et sui conscilii, reformata, con- 
posita et facta fuerunt per nobiles uiros Nicholaum 
Quirinum de confinio sancte Marie Formose, Petrum 
Badouarium de confinio sancte Marie Magdalene, 
Marinum Dandolum de confinio sanctorum Aposto- 
lorum, et per ipsum dominum ducem et suum Con- 
scilium Minus et Maius et Quadraginta laudata et 
approbata, et postmodum in Concione publica per 
collaudacionem populi Ueneciarum confirmata. An- 
no Domini millesimo ducentesimo quinquagesimo 
quinto, indicione tercia decima, die sexto intrante 
mense augusti, in ecclesia sancti Marci. 

Varianti nel codice Querini (a): |de navibus. — Hec q. 84 
sunt statuta et ordinamenta super nauibus et lignis, que 

(a) Appiedi di ogni capitolo successivo si noteranno queste varianti 
premettendovi: Var. in Q. In margine sono segnate: con A. le carte 
del codice dell'Archivio, con Q. quelle del- Quiriniano. 



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Nuovo Archivio Veneto 



de mandato domini R. Geno Dei gratia incliti Venec, 
Dal macie atque Chroacie duci cum suo conscilio emen- 
data, reformata et composita fuerint per uiros nobiles 
Nicolaum Quirinum, Petrum Badoarium et Marinum 
Dandulum, per ipsum dominum ducem et suum Con- 
silium Maius et Minus et Quadraginta laudata, et in 
Concione publica approbata et uoce uenfe/*?] populi 
confirmata. Curente anno ab incarnacione Domini nostri 
Jesu Christi millesimo CCLV, indictione prima, die VI 
intrante augusto, in ecclesia beati Marci. 




I. Qualiter patroni debent naues et alia Ugna dare 
conciatasi). 

l 77* ggpgjrjjTATUENTES STATUIMUS QUOD PATRONI NAUIUM DE- 

Jbeant dare naues suas bene conzatas atque (2) cal- 
ti catas (a) de foris, et parietes (3), et ambas cooper- 
tas, et uannum, et supra uannum, et corredorum, et 
andita, et scermum (4) et barcham et gondolam, sub 
pena viginti (5) librarum denariorum uenecialium (6) prò 
178 quolibet miliario (7)! de eo quod nauis fuerit extima || ta ; 
que pena in nostrum comune deueniat. Et hoc intelli- 
gimus in naue et in quolibet ligno cooperto (8). 

St. Tiepolo A, i. — Tarretarum, 3. 

Varianti in Q: (1). Patroni naues et alia Ugna coriatas debet. 
habere — (2) et — (3) paredos — (4) cohopertas et uanum et superua- 
num et coredorium et andicta, scermum — (5) uiginti omesso. — (6) ue- 
netorum XX — (7) centenario — (8) cohoperto. 

(a) In A aggiunto in margine. 



IL Qualiter naues et alia Ugna debent palmi\ari (1). 
Affirmamus quod nauis uel (2) aliud lignum coo- 

Var. in Q (i): Quod naues et Ugna cohoperta debeant palmi- 
cari — (2) et 



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Gli statuti marittimi veneziani 163 

pertum (3) palmizetur sicut patroni concordes fuerint (4) 
cum naulizatis, sub pena quinquaginta librarum dena- 
riorum uenecialium (5) ; quam penam patroni soluere 
debeant et cogantur (6) ; et deueniat in nostrum co- 
mune ipsa pena. 

St. Tiep. A, 2. — Tarr. 4. 

(3) cohopertum (e così sempre) — (4) fuerint concordes — (5) libra- 
rum uenec. L — (6) et cogantur omesso. 



III. Qualiter naues et alia Ugna debeant saornart\ 
et qui ipsas naues, et Ugna saornare tenentur (1). 

Statuimus quod cum nauis (2) mercatoribus nauli- 
zata debuerit (3) saornari, patroni uocare debeant mer- 
chatores (4) qui in sua naui sunt ituri (5), et petere 
debeant ab eis duos merchatores (ò) || qui prò parte mer- A.178* 
chatorum nauem debeant saornare. Et ipsis assignatis, 
nauis expensis (7) patronorum debeat saornari, ut eis (8) 
merchatoribus et nauclerio et uni ex patronis uidebitur 
conuenire. Et si de hoc in concordiam uenire non pos- 
se nt (9), unum quintum eligant quem uoluerint (10) ; et 
sicut omnes uel maior pars eorum in concordiam uene- 
rint (ti), ita nauis | debeat saornari. Et si de ilio (12) Q.84* 
quinto tollendo (13) ipsi non concordauerint, nos dux 
aut baiulus siue rector Ueneciarum qui fuerimus in (14) 
terra ubi (15) nauis fuerit, ipsum quintum quem uo- 
luerimus eis dare debeamus. Et si fuerit in loco in 
quo rectoria (16) prò nobis et comuni Ueneciarum (17) 
non fuerit, alii (18) merchatores nauis illum quintum 

Var. in Q(i): Quod naues debeant saornari. — (2) fuerit aggiunto. 
— (3) debeat — (4) mercatores (e così sempre) — (5) q. s. i. in sua naue — 
(6) et ab ipsis d. m. p. d. — (7) expenssis - (8) sicut — (9) concordes non 
poterunt esse — (10) in concordia aggiunto. — (1 1) et sicut .. . uene- 
rint tutto omesso. — (12) ilio omesso. — (13) tollento — (14) ipsa ag- 
giunto. — (15) in qua — (16). Et si in eo loco fuerit rector — 
(17) et agg. — (18) fuerint allij — 



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Nuovo Archivio Veneto 



A. 179 quem uoluerint eis debe||ant consigliare (19). Et sicut 
omnes uel maior pars eorum (20) in concordia uene- 
rint(2i), ita patroni nauem debeant saornare sub pena 
uiginti (22) soldorum denariorum uenecialium (23) prò 
quolibet miliario de eo quod nauis fuerit extimata ; que 
pena in nostrum comune deueniat. Et patroni, antequam 
nauis sit saornata, non possint nec (24) debeant caricum 
recipere nec inbolium, nisi cum uoluntate et consensu 
supradictorum (25) uel maioris partis eorum, sub pena 
predicta. Et si ille quintus (26), uel aliquis quatuor su- 
pradictorum, ad saornandum nauem (27) esse recusauerit, 
rectores nostri (28) illius loci in quo nauis fuerit debeant 
et possint (29) i 1 li uel illis penam quam uoluerint inpo- 
nere (30) et auferre. Et si nauis fuerit in loco in quo re- 

A.179* ctoria (31) prò nobis [et}\\ comuni Ueneciarum non fuerit, 
et aliquis supradictorum (32) ad saornandum nauem esse 
recusauerit, penam vigintiquinque librarum denariorum 
uenecialium (33) incurrat ; que pena in nostrum comune 
deueniat (34). Hoc intelligimus in naue et in quolibet 
Ugno cooperto (35). 

Stat. Tiep. A, 3. 

(19) assignare — (20) ipsorum — (21) uenerit — (22) XX — (23) uenet. 
— (24) neque — (25) de consensu et uoluntate predictorum — (26) q. 
i. — (27) illorum supradictorum q a. n. s. — (28) recusabit, rector 
noster — (29) debeat et possit — (30) imponerequam voluerit — (31) re- 
ctor — (32) et a. omesso, predictorum — (33) librarum XXV — 
(34) d. in. n. c. — (35) Et intelligimus hoc de n. et 1. q. cohoperto. 

IIII. Qitaliter turare debent UH qui saornabunt na- 
ues et alia Ugna de saornandis ipsis legaliter et bona 
fide{\). 

Mandamus ut (2) omnes predicti qui naues saorna- 
bunt astringantur sacramento quod ipsam nauem bona 

Var. in Q (1): Quod astringantur sacramento qui in saornan- 
da naue fuerint ellecli. — (2) quod — 



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Gli statuti marittimi veneziani 



165 



fide et legaliter saornabunt, sicut eis prò saluacione il- 
lius nauis in uiatico in quo est itura uidebitur conue- 
nire (3). Et eciam si fuerint ad aliquas (4) partes in qui- 
bus rector (5) prò nobis et comuni Ueneciarum non 
fuerit, predicti duo merchatores qui prò parte || merchato- A. 180 
rum nauem saornauerunt (6) ipsam mensurabunt uel (7) 
extimabunt una cum scribanis(8) ipsius nauis secundum 
tenorem nostri statuti de mensuracione et (9) extima- 
cione nauium (io), et omnia alia facient (n) que in ipso 
capitulo continentur (12). Hoc (13) intelligimus in (14) 
| naue et in quolibet (15) ligno cooperto (16). q. 85 

(3) quod bona fide sine fraude nauem saornabunt sicut ipsis bonum 
uidebitur prò salute nauis in uiatico, in quo debeat ire et ipsis uide- 
bitur conuenire. — (4) ad omesso, alique — (5) non fuerit portato qui 
— (6) saornauerint — (7) et — (8) simul cum scribano — (9) de m. s. 
n. — (10) faciant — (11) nauis — (12) c. in i. capitulo — (13) Et hoc — 
(14) de — (15) naue et omni — (16) cohoperto. 



V. Quod postquam naues et alia Ugna fuerint saor- 
nata, nichil de ipsa saorna de ipsis nauibus et lignis 
extrahant (1). 

Precipimus quod (2) postquam nauis (3) fuerit saor- 
nata, nichil de ipsa saorna per aliquam personam extra- 
hatur de naui ipsa (4), uel minuatur modo aliquo uel 
ingenio. Et si de ipsa saorna fuerit aliquid diminutum (5) 
uel extra nauem proiectum, patronus uel patroni ipsius 
nauis nostro comuni emendare teneantur soldos uiginti 
Il denariorum paruorum prò quolibet miliario de tanto A.180* 
quantum (6) nauis fuerit extimata, nisi causa necessitatis 
in introitu portus (7) Riuoalti, uel uoluntate (8) illorum 

Var. in Q (1): De saorna non accipienda de naue — (2) q. omesso 
— (3) predicto ordine aggiunto, — (4) de naue per aliquam perso- 
nam de i. s. e. — (5) minuitum — (6) teneatur soldos XX denario- 
rum venet. paruorum per quodlibet milliare quod — (7) ad intran- 
dum in portum — (8) per uoluntatem 



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qui nauem saornauerunt extra (9) proiectum fuerit de 
saorna, propter que patroni de pena minime teneantur. 
Hoc (10) intelligimus in (11) naue et in quolibet (12) 
Ugno cooperto. 

(9) nauem ipsam habeant saornatam foras — (10) saorna, et patroni 
nichil de pena teneantur. Et hec — (11) de — (12) omni. 



VI. Qualiter et quantum possit saorna de nauibus 
et aliis lignis extrahi, si ferrum, plumbum, stagnum 
uel ramum non laboratum positum in eisdem fuerit prò 
saorna (1). 

Statuimus quod postquam aauis fuerit saornata, si 
patronus in naui ferrum, aut plumbum, aut stagnum 
siue ramum non laboratum (2), uel de omnibus istis qua- 
A. 181 tuor simul posuerit (3) prò saorna, tantum possit ex||tra- 
here de saorna (4) quantum posuerit de rebus quatuor 
supradictis (5) ; et hoc fiat presentibus (6) nauclerio et 
scribano ipsius nauis. Si uero (7) de ipsa saorna aliquid 
de naui aliter cxtraheretur (8), patronus (9) nauis nostro 
comuni emendare teneantur [sic] soldos uiginti (10) denario- 
rum paruorum prò quolibet miliario de tanto quan- 
tum (li) nauis fuerit extimata. Hoc (12) intelligimus in 
naue et in quolibet ligno cooperto (13). 

Var. in Q. : (1) De ferro, piombo uel stagno et rame ponendo 
prò saorna, quod tantum de saorna for[a]s extrahatur de naue. — 
(2) si patroni nauis plumbus et rame non laboratum, stagnum, fero 
(3) tantum posuerint — (4) possint de s. e. — (5) posuerint de 
predictis q. r. — (6) sit presente — (7) nutem — (8) a. e. de n. — 
(9) patroni — (10) XX — (u) quanto — (12) Et hec — (13) de naue 
et ligno aliquo cohoperto. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



167 



VII. Qualiter naues et alia Ugna debent ornavi de 
arboribus et antennis } et antennis de dolono et temo- 
nibus (1) (a). 

Dicimus quod de arboribus et antennis, atque do- 
lono et temonibus (2), nauis uel alius ligni (3) de miliariis 
ducentis et a miliariis ducentis supra (4) decenter sit (5) 
ornata uel ornatum (6). 

St. Tiep. A, 4 — Tarr. 5. 

Var, in Q: (1) Quod nauis conuenienter ornetur. — (2) et an- 
tenis, et edam antenis de dolone, et timonibus — (3) et omne aliud 
lignum — (4) de m. CC et inde supra — (5)sint — (6) u. o. omesso. 

(a) Nella disposizione degli Stat. Tiepolo non si distingue fra le 
navi di maggiore portata e le minori, distinzione che non è fatta nep- 
pure per alcune disposizioni successive. Del resto, col progredire della 
marineria, andava sempre più assottigliandosi il numero dei legni mi- 
nori, e ciò anche in forza di qualche precetto di legge. Così nel pro- 
clama del gennaio 1229 dello Ziani che prescrive le misure minime 
delle navi (cfr. St. Ziani, G). Per te tarrete manca la limitazione della 
portata, difetto che ripetesi anche nelle altre disposizioni, ciò che si 
spiega non potendosi in via di regola, almeno al tempo di quegli 
statuti, supporre tarrete di portata inferiore a 200 migliaia, ed an- 
che perciò che i Consoli stimavano soltanto, secondo si è visto, la 
portata delle tarrete e non ne facevano la misurazione (A. S.). 

Vili [1]. Qiiot anchoras et alia correda naues et 
\\alia Ugna habere debeant (1). A.181* 

Uolumus quod nauis uel aliud lignum (2) extimata 
uel extimatum (3) ducentis miliariis et ducentis quinqua- 
ginta habeat hanchoras septem, indagarios (4) septem con- 
uenientes, canouos nouos in corcoma septem (5) et alios 
canouos septem conueni | entes; et in uelis ornetur ut (6) Q.85* 
patroni concordabuntur cum naulizatis (7). 

St. Tiep. A, 8 — Tarr. 7, 8. 

Var. in Q: (1) De ornacione coredùm. — (2) et alia ligna — 
(3) e. u. e. omesso. — ^4) de milliariis CC usque ad CCL ancoras 
septem habeat et endegarios — (5) VIJ — (6) sic ornetur sicut — (7) 
cum naulizatis simul fuerint concordati. 




i68 



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[2]. De eodem (1). 

Affirmamus quod nauis uel aliud (2) lignum exti- 
mata uel (3) extimatum trigentis milliariis et trigentis 
quinquaginta (4) habeat anchoras decem, indagarios de- 
cem(5) conuenientes, canouos nouos in corcoma decem (6) 
et alios canouos duodecim (7) conuenientes. 

St. Tiep. A, 8, 9. — Tari*. 9, 10. 

Var. in Q: (1) IX. De ornatione corredum. — (2) alliud — 
(3) u. omesso — (4) de milliariis CCC usque ad CCGL — (5) X anco- 
ras, endegarios X — (6) X in corcoma — (7) XIJ. 



[3]. (1) De eodem. 

Asserrimus (2) quod nauis uel aliud lignum extimata 
A. 182 ue ^ extimatum II quadringentis milliariis et quadringentis 
quinquaginta habeat ancoras tresdecim, indagarios tres- 
decim (3) conuenientes, canauos (4) nouos in corcoma 
tresdecim (5) et alios canauos tresdecim (6) conuenientes. 

St. Tiep. A, 10. — Tarr. 1 1. 

Var. in Q : (1) X. — (2) Stabilimus — (3) de milliariis iiiic usque 
ad iiii°l ancoras XI IJ habeat, endegarios XII J — (4) canouos — 
(5) XII J in ^corcoma — (5) canouos XIIJ 



[4] (1). De eodem. 

Statuimus (2) quod nauis uel aliud lignum extimata 
uel (3) extimatum quingentis milliariis et quingentis quin- 
quaginta (4) habeat ancoras quindecim, indagarios quinde- 
cim (5) conuenientes, canauos (6) nouos in corcoma quin- 
decim (7) et alios canauos quindecim (8) conuenientes. 

St. Tiep. A, 1 1 . 

Var. in Q : (1) XI. — (2) Mandamus — (3) e. u. omesso — (4) 
de milliariis D usque DG — (5) XV, endegarios XV — (6) canouos 
— (7) XV in corcoma — (8) canouos XV. 



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Gli statuti marittimi veneziani 169 
[5] (1). De eodem. 

Mandamus (2) quod nauis uel aliud lignum extimata 
uel extimatum sexcentis milliariis et sexcentis quinqua- 
ginta (3) habeat anchoras sexdecim, indagarios sexde- 
cim (4) conuenientes, canauos nouos in corcoma sexde- 
cim (5)|| et alios canauos sexdecim (6) conuenientes. A.182* 

St. Tiep. A, 12. 

Var. in Q: (1) XII — (2) Statuimus — (3) de milliariis DC usque 
DGL — (4) ancoras XVI, endegarios XVI - (5) XVI - (6) XVI 

[6]. De eodem (1). 

Dicimus quod nauis uel aliud (2) lignuiri extimata 
uel extimatum septingentis miliariis et septingentis quin- 
quaginta (3) habeat anchoras decem et septem, indagarios 
decetn et septem (4) conuenientes, canauos (5) nouos in 
corcoma decem et septem (6), et alios canauos decem et 
septem (7) conuenientes. 

Su Tiep. A, 13. 

Var. in Q: (1) XIII Manca il titolo. - (2) aut — (3) -de.mil. 
liariis DOG usque DCCL — (4) ancoras XVIJ, endegarios XVIJ — 
(5) canouos — (6) XVIJ in corcoma — (7) canouos XVU 



[7] (1). De eodem. 

Decernimus quod nauis uel aliud (2) lignum extimata 
uel extimatum optingentis milliariis et optingentis quin- 
quaginta (3) habeat anchoras decem et octo, indagarios 
decem et octo (4) conuenientes, canauos nouos in cor- 
coma decem et nouem (5), et alios canauos decem et 
nouem (6) conuenientes. 

St. Tiep. A, 14. 

Var. in Q: (1) XIV. - (2) aut - (3) de milliariis DCCC usque 
DCCCL - (4) ancoras XVIIJ, endegarios XVIIJ —(5) canouos XVHJ 
nouos in corcoma — (ó) canouos XVIIJ 

12 



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[8] (i). De eodem. 
A - ,8 3 || Confirmamus quod nauis uel aliud (2) lignum exti- 
rriata uel extimatum nongentis miliariis et nongentis quin- 
quaginta (3) habeat anchoras decerci et nouem, indagarios 
decem et nouem conuenientes, canauos (4) nouos in cor- 
coma uiginti (5), et alios canauos uiginti (6) conuenientes. 

St. Tiep. A, 15. 

Var. in Q: (1) XV. De vellis, De eodem. — (2) aut — (3) de 
milliariis DGCCG usque DCCCCL - (4) ancoras XVIIIJ, endegarios 
conuenientes XVIIIJ, canouos — (5) XX — (6) canouos XX 

Q. 86 fò] (0-1 tote™- 

Uolumus quod nauis uel aliud lignum extimata uel 
extimatum mille milliariis (2) habeat anchoras uiginti, in- 
dagarios uiginti (3) conuenientes, canauos (4) nouos in 
corcoma uigintiduos (5), et alios canauos uiginti duos (6) 
conuenientes. 

St Tiep. A, 16. 

Var. in Q : (r) XVI. — (2) de milliariis mille — (3) ancoras XX, 
endegarios XX — (4) canouos — (5) XXI J — (6) canouos XX IJ. 

Villi. De longitudine canauorum quos nanes et alia 
Ugna tenentur habere{\). 

Decernimus quod nauis uel banzonus uel buzus na- 
uis (2) uel aliud lignum de ducentis (3) milliariis usque 
A. 183* ad tringenta(4)non conpleta habeat canauos (5) quos||debet 
habere in corcoma longos de sexaginta duobus passis (6). 
Et nauis uel banzonus uel buzus nauis de tringentis 
milliariis usque ad quadringenta (7) non conpleta, habeat 
canauos quos debet habere in corcoma longos de sexaginta 

Var. in Q;(i)XVH. Manca il titolo. — (2) nauis uel buzoaut buzo- 
nauis — (3) CC - (4) ad CCG — (5) canouos — (6) passubus LXII — 
(7) nauis uel buzo aut buzonauis de mill. CCC usque CGCG — 



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Gli statuti marittimi veneziani 



171 



quinque passis (8). Et nauis et banzonus et buzus nauis de 
quadringentis milliariis usque ad quingenta quinquaginta (9) 
non completa, habeat canauos quos debet habere in cor- 
coma longos de septuaginta passis. Et nauis uel banzo- 
nus, uel buzus nauis de quingentis quinquaginta milliariis 
usque ad septingenta (io) non completa habeat cana* 
uos quos debet habere in corcoma longos de septuaginta 
quinque passis (11). Et nauis uel banzonus uel buzus 
nauis de septimgentis milliariis (12) et inde supra habeat 
canauos |J quos debet habere in corcoma longos de optua- A. 184 
ginta passis.(i3)Statuentes ut omnes isti canaui conuenien- 
tes sint in grossicie secundum eorum longitudinem (13). 

St. Tiep. A, 8. 

(8) canouos in corcoma longos passibus LXV — (<)) nauis uel buzo aut 
huzonauis de mill. CCCC usque DC. Qui manca il passo seguente 
fino a usque ad septingenta. — (10) usque DCC — (11) in corcoma 
canouos nouos longos habeat de passibus LXXV — (12) buzo aut 
buzonauis de mill. DCC — (13) habeat canouos in corcoma de passibus 
LXXX. Ordinamus quod omnes isti canoui sint conuenientes in gros- 
secia secundum longitudinem illorum. 

X. Qualiter naues el alta Ugna de tringentis mil- 
liariis usque ad sexcenta ornar i debent in velis (1). 

Affirmamus quod nauis uel banzonus uel buzus na- . 
uis uel aliud lignum de tringentis milliariis usque ad 
sexcenta sic ornetur in uelis : In proda (2) habeat artimo- 
nem, terzarolum et dolonum (3) unum de fustagno uel 
de bambacio, et parpalionem unum de canauazo. In me- 
dio habeat maioram (5) et dolonem unum de banbacio 
uel de barachamo, et parpalionem unum de canauazo (6). 

St. Tiep. A, 9. — Tarr. 6. 

Var. in Q:(i) XVIII. De vellis. — (2). Affirmamus quod nauis, 
uel buzo aut buzonauis de milliariis CCG usque DC in proda sit con- 
nata in uellis: — (3) dolocium — (4) banbasio et parpaglonepa unum 
de caneuaza — (5) maiorem — - (6) baracame et parpaglonem unum 
de catiuaza. 



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XI. Qualiter naues et alia Ugna de sexcentis mil- 
liariis et inde supra ornavi debent in uelis (i). 

Il Mandamus quod nauis uel banzonus uel buzus na- 
uis (2) uel aliud lignum de sexcentis milliariis (3) et inde 
supra sic ornetur in uelis: In proda habeat artimonem (4), 
terzarolum et dolonem unum de fustagno et de banba- 
cio, et parpalionem unum de canauazo (5). In medio 
habeat maioram (6), terzarolum et dolonem unum de 
bambacio uel de barachamo, et parpalionem unum de ca- 
nauazo (7). 

St. Tiep. A, 12. 

Var. in Q: (1) XIX. Manca il titolo. — (2) uel buzo uel buzo- 
nauis — (3) de milliar. DC — (4) artimone — (5) bambasino et par- 
paglonem unum de caneuaza — (6) maiorem — (7) uel baracame, 
parpaglonem unum de caneuaza 

XII. Qualiter arbores et antenne cuiuslibet nauis et 
aliorum lignorum ornar i debent de sarciis (1). 

Ordinamus quod arbores et antenne cuiuslibet na- 
uis uel alterius ligni de ducentis (2) milliariis et inde 
supra ornentur de bonis mantis et sarciis et sostis (3) 
conuenienter. 

St. Tarr. 12. 

Var. in Q: (1) XX. De arboribus et antenis. — (2) cuiuscum- 
que nauis uel ligni de CG — (3) concietur de bouistis et sostis et sarcijs. 

XIII. De mantis nouis quos naucs et alia Ugna te- 
nentur habere superfluos (1). 

Il Decérnimus quod nauis et banzonus uel buzus 
nauis uel (2) | aliud lignum de tringentis (3) milliariis 

Var. in Q: (1) XXI. De nouis mantis superfluis. — (2) nauis et 
buzo et buzonauis et — (3) CCC 



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Gli statuti marittimi veneziani 173 

usque ad sexcenta (4) habere debeat unum mantum no- 
uum superfluum (5). Et nauis uel aliud lignum de sex- 
centis milliariis (6) et inde supra habere debeat duos 
mantos nouos superfluos. 

(4) DC — (5) u. m. n. s. h. d. — (6) de milliariis DC. 

XI III. De pena quam incurrunt patroni si defectus 
est in corredis et ornamentis nauium et aliorum ligno- 
rum (1). 

Statuimus quod si aliquis defectus fuerit in corredis 
et ornamentis (2) nauium uel banzonorum (3), buzo- 
rum nauium et (4) aliorum lignorum superius nominato- 
rum (5), patroni illorum lignorum (6) nostro comuni (7) 
duplum ualimenti tocius defectus emendare teneantur (8). 

.St. Tiep. A, 46. — Tarr. 13. 

Var. in Q: (1) XXII. De emendatione defectus — (2). coredis et 
ornamento — '3) u. b. omesso. — (4) buzonauium uel — (5) predicto- 
rum — (6) 1. i. — (7) n. c. omesso. — (8) duplum naulizancium te- 
neantur emendare defectus. 



XV. Quod naues et alia Ugna de ducenlis millia- 
riis et inde supra habere non de\\beant mantos repara- a. 185* 
tos (i). 

Ordinamus quod nulla nauis de ducentis millia- 
riis (2) et inde supra habere debeat mantum repara- 
tum (3) in arbore de proda, et alii manti (4) qui fuerint 
in arboribus sint conuenientes. Patronus uerq (5) qui 
sue naui mantum posuerit reparatum, aut (6) modo ali- 
quo uel ingenio poni fecerit, uel permittet, nostro co- 
muni in duplum (7) ualimenti boni et noui manti con- 

Var. in Q: (1) XXIII. De preparatane matorum — (2) mill. 
CC — (3) mantum habere debeat reparatum — (4) manti alii — (5) na- 
uis — (6) qui « poni fecerit » — (7) duplo 



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petentis (8) illi naui uel (9) simili debeat emendare. Hoc 
intelligimus in naue, et banzono (io) et buzonaue uel (1 1) 
alio Ugno. 

(8) mantis computatis — (9) in agg. — (10) buzo — (n) et 

XVI. Quod naues et alia Ugna de ducentis millia- 
riis et inde supra cum exierint de Ueneciis sint guar- 
nite de omnibus suis corredis (1). 

Dicimusquod quelibet nauis de ducentis milliariis (2) 
35 et inde supra, que exierit || de Ueneciis (3), sit guarnita (4) 
de omnibus suis corredis secundum tenorem nostri sta- 
tuti (5) sub pena dupli ualimenti (6) tocius defectus (7) 
nostro comuni soluenda a patrono nauis cui aliquid de- 
fecerit in corredis. Et hoc intelligimus in naue et ban- 
zono (8) et buzonaue et alio ligno (9). 

St. Tarr. 14. 

Var. in Q: (1) XXIV. De preperatione coredum. — (2) nauis 
et alia ligna de mill. CC — (3) q. d. u. e. — (4) ornata — (j>) statuti 
nostri — (6) naulizamenti — (7) In luogo di quel che segue ha : et 
ipsam peoam nostro comuni pacabit patronus nauis si aliquid sibi 
defecerit de coredis — (8) de naue et buzo — (9) et alijs lignis coho- 
pertis. 

XVII. Quod brulla, stupa et accuti sint in expensis 
patronorum nauium et aliorum lignorum (1). 

Uolumus (2) quod brulla, stuppa et accuti (3) de- 
beant esse in expensis (4) patronorum nauium et quo- 
rumlibet (5) lignorum coopertorum de ducentis millia- 
riis (6) et inde supra. 

St. Tiep. A, ó. — Tarr. 15. 

Var. in Q: (1) XXV. Manca il titolo. — (2) Nolumus — (3) stu- 
pa et acuti — (4) expenssis — (5) nauium et omnium — (6) coho- 
perto de milliariis CC. 



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'75 



XVIII. De locis in quibus fieri possunt camere per 
patronos in nauibus et aliis lignis (i). 

Decernimus quod patroni nauium (2) possint facere 
cameras (3) in pope nauis sub eius uanno (4), et edam 
sub corretorio a porta (5) sentine uersus popem us||que A. 186* 
ad ante uannum (6); et in proda similiter a chatena col- 
latoria (7) usque ad portam prode ; et alibi cameram ali* 
quam facere non possint (8) sub pena triginta (9) soldo- 
rum grossorum prò qualibet(io) camera alibi (11) facta. 
Que pena in nostrum (12) comune deueniat. Hoc (13) 
intelligimus in naue et banzono|et buzonaue uel alio q. 87 
li^no de ducentis milliariis et inde supra (14). 

St. Tiep. A, 5. 

Var. in Q: (1) XXVL Vbi patroni possint facere camerelas. — 
(2) Qui in pope nauis — (3) camerelas — (4) sub uanno nauis — (5) co- 
rederio, atque portam — (6) anteuanum — (7) cathene colatoria — 
(8) et in alio loco non possint c. f. — (9) XXX — (10) omni — (1 1) in 
alio loco — (12) nostro — (13) Et hoc — (14) de naue et buzo et 
buzonaue et Ugno cohoperto. 



XVIIII. De expense que fiunt prò nauibus et aliis 
lignis coopertis extrahendis de portu Ueneciarum, fieri 
debeant per patronos (1). 

Precipimus quod expense (2) que fiunt (3) prò naui- 
bus et prò quibuslibet lignis coopertis de portu (4) Ue- 
neciarum extrahendis, fieri debeant expensis patrono- 
rum (5). 

St. Tiep. A, 7. 

Var. in Q: (1) XXVII. Quod patroni facere debent expensas 
prò naue de portu Uenec. trahenda. — (2) expensse — (3) fuerint — 
(4) et lignis omnibus cohopertis de porto — (5) trahendis, sint super 
patronis nauium et omnium lignorum facte. 



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XX. Qiiot marinarios naues et alia Ugna tenentur 
habere (1). 

Affirmamus quod nauis uel (2) aliud lignum de du- 
A. 187 || cen ti s (3) milliariis habeat marinarios uiginti (4), et prò 
quibuslibet decem (5) milliariis que nauis uel aliud li- 
gnum plus fuerit extimatum uel extimata (ó), unum ma- 
rinarium plus habere debeat. Ordinantes quod si aliquis 
marinariorum (7) moriretur uel relinqueret nauem (8), 
patronus illius nauis ipsum marinarium secumdum ordi- 
nem et tenorem nostri statuti debeat recuperare (9) ubi 
nauis (10) portum fecerit prius. Qui uero contra hoc 
fecerint(n) nostro comuni emendare teneantur in du- 
plum (12) marinariciam (13) comunalem que in naui (14) 
fuerit, prò quolibet marinano qui in naui (15) defecerit. 

St. Tiep. A, 8 a 16 — Tarr. 16. 

Var. in Q: (1) XXVIII. De marinar ijs habendis. — (2) et omne 

— (3) GC — (4) XX marinarios — (5) omnibus X — (6) quod plus 
nauis fuerit extimata — (7) Si marinarius aliquis — (8) nauem relin- 
querit - (9) recuperare debeat — (10) naues — (11) portum f.,ante- 
quam hoc fecerit contra — (12) in duplum teneatur emendare — 
(13) suam, sciiicet aggiunto — (14) naue — (15) qui nauem 

XXI. Qualiter licitimi est patrono, si aliquis mari- 
nariorum moritur, intromittere de bonis ipsius (1). 

Dicimus quod si aliquis marinariorum moriretur, 
A. 187* licitum sit pa prono tantum intromittere (2) de bonis ip- 
sius que sunt (3) in naue, quantum uenit ei prò racione 
de residuo quod debebat seruire in naui (4). 

St. Tarr. 17. 

Var in Q: (1) XXIX. De habere intromittendo marinariorum 

— (2) patrono sit licitum intromittere tantum — (3) illius, que fuerint 

— (4) quantum per racionem ipsi habere perticiet de residuo quod sibi 
pertinet habere et debet seruire. 



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Gli statuti marittimi veneziani 177 

XXII. De trombatoribus et tubis et trombetis, iam- 
burlis et tympanis, quos et quas naues et alia Ugna de 
quadringentis milliariis et inde supra habere tenentur^ 
que iuerint extra Culfum (1). 

Uolumus quod nauis de quadringentis (2) milliariis 
et inde supra (3) que iuerit extra Culfum habere debeat 
duos tonbratores cum duabus tubis (4) conuenientibus, 
qui marinarli sint (3) conputati ; et hoc sub pena vigin- 
tiquinque (6) libtarum prò quolibet tonbratore a patro- 
nis nauis soluenda; que pena in nostrum comune deue- 
niat (7). Similiter dicimùs quod quelibet (8) nauis que 
fuerit de quadringentis (9) millia || riis et inde supra, ha- a. 188 
bere teneutur imam tonbretam (10) et unum tamburlum 
et duos tympanos, sub pena predicta. Hoc (1 1) intelligi- 
mus in naue et quolibet ligno. 

Var. in Q: (1) XXX. De trombatoribus et trombis habendis. — 
(2) CCCC — (3) et i. s omesso. — (4) trombatores c. d. trombis — (5) 
sint marinari) — (6) XXV — (7) per quenlibet trombatorem; et no- 
stro comuni ipsam penam patroni pacare teneantur — (8) omnis — 
(9) CCCC — (10) trofcbelam - (11) Et hoc. 



XXIII. De patronis qualiter possimi esse marinarti 
in suis nauibus et aliis lignis (1). 

Iniungimus (2) quod nullus patronus nauis (3) possit 
esse marinarius sue nauis, si tantum unus patronus uel 
duo fuerit uel (4) fuerint in ipsa naui. Saluo hoc (5) 
quod si fuerint tres patroni (6), unus tantum (7) illorum 
marinarius esse possit (8). Et si fuerint quatuor patro- 
ni (9), duo tantum (10) illorum marinarli esse possint in 
sua naui (11). Et plus duo | bus patronis in aliqua naue q g 7 * 

Var. in Q: (1) XXXI. De patronis qui non possunt esse mari- 
narij. — (2) Dicimus — (3) nauis om. — (4) fuerit uel om. — (5) hoc 
om. — (6) patroni om. — (7) tantum om. — (8) possit esse marina- 
rius — (9) patroni om. — (10) tantum om. — (11) i. s. n. om. — 



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marinarli esse non possint (12), sub pena quinquaginta 
librarum (13) nostre parue (14) monete (15) nostro co- 
A.188* munì soluenda prò quolibet pa|| trono qui contra hoc sta- 
tutum fuerit marinarius, et in quolibet uiatico. Hoc (16) 
intelligimus in naue et banzono (17) et buzonaue uel alio 
Ugno de ducentis (18) milliariis et inde supra. 

St. Tarr. 20. 

(12) naui e. n. p. m. — (13) librarum L — (14) parue om. — (15) Invece 
di ciò che segue ha: Quam penam quilibet illorum nostro comuni 
emendare teneatur qui fecerit contra hoc statutum — (16) Et hoc — 
(17) de nave et buzo — (18) Ugno alio de mill, CG 



XXIIII. De illis qui marinariì esse non debent (1). 

Sanccimus (2) quod nullus minor decem et octo (3) 
annorum in aliqua naue (4) marinarius esse possit (5), 
et eciam nec miles, nec peregrinus, nec seruiens (6) ma- 
rinarius esse possit (7). Patronus uero qui marinarium 
minorem decem et octo annurum in sua naue habuerit, 
et eciam (8) militem, uel peregrinum, uel (9) seruientem 
prò marinano, nostro comuni libras uiginti quinque prò 
quolibet (10) debeat emendare. Hoc (11) intelligimus in 
naue et in quolibet ligno cooperto de ducentis (12) mil- 
liariis' et inde supra. 

St. Tarr. 21. 

Var. in Q: (1) XXXII. De illis qui non possunt esse marinarij. 
— (2) Statuimus — (3) XVIII — (4) in a. n. om. — (5) p. e m. — 
(6) in aliqua naui aggiunto — (7) p. e. — (8) in s. n. marinarium 
XVIII annorum habuerit uel — (9) aut — (10) prò quolibet libras 
XXV — (11) Et hoc — (12) omni ligno cohoperto de CC 

A. 189 XXV. De sacramento accipiendo ma\\ rinariis per pa- 
tronos (1). 

Iubemus quod patronus cum marinarios prò sua 
Var. in Q: (1) XXXIII. De tollendo sacramento marinarijs. — 



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J79 



naui acceperit, ab eis accipiat sacramentum si minores 
decem et octo annorum fuerint, et eis prò sacramento 
crcdatur. Sacramento uero ab eis accepto, patronus pe- 
nam aliquam non incurrat. Hoc (2) intelligimus in naue 
et in quolibet Ugno cooperto de ducentis milliariis et inde 
supra (3). 

St. Tarr. 21. 

(2) I. q. c. p. prò s. n. a. m., accipiat s. a. e. si marinari) fuerint 
minores XVIIJ annorum, et ipsis creJat per sacramentum, patronus 
penam non incurrat. Et hoc — (3) de naue de CC mill. et omni 
ligno cohoperto, et inde supra. 



XXVI. De illis qui marinariciam defenderint (1). 

Asserimus (2) quod marinarius uel aliquis (3) alius 
qui marinariciam (4) in naue merchatoribus naulizata 
defenderit, locum merchatorum (5) dormiendi ab arbore 
de medio uersus popem habere non possit (6), nisi super 
bertrescam discoopertam (7) que est supra corretorium 
uel (8) supra uanum, excepto patrono ma Urinario conta- a. 189* 
to (9) qui dormire possit ab arbore de medio usque po- 
pem. Marinarius uero uel (10) aliquis alius (11) contra 
hoc faciens (12) nostro comuni soldos decem ueneciano- 
rum (13) grossorum debeat emendare. Hoc (14) intelli- 
gimus in naue et banzono et buzonaue uel alio ligno de 
ducentis (15) milliariis et inde supra. 

Var. in Q: (1) XXXIV. De locis non habendis in naue — 
(2) Affìrmamus — (\) aliquis om. — (4) defenderunt aggiunto. — 
(5) in naue mercatorum locum mercatoris — (6) habere non possit de 
medio uersus popem — (7) bertescam discouertam — (8) corredorium 
et — (9) computato — (10) pope. Marinarius uel — (11) qui agg. — 
(12) fccerit — (13) X denariorum — (14) Et hoc — (15) de naue et 
buzo et buzonaue et omni ligno cohoperto de CC 



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XXVII (i). De armis que marinarii habere tenentur (2). 
Statuimus quod quilibet (3) marinarius cuiuslibet na- 
uis uel alterius ligni de ducentis (4) milliariis et inde su- 
pra, habeat capilinam de corio, aut elmum de cono (5) 
uel de ferro, et scutum, et zupam, et cultellum percu- 
ciendi (6), et spatam, et lanceas uel lanzonos tres (7). 
Marinarius uero qui quadraginta libras uel (8) plus prò 
A. 190 marinaricia habuerit, panzeram uel lamam (9) de fer||ro 
cum armis babeat supradictis (10) Similiter nauclerius, 
si quadraginta libras uel (1 1) plus habuerit, panzeram uel 
lamam de ferro (12), et unam balistam de cornu cum 
centum (13) quadrellis habeat, cum armis omnibus su- 
pradictis (14). Et hec omnia, ut in (15) hoc capitulo con- 
tinente, quilibet (16) supradictorum sub pena decem 
librarum denariorum paruorum teneatur habere, que pe- 
na in nostrum comune deueniat (17). 

St. Tiep. A, 8. — Tar. 16. 

Var. in Q: (1) XXXV. — (2) tenentur habere — (3) omnis — 
Q. 88 (4) de omni naue uel I de alio ligno de mill. CG — (5) capelinam de 
corrio aut helmum de corrio — (6) cultelum de ferire — (7) IIJ — 
(8) qui libras XL et — (9) habebit prò marinaricia, panceram uel 
lameram — (10) predictis habeat — (11) libras XL et — (12) pance- 
ram uel lameram de fero — (13) balestranti de corno cum C — (14) 
cum armis predictis habeat — (15) Et hoc intelligimus quod in — 
(16) continetur, de omnibus — (17) librarum X uenec. paruorum ; 
quam soluere teneatur quilibet comuni Venetiarum. 

XXVIII. Qualiter arma non debent auferi naucle- 
riis et marinaris. 

Ordinamus quod arma que nauclerii et marinarii 
habere tenentur prò aliquo debito eis auferri non pos- 
sint donec patronis nauium tenebuntur (1). 

Var. in Q : (1) XXXVI De noclerio qui a naui folli non potest. 

Ordinamus quod omnis nauclerius et marinarius, qui naui seruire 
tenetur, non possit tolli armis per aliquod debitum donec patrono 
seruire teneatur. 



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Gli statuti marittimi veneziani 18 1 

XXVIIII (t). De armis que naues et alia Ugna ha- 
bere tenentur (2). 

[1]. Procipimus quod nauis et banzonus et buzus- 
nauis (3) uel ali || ud lignum de ducentis (4) milliariis usque a. 190* 
ad trecenta (5) non conpleta, habere debeat (6) duas pan- 
zeras et (7) duos cupironos, duos elmos (8) uel duas ca- 
pilinas (9) cum mascaris, lanzonos uel zitarolos (10) cen- 
tum, duos scutos, duas balistas de cornu. unam (11) de 
streuo et aliarti (12) de pesarola, centum quadrellos prò 
balista de streuo, et quinquaginta (13) quadrellos prò 
balista de pesarola ; unum crocum et unam (14) pesaro- 
lam, duas cordas et unam maestram prò qualibet ba- 
lista (15). 

St. Tarr. 18. 

Var. in Q : (1) XXXVII. - (2) debeni habere. - (3) buzo et bu- 
zonauis - (4) GG — (3) GGG — (6) teneantur habere — (7) panceras, — 
(8) helmos — (9) capellinas — (10) lanzones uel gitarolles — (11) scutos 
IJ, ballistras IJ de corno, IJ — (12) unam — (13) uel de turno, qua* 
drellos C prò ballista de streue et L (14) ballestra de pesarolla, I 
croco, l — (15) cordas II, maestra ni unam prò omni ballista. 

[2]. De eodem (1). 

Mandamus (2) quod nauis et banzonus et buzusna- 
uis (3) uel aliud lignum de tringentis (4) milliariis usque 
ad quingenta (5) non con pietà, habeat (6) quatuor pan- 
zeras et (7) quatuor capironos, et (8) quatuor elmos uel qua- 
tuor capilinas cum mascaris (9), quatuor scutos, || lanzonos a. 191 
uel zitarolos ducentos (10), quatuor balistas de cornu (1 1), 
duos de streuo et duas de torno uel de pesarola, centum 
quinquaginta quadrellos prò qualibet (12) balista de streuo, 

Var. in Q: (1) XXXVI il. Item de- eodem capitulo. — (2) Asse- 
rimus — (3) et buzo et buzonauis — (4) GGG — (5) usque D — (6) com- 
pleta, habere teneantur — (7) panceras — (S) et omesso. — (9) helmos 
uel cappelinas cum mascheris — (10) gitarolas GG — (11) d. c. om. — 
(12) duas de pesarola uel de torno, quadrellos CL prò omni — 



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quinquaginta quadrellos prò qualibet balista da tomo uel 
de (13) pesarola, duos crocos, duos tornos uel duas pesa- 
rolas (14), et duas cordas et unam maestram prò qualibet 
balista (15). 

St. Tarr. 18. 

(13) quadrellos L prò omni balistra de turno uel — (14) duos pe- 

sarolas omesso. — (15) magistram prò omni ballistra. 

88* | [3]. De eodem (1). 

Asserimus quod nauis et banzonus et buzusnauis 
uel aliud lignum de quingentis milliariis, usque ad sep- 
tingenta (2) non conpleta, habeat sex panzeras, et sex 
capironos, sex elmos uel sex capilinas cum mascaris, sex 
scutos (3) lanzonos uel zitarolos tringentos, sex balistas de 
cornu (4), tres da (5) streuo et tres da torno uel da pe- 
sarola, centum quinquaginta quadrellos prò qualibet ba- 
191* lista (6) de streuo, quinquaginta quadrellos prò || qualibet 
balista de torno uel de pesarola, tres crocos et (7) tres 
tornos uel (8) tres pesarolas, et (9) duas cordas et unam 
maestram prò qualibet balista (10). 

Var. in Q: (1) XXXIX. Idem. — (2) ManJamus quod omnis na- 
uis de milliariis D usque DCC — (3) teneatur habere sex panccras, 
sex capirones e manca il resto fino a lanzonos — (4) et gitarollas 
GCC, sex de corno — (5) de — (6) de pesarola uel turno, CL qua- 
drellos prò omni balestra — (7) L prò omni balestra de pesarola uel 
de torno, tres crochos — (8) et omesso. — (9) u. omesso. — (io) magi- 
stram per quamlibet balistam. 

[4]. De eodem (1). 

Iniungimus quod nauis uel aliud lignum de septin- 
gentis (2) milliariis et inde supra habeat octo panze- 
ras et (3) octo capironos (4), octo elmos uel octo capi- 
linas (5) cum mascaris (6), octo scutos, lanzonos uel 

Var. in Q: (1) XL Idem. — (2) DCC — (3) panceras - (^capiro- 
nes — (5) helmos uel capelinas — (6) mascheris — 



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Gli statuti marittimi veneziani 183 

gitarolos quadringentos, octo balistas de cornu, quatuor 
da streuo et quatuor da torno uel da pesarola, centum 
quinquaginta quadrellos prò qualibet balista da streuo, 
quinquaginta quadrellos prò qualibet balista de torno uel 
da pasarola (7), quatuor crocos (8), quatuor tornos uel (9) 
quatuor pesarolas, duas cor||das et unam maestram prò A. 912 
qualibet balista (10). 

(7) lanzones uel gitarollas CCCC, balistas quatuor de corno destrue, 
ballestras quatuor de pesarola uel torno, quadrellos CL prò omni bale- 
stra destrue, quadrellos L prò omni ballestra de pesarola uel torno — 

(8) crochos — (9) cordas unam magistram per omnem balistram. 

XXX. De pena quam incurrunt patroni si defectus 
fnerit in armis supradiclis (1). 

Statuimus quod si aliquis defectus fuerit in armis 
superius in istis quatuor capitulis nominatis, patroni na- 
uis, uel banzoni, uel buzinauis, uel alterius (2) ligni, cui 
aliquid in armis supradictis defecerit, in duplum uali- 
menti tocius defectus nostro comuni debeant (3) emen- 
dare (a). 

St. Tarr. 18. 

Var. in Q: (1) XLI De emendatione armorum. — (2) defectus. 
in a. f. de istis q. c. supradictis, patronus uel marinarius nauis uel 
aliud >— (3) aliquid defecerit de predictis, ualimentum de omni defec- 
tu in duplum comuni nostro debeat 

{a) Gli St. Tarretarum, senza prevedere i vari casi di cui al capi- 
tolo 29 precedente, e con sanzione penale diversa dal presente ca- 
pitolo 30, regolano la materia nel loro cap 18, che veggasi (A S.). 

XXXI. Quod patroni nauium et aliorum lignorum 
de ducentis milliariis et inde supra habere debeant 
unam stateram (1). 

Uolumus quod patroni cuiuslibet nauis et banzoni 
et buzinauis (2), uel alterius ligni, de ducentis millia- 

Var. in Q: (1) XLII. De staterà in natie habenda. — (2) et ban- 
zoni et b. n. omesso. — 



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riis (3) et inde supra prò sua naue unam stateram iusti 
A -*9 2 * ponderis Uene||ciarum teneantur habere(4), cum qua8d(c>) 
minus libras septingentas ad grossum simul ualeant pon- 
derari (6), sub pena uiginti soldorum uenecianorum gros- 
sorum(7); que pena in nostrum comune deueniat. 

St. Tarr. 19. 

(3) mill. CC — (4) stateram habere debeant de iusto pondere uenec. 
— (5) at — (6) DGG ad grossum possi nt pesare — (7) soldorum gros- 
so™ m XX; 

XXXII. Qualiter patroni in nauibus et aliis lignis 
esse et morari tenentur (1). 

Dicimus quod si nauis plures patronos in ea ituros(2) 
habuerit, unus ad minus intret nauim (3) antequam (4) 
transeat molum sancti Nicholai, in ca continue commo- 
rando. Similiter in redditu(5) suo in Uenecias moram 
in naui ipsa (6) faciendo usque dum nauis non fuerit 
infra molum (7) predictum. Patronus uero (8) qui contra 
hoc fecerit penam quinquaginta librarum incurrat (9), 
quam penam nostri consules in Ueneciis infra quindecim 
A - *93 dies postquam habuerint in || noticia exigere debeant et 
auferre. Et si penam predictam àuferre non poterint, nos 
cum nostro conscilio, infra quindecim dies (10) postquam 
nobis fuerit declaratum, eam in duplum auferre uel au- 
ferri(u) facere teneamur. Hoc (12) intelligimus in naue 
et banzono et buzonaue uel altero ligno de ducentis mil- 
liariis (13) et inde supra. 

St. Tiep. D. 

Var. in Q: (1) XLIII. Ubi patroni nauem intrare tenentur. — 
(2) nauis in ipsa ituros patronos p ures —(3) at m. in nauem intrat — 

(4) nauis aggiunto, — (5) moJulum s. Nicolai in causa omni die moe 
Q« 87 rando. Similiter — (6) interdictu — (7) morari in ipsa na | ue — (8) mo- 

dulum — (9) autem — (10) librarum L incurat — (11) Ueneciis exi- 
gere debeant et accipere infra XV dies — (12) ipsam i. d. accipere uel 
accipi — (13) Et hoc — (14) de naue et ligno de mill. CG 



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XXXIII. Qualiter unus solus patronus tenetur esse 
et inorar i in naue et alio Ugno, et qualiter de ipsis 
exire potest (1). 

Dicimus (2) quod si nauis tantum unum patronum 
habuerit, qui in ea sit iturus, ille patronus nauem (3) 
intrarc debeat antequam ipsa transeat molum (4) sancti 
Nicholai, semper in ea continue conmorando (5). Similiter 
io reditu suo in Ueneciis (6) moram in ipsa navi (7) 
faciendo dum nauis non fuerit || infra molum predictum (8), A - *93* 
nisi patronus ille loco sui dimiserit (9) fratrem uel (10) 
filium, seu (11) filium fratris uel sororis,aut (12) consangui- 
neum (13) germanunv, aut (14) fratrem patris uel matris, 
aut(i4) geaerum uel cognatum, dum quis istorum suf- 
ficiens uidebitur in hoc facto. Statuentes ut ille qui sic (15) 
remanserit prò patrono eandem (16) potestatem habeat 
quam patronus qui eum dimisit habebat. Qui uero, si 
nauem reliquerit uel (17) predicta non obseruauerit que 
patroni obseruare tenentur, patronus, qui loco sui eum 
dimisit (1 8), nostro comuni libras quinquaginta (19) sol- 
uere teneatur ; quam penam nostri consules in Ueneciis, 
infra quindecim dies postquam eis datum fuerit in noti- 
eia, teneantur exigere et auferre (20). Et, si dictam pe- 
nam auferre non poterint (2 1), nos cum nostro conscilio 
U infra quindecim dies (22) postquam nobis fuerit declara A. 194 
tum, ipsam penam in duplum auferre uel auferri (23) 

Var. in Q: (1) X LI III. De illis qui in naue morari possunt per 
patronos. — (2) Precipimus — (3) qui cum naue ire teneatur, ille 
nauem — (4) nauis moJulum transeat — (5) in ipsa morando — 
(6) suo Uenec. — (7) nauem ipsam — (8) predictum modulum — (9) ali- 
qucm dimi-erit 1. s. — (io)u. omesso. — (1 i)s. omesso. — (12) a. omesso. 

— (13) uel parentem agg. — (14) a. omesso. — (15) cognatum; et omnem 
prout sibi uidebitur poterit in naue dimittere de predictis ; et ille qui — 
(16) per patronum ipsam — (17) quam habuit qui nauem reliquid. Et si 

— (18) e. d. 1. s. — (19) I. q. omesso. — (20) consules excutere teneantur 
infra dies XV postquam e. d. f. i. n. — (21) non poterint excutere — 
(22) dies XV - (23 ; tollera uel tolli — 

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facere teneamur. Nauclerius uero et tnarinarii (24) sacra- 
mento teneantur quam cito poterunt mariifestare nostris 
consulibus in Ueneciis (25) patronum uel illum quem 
loco sui dimiserit, contra predicta facientem (26). Hoc (27) 
intelligimus in naue, banzono (28) et buzonaue uel (29) 
alio ligno de ducentis milliariis (30) et inde supra. 

St. Tiep. D. 

(24) autem et marinarius — (25) teneatur q. c. poterit n. c. i. U. mani- 
festare — (26) d. 1. s. f. c. p. — (27) Et hoc — (28), naue, buzo — 
(29) et orani — (30) mill. CG 



XXXIIIL Qualiter marinarli et nauclerii tenentur 
intrare et esse in nauibits et aliis lignis (1). 

Q. 89* Mandamus quod nauclerius et marina |rii cuiuslibet 
nauis ante quam ipsa molum iranseat (a) sancti Nicho- 
lai, nauem intrare debeant (2) et de naue non exeant (3) 
nisi a patronis nauis et a nauclerio (4) uel a maiori parte 
eorurn, licencia fuerit eis data (5). Similiter in reditu 

A.194* suo (6) in Uenecias nul || lus illorum egrediatur de naue 
dum nauis non (7) fuerit infra molum (8) predictum, nisi 
a predictis fuerint licenciati. Hoc saluo quod semper, 
tam (9) eundo quam redeundo, due partes marinario- 
rum (10) sint in naue, continuum in ea(n) residenciam 

Var. in Q: (1) XLV. De marinarijs et nauclerio qui nauem 
tenentur intrare antequam transeant modulum sancti Nicolai. — 
(2) et marinarius nauem intrare debeant antequam nauis ipsa transeat 
modulum sancti Nicolai — (3) exeat — (4) a patrono uel patronis 
nauium aut a nauclerijs — (5) ipsorum sibi licencia data fuerit — (6) s. 
redditu — (7) nullus de naue exeat donec nauis — (8) modulum — 
(9) predictum aut licenciatus fuerit a prefactis hominibus, tam in — v io) 
semper aggiunto. — (11) continuam in ea omesso. — 

(a) Aggiunto in margine. 



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Gli statuti marittimi veneziani 187 

facientes. Qui uero contra predicta fecerit, prò qualibet 
die qua extra naue steterit, penam de quadraginta soldis 
incurrat (12) . Statuentes, ut omnes marinarli nauis a 
patrono uel a patronis nauis astringantur sacramento (13) 
manifestare patrono uel patronis ac scribano nauis, nec 
non et baiulis et rectoribus locorum (14) et ciuitatum 
qui prò nobis et comuni Ueneciarum extiterint (15) in 
terris in quibus nauis portum (16) fecerit, omnes contra 
predicta facientes (17) ; tunc uero nostri baiuli uel recto- 
res illius loci (18) dictam pe||nam eis prò nostro co- a. i 
muni exigere debeant et auferre. Et eciam hic in Uene- 
cias teneantur dicti marinarii infra octauum diem post 
reditum eorum in Uenecias nostris consulibus declara- 
re (20) ; et tunc ipsi(2i) consules infra quindecim dies 
postquam habuerint in noticia, penam predictam exi- 
gere debeant et auferre. Si uero (22) dictam penam au- 
ferre non poterunt (23), nos cum nostro conscilio, in- 
fra quindecim dies (24) postquam nobis fuerit declara- 
tum, eam auferre uel auferri facere teneamur. Cuius 
pene due partes in nostrum comune deueniant, tercia 
uero in accusatorem debeat euenire(25). Hoc intelligimus 
in naue et banzono et buzonaue uel alio (26) ligno de 
ducentis (27) milliariis et inde supra. 

St. Tiep. D. 

(12) Qui autem f. c. p. prò omni die quo fuerit e. n. et steterit penam 
soldorum XL incurat — (13) Statuimus quod a p. uel p. n. marinarij 
5. a. — (14) baiulus et 1. r. — (15) fuerint — (16) p. n. — (17) omnes 
omesso, t c. p. — (18) rectores nostri uel baiuli — (io) eis om. — 
(20) comuni excutere teneantur et accipere. Et in Ueneciis marinarii, 
infra octo dies postquam Uenec. intribunt, manifestare nostris con- 
sulibus teneantur — (21) nostri — (22) infra dies XV dictam penam 
teneantur excutere postquam eis dictum fuerit. Si autem — (23) n. p. 
excutere — (24) dies XV — (23) nobis dictum fuerit eam accipere 
uel accipi [et] tollero faciemus. De qua pena comune habeat duas 
partes et accusator terciam — (26) nave et omni — (27) GC 



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XXXV. Qualiter patroni marinarios canbire non 
debent (i). 

A. 195* Il Confirmamus quod patronus aliquem marinarium 
quem in u'iatico uel uiaticis prò sua naui habuerit, can- 
bire non debeat (2), nisi de uoluntate maioris partis mer- 
chatorum nauis ipsius. Patronus aero (3) qui contra hoc 
fecerit, duplum marinaricie marinarii quem aliter canbiret 
nostro comuni debeat emendare. Ordinante* ut omnes 
marinarii sacramento manifestare teneantur scribano na- 
uis, nec non et baiulis et rectoribus locorum et ciuitatum 
qui prò nobis et comuni Ueneciarum extiterint in terris 
in quibus nauis portum fecerit, patronum predicta mi- 
nime obseruantem. Tunc uero nostri baiuli et rectores 
prò nostro comuni debeant (4) patrono illius nauis dic- 
tam penam auferre, uel si auferre non possent, nobis (3) 

A. 196 suis litteris intimare. Hic ueflro in Ueneciis dicti mari- 
narii consulibus comunis infra octauum diem post suum 
reditum in Uenecias manifestare similiter teneantur (6) ; 
tunc dicti consules infra quindecim dies predictam pe- 
nam patrono nauis illius exigere debeant et auferre (7). 
Et si dictam penam auferre non poterint (8) nos cum 
nostro conscilio infra quindecim dies postquam in noticia 

St. Tarr. 22. 

Var.in Q: XLVI. Quod patroni non possunt marinarios cambia- 
re. — (2) quem in sua naue habuerit, in uiatico uel uiaticis non debeat 
cambiare - (3) mercatorum. Ipsius uero nauis patronus — (4) fecerit, no- 
stro comuni in duplum marinariciam marinari) emendare teneantur. Or- 
dinarmi quod omnes marinari) teneantur hoc manifestare scribano nauis. 
aut baiuio uel rectoribus qui erunt in ipsis terris et locis prò comuni 
Q # 90 Ueneciarum I in quibus nauibus portum fecerint. Si patronus minime 
obseruabir antedicta, nostri baiuli uel rectores prò comuni Uenecia- 
rum a — (s) auferre debeant; si tollere non poterunt, nobis debeant — 
(6) intimare. Marinari) autem infra dies XV postquam Uenecias intrabunt, 
similiter debeant consulibus manifestare; et — (7) a patrono nauis 
infra dies XV debeant dictam penam exigere - (8) predictam pe- 
nam excutere non poterit 



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Gli statuti marittimi veneziani 



189 



fuerit nobis datum, eam auferre uel auferri (9) facere 
teneamur. Hoc (10) intelligimus in naue, banzono et bu- 
zonaue, uel alio ligno de ducentis milliariis (t 1) et inde 
supra. 

(9) infra dies XV p. n. d. f. i. n., ipsam penarti accipere uel accipi — 

(10) Et hoc — (ii) de naue et ligno alio de mill. GC 



XXXVI. Qualiter aliquis, itisi qui nauem uel aliud 
lignum iurauerit, nauli\are non debet; et qualiter qui 
iurauerit magagnas coredorum manifestare tenentur (1). 

Asserimus (2) quod nullus nisi qui nauem iurauerit, 
nauem aliquam debe[a/]||naulizare,quousque nauisipsa(3) A. 196* 
non fuerit naulizata usque ad tercium sue extimacionis (4). 
Quicumque uero contra hoc (5) nauem aliquam (6) nau- 
lizauerit, penam soldorum quinque prò quolibet milliario 
de tanto quanto nauis extimata fuerit incurrat(7). Quam 
penam nostri consules in Ueneciis infra quindecim dies 
postquam eis fuerit declaratum exigere debeant et au- 
ferre ; et si auferre non poterint (8), nos cum nostro 
conscilio, infra quindecim dies (9) postquam nobis fuerit 
in noticia datum, ipsam auferre uel auferri facere tenea- 
mur (10) ; que pena in comuni nostro debeat deuenire (1 1). 
Ipse uero (12) cum nauem iurauerit, astringi debeat sa- 
cramento, quod, quando (13) nauem uoluerit naulizare, 
inquiret(i4) uel inquiri faciet diligenter et sine fraude(i5) 
si correda illius nauis, ui || delicet arbores et antenne, te- a. 197 

Var. in Q: (1) XLVII. De naue naulijanda. — (2) Affirmamus 

— (3) donec i. n. — (4) sui extimacione — (5) fecerit, et agg. 

— (6) aliquam om. — (7) V per quodlibet milliare incurat de t. q. 
n. f. e. —'(8) consules tollere debeant infra dies XV postquam eis dictum 
fuerit; et si accipere non poterunt — (9) dies XV — (io) fuerit dictum, 
ipsam tollere uel tolli faciemus — ( 11 ) in nostro comuni ueniat — fi 2) uero 
om. - (13) sacramento,cum — (14) inquirat - (15) faciat sine f. d. — 



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mones et temonarie (16) fuerint magagnata. Et ipsis cor- 
redis diligentissime perscrutatisi cum nauem naulizaue- 
rit ad aliquas partes huius mundi, si aliquam magagnarli (17) 
in ipsis corredis inuenerit uel scierit aut esse crediderit, 
tunc in presenti ipsas magagnas, et quod scierit uel credi- 
derit, manifestabit et aperte dicet primis omnibus nau- 
lizatis, tam si pereos naulizatos fuerit interrogatus quam 
non ; et insuper omnibus aliis naulizatis quibus nauem 
ipsam naulizabit, si interrogatus fuerit per eosdem. Pa- 
tronus uero, si nauem suam alicui uel aliquibus conmi- 
serit, tunc magagnas quas scierit uel esse crediderit in 
supradiptis corredis, illi uel illis cui uel quibus nauem 
conmiserit teneatur dicere sacramento (18) (a). Similiter 
197* Il patroniis qui nauem iurauerit sacramento teneatur (19) 
habere omnia correda et guarnimenta (20) sue nauis, et 
eciam marinarios quossecumdum formam statuti habere 
tenetur ; que sacramenta ab eis nostri consules teneantur 
auferre (21). Hoc intelligimus in naue et banzoao et buzo- 
naue uel (22) alio ligno do ducentis milliariis (23) et inde 
supra (b). 

(16) arbores, antene, timones, limonane — (17) magagnate, ipsis cor- 
redis dilligentissime circatis. Cum ad partes aliquas nauis fuerit nau- 
lizata, si magagna aliqua — (18) corredis inuenta fuerit uel sciuerit aut 
credetur, statim ipsam magagnam manìfestabo quam sciuero uel credi- 
dero, et dicam primis naulizatis, tan si per ipsis requisitus fuero quam 
non ; et si per eos interrogatus fuero si alicui nauem commiserit, ipsis 
g 0 * dicam cui comisit — (19) iurabit, t. s. — (20) habere predicta co | reda 
et uarnimenta — (21) nostri consules ab eo recipere tenentur — (22) 
naue et quoiibet — (23) de mill. CC. 

(a) Gfr. da qui in avanti gli St. Tarr. 25. 

(b) Luigi Fincati nel suo articolo inserito nella Rivista Marittima 
del febbraio 1878, intitolato • Splendore e decadenza di Venezia », ri- 
produce, a pag. 165 e segg., il giuramento dei capitani delle galee dello 
Stato naviganti in squadra a servizio del commercio, il quale, mutatis 
mutandis, ha molti punti di riscontro con quello di cui al presente 
e ai precedente capitolo. L'originale esiste neir Archivio di Stato di 
Venezia, negli Atti dei Procuratori di S. M. depositati dall' Ammi- 
nistrazione dei PP. IL RR. (A. S.). 



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Gli statuti marittimi veneziani 



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XXXVII. Qualiter patroni debent constringi sacra- 
mento de non uendendis corredis et sarciis nauium et 
aliorum lignorum (1). 

Precipimus quod patronus astringi debeat sacramen- 
to quod non uendet, nec (2) uendi faciet, nec (3) alienabit 
nec (4) alienari faciet, modo aliquo uel ingenio illa sarda 
uel correda, aut(5) aliquid ex eis,quein uiatico uel in uiaticis 
habuerit prò sua naue (6), nisi causa memorandi prò ipsius 
nauis militate (7) illa sarcia || uel correda; uel quia nauem A. 198 
aliquam inueniret (8) cui necessaria essent illa (9) sarcia 
uel correda in causa necessitatis. De quo (10) licitum sit 
patrono illi (11), cum uoluntate et consensu maioris par- 
tis naulizatorum et marinariorum ipsius nauis, uendere 
ex suis corredis (12) uel sarciis illi naui ; ita tamen quod 
correda illa (13) uel sarcia que uendiderit ille (14) patro- 
nus quam cicius poterit sacramento (15) recuperare tenea- 
tur (16). Patronus uero (17) qui contra hoc fecerit, in 
duplum ualimentum corredi uel sarcii (18) quod uendi- 
derit nostro comuni debeat emendare (19). Et hoc intel- 
ligimus in naue, banzono et buzonaue uel (20) alio ligno 
de ducentis milliariis (21) et inde supra 

St. Tarr. 23. 

Var. in Q: (1) XLVIII. Quod non uendandantur [sic] neque alie- 
nentur sarcia uel correda nauis. — (2) neque — (3) faciat, neque — (4) 
neque — (5) uel — (6) p. s. n. h. — (7) u. i. n. — (8) uel ad subueniendum 
in necessitate aliquam nauem — (9) fuerint ipsa — (io) correda. De 
quibus — 1 1) illa omesso — (12) coredis — (13) i.c. — (14) ipse — (15) 
per sacramentum — (16) teneantur — (17) autem — (18) u. s. omesso. 
— (19) d. e n. c. — (20) naue et — (21) mill. CG 



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XXXVIII. Quod patroni astringantur sacramento 
non ponendi aliquid super cruces quod possit facere in- 
A. 198* pedimentum ad mensuracionem nauium et attor um |] et 
li gnor um (1). 

Item astringatur patronus (2) sacramento quod non 
ponet nec poni faciet, nec (3) eciam poni permittet (4), 
aliquid super cruces (5) quod possit facere aliquod in- 
pedimentum ad rectam mensuracionem nauis illius fa- 
ciendam (6), sub pena dupli de omni eo quod posuerit. 
Et si illius patroni uel illorum patronorum nauis non 
fuerit, sed illis uel (7) illi fuerit conmissa (8), et ipse 
uel (9) ipsi penam predictam (10) soluere non poterit uel 
poterint (1 1), patronus uel patroni cuius uel (12) quorum 
fuerit ipsa nauis (13), nostro comuni penam predictam 
debeat uel debeant emendare. Hoc intelligimus in naue 
et banzono et buzonaue uel (14) alio Ugno de ducentis 
milliariis (15) et inde supra. 

Var. in Q: (1) XLIX. De aliquo non ponendo super crucem. — 
(2) patroni astringantur — (3) ponent neque poni facient neque — 
(4) permittent — (5) crucem - (6) f. i. n. — (7) i. u. omesso. — (8) 
comissa — (9) aut — (io) predictam penam — (11) u. p. omesso. — 
Q. 91 (12) aut — (13) nauis fuerit — (14) naue et — (15) millilariis CC. 

XXXVIIII. Quando patroni accipere debent sacra- 
mentum marinariis (1). 
A. 199 Imponimus cum patroni alicuius nauis || et banzoni et 
buzinauis (2) uel alterius Ugni de ducentis milliariis (3) et 
inde supra, marinarios prò sua naue uel ligno acceperint, 
et concordes cum aliquo illorum fuerint tale ab eo acci- 
piant sacramentum (4): 

St. Tarr. 24. 

Var. in Q: (1) L. De tollendo sacramento a marinarijs na- 
uium. — (2) et b. et b. omesso. — (3) mill. GC — (4) prò s. n. 
aut ligno acceperit marinarios, et cum a. i. f. e, talle accipiat ab ipso. 
Indi segue: • Hec est forma sacramenti quod facere debent marinarij ». 



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Gli statuti marittimi veneziani 193 

XL. Forma sacramenti quod marinarti facere de- 
bent{\). 

Juro qubd bona fide et (2) sine fraude (3) nauem et 
correda nauis, et hauere (4) quod fuerit in ipsa naui (5) 
cuius sum marinarius custodiam et saluabo. Et in uia-' 
tico (6) isto non furabor nec furari faciam ultra soldos 
quinque denariorum (7) paruorum in ipsa naui. Si uero 
per totum istum uiaticum (8) aliquem in ipsa naui, ul- 
tra ualimentum quinque soldorum denariorum paruorum, 
sciero defraudantem (9), ipsum quam cicius poterò (10) 
patrono uel patronis ac(ii) nauclerio, et ad (12) minus 
quinque de naulizatis, si tot fuerint (13) in || ipsa naui, et A. 199* 
si quinque non fuerint (14), illis qui aderunt(is), mani- 
festare non tardabo. Et si sciero aliquam magagnarti 
esse (16) in arboribus ipsius nauis, uel temonariis, aut 
temonibus uel antennis (17), ipsam magagnam nauclerio 
et peneso »et quinque naulizatorum, si in ipsa naui 
tot (18) fuerint naulizati, et si quinque (19) non fuerint, 
illis qui aderunt, quam cicius propalabo(2o). Similiter (21) 
si de saorna aliquid eiectum (22) fuerit extra nauem, post- 
quam fuerit saornata, aduocatoribus comunis, si (23) Ue- 
necias intrauero, declarabo (24) ; et si ad aliquas partes 
iuero (23) in quibus (26) rector prò domino duce et co 
mune (27) Ueneciarum extiterit (28), quam cicius poterò 
St. Tarr. 24. 

(1) Var. in Q: LI. Capitulum sacramenti quod faciunt marinari}.— 
(2) J. b. f. - (3) fraude quod — (4) correda et auere — (5) q. erit innaue 
— (6) uiazo — (7) uenetorurn aggiunto. — (8) uiazum — (9) aliquem 
sciuero qui defraudabit ultra soldos V denariorum venetorum paruo- 
rum in ipsa naue — (10) cito poterro —(n) aut — (12) uel — (13) 
naulizatoribus, si tanti erunt — (14) erunt — (15) erunt — (16) si 
aliquam magnarci sciuero — (17) uel tiraonarijs, timonibus — (18) 
penasio et quinque naulizatis, si tanti — (19) naulizati in ipsa naui, 
et si tanti — (20) erunt quam cicius poterò dicam et manifestabo — 
(21) et aggiunto. — (22) saorna proiectum — (23) aduocatore comuni 
si in — (24) manifestabo — (25) si ad p. a. ibo — (26) fuerit ag- 
giunto. — (27) comuni — (28) e. omesso. — 



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manifestabo (a) rectorie ibidem comoranti, nisi factum 
esset de (29) uoluntate maioris- partis illorum qui nauem 

A. 200 jpsam saornauerint, aut prò || concambio rerum quatuor 
supradictarum (30), silicet ferri, plumbi, stagni (31) et 
rami non laborati; dicendo aduocatoribus (32) comunis 
uel rectorie supradicte bona fide quanta fuit (33) illa 
saorna que eiecta fuit extra nauem (34). Et manifestabo 
patrono uel patronis ac scribanis (35) nauis, nec non et 
baiulo (36) uel rectori qui prò domino duce et comu- 
ne (37) Ueneciarum extiterit in loco (38) in quo nauis 
portum fecerit, et in Ueneciis aduocatoribus (39) comunis 
in reditu meo, omnes contra tenorem statuti de naui 
exeumtes, postquam ipsa molum sancti Nicholai transie- 
rit in eundo (40), uel ante quam nauis sit infra molum (41) 
predictum in redeundo, qui (42) in ipsa naui secum- 
dum (43) formam statuti stare tenentur (44). Et arma 
habebo per istud uiaticum ut in statuto de marinariis 

A.200* continetur. Et si ipsius || nauis electus fuero temonarius, 
nisi iustum habuero impedimentum esse minime recu- 
sabo; percipiendo inde ili ud precium a marinariis quod 
quinque qui nauem regere habent uel maior pars eo- 
rum sentenciabunt (45). Et si nauis ipsa, quod Deus 

(29) dicam rectori ibidem inoranti, nisi esset factum de comuni utilitate 
et — (30) saornauerunt i. n. a. p. cambio q. r. que inferius continen- 
tur, — (31) s., p. — (32) • mercatoribus co » era scritto in Q. poi 
cancellato, uocatoribus — (33) rectori supradicto quanta fuerit — 
Q. 91* (34) saorna bona fide que extra nauem I proiecta fuerit — (35) patro- 
nis, scribano — (36) baiullo — (37) comuni — (38) i. 1. e. — (39) auoca- 
toribus — (40) omnes facientes contra t. s. de naue, postquam ipsa in 
eundo modulum t. s. N. — (41) modulum — (42) tenentur stare ag- 
giunto. — (43) naue secundum — (44) s. t. omesso. — (45) Et habeo 
arma in isto uiazo sicut in statuto comunis Veneciarum continetur. Et 
si in illa naui ellectus fuero timonarius, non recusabo, nisi iustum h. 
i., a marinariis illud precium habendo, quod quicunque sentenciabunt 
uel m. p. illorum qui n. h. r. — 

(a) Aggiunto in margine. 



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Gli statuti marittimi veneziani 195 

auertat, naufragium pateretur (46), ad recuperandum res 
et merces et nauem (47) et correda ipsius per quindecim 
dies permanebo (48), nisi remanserit per merchatores uel 
maiorem partem eorum; de rebus quas recuperauero (49) 
per centenarium tres habendo (50) et non plus. Hoc in- 
telligimus in naue et quolibet ligno cooperto de ducen- 
tis(5r) milliariis et inde supra. 

(46) nauis illa frangeremo q. D. a., — - (47) n. r. et m. — (48) stabo 
per q. d. — (49) recuperabo — (50) habebo — (51) omni — (52) naui 
et omni ligno de CC mill. 



XLI. Quod naues et alia Ugna de ducentis millia- 
riis et inde supra habere debeant duos scribanos, et 
per quos ipsi scribani constitui debent (1). 

U Mandamus quod quelibet nauis uel aliud(2) lignum a. 201 
de ducentis milliariis (3) et inde supra habere debeant 
duos scribanos (a) qui debeant scribere (4) omnes mer- 
ces, numero et pondere (5), que in naui (6) caricabuntur, 
eas eorum (7) signo signantes ; qui constitui debeant (8), 
si accepti fuerint in Ueueciis, per nostros consules uel 
maiorem partem eorumdem. Si uero (9) accepti fuerint 
in locis in (ro) quibus per nos rectoria (11) existit, con- 
stitui debeant de uolumtate maioris partis rectorie ipsius 
existentis ibidem (12). Et si accepti fuerint (13) in loco 
in quo prò nobis et comuni Ueneciarum non fuerit rec- 
toria (1*4), constitui debeant de uolumtate maioris partis 
patronorum ipsius (15) nauis et merchatorum, patrono 
inter mechatores tamquam unus eorum coriputato (16). 

(1) Var in Q: LU.\De scribanis habendis — (2) nauis aut — (3) mill. 
CC — (4) duos s. h. debeat qui s. d. — (3) etnumerum et pondera - 
(6) naue — (7) e. e. omesso. - (8) debent — (9) eorum. Si autem — (10) in 
omesso — (1 1) r. omesso. — (12) partis ipsius rectoris i. e. — (13; f. a. — 
(14) rector — (15) i. om. -- (16) patron us tamquam unus ipsorum in 
ipsis computatus — 

(a) Aggiunto in margine. 



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A. 201* Q u ' cum accepti fuerint (17) examinentur si || ad istud 
officium sufficientes fuerint et legales (18). Patronus ue- 
ro (19) uel patroni scribanum uel scribanòs aliter aeri- 
ci. 92 piens uel accipientes nostro comuni debeat uel | debeant 
libras centum prò scribano quolibet emendare (20). Quam 
penam nostri consules in Ueneciis infra quindecim dies 
postquam habuerint in noticia teneantur exigere et au- 
ferre. Similiter in terris in quibus rectoriam habemus, 
baiuli uel rectores nostri penam predìctam infra quinde- 
cim dies postquam eis datum fuerit in noticia exigere 
debeant et auferre. Et si isti supradicti, tam consules 
comunis quam nostri baiuli uel rectores, ipsam penam 
auferre non poterint (2 1), nos cum nostro conscilio infra 
quindecim dies postquam nobis per consules nostros 
A. 202 fuerit declaratum, dictam penam || aufere uel auferri fa- 
cere debeamus. De qùa pena accusator habere debeat 
decem libras denariorum paruorum. Qui scribani iurare 
debeant huiusmodi sacramentum (22): 

St. Tiep. A, 17 e G 4 - Tarr. 20. 

(17) cum fuerint examinati, accepti — (18) f. s. et 1. — (19) autem — 
(20) qui aliter s. uel s. accipient uel acipiet, n c. prò omni scribano emen- 
dare d. uel d. 1. centum prò omni scribano — (2 1) infra dies XV postquam 
eis dictum fuerit excutere teneantur. Similiter et rectores dictam penam 
teneantur excutere in omnibus locis quibus fuerint, infra dies XV post- 
quam eis dictum fuerit et accipere. Et si predicti nostri baiuli et consules 
ac rectores ipsam penam non poterunt accipere — (22) XV dies post- 
quam nobis dictum fuerit per nostros consules, baiulos et rectores, illam 
penam tolli faciemus predìctam. De q. p«. qui accusabit 1. X d.jiebeat h. 
Qui s. in hunc modum iurare debeant et facere sacramentum : 

XLII. Forma sacramenti quod facere debent scri- 
bani (1). 

Juro ad sancta Dei euangelia quod scribam nume- 
ro (2) et pondere (3) omnes merces que caricabuntur in 

Var. in Q: (1) LUI. Sacramentum scribanorum. — (2) nume- 
rum — (3) et aggiunto. — 



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Gli statuti marittimi veneziani igy 

naui (4) cuius sum scribanus, legaliter et bona fide. Et 
omni ebdomada (5), usque dum nauis non fuerit cari- 
cata, concors ero cum .socio meo scribano de omni eo 
quod scripscero in meo quaterno, et socius meus scriba- 
nus scripserit in suo (6), quod ponderatum et caricatum 
fuerit in ipsa naui, aut sine pondere positum (7) quod 
propter defectum statere ponderari non posset, uel quia 
aptum totum (8) non fuerit ponderandi. Et scribam in 
meo [| quaterno omnia que meus socius scripserit in suo, A. 202* 
que michi dederit ad scribendum (9), que ipso presente 
ponderata fuerint uel caricata. Et dabo ei omnia que 
scripsero in meo quaterno, me presente ponderata uel 
caricata, similiter ad scribendum. Et nullas merces seri- 
barn in meo quaterno, uel socio meo scribere presen- 
tabo, nisi ilias que ut dictum est ponderabuntur uel de 
concordia merchatoris et patroni in naui ponentur, que 
propter defectum statere minime ualeant ponderari, uel 
que apte omnes non fuerint ad ponderandum, sicut 
sunt (10) sai, mandule, ualania, granum, nuces et (11) 
nucele, et res conscimiles (12), pars quarum nichilomi- 
nus debeat ponderari (13). Et cum merces caricabuntur 
et ponderabuntur, aut de concor |j dia mercatoris et patroni a. 203 
in naue ponentur, me uel socio meo presente, scribam 
in meo quaterno (14) nomen illius cuius merces fuerint, 
et signabol signum illius quod erit in collo suo, aut fasce q. 92 * 

(4) naue — (5) edomada — (6) omni quod in q. m. scriptum habebo, 
et quod socius meus in suo quaterno scriptum habuerit, et — (7) erit 
in ipsa naue, aut positum s p. — (8) non posset p. uel quia totum 
conueniens — (9) Et i. q. m. s. o. q. s. m. scripta habebit in quaterno 
suo q. m. a. s. dabit, et — (10) fuerint et caricata scribam. Et nulla 
mercem scribam in quaterno meo uel dabo socio meo ad scribendum, 
nisi illa que, ut dictum est, fuerit pesata, uel de concordia patroni et 
mercatoris in naue fuerit posita, que non potuit pesari prò eo quoJ 
staterà haberi non potuit uel que non fuit conueniens ad pesandum, 
sicut — (11) et omesso. — (12) consimiles — (13) quarum ponderari 
debeat — (14) et pesabuntur aut ponentur i. n. d. c. patroni et m. 
me p. uel s. m., scribam i. q. m. — 



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198 



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uel balla (15). Et dabo et presentabo cuilibet merchatori 
et marinarlo, si recipere uoluerit (16), scriptum omnium 
suorum collorum, uel fascium aut (17) ballarum, et om- 
nium aliarum rerum suarum (18) sicut scriptum inue- 
nero in meo quaterno (19) ; et dari faciam a socio meo 
infra octauum diem (a) (20) postquam nauis uelam (21) 
fecerit (b). Et si ad aliquas partes fuero in quibus rector 
prò domino duce et comuni Uenecie non fuerit (22), ip- 
sam nauem, cum caricata fuerit, mensurabo una cum 
socio meo scribano et cum illis duobus merchatoribus 
A.203* q U i ad saornandum ipsam fuerint |1 deputati (23). Et si 
nauis ipsa ultra statutum fuerit (24) caricata, totum 
illud quod plus caricatum fuerit de statuto, quot millia- 
ria uel kantaria fuerint (25) cum eis legaliter extimabo; 
et scribam in meo quaterno quantitatem ipsam (26) que 
ultra statutum plus fuerit caricata. Et infra octauum 
diem postquam (27) Uenecias intrauero, in scriptis do- 
mino duci [et] eius conscilio presentabo (28). Et si ad ali- 
quem locum nauis portum fecerit, aut scapulus fuero, 
in quo (29) rector prò domino duce et comuni Uene- 
ciarum extiterit (30), dabo in scriptis quantitatem illam 
rectorie comoranti ibidem. Si uero requisitus fuero de 



(15) erit in loco suo aut fasso uel baia — (16) omni mercatori et mari- 
nari) si voluerint r. — (17) colorum, fassorum et — (18) s. r. — (19) scrip- 
tum habeo i. q. m. — (20) octo dies — (21) uellum — (22). Et si 
ero ad p. a. i. q n. f. r. prò d. d.. et c. Veneciarum — (23) simul cum 
scribano socio meo et d. m. i. q. d. f. ad ipsam caricandam et saor- 
nandam — (24) erit — 125) quanta milliaria fuerit uel cantaria — 
(26) in q. m. i. q. — (27) octo dies postquam in — (28) d. d. et 
e. Consilio in s. p. —(29) aut . . . quo omesso. — (30) e. omesso. — 

(a) Aggiunto in margine. 

(b) Fino a questo punto corrisponde il cap. 27 degli St. Tarreta- 
rum, nel quale dopo ciò, coerentemente all' ufficio di misurazione de- 
legato, nelle tarrete, come si vedrà al c. XLVI, agli scrivani si legge: 
i Et tarretam ipsam mensurabo, . . . bona fide » (veggasi il testo) (A. S.). 



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Gli statuti marittimi veneziani 109 

hiis (31) que ad meum officium pertinebunt, secumdum 
meam bonam conscienciam (32) ueritatem non tacebo. 
Item ponderabo (33) omnia que a pa|| trono et merchatore A. 204 
ad ponderandum michi fuerint (34) presentata, ipsis pre- 
sentibus uel eorum (35) nunciis, prò utraque parte, lega- 
liter et bona fide. Hoc intelligimus in naue et quolibet 
ligno a ducentis milliariis (36) et inde supra. 

St. Tarr. 27. 

(3i)ipsam quantitatem ipsi rectori qui ibidem steterit et fuit. Dum sca- 
pulus fuero, si requisitus fuero de aliquibus rebus — (32) b. m. consien- 
ciam — (33) pesabo — (34) patrono et mercatoribus fuerint — (35) ipso- 
rum — (36) et omni ligno cooperto de mill. CC. 



XLIII. Qualiter tnerces debeant ponderari (1). 

Precipimus quod omnes merces que in aliqua naue 
caricabuntur de cetero debeant ponderari (2) presente 
uno ex (3) scribanis; et omnes merces posite in naui con- 
putentur camerate in milliario uel kantariis. Si uero prop- 
ter defectum statere, silicet quia tantum insimul (4) non 
leuaret, merces alique non poterint (5) ponderari, merces 
i 1 le in naue ponantur ut patroni con | cordabunt se cum q. 93 
naulizatis. Et si merces alique (6) fuerint que || omnes ad A.204 
ponderandum apte non essent (7), sicut sai, mandule, 
ualanea (8), granum, nuces et nucellc, et res conscimiles, 
pars quarum debeat ponderari, reliqum (9) uero compu- 
letur et ponatur (io) in naue secundum racionem partis 
ponderate. Patronus uero (11) qui contra hoc fecent, 

Var. in Q: (1) LIV. Quod tnerces iterum debeant pesari. — 
(2) m. o. debeant iterum pesari que in alia ne. — (3) de — (4) in 
naue posite camarate compufentur in milliariis uel cantariis, si esset 
per defectum statere, quod tantum staterà simul — (5) aliquid non po- 
terit — (6) ille p. i. n. sicut patroni se cum n. c. Et si a. m. — (7) non 
e. a. ad portandum — (S) valenea — (9) reliqua — (10) ponetur — 
(1 1) u. omesso. — 



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duplum nauli illius quantitatis in sua naue posite (12) 
sine pondere, uel aliter quam (13) dictum est, nostro 
comuni debeat emendare; nos semper tenentes ad ca- 
rius naulum (14) quod in ipsa naue fuerit naulizatum. 
Hoc intelligimus in naue et in quolibet ligno de ducentis 
milliariis (15) et inde supra. 

St. Tarr. 28. 

(12) quantitatis nauli posite i. s. n. — (13) quod — (14) nos t. s. ad 
carum nabulum — (15) et omni alio ligno de mill. CC. 



X LI III. Quali ter consules ire tenentur extra por- 
tum ad mensurandum naues et alia Ugna (1). 

Affirmamus quod nostri consules uel maior pars eo- 

A. 205 II rum (2) in Ueneciis teneantur et debeant ire (3) extra 
portum Riuoalti ad mensurandum naues secundum teno- 
rem nostri statuti, postquam caricate fuerint causa sui 
uiatici (4) faciendi Et si nauem aliquam ultra statutum 
inuenerint (5) caricatam, illud plus caricatum quot (ó) 
milliaria fuerint extimabunt, et prò quolibet milliario de 
omni eo (7) quod ultra statutum plus fuerit caricatum, 
duplum naulum (8) a patronis ipsius nauis esigere de- 
beant et auferre (9). Et si penam illam auferre non po- 
terint (10), nobis et nostro (11) conscilio debeant decla- 
rare ; et nos et nostrum conscilium, infra quindecim (12) 
dies postquam nobis datum fuerit in noticiam (13), pe- 
nam predictam auferre uel auferri facere teneamur (14), 
nos tenentes ad carius naulum quod in ipsa naue (15) 

A.205* fuerit nau||lizatum. Hoc intelligimus in naue et banzono 

Var. in Q : (1) LV. Quando consules mensurare tenentur naues. 
— (2) ipsorum — (3) i. d. — (4) fuerint care causa suum uiacium — 
(5) si u. s. n. a. inuenient — (6) quo — (7) prò omni miliari de toto 
ilio — (8) c. f. d. nabulum — (9) et accipere — (10) poterunt — (1 1) no- 
stroque — (12) nos cum nostro Consilio infra XV — (13) nobis dictum 
fuerit, — (14) aufere uel accipi focere tencantur — (15) n. omesso. — 



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Gli statuti marittimi veneziani 



201 



et buzonaue uel alio ligno a ducentis (16) milliariis et 
inde supra. 

St. Tarr. i. 
(16) naue et ligno alio cohoperto de CC 

XLV. Similiter qualiter rectores extra Uenecias tre 
tenentur ad mensurandum naues et alia Ugna (i). 

Decernimus quod.potestates, duce [sic], baiuli, castel- 
lani (2), rectores, uel eorum consciliarii (3), qui prò nobis 
et comuni Ueneciarum extiterint in terris in (4) quibus 
naues Ueneciarum fuerint, ire debeant (5) ad mensuran- 
dum naues postquam caricate fuerint causa sui uiatici (6) 
faciendi ; et si plus aliquam nauem caricatam inuene- 
rint (7) de statuto, illud plus quot milliaria uel kantaria 
fuerint extimabunt, et prò quolibet milliario uel kantario 
illius superflui a patronis ipsius nauis suscipere debeant 
duplum nauli prò || illa quantitate recepti (8); semper se A. 206 
tenentes ad carius naulum quod in ipsa naue fuerit (9) 
naulizatum. Quam penam nobis prò comuni Uenecia- 
rum quam cicius poterunt bona fide mittere teneantur; 
uel si penam ipsam auferre non poterint (io) ; nobis suis 
litteris intimare, et nos cum nostro conscilio infra quin- 
decim dies postquam noticiam habuerimus, penam pre- 
dictam (1 1) a patronis quorum naues erunt, uel (12) qui- 
bus conmisse fuerint auferre uel auferri (13) facere tenea- 
mur. Uidelicet: de (14) nauibus que caricabuntur in 

Var. in Q: (1) LVI. Quod potestates. duces, baiuli t castelani, 
consules debeant naues mensurare. — (2) baiuli, consules et — (3) ipso- 
rum consiliarii — (4) fuerint in terris — (5) d. i. — (6) f. c. causa suum 
uiacium — (7) plus nauem inuenient caricatam — (8) plus \ extimabunt Q. 93 
quoJ milliaria uel cantaria fuerint, et totum superfluum in duplum nauli 
accipere debeant a patrono nauis — (9) naullum q. in i. n. fuerint — (10) 
mittere b f. q. c. p t.; si iollere non poterint penam illam — (11) 
ris intimabunt, et nos infra XV dies postquam sciuerimus, 
— (12) ab illis aggiunto. — (13) comisse f. accipere uel tolli — (14) a — 

»4 



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Romania triginta duos soldos prò quolibet yperpero (15), 
et a patronis nauium que ultra mare caricabuntur, prò 
quolibet (16) bizancio soldos uiginti octo (17), et a patro- 
nis nauium que caricabuntur in Garbo uel Barbarla, 

A.2o6 # Il prò quolibet bizancio soldos decem et octo (18); et a pa- 
tronis nauium que caricabuntur in Sicilia et Kalabria ac 
Apulia, prò qualibet uncia auri libras noucm (19). Si 
uero predicti rectores uel consciliarii eorum ire non po- 
terunt ad mensurandum (20) naues, ut (21) superius con- 
tinetur, duobus legalibus hominibus id (22) committant, 
accipientes ab eis sacramentum (23) quod naues ipsas 
bona fide et (24) legaliter mensurabunt. Et si aliquam 
nauem ultra statutum inuenerit (25) caricatam, supcr- 
fluum caricatum, quot milliaria uel kantaria fuerit (26) 
extimabunt, dantes eis superfluum illud in scriptis (27). 
Tunc uero illi (28) rectores nostri penam ipsam a patronis 
auferre (29) debeant, uel nobis significare ut est superius 
denotatum. Et si isti duo predicti ire recusarent ad men- 

A. 207 ||surandum ipsas naues, tunc ipsi (30) rectores nostri pos- 
sint eis penam et (31) penas inponere et auferre; et si 
eam uel eas auferre non poterint, nobis suis litteris de- 
beant (32) intimare, et nos cum nostro conscilio, infra 
quindecim (33) dies postquam noticiam habuerimus (34) 
penam illam ue! penas auferre uel auferri (35) facere 
teneamur. Si autem aliqua nauis ad tales partes fuerit 
in quibus (36) rector prò nobis et comuni Ueneciarum 

(15) caricabunt in Romaniam soldos XXXIJ iperperorum prò omni iper- 
pero — (16) nauis que caricabit u. m. prò omni — (17) XXVI1J — (18) 
caricabunt Carbo uel in B. soldos XVI IJ prò omni bizancio — (19) cari- 
cabunt in Ciciliam et in Calabriam et in Apulia, prò omni u. a. 1. VIIIJ 
— (20) mensurandas — (21) sicut — (22) uel — (23) ab e. s. a. — 
(24) et orti. — (25) Et si u. s n. aliquem inuenerint — (26) quod miliaria 
uel cantaria fuerint — (27) eis i. s. totum illud superfluum. — (28) Tunc 
autem — (29) accipere — (30) ire recusabunt ad naues mensurandas, 
tunc — (31) ipsis penam uel — (32) et si tollere non poterunt, n. d. 
s - !• ~ (33) Consilio infra XV — (34) nobis notifìcauerint — (35) 
tollere uel tolli — (36) ad talem partem uenerit in qua — 



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Gli statuti marittimi veneziani 



203 



minime extiterit, duo merchatores qui ad saornandum 
nauem fuerint (37) deputati, et duo scribani ipsius (38), 
nauem ipsam debeant mensurare. Si uero nauem ipsam 
ultra statutum inuenerit ca | ricatam, quot milliariis uel Q- 94 
kantariis fuerit caricatum superfluum (39) extimabunt; et 
illud in scriptis poncntes, nobis in redditu suo in Uene- 
ciis infra II octauum diem postquam Uenecias intrauerint A. 207* 
presentabunt ; et si per uiaticum illud (40) Uenecias non 
uenerint, et nauis il la ad terras in' quibus rectoria prò 
nobis et comuni Ueneciarum fuerit accesserit, nobis quam 
cicius poterint suis litteris significabunt, et eciam recto- 
ribus terrarum ipsarum; significantes et nobis et eis ca- 
rius naulum quod in ipsa naue fuerit naulizatum. Et 
rectores ipsi (41) secundum ipsum naulum teneantur et 
debeant penam dupli (42) a patronis qui plus caricauerint 
exigere et auferre ; et si auferre non poterint, nobis suis 
litteris declarare (43) ; et nus cum nostro conscilio (44) 
dictam penam infra quindecim (45) dies postquam in 
noticia fiurit nobis datum, auferre uel auferri facere te- 
neamur (46). Hoc intelligimus in naue, et || banzono et bu- a. 208 
zonaue uel alio ligno de ducentis milliariis (47) et inde 
supra. 



(37) Veneciarum non fuerit, duo mercatores ad nauem saornandam 
fuerant — (38) eiusdem nauis — (39) inuenerint caricatam, quod miliaria 
uel cantarla fuerit illud superfluum quod f . c — (40) illud p. i. s. in suo 
reditu in Venecias nobis infra octo dies postquam Venecias intrauero 
presentabo. Et si in uiatico ilio — (41) uenerint, nobis suis literis 
quam cicius poterunt denotabunt, et eciam rectoribus ipsarum ter- 
rarum et nobis; et eis carius nullum quod in ipsa fuerit naulizatum 
ipsi rectores — (42) duplicem penam — (43) plus carica bunt excutere 
et accipere, et si excutere non pDterunt, nobis teneantur .suis literis de- 
notare — (44) Consilio — (45) XV — (46) postquam notifkauerit, acci pere 
uel accipi facere teneantur. — (47) de naue et ligno alio cohoperto de 
mill. CC 



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204 



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XLVI. Qiialiter naues et alia Ugna extimari de- 
beant, si mensurari non poterint (i). 

Precipimus, cum (2) omnes predicci qui premisso 
ordine naues mensurare tenentur (3) eas iuerint mensu- 
rare, et impedientibus fluctibus maris (4) uel alia iuxta 
causa eas non poterint mensurare, ipsas naues tenean- 
tur (5) bona fide et (6) legaliter extimare (a) ; et si plus al i - 
quam (7) inuenerint caricatam, illud superfluum carica- 
tum extimabunt secundum modum et ordinem (8) supe- 
rius conprehensum. Hoc intelligimus in naue, et banzono 
et buzonaue uel alio ligno de ducentis milliariis (9) et 
inde supra. 

Var. in Q: (1) LVII. Si naues mensurari non poterunt. — (2) ut 
— (3) qui n. m t. o. p. — (4) et impediente mare — (5) non poterunt 
mensurare, ipsam debeant — (6) et omesso. — (7) ipsam — (8) secun- 
dum modum ipsum superfluum extimabunt, et ordine — (9) naue et 
ligno de mill. CC 

(a) Questa stima sostituita alla formale misurazione da parte del- 
l'autorità, che era eccezionale nelle altre navi, costituiva invece la re- 
gola nelle tarrete, la portata delle quali, col carico limitato a tre piedi 
sopra acqua, era determinata una volta per tutte dai consoli, a cui 
gli scrivani giuravano poi di far essi la misurazione di volta in 
volta in seguito al caricamento, e denunziar loro al caso 1' eccedenza 
sul limite legale per V applicazione ai patroni della pena relativa. La 
destinazione già riferita di questa specie di legni per il servizio delle 
flotte, effettuando il carico di frequente in paesi forestieri, rendeva im- 
possibile la consueta formalità della misurazione da parte dei consoli, e 
spiega tale speciale disposto (A. S.). 

XLVII. Quod post mensuracionem et extimacionem 
A.208* nauium et aliorum lignorum aliquid\\ non debeat poni in 
eisdetn (t). 

Imponimus quod postquam aliqua nauis, ut supra 
dictum est, mensurata fuerit uel extimata (2), si aliquid 

Var. in Q : (1) LV1II. Si nauis fuerit mensurata, quod nichil in 
naue potest poni. — (2) f. m. u. e. 



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Gli statuti marittimi vtnefiani 



205 



positum fuerit in eadem, patronus ipsius nauis (3) du- 
plum nauli recepii (a) (4) prò quantitate posita post 
eius (5) mensuracionem uel extimacionem (6) nostro comu- 
ni debeat emendare, nos semper tenentes ad carius nau- 
lum quod in naue (7) ipsa fuerit naulizatum. Hoc intel- 
ligimus in naue et banzono et buzonaue uel alio ligno a 
ducentis milliariis (8) et inde supra. 

St. Tarr. 29. 

(3) in ipsa p. f , patronus nauis illius — (4) repti nabuli — (5) e. omesso. — 
(6) u. e. om. — (7) e. d., nos ad c. n. s. t. quod in — (8) naue et 
omni ligno de CG miliariis 

(a) Aggiunto in margine. 



XLVIII. De rebus que poni possunt inter duas eoo- 
pertas et super cooperta superiori ( 1 ). 

Mandamus quod nulla nauis habeat caricatum ali- 
quid inter duas coopertas (2), nisi tantum inbolium, 
exceptis uictualibus |que ponuntur in glaua (3) prò illis ho- Q. 94* 
minibus qui sunt in || naue. Et nulla merces ponatur super A. 209 
cooperta superiori nisi zanbaloti (4) et opera de seta. 
Que omnia supradicta, si super cooperta superiori posita 
fuerint cum uolumtate mercatoris (5), in patronorum 
custodia non debeat permanere. Hoc intelligimus in naue 
et banzono et buzonaue de uel alio ligno de ducentis 
milliariis (6) et inde supra. 

St. Tiep. A, ig 4 — Tarr. 31. . 

Var. in Q: (1) L IX.Quod inter duas ccuertas nichil habeat cari- 
catum nisi tantum imbolium, et uictualia non debeat habere. — (2) na- 
uis i. d. coopertas c. h. — (3) glauam — (4Ì Super couerta de supra nulla 
merces mittatur nisi zambeloti — (5) supradicta super couerta de supra 
cum uoluntate mercatoris et patroni fuerint posita, — (6) intelligimus de 
omni naue et ligno de CC mili. 



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XLVIIII. Qualiter uictualia poni possunt inter duas 
Cooper tas (i). 

Uolumus quod si nauis aliqua carjcabitur de uictua- 
libus in aliquibus (2) partibus huius mundi (3) licitum 
sit patrono illius nauis ponere de illis uictualibus inter 
duas coopertas, non impediendo glauam quc ordinatur 
per nostra statuta (4). Hoc intelligimus in naue et alio 
ligno de ducentis milliariis (5) et inde supra. 

St. Tarr. 31. 

Var. in Q: (1) LX. De uictualibus ponendis inter duas co uer tas. 

— (2) de u. c. in alijs — (3) modi — (4) nauis duas couertas ponere 
de uictualibus, glaua non impediente per n. s. ordinata — (5) 1 a. de 
CC. m. 

A.209* L. Quod merchatores et || marinarti notum faciant 
patronis quando merces ad naues conduxerint, et qualiter 
patroni eas caricare et discaricare tenentur (1). 

Iniungimus quod quando merchatores et marinarii 
uoluerint conducere merces suas iuxta nauem uel ad 
scalam, et eas dare patrono ad caricandum (2), ante quam 
hoc fiat dent noticiam patrono ut decenter eas recipere 
possit. Et tunc (3) patronus, uei alius prò eo, debeat 
esse ibidem, et easdem merces teneatur suis expensis 
recipere et caricare in naue (4). Similiter teneantur pa- 
troni naues suas suis expensis discaricare (5) et dare 
mercatoribus uel (6) marinariis integre suas merces, et 
poni facere in piato uel alia naue ubi discaricabitur na- 

A. 210 uis (7). Patronus uero (8) qui contra hoc fece||rit, duplum 
de eo quod merchator uel mafinarius expendiderit prò 

Var, in Q : (1) LXL De mercibus in naue recipiendis. — (2) mer- 
catores et m. juxta n. et scalam u. c. s. m., et ipsas patronis ad c. d. 

— (3) fiat hoc, ut conuenienter possit recipi de noticia patronis, tunc — 

— (4) prò ipso permanendo, eas recipere teneantur et in naue eciam ca- 
ricare suis expensis — (5) suis e. t. p. suas n. d. — (6) et — (7) et in 
naue uel piato ponere u. n. d. — (8) autem — 



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Gli statuti marittimi veneziani 207 

suis mercibus, tam caricando quam discaricando, ei de- 
beat emendare (9). Et si patronus duplum illud dare mer- 
chatori uel marinarlo recusaret (10), nos cum nostro con- 
scilio, infra quindecim dies postquam nobis datum fuerit 
in noticia (1 1), illud duplum auferre uel auferri (12) facere 
et dare merchatori uel marinario (13) teneamur. Hoc in- 
telligimus in naue et quolibet ligno de milliariis ducen- 
tis (14) et inde supra. 

St. Tiep. Tarr. 30. 

(9) in duplum emendare teneatur mercatori uel marinano de omnibus 
que e. p. s. m. t. c. q. discaricando — (10) illud d. emendare mercatori 
u. m. recusabit — (1 1) Consilio p. nobis in n. d. f. i.. dies XV — (12) tol- 
lere uel tolli — (13) mercatori uel marinarijs — (14) de nave et omni 
alio ligno de CC mill. 



LI. Qualiter merces in custodia patronorum de- 
beant permanere (1). 

Dicimus quod postquam merces posite fuerint (2) 
secumdum tenorem et ordinem nostri statuti in naue 
uel banzono (3) uel buzonaue uel alio ligno de milliariis 
ducentis (4) et inde supra, in |] patronorum custodia de- A. 210* 
beant permanere. Et sicut patronus per scriptum merces 
in custodia (5) receperit, ita eas per scriptum merchatori 
cum integritate restituere teneatur, excepto per uiolen- 
ciam (6), per ignem, per fortunam temporis, aut quod 
extra proicerent (7). 

St. Tiep. A, 17. — Tarr. 30. 

Var. in Q: (1) LXH. Quod patroni habeant in custodia merces 
mercatorum uel marinariorum per scriptum. — (2) in naue | f. p. — Q. 95 
(3) i. n. u. b. omesso. — (4) buzonaue et alio ligno de CC miliariis — 
(5) in patroni custodia p. s. m. — (6) forcium — (7) proiecte fuis- 
sent. 



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2 08 



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LII. Qualiter patroni notum facere debeant mer- 
chatoribus quando naues discaricavi debebunt (i). 

Uolumus quod, postquam nauis uel aliud lignum 
de milliariis ducentis (2) et inde supra portum fecerit in 
aliquo loco in quo debuerit discaricar^ patronus cum 
preparauerit (3) merces merchatoris ad portam (4) ad 
discaricandum, det noticiam merchatori ut merces suas (5) 
recipiat. Et tunc merchator, ilio die uel sequenti, merces 
A. 211 suas (6) recipere teneatur. Quilibet uero mer |] chator(7) 
qui hoc non fecerit, libras tres (8) omni die qua (9) plus 
steterit merces suas (10) recipere, patrono nauis illius(n) 
solere [sic] teneatur, saluo per impedimentum (12) tempo- 
ris, et saluo de mercibus que uastate fuerint, quod nostri 
consules in Ueneciis, et (13) extra Uenecias nostri recto- 
res, debeant diffinire. 

Var. in Q: (1) LXIII. Quando mercatores debent accipere merces 
suas. — (2) CC mill. — (3) in a. 1. p. f i. q. debeat discaricare, p. 
cum properauerit — (4) ad portum — (5) notificet mercatori ut s. m. 
— (6) mercator, ipso die uel alio, s. m. — (7) Omnis mercator — 
(8) IIJ - (9) quod — (10) s. m. — (u) i. n. — (12) mali aggiunto. — 
(13) temporis, et de mercibus uastatis quod i. V. n. c. uel 



LUI. Qualiter restauracio fieri debet de mercibus 
que per aquam uastarentur (1). 

Uolumus, cum merces merchatoris in naue per 
aquam (2) uastabuntur, si de restauracione danni mer- 
chator (3) concors esse non poterit cum patrono, tunc 
nostri consules, uel rectores loci illius (4) in quo nauis 
fuerit, dampnum illud (5), antequam merces extrahantur 
de naue, extimare debeant et uidere. Quod dannum si 
in naue extimare non poterint, merces faciant discaricari 

Var. in Q: (1) LXIV. De uastatione mercìmoniarum. — (2) mer- 
catoris postquam in naue — (3) dampni mercator - (4) et r. 1. i. — 
(3) i- J- -- 



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Gli statuti marittimi veneziani 



209 



[| ut dampnum illud ualeant extitnare. Extimacione uero A.211* 
facta (6), tunc dicti consules uel rectores de ilio dan- 
no (7) possint et debeant satisfieri facere mercatori (8) 
secundum quod eis (9) de iure uidebitur conuenire. 
Saluo si patronus posset probare quod damnum illud 
per occasionem extinguendi ignem uel per fortunam 
temporis euenisset, propter que (10) patronus penam ali- 
quam non incurrat. Que quidem (11) probacio fieri et 
cognosci debeat et determinari per consules uel rectores 
predictos. Si uero merces aliter uastarentur, | si supradic- Q. 95* 
tis uidebitur quod occasione (12) patronorum euenisset, 
illi cuius merces fuerint satisfieri faciant secundum damni 
extimacionem. Et si damnum aliquod in oleo, uel melle, 
uel zucharo, uel uino uel alio liquido alicui (13) eueniret, si 
su II pradictis uidebitur quod patronorum occasione euene- A. 212 
rit, ei secundum damni extimacionem faciant (14) satisfieri. 
Et si merchatores merces suas aliter de naue extrahe- 
rent(i5), nulla restauracio fiat eis. Si uero (j 6) rectores 
illius loci in quo nauis fuerit non possent satisfieri fa- 
cere merchatori, nobis quam cicius poterint suis litteris 
debeant intimare (17). Similiter hic (18) in Ueneciis nostri 
consules infra quinque (19) dies nobis debeant declarare, 
et nos cum nostro conscilio infra quindecim dies (20) 
postquam nobis a rectoribus uel consulibus (2 1) nostris 
fuerit declaratum, merchatori secundum damni extima- 

(6) u. d. et stimare dampnum quod sit. Si uero dampnum stimare 
non poterunt, merces discaricai faciant ut i. d. stimare ualeant. Facta 
extimatione — (7) dampno — (8) fieri satisfacere mercatori — (9) ipsis 

— (10) illud dampnum fuisset occaxione ignem extinguendi uel for- 
tunam temporis habuisset, propter quam — (1 1) q. omesso. — (12) et 
uidebitur s. q. occaxione — (13) fiant satisfieri secundum stimationem 
dampni. Et si dampnum a. i .0., uino, melle et cucaro uel aliud liquidum 

— (14) si u. s. q. occaxione p. e., ipsi s. stimationem dampni facient 

— (15) Et si aliter extraherent suas merces — (16) u. omesso — 

(17) non poterit satisfacere mercatori, n. d. s. 1. q. c. porunt intimare - 

(18) h. omesso. — (19) XV — (20) dies XV — (21) c. u. r. — 



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2IO 



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cionem (22) satisfieri facere teneamur in duplum. Hoc 
intelligimus in naue et quolibet ligno cooperto de mil- 
liariis ducentis (23) et inde supra. 

(22) dampni stimationem — (23) naue et omni ligno de m. CC. 



A.212* LIV. Quantum patroni soluere^ tenentur prò mer- 
cibus que per pilum extrahentur (1). 

Asserimus de quolibet sacco banbacii (2) de ultra 
mare quod de naue, cum discaricabitur, extractum fue- 
rit per pilum, patroni (3) ipsius nauis libras septem prò 
quolibet sacco (4) extracto per pilpm illi cuius saccus(5) 
fuerit debeat emendare; et de quolibet sacco banbacii (6) 
de Romania uel de (7) Calabria libras quatuor, et de 
quolibet sacco de lana de Tunixo(8) uel Barbaria libras 
sex, et de quolibet sacco de lana de rota libras qua- 
tuor, et de quolibet sacco et de qualibet storia om- 
nium (9) aliarum lanarum soldos quadraginta (10). Et si 
patroni soluere recusarent (1 1), nos cum nostro conscilio 
infra quindecim (12) dies postquam nobis fuerit declara- 

A. 213 tum (i3)solui facere teneamur; dantes illud (14) illi |j cuius 
saccus uel storia fuerit. Hoc intelligimus in naue et quo- 
libet ligno cooperto de ducentis (15) milliariis et inde 
supra. 

St. Tarr. 32. 

Var. in Q: (1) LXV. De mercibus que trahuntur per pilum, 
quantum patroni soluere teneantur. — (2) Iniungimus quod de omni 
sacco bambacij — (3) qui de naue discarigabitur, fuerit e. per p., pa- 
tronus — (4Ì VIJ prò omni saco — (5) pilum cuius sacus — \6) e- 
mendare; de omni saco — (7) de omesso. — (8) 1 1 IJ, et de omni saco 
de lana de Toniso — (9) VJ, de omni saco de lana rota libras IIIJ, 
et de omni saco et stoira — (10) XL — (11) r. s. — (12) XV dies — 
(13) dictum fuerit — (14) i. omesso. — (15) naue et omni ligno de CC 



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21 1 



LV. De casellis poriandis in nauibus et aliis li- 
gnis (i). 

Mandamus quod quilibet merchator uel marinarius 
siue miles aut sacerdos (2) ipsius nauis tantum imam 
cassellam (3) habeat in eadem (4) naue, ad mittendum in 
ea (5) quicquid uoluerit; et nullus seruitor in eadem 
naue habeat capssellam (6). 

St. Tiep. A, 30 — Tarr. 33. 

Var. in Qj. (1) LXVI. De cassellis in naue portandis. — (2) aut 
miles aut presbiter — (3) caselara — (4) ipsa — (5) ipsa — (6) ipsa 
naue caselam habeat. 

LVI. De mataraciis poriandis in nauibus et aliis 
li gnis (1). 

Affirmamus quod omnis naulizatus et marinarius 
habeat potestatem (2) ponendi et portandi (a) | in naue Q. 96 
unum mataracium de septem rotulis et non de pluribus; 
quod si de pluribus (3) fuerit, de toto mataracio naulurn 
soluat patrono. Hoc enim locum habeat, ut dictum est, 
Il si lectulum (4) non habuerit; sed si lectulum (5) Kabue- A. 213* 
rit, et mataracium in naue posuerit, ex (6) ipso soluat 
naulurn patrono. 

St. Tiep. A, 31. — Tarr. 34 

Var. in Q : (1) LXVII. De mataracijs in naue portandis. — 
(2) Dicimus quod omnes, naulizati et marinari; potestatem habeant 
— (3) et non plus, et si plus — (4) lectum — (5) sed omesso, si lec- ■ 
tum — (6) i. n. p. m , de 

(a) Aggiunto in margine. 

LVII. De lignis que possunt portari prò foco (1). 
Iubemus quod nullus merchator uel marinarius ti- 
gna portet in naue, nisi quanta ei sufficiant (2) ad locum 

(1) Var. in Q:LXVIII. De portandis lignis in naue. - (2) fue- 
rit sufficiencia usque — 




212 



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ad quem est iturus, ita ut (3) totum lignum quod super- 
fuerit in patronos nauium debeat euenire (4). Hoc intel- 
ligimus in naue et quolibet ligno cooperto de ducentis 
milliariis (5) et inde supra. 

St. Tiep. A. 32. 

(3) iturus, et — (4) fuerit superfluum, patroni debeant habere — (5) naue 
et omne ligno de CC mill. 



LVIII. De uino et aqua portandis (f). 
Confirrnamus ut ituri ultra mare et (2) per totam Bar- 
bariam unum bigoncium (3) de uino et unum de aqua, 
et non plus, quilibet (4) eorum habere possit in naue, 
tam redeundo quam eundo (5). Ad omnes uero (6) alias 
A. 214 partes quilibet iturus (7) duas partes de biguncio||de uino 
et duas (8) de aqua in naue portare ualeat (9) et non 
plus. Quicumque uero (10) plus posuerit (1 1) illud plus 
in (12) milliariis uel kantariis suis debeat computari. Hoc 
intelligimus in naue et quolibet ligno de ducentis mil- 
liariis (13) et inde supra. 

St. Tiep. A, 33. — Tarr. 35. 

Var. in Q: (1) LXIX. De uino in naue portando. - (2) et om. — 
(3) biguncium — (4) omnis — (5) e. q. r. — (6) u. omesso. — (7) q. 
i. omesso, ed aggiunto huius mondi — (8) partes de biguncio ag- 
giunto. — (9) debeat — (10) u. omesso. — (1 1) portauerit — (12) Qui il 
t suis • — (13) omni 1. de m. CG 

LVIIII (1). De farina et biscoto portandis {2). 

Statuimus ut ituri (3) ultra mare et ad omnes alias 
partes (4) extra Culfum quilibet eorum (5) portare possit 
duo staria et unam quartam intcr farinam et biscotum, 

Var. in Q: (1) LXX. — (2) biscoto in naue portando. — (3) quod 
illi qui debent ire — (4) huius mondi aggiunto. — (5) Gulfum quili- 
bet de uobis — 



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213 



tam redeundo quam eundo, et eciam in quolibet(6) uia- 
tico quod fecerit extra Culfum. Qui uero plus posue- 
rit (7), illud plus in suis milliariis uel kantariis (8) debeat 
conputari. 

St. Tarr. 35. 

(6) e. q. r. eciam et in omni — (7) extra Gulfum. Quicumque plus 
possuerit, totum — (8) cantarijs. 

LX. De pena quam soluere tenentur qui plus po- 
suerint in nauibus et aliis lìgnis de eo quod debent (1). 

Il Uolumus quod si aliquis posuerit in naue plus A. 214* 
quam ponere debuerit (2), de ilio plus in naue posito 
duplum carius nauli in naue naulizati patrono illius (3) 
soluere teneatur. Hoc intelligimus in naue uel alio (4) 
iigno de ducentis (5) milliariis et inde supra. 

St. Tiep. A, 47 e C, 3. — Tarr. 36. 

Var. in Q: (1) LXXI. Manca il titolo. — (2) plus i. n. possue- 
rit quod ponere non debeat — (3) duplum nauli carioris patrono na- 
uis — (4) et omni — (3) CC 



LXI. Qualiter et quantum naues et alia Ugna cari- 
cari debeant supra crucem (1). 

Asserimus quod nauis aut banzonus aut buzus nauis 
uel aliud lignum de ducentis milliariis (2) et inde supra 
caricari debeat super crucem que magis est sub aqua (3) 
tantum duobus pedi | bus et quarta; et hoc a prima die Q. 96* 
qua uelam (4) fecerit usque ad quinque annos. A quin- 
que uero # (5) annis usque ad septem, duobus pedibus 
tantum caricari possit (6). Et a septem annis supra, uno 

Var. in Q : (1) LXXII. Quantum nauis et Ugna c. d. super cru- 
cem. — (2) Affirmamus quod nauis uel aliud lignum de mill. CG — 
(3) super crucem que plus est s. a. d. c. — (4) primo die quo uelum 
— (5) Et a q. — (6) t. possit d. p. c. — 



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2I 4 



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A. 215 pede et dimidio ualeat (7) caricari. Patro || nus uero (8) qui 
contra hoc fecerit in duplum naulum (9) de omni eo 
quod plus caricauerit nostro comuni debeat emendare, 
ita ut teneamur ad carius naulum quod in ipso (io) li- 
gno fuerit naulizatum. 

St. Tiep. A, 20. 

(7) et medio possit — (8) u. omesso. — (9) nauli duplum — (10) comuni 
emendare teneatur de omni caro naulo quod in ipsa naue uel. 



LXII. Qiialiter caricari possimi naues et alia Ugna 
per peregria is uauli\ate (1). 

Mandamus quod si (2) nauis aliqua, in Ueneciis uel 
extra Uenecias, peregrinis naulizata tota fuerit (3), lì ci — 
tum sit patrono eam caricare ut cum peregrinis euenerit 
in concordia. Si uero plus caricauerit, plus illud quod 
receperit nostro comuni debeat emendare in duplum (4). 
Hoc intelligimus in naue et quolibet ligno cooperto de 
ducentis (5) milliariis et inde supra. 

St. Tiep. A, 21. 

Var. in Q: (1) LXXIII. De naue et lignis que caricabuntur de 
peregrinis. — (2) si omesso. — (3) Venecias que tota peregrinis f. n. 
— (4) patrono ipsam carigare sicut cum p. in concordia fuerit. 
Si plus caricauerit, nostro comuni i. d. d. e. — (5) alio ligno de CC 



LXIII. Qualiter naues et alia Ugna caricari de- 
bent uictualibus et sale per Culfum (1). 

Imponimus (2) quod nauis uel aliud lignum || de du- 
centis (3) milliariis et inde supra que uel quòd carica- 
bunt (4) de uictualibus siue (5) de sale, per Culfum no- 
strum uenientes uel euntes, ut concordabuntur cum 

Var. in Q: (1) LXXIV. De lignis et naue que caricabuntur de 
uictualibus. — (2) Dicimus — (3) CC — (4) que caricabitur — (5) uel. 



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Gli statuti marittimi veneziani 215 

naulizatis debeant caricari. Si uero (6) plus caricauerit, 
illud quod receperit (7) nostro comuni debeat emendare 
in duplum. 

St. Tiep. A, 22. 

(6) euntes aut uenientes ut cum naulizatis concordabunt caricari de- 
beant. Si autem — (7) in duplum qui. 



LXIIII. Qualiier et quantum naues et alia Ugna 
que nauigauerint infra Culfum et caricauerint de mer- 
cacionibus, caricari possunt (1) (a). 

Dicimus (2) quod nauis uel aliud lignum de ducen- 
tis (3) milliariis et inde supra, que uel quod nauigauerit 
infra Culfum nostrum, et caricauerit de mercacionibus (4) 
tantum duobus pedibus et dimidio (5) super crucem 
que magis est sub aqua debeat caricari; et hoc post- 
quam primo uelam (6) fecerit usque ad septem annos. 
Si quis uero plus carica||uerit, duplum naulum de illa (7) a. 216 
quantitate nostro comuni debeat emendare, ita quod te- 
nere debeamus ad carius naulum quod in ipsa naue fue- 
rit naulizatum. Nauis uero que fuerit a septem annis su- 
pra, et (8) nauigauerit per ipsum Culfum (9), tantum duo- 
bus pedibus super dictam crucem sub pena predicta de- 
beat caricari. 

Var. in Q : (1) LXXV. De naue et Ugno que caricabitur extra 
Culfum Ueneciarum, — (2^ Inponimus — (3) GG — (4) supra quod infra 
nostrum C. n. et de mercibus caricauerit — (3) duobus et medio pedibus 
— (6) primo postquam uelum — (7) Si plus caricabit, duplum nauli de 
ipsa — (8) Nauis q. a. s. a. supra f, — (9) Gulfum. 

(a) Qui parlasi di viaggi entro il Golfo, e quindi la diversa nor- 
ma del c. LXI va riferita a quelli fuori del Golfo (A. S.). 



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2 l6 



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LXV. Qualiter et quantum naues et alia Ugna ca- 
ricate de uictalibus ad eundum extra Culfum caricari 
possunt (i). 

Confirmamus quod naues uel banzoni uel buzina- 
ues uel alia Ugna de ducentis (2) milliariis et inde su- 

Q. 97 pra, qui uel (3) que in Culfo, | occasione (4) eundi extra 
Culfum, de uictualibus caricabunt, tantum duobus pedi- 
bus et dimidio ualeant caricari super crucem que magis 
est sub aqua (5); et hoc postquam primo uelam (6; fece- 

A.216* rit usque ad septem annos ; J| et (7) a septem annis su- 
pra (8) duobus pedibus tantum. Patronus uero (9) qui 
contra hoc fecerit, duplum naulum (10) de omni eo quod 
plus caricauerit nostro comuni debcat emendare, ita 
ut teneamur(ii) ad carius naulum quod in ipso ligno(i2) 
fuerit naulizatum. 

St. Tiep. A, 23. 

(1) Var in Q.LXXVI. Idem. — (2) nauis uel alia ligna de CC — 
(3) qui uel omesso. (4) occaxione — (5) et medio s. c. q. plus est sub 
aqua possint caricari — (6) postquam uelum — (7) et omesso. —(8) su- 
pradictis in antea — (9) u. omesso. — (10) n. d. — (11) ut nos semper 
teneamus — (12) Ugno omesso. 



LXVI. Quantum naues et alia ligna que caricabun- 
tur de ualania possunt caricari (1). 

Uolumus quod nauis, uel banzonus, uel buzusna- 
uis uel aliud lignum de ducentis (2) milliariis et inde 
supra, qui (3) uel que caricabitur de ualania, in quo 
uel (4) qua non extiterint merchatores (3) tantum duo- 
bus pedibus et dimidio debeat caricari. Ualenea uero (6) 
poni debeat ubi eis (7) melius placuerit, excepto super 

Var. in Q: (1) LXXVII. De ualania caricanda. — (2) nauis uel 
aliud lignum de CC — (3) quod — (4) in agg. — (5) fuerint mercatores 
— (6) debeant c. Ualania tantum — (7) sibi — 



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Gli statuti marittimi veneziani 



coopertura (8) superiori, et excepto glaua quam debent 
dimittere (9) naues que ueniunt de Romania. 

St. Tiep. A, 24. 

(8) cooperta — (9) que dcbet dimitti per 

j| LXVII. Qualiter licitum est patronis recipere de a. 217 
rebus nauium et aliorum lignorum quibus nqua fuerit 
molata, uel que periculata fuerint (1). 

Dicimus quod postquam nauis de portu exierit (2), 
et contingerit ut cum alia naue cui molata fuerit aqua, 
uel que periculata fuerit, se iunxerit, eam in aliquo portu 
uel extra portum inueniendo (3), liceat patrono eiusdem 
nauis, et illis qui fuerint in ipsa naue, de rebus ipsius 
nauis ad suam recipere uolumtatem (4) cum consensu 
et uolumtate (5) maioris partis merchatorum et marina- 
riorum, ponendo eas ubi melius eis (6) placuerit. Si ue- 
ro (7)propter hoc patronus plus caricauerit, penam aliquam 
non incurrat. Patronus uero (8) qui contra hunc ordinem 
fecerit, totum nauium || quod receperit (9) de rebus illis a. 2 17* 
nostro comuni debeat emendare. Hoc intelligimus in naue 
et quolibet ligno de ducentis milliariis (10) et inde supra. 

St. Tiep. A, 25. — Tarr. 37. 

Var. in Qj (1) LXXVIII. De adiuctorio in nani dando in ne- 
cessitate. — (2) exiuerit — (3) cui f. a. m. uel f. p. se iunserit, ipsam 
ìnuenerit in aliquo portu — (4) uoluntate r. — (5) uoluntate — (6) me- 
lius uobis — (7) autem — (8) u. omesso. — (9) recipient — (10) omni 
ligno de milliariis CC 

LXVIII. Qualiter naues et alia Ugna cum exiue- 
rint de aliquo portu nauium accipere possunt (1). 

Ordinamus quod nauis que exierit de aliquo por- 
tu (2) de aliqua parte, et applicuerit (3) in aliquo loco in 
quo poterit habere nauium (4), non debeat recipere ali- 

Var. in Q: (1) LXXIX. De naulo non recipiendo. — (2) de a. 
p. exiuerit — (3) intrauerit - (4) n. h. p. — 

15 



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2l8 



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quod naulum nisi cum maiori parte de naulizatis et cum 
Q- 97* maiori parte de (5) | marinariis; de quo naulo nauis habeat 
quartam partem. Alterum quod remanet diuidi de- 
beat per homines secumdum usum (6). Et quicumque 
contra hoc fècerit, debeat emendare ipsum naulum in 
A. 218 duplum (7) comuni Ueneciarum ; saluis tamen || omnibus 
ordinamentis de ipso naulo inter eos factis, et edam 
quod omnia (8) nostra statuta salua, firma et stabilita 
per omnia esse debeant. 

St. Tiep. A, 26. — Tarr. 38. 

(5) cum ... de omesso. — (6) quartam p. h. Illius quod remanet secun- 
dum usum diuidatur. — (7) i. n. in d. debeat e. — (8); saluis ordi- 
namento inter ipsos factis de ipso naulo, et 

LXVIIII. De glaua dimittenda in nauibus et aliis 
lignis que exiuerint extra Culfum (1). 

Iniungimus quod naues que caricabuntur in Uene- 
ciis occasione (2) eundi extra Culfum, glauam dimittere (a) 
debeant a secundis instantis ab arbore (3) de medio usque 
ad instantes (4) qui sunt ultra portam. Hoc intelligimus 
in naue et banzono et buzonaue uel alio ligno de du- 
centis (5) milliariis et inde supra. 

St. Tiep. A, 34. 

Var. in Q: (1) LXXX. De glaua in naue dimittenda. — (2) in 
U. c. occaxione — (3) stantis arboris — (4) stantos — (5) naue et 
omni ligno de CC 

{a) Estendere, prolungare. 

LXX. Quod naues et alia Ugna que caricabuntur 
in Alexandria et ab Alexandria usque Siciliam nullam 
mercem habeant inter duas coopertas (1) (a). 

Statuimus quod naues que caricabunt in Alexan- 

Var in Q : (1) LXXXI. De mercibus habendìs inter duas couertas. 

(a) « Duo castella » ha lo St. Tiep., evidentemente collo stesso signi- 
ficato della voce coopertae che leggesi qui (A. S ). 



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G/i statuii marittimi veneziani 219 

dria et ab Alexandria usque Sataliam (b\ nullam mer- 
cem habeant|)inter duas coopertas (2) ab arbore de medio A. 218* 
usque ad arborem de proda, sed una camarella (3) esse 
debcat ab arbore de medio usque ad portam inter in- 
stantes (4) prò utilitate sarciorum nauium eorumdem (5). 
Hoc intelligimus in naue et banzono et buzonaue (6) fece, 
come sopra). 

St. Tiep. A, 27. 

(2) caricabuntur in Alexandria usque Sathaliam inter duas conertas 
merces habeant — (3) set una camarela — (4) stantes — ($) ipsarum 
nauium — (6) et omni ligno de OC. 

(b) Nella rubrica evidentemente devesi leggere pure Satalia, al- 
trimenti detta Adalia; città nell'Asia Minore sul golfo omonimo 
(A. S.). 

LXXI. De glaua dimittenda in nauibus et aliis /*- 
gnis{\). 

Ordinamus quod naues que caricabunt (2) a mon- 
tibus de Barchis in antea usque Setam uel in Sicilia 
glauam dimittere (3) debeant quantum (4) tenent qua- 
tuor stanti ipsius (5) porte de proda de latere in late- 
rem (6). Hoc intelligimus in naue (7) fece, come sopra). 

St. Tiep. A, 28. 

Var. in Q: LXXXII. De glaua inter stantes quatuor dimittenda. 
— (2) caricabuntur — (3) usque ad Septam uel Ciciliam d. g. — 
(4) in quantum — ipse — (6) latere — (7) in omni ligno de CC 
milliariis. 

LXXII. Item, de glaua dimittenda (1). 
Il Dicimus(2)quod naues que ueniuntde Romania de(^) a. 219 
extra Culfum glauam dimittere debeant ab arbore de 

Var. in Q: (1) LXXXIII. De glaua. — (2) Iniungimus - Q 
de omesso. 



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220 



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medio oisque ad instantes (4) qui sunt ultra portam. Hoc 
inteliigimus in naue, banzono (5) fece, come sopra) (a). 

St. Tiep. A, 29. 

(4) stantes — (5) in ligno et naue que sunt de mill. CG et inde supra. 

(j) A questo punto in Q. seguono i quattro capitoli che qui por- 
tano i nn. LXXX a LXXXIII. 



Q. 98* ILXXIII. De quinque qui preesse debenttin nauibus 
et aliis lignis ad ipsas regendas (1). 

Decernimus (2) quod patronus uel patroni cuiuslibet 
nauis uel alterius (3) ligni, extimate uel extimati milliariis 
ducentis (4) et inde supra, merchatoribus naulizate uel 
naulizati, que uel quod ibit (5) Ragusium uel a Ragu- 
sio in antea, seu Sypantum uel* a Sypanto (6) in an- 
tea, tam eundo quam redeundo, debeant sic procurare 
et facere(7) cum merchatoribus ipsius nauis et ligni, quod 

A.219* in ipsa naue et ligno sint quinque homines || constituti, 
ex quibus quinque (8) unus sit patronus et aliis (9) nau- 
clerius, et alii tres sint ex merchatoribus, si merchatores 
extiterint. Qui merchatores (10) accipi debeant per maio- 
rem partem merchatorum uel per tres electos per ma- 
iorem partem merchatorum ad eligendum istos tres (u). 
Et si patronus uel patroni hoc non posuerint coram mer- 
chatoribus, et non procurauerint ut dictum est, incur- 
rant penam librarum centum proquolibet eorumdem (12) 
patronorum; et merchatores (13) qui ad hanc eleccio- 

Var. in Q: (1) LXXXVIII. De quinque hominibus constituendis 
super factis nauium. — (2) Dicimus — (3) omnis n. u. alius — (4) CG 
— (5) iuerat — (6) Ragusium uel inde i. a:, s. Sipamtum uel inde — 
(7) ita procurare debeat — (8) quinque omesso. — (9) patronus constitutus 
et alius — no) tres sint mercatores. Mi mercatores qui fuerint, — (li) 
mercatorum et eilegi il resto omesso fino a Et si -- (12) possuerint 
coram mercatoribus et u. d. e. p., penam incurant 1. C prò omni eorum — 
(13) mercatores — 



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Gli statuti marittimi veneziani 



221 



nem (14) et hoc factum fieri contradixerint, penam decem 
librarum prò quolibet merchatore incurrant (15). Qui 
quinque supradicti, uel maior pars. eorum, habeant pqte- 
statem (16) nauigandi, armizandi, colandi (17), calatidi (a), 
ponendi uelam, mu||tandi uelam, eligendi temonarios (18); A. 220 
qui temonarii percipere debeaiìt ilìud precium a marina- 
riis (19) quod uidebuur istis quinque, et in omnibus aliis 
que pertinent ad regimen nauis(2o)in nauigando. Saluis 
omnibus nostris capitulis que continentur in hoc statuto, 
et saluo eo quod capitaneo in suo regimine est conces- 
sum. Et si aliquis istorum quinque supradictorum in 
dicto officio ^sse recusauerit, libras centum nostro comu- 
ni (21) soluere teneatur ; saluo si maiori parti merchato- 
rum uidcretur quod iustam occasjonem haberet. (22) Si 
ucro (23) patronus uel patroni taliter facere uel contradicere 
uel (24) contradicerent quod isti su | pradicti uel maior pars Q. 99. 
eorum compiere non possent ut (2^) eis melius uideretur 
quod datum est eis uel ma||iori parti eorum, penam tri- A.220* 
gentarum librarum incurrat uel incurrant (26), nostro co- 
muni soluendam. Et merchatores qui ad hec (27) contra- 
dicerent, penam decem librarum prò quolibet; et marinarli 
penam quadraginta soldorum prò quolibet incurrant (28) . 
Quam penam nostri consules inUeoeciis, infra quindecim 
dies (29) postquam habuerint in notìcia, teheantur (b) éxi- 

(14) dlectionem — (15) factum fuerint, et contradixerunt, p. 1. X prò 
omni mercatore incurat — (16) ipsorunvp. h. — (17) collandi — (18) ue- 
lum ponendi, uellum mutandi et temonarios elligendi — (19) timonarij 
a marinarijs illud precium — (20) ad nauis regimentum pertinebunt — 
(21) esse recusabit, n. c. 1. G. — (22) uidebitur q. i. habeant occaxioneitì 
— (23) uero om. — (24) u. c. u. omesso. — (25) n. p. c. sicut — (2G) ipso- 
rum, p. 1. CCG incurant — (27) pagandam. Et mercatores qui ad hoc — 
(28) lib. X prò omni, et marinari) soldorum XL prò quolibet ipsorum 
penam incurant — (29) dies XV — . 

(a) Combattere, cacciare in fondo (un altro \egno), abbassare (le 
vele ovvero lo schifo, mettere cioè quest' ultimo in mare) (A. S.). 

(b) Aggiunto in margine. 



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222 Nuovo Archivio Veneto 4 . 



gere et auferre ; et si eam auferre (30) non poterunt, nos 
cum nostro conscilio, infra quindecim dies postquam in 
noticia fuerit nobis datum, ipsam penam auferre uel auferri 
facere teneamur. Si uero fuerint (31) in loco in quo ree- 
tor prò nobis et comuni Ueneciarum extiterit (32), rector 
illius loci penam illam infra quindecim dies postquam 
A. 221 habuerit in noticia teneatur exigere et auferre; ||et si pe- 
nam auferre (33) non poterit, nobis quam cicius poterit 
suis litteris debeat intimare; et nos cum nostro conscilio 
infra quindecim dies postquam habuerimus in noticia 
eam auferre uel auferri (34) facere teneamur. Istud (35) 
idem dicimus de omnibus nauibus uenetorum et bur- 
gensium que naulizate fuerint ueiietis (36) in.aliquibus 
partibus a supradictis (37) confinibus in anteà. 

(30) acci pere et excutere teneamur ; et si aufere — (31) dies XV pos- 
quam nobis dictum fuerit. ipsam penam faciemus tolli. Si fuerint — 
(32) fuerit p. n. et c. U. — (33) penam infra dies XV posquam sciuerit 
auffere et exigere t. et si p. auffere — (34) dies XV posquam in noticiam 
habuerimus, ipsam auffere uel autieri — (35) Et istud — (36) f. ti. n. — 
(37) predictis locis et 



LXXIIII. <Zte uanrea de arboribus et antennis siue 
temonibus nauium et ali'orum lignorum (1). 

Ordinamus quod si da.mpnum aliquod (2) alicui ha- 
uiup (3) euenerit, quod Deus auertat, tde arboribus et 
antennis siue temonibus (4), dampnum illud non (a) sit 
in uaria ; et hoc intelligimus in naue et quolibet ligno 
de ducentis milliariis (5) et inde supra. 

St. Tiep. A, 35. — Tarr. 39- 

Var. in Q: (1) LXXXIX. De dampnìs. (2) d. a. omesso — 
(3) naui uel ligno — (4) arboribus; antenis et timonibus — (5) omni 
ligno de mill. CG ■ , * 

(a) Il non in Q. aggiunto posteriormente. 



f ♦ 



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223 



LXXV. De reparacio || ne facienda de dampno, si quod a 22 1* 
euenerit in predictis conredis (1). 

Et si in istis supradictis conredis (2) dampnuro ali- 
quod euenerit quod decenter ualeat (3) reparari, de ha- 
uere (4) patronorum reparacio illa fiat ; et si de repara- 
cione ista inter merchatores (5) et patronos questio ori- 
retur, silicet quod patroni dicerent : « istud reparare (6) 
non est necesse » ; et merchatores (7) dicerent : « sic est ne- 
cesse » ; questio ista remaneat in sentencia capitanei uel 
capitaneorum, cum illis a quibus super hoc conscilium (8) 
habere uoluerit uel uoluerint ; saluo quod in libertate(t)) 
capitanei uel capitaneorum sentencia debeat remanere. 
Si uero fuerint in loco in |quo rectoria (io) prò nobis'et Q. 99* 
comuni Uenecie cxtiterit, in libertate rectoris uel recto- 
rum illius loci rema||neat sentencia supradicta (11). Et si A. 222 
fuerint in loco in quo capitaneus uel capitanei, rector 
uel rectores prò nobis non éxtiterit uel extiterint (12), re- 
maneat sentencia in maiori parte (13) illorum quinque 
qui nauem regere habuerint (14). Similiter si contingeret 
quod propter fortunam temporis uel aliud (1 5) impedi- 
mentum capitaneus ad uidendum questionem supradic- 
tam ire non posset (i6) 7 remaneat sentencia in maiori 
parte quinque sopradictorum. Et hoc intelligimus in naue 
et quolibet ligno de ducentis (17) milliariis et inde 
supra. 

St. Tiep. A, 35 (a). 

Var. in Q: (1) XC. Quod coredi concientur de marsupio patro- 
norum. — (2) si isti corredi supradicti — (3) habuerint, qui conuenienter 
ualeant — (4) auere — (3) mercatores — (6) ista reparacio — (7) mer- 
catores — (8) consilium — (9) quem in libertatem — (10) Si autem 
in loco fuerint in quo rector — (1 1) predicta sentencia — (12) recto- 
res non fuerint — (13) in m. p. s. — (14) habuerint ad regendum — 
(15) aliquod. — (16) capitaneus i. n. p. ad uidendam q. predictam — 
(17) omni ligno de CC 

(a) Gli St. del Tiepolo trattano il caso come di avaria comu- 
ne, facendo partecipare alla perdita tutti gl'interessati nella naviga- 



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LXXVI (i). Qitaliter fieri debeat si predieta cor- 
reda (2) taliter uastarentur quod reparari non possente 
et questiones inde (3) orirentur inter patronos et mercha- 
tores. 

Si uero contingeret (4) quod arbores siue antenne (5) 
A. 222* uel temones, taliter uastarentur quod reparari non||pos- 
sent, si de hoc questio oriretur inter patronos et mer- 
chatores, uidelicet quod patroni dicerent « hoc bene po- 
test reparari», et merchatores, dicerent quod reparari 
non posset; remaneat hoc in sentencia capitanei uel ca- 
pitaneorum. Si uero fuerint in loco in quo rectoria prò 
nobis (a) et (6) comuni Ueneciarum extiterit, in libertate 
rectoris uel rectorum illius loci remaneat sentencia su- 
pradicta; et si fuerint in loco in quo rector uel capita- 
neus prò nobis non fuerit, in maiori parte illorum quin- 
que rectorum nauis sentencia illa remaneat. Sentenciam 
uero istam quinque supradicti sacramento dicere (7) 
teneantur. Uerum namque si sentenciatum per istos su- 
pradictos fuerit (8) , reparacionem istam minime fieri 
A. 223 posse, teneantur et debeant patro || ni uel patronus unum 
alium coredum, uidelicet arborem, antennam (9) uel 
temonem, emere, quod sit sufficiens illi naui. Ita tamen 
quod patronus uel (10) patroni teneantur tantum dare et 
soluere ante partem (11), in ipsa arbore uel antenna uel 
temone (12) qui comparabitur, quantum constiterat ipsa 

zione, laddove invece quelli dello Zeno, trattandosi di danni agli alberi, 
alle antenne e ai timoni, dispongono che li sopportino soltanto i pa- 
troni. Mancano negli St. Tiep. le norme di procedura che dettano 
quelli dello Zeno. (A. Sj. 

Var. in Q: (1) XCI. — (2) debeant sopradicta coreda si — 
(3) inde omesso. — (4) contingerit — (5) anthene — (6) uel — (7) 
istam predicti quinque dicere — (8) nanque si sentencia p. i. s. f. data 
— (9) antenam — (10) p. u. omesso — (11) parte — (12) arbore an- 
thena uel timone — 

(a) Aggiunto in margine. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



225 



arbor, antenna uel temo (1 3) dcuastatus. Et si phis ipsa 
arbor, antenna uel temo (i3) constiterit, illud plus de 
comuni auere nauis et de ipsa naue soluatur. Volentes 
quod si plus constiterit arbor illa, antenna uel temo (13) 
de | eo quod constiterat arbor, antenna uel temo (13) de- Q»o°* 
uastatus, debeat ipsa esse (14) arbor, antenna uel temo (13) 
sic emptus de comuni hauere (15) nauis et de ipsa naue. 
Et si arbor illa, antenna uel temo (13) plus non consti- 
terit de eo quod constiterat arbor, antenna uel || temo (13) A. 223* 
uastatus, remaneat et esse debeat patronorum nauis. Pa- 
troni uero qui contra hoc fecerint, penam librarum quin- 
gentarum (16) nostro comuni soluere teneantur.Et si in aliis 
corredis (17) aliquod dampnum euenerit, restitucio ipsius 
dampni fiat de comuni hauere (18) ipsius nauis, et eciam 
de ipsa naue secundum usum. Et si corredum (19) istud 
quod uastatum fuerit decenter poterit reparari, tanta fiat 
restitucio ipsius dampni quanta fuerit eius peioracio. Hoc 
intelligimus in naue et quolibet ligno de ducentis (20) 
(ecc. come sopra). 

St. Tarr. 39. 

(13) anthena uel timon — (14) e. i. — (15) auere — (16) D. — 
(17) coredia — (18) auere — (19) coredum — (20) CG 

LXXVII (1). Qualiter fieri debeat si dampnum eue- 
nerit in corredis (2) nauium et aliorum lignorum occa- 
sione (3) ca\andi, uel quod ca\aretur ab aliis nauibus. 

Asserimus quod si dampnum aliquod alicui naui in 
corredis (2) ipsius nauis j| euenerit occasione (3) cazandi A. 224 
aliquam nauem uel aliud lignum, uel quia (4) ipsa caza- 
retur, dampnum illud sit in auaria haueris (5) ipsius na- 
uis, et eciam de ipsa (6) naue secundum usum ; saluo si 
uidebitur quinque rectoribus nauis, uel maiori parti eo- 
rum, quod dampnum illud supradicta occasione (3)uenis- 

Var. in Q. (1) XCII. — (2) coredis — (3) occaxione — 



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226 



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set. Hoc intelligimus in naue etquolibet ligno cooperto 
de ducentis (7) milliariis et inde supra. 

St. Tarr. 40. 

(4) quod — (5) auariam aueris — (6) i. omesso — (7) CG. 

LXXVIII (1). Qualiter fieri debeat si dampnum eue- 
nerit in corredis (2) nauium uel aliorum li gnor um que 
fuerint nauli\ate peregrinisi 

Affirmamus quod si alicui naui uel alio ligno de du- 
centis (3) milliariis et inde supra, que uel quod tota nau- 
lizata uel naulizatum fuerit peregrinis, dampnum aliquod 
A.224* euener i t j n arboribus, uel antennis, seu uelis, aut (4) || te- 
monibus, aut anchoris, siue barella, uel alio corredo (5) 
nauis uel ligni, supra salientes (6) et marinarii in ipsa 
naue uel ligno existentes restaurare de ipso dampno mi- 
nime teneantur. 

St. Tiep. A, 36 — Tarr. 41. 

Var in Q: (1) XCIH. — (2) coredis — (3) CC — (4) anthenis 
seu uellis, uel — (5) coredo — (6) salientis. 

LXXVIIII (1). Qualiter fieri debeat si dampnum 
euenerit in corredis (2) nauium uel aliorum lignorum 

Q.ioo* que nauli\ate\ fuerint merchaioribus (3), in quibus fue- 
rint peregrinis. 

Dicimus quod si in supradictis corredis (2) damp- 
num aliquod euenerit alicui naui uel alio (4) ligno de 
ducentis (5) milliariis et inde supr^ merchatoribus (3) ad 
milliaria uel kantaria (6) naulizate uel naulizato, in qua 
uel (7) quo peregrini extitent, fiat restitucio ipsius 
dampni secumdum quod euenerit prò racione tocius 
quantitatis nauli peregrinorum et merchatorum (8). Sta- 

A. 225 tuentes quod partem pe||regrinorum ipsius damni patroni 
nauium debeant restaurare; excepto si dampnum illud 

Var. in Q: (1) XCIV. — {2) coredis — (3) mercatoribus — (4) ali- 
cui — (5) CC — (6) cantliaria — (7) in aggiunto. — (8) mercatorum 



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227 



esset in arboribus uel antennis (9) atque temonibus, quia 
dampnum illud in uaria(io) esse non debet, ut superius 
continetur. 

St. Tiep. A, 37. 
(9) anthenis — (10) auria [avaria] 

LXXX. De marinariis qui contro, pactum conuen- 
cionis naues et alia Ugna relinquerint (1). 

Uolumus quod si aliquis marinarius contra pactum 
conuencionis uoluerit relinquere nauem, licitum sit pa- 
trono ipsum marinarium retinere quousque (2) pactum 
conuencionis adimpleat. Marinarius uero (3) qui nauem 
|relinquerit contra pactum conuencionis, uiolenter uel fur- Q. 9 8 
tiue (4), totum illud quod prò marinaricia suscepit (5) in 
duplum patrono restituere (6) teneatur, et insuper quan- 
tum statuere uel diffinire uoluerint super (] hoc (7) iudices A.225* 
ordinati. Hoc intelligimus in naue et quolibet ligno coo- 
perto de ducentis (8) milliariis et inde supra. 

St. Tiep. 39. — Tarr. 42. 

Var. in Q : (1) I LXXXIV. De marinariis retinendis qui nauem Q. 97* 
relinquerint. — (2) donec — (3) u. omesso. — (4) per forcium liei fortiue 
contra p- c. — (5) receptum habet per marinariciam — (6) redere — 
(7) tantum plus quantum super h. s. aut d. u. — (8) et omni ligno de 
miti. CC. 

LXXXI. De termino ad quem patroni debent facere 
paccamentnm marinariis (1). 

Ordinamus quod si patroni marinariis ad statutum 
terminum non fecerint paccamentum (2), ex tunc in antea 
teneantur patroni ipsum paccamentum (2) in duplum ma- 
rinariis restaurare. Similiter si naulizati patronis ad 
statutum terminum non soluerent naulum, ex tunc in 

Var. in Q: (1) LXXXV. De pagamento non facto marinar ijs ad 
terminum. — (2) pacamentum — 



t 



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228 Nuovo Archivio Veneto 



antea naulizati teneantur patronis restaurare ipsum nau- 
lum (3), et insuper soldos duos prò libra prò pena (4). 
Vbi autem (5) non erit terminus constitutus, uolumus 
secumdum conuenciones que facte fuerint obseruari sub 
pena predicta (6). 

St. Tiep. A, 40. — Tarr. 43. 

(3) terminum non pacauerint, naulum in duplum ex t. i. a. patronis 
mercatores soluere teneantur — (4) prò pena s. II p. 1. — (5) a. 
omesso. — (6) uolumus sub p. p. quod s. c. que facte sunt obseruetur. 

LXXXII. [1] Quantum t'ungi debeat patronis et ma- 

A. 226 rinariis occa\\ sione ybernandi(\). 

Statuimus quod nauis naulizata ad eundum ad par- 
tes Romanie (2), uel ultra mare, uel ad alias partes liuius 
mundi, que ex pacto cum marinariis (3) ybernare tene- 
tur ibidem et Uenecias reuerti, et aliquid iungi debuerit 
naui et marinariis prò ybernare, et aduenerit quod (4) 
ipsa nauis eundo in uiaticum ad alias partes (5) de 
comuni ybernare debeat uolumtate (6) ; statuimus quod 
in ilio (7) loco in quo taliter ybernauerit ipsa nauis, to- 
tum (8) illud iungatur marinariis et patrono (9) quod ex 
pacto stabilitura fuerit eis iungi in loco ad quem prius 
ordinauerant ybernare (10). Nichilominus statuentes ut 
patroni et marinarii quod primo statutum fuerat tenean- 
tur (11) per omia naulizantibus obseruare. Hoc intelligi- 

A.226* mus II (ecc. come al cap. LXXX). 
St. Tiep. A, 41. — Tarr. 44. 

, Var in Q: (1) LXXXVI De iuncta marinar forum et patrono- 
rum. — (2) p. R. e. — (3) mondi, que c. m. e. p. — (4) q. omesso. — 
(5) uiatico ad p. a. — (6) u. d. y. — (7) ipso — (8) quo ybernaurit 
totum — (9) m i. et patronis — (10) quod est ex p. s. ybernare fue- 
rat ordinatum. — (11) quod statutum quod fuerat primo teneatur 

[2]. De eodem (1). 

Uolumus quod nauis naulizata ire (2) ad partes Ro- 
Var. in Q: (1) LXXXVII. Aliud capitulum. — (2) i. omesso — 



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229 



manie uel ultra mare, aut alias partes huius mundi (3), 
ita ut in ilio loco debeat esse scapula (4), et aduenerit 
quod ipsa nauis ad alias partes eundo uel (5) redeundo in 
uiatico de uolumtate omnium merchatorum (6) et ma- 
rinariorum, uel (7) maioris partis eorum (8), debeat yber- 
| nare; dicimus quod quarta pars tocius predi debeat iun- Q. 98* 
gi patronis a naulizatis, et patroni (9) quartam parte m 
marinaricie prò ybernatura marinariis (10) iungere tene- 
antur. Patroni uero (11) et marinari) naulizatis obser- 
uare debeant quod primo fuerat ordinatum. Hec om- 
nia (12) intelligimus in nauibus et quolibet alio ligno de' 
ducentis milliariis et inde supra mer || chatoribus nauli- A - 22 7 
zatis (13). 

St. Tiep. A, 42. — Tari*. 4^. 

(3) mondi — (4) s. e. d. — (5) et — (6) mercatorum — (7) aut de uoluntate 

— (8) ipsorum — (9) statuimus quod in ilio loco, in quo nauis taliter 
ybernabit, quarta pars ipsius precij omnes debeant naulizati jungere 
patronis, et — (10) marinaricie patroni marinariis — (n) u. omesso, 

— (12) q. o. p. f. d. obseruare. Hoc — (13) in naue et omni ligno 
couerto de mill. CC et i. s, 

| LXXXIII (1). De pignore dando iudicibus prò di- Q.100* 
scordiis et differenciis. 

Mandamus de nauibus que conpleto uiatico suo ad 
portum applicuerint (2), et alique discordie et differencie 
fuerint inter euntes in eisdem nauibus, infra quintum 
diem postquam appiicuerint (2) debeant dare (3) pignus 
iudici uel (a) iudicibus super hoc ordinato uel ordinatis 
ad ipsam diffiniendum (4) racionem. Pignore uero dato 
absque condicione, discaricari ualeat ipsa nauis : naue 
discaricata, infra quindecim (5) dies racio ex ipsis diffe- 
renciis uel discordiis exigatur. Et si infra quindecim (5) 

Var. in Q: (1) XCV. — (2) aplicuerint — (3) peregrinis agg. 

— (4) difiniendam — (5) XV — 

(a) Aggiunto in margine. 



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230 



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dies non pecietur rado ex predictis^ pignus reddatur illi 
qui illud dedit, ita ut ex tunc in antea nulla questio ua- 
leat inde moueri. Si uero in dando pignus insufficiens (6) 
A. 227* aliqua differencia (7) inter querentem (| et quesitum orire- 
tur, tunc secundum quod iudex uel iudices super hoc 
electus uel electi statuerit uel statuerint, utraque pars 
debeat obseruare. Saluis questionibus quas debent nostri 
consules diffinire (8). Hoc intelligimus in naue (ecc. come 
al cap. LXXXIJ (b). 

St. Tiep. 43. — Tarr. 46. 

(6) insuficiens — (7) diferencia — (8) difinire. 

(b) L* obbligo del ppgno e il breve termine di perenzione furono, 
il primo, abolito, ed il secondo prolungato a giorni trenta con statuto 
del doge Francesco Dandolo (Novissima stat. ven., ed. 1729, p. 117). 
(A. S.). 



LXXX1III (1). Qualiler obseruari debet (2) si ali- 
quis rebellis (3) fiierit in dicto pignore dando. 

Decernimus quod si aliquis rebellis (3) fuerit tam in 
non dando pignus quam in dando pignus insufficiens (4) 

Q. 101 secumdum arbitrium iudicis uel iudicum, | ex tunc in an- 
tea liceat quercnti racionem tantum (5) intromittere de 
bonis quesiti que sunt in naue, ut ex (6) ipsis differen- 
ciis (7) atque discordiis ualeat esse securus. Si autem bona 

A. 228 eius non fuerint in naue, ipsi (8) iudices debeant '| tollere 
tantum ex bonis eius, ubicumque fuerint, quantum eis 
bonum super hoc apparuerit; et per hoc non remaneat 
quin (9) nauis discaricaretur. Hoc intelfigimus in naue 
et quolibet ligno cooperto. 

St. Tiep. 44. — Tarr. 47. 

Var. in Q: (1) XCVI. - (2) debeat - (3) rebelis - (4) insufi- 
ciens — (5) r. omesso. - (6) ex omesso. — (7} diferenciis — (8) naue 
ipsius, — (9) quod 



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Gli statuti marittimi veneziani 231 

LXXXV(i). Quod ittdices possint penam et penas 
inponere et auffere (2) patronis si non discaricane- 
rint (3) ad terminum eis impositnm. 

Uolumus quod si patroni nauium ad terminum eis 
inpositum (4) naues non discaricarent, tunc nostri iudi- 
ces possint eis penam et penas inponere et auferre, que 
pena (5) in nostrum comune eueniat (6) ; et si eam uel 
eas auferre non possent, nos cum nostro Consilio, infra 
quindecim (7) dies postquam noticiam habuerimus, eam 
uel eas (8) auferre uel (y) auferri facere teneamur. Hoc 
intelligimus in naue (ecc. come soprajW. A.228* 
St. Tarr. 48. 

Var. in Q: (1) XCVII. — (2) auferre — (3) discarigauerint — (4) 
eis in portum — (5) pene — (6) deueniant — (7) XV — (8) eas uel 
eam — (9) et 

LXXXVI (i). Quod iudices eligantur in Ueneciis 
prò istis statutis seruandis. 

Asserimus ut prò nostris statutis seruandis in Ue- ' 
neciis tres ydonei homines prò iudìcibus (a) eligantur ad 
diffiniendum (2) omnes differencias (3) et discordias que 
inter euntes in nauibus orientur (4), saluis questionibus 
quas nos dux et nostri consules debeamus diffinire (5); 
et eciam in quocumque loco in quo potestas uel duca 
uel baiulusper nos et comune Ueneciarum extiterit, diete 
difFerencie (6) atque discordie coram (7) hiis quibus conmi- 
serint terminari debeant et diffiniri (8) secumdum teno- 
rem nostri statuti ; statuentes ut uocatus ad primum ter- 
minum super hiis differenciis atque discordiis uocanti (9) 
responsurus accedat. Hoc intelligimus in naue et quoli- 
bet ligno cooperto. 

St. Tiep. A, 45. 

Var. in Q : (1) XCVIII — (2) elligantur ad difiniendum — (3) dite- 
rencias — (4) oriuntur — (5) debent difinire — (6) diferencie — (7) 
eis, aut coram aggiunto. — (8) difiniri — (9) uocati. 



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229 || LXXXVII (1). De pena auferenda prò carico posito 
inter duas coopertas (2). 

Mandamus quod si aliquod caricum posijtum fuerit 
inter duas coopertas, quicquid ualuerit naulum ipsius 
.101* ca | rici in duplum nostro comuni patronus debeat emen- 
dare, ita quod teneamur ad carius naulum ; exceptis na- 
uibus de uictualibus caricatis, et exceptis uictualibus que 
ponuntur in glaua prò illis hominibus qui uadunt in 
nauibus. 

St. Tiep. A. 4S. 

Var. in Q: (1) XCIX. - (2) copertas. 

LXXXVIII ([). De pena auferenda prò mercimoniis 
positis super coopertis (2). 

Ordinamus quod si nauis uel aliud lignum plures 
coopertas habuerit, super cooperta (3) superiori merci- 
monie alique non ponantur, excepto eo quod per (4) nos 
superius est statutum. Si uero nauis uel' aliud lignum 
229* tantum unam coopertam habuerit, super illa Cooper ||ta (5) 
mercimonie alique non ponantur, similiter excepto quod 
per nos est superius declaratum. Quicumque uero con- 
tra hoc (6) quod positum fuerit super dieta cooperta (7) 
duplum naulum nostro comuni debeat emendare, ita 
quod tenere nos debeamus ad carius naulum quod (8) in 
naue uel ligno fuerit naulizatum ; et intelligimus quod 
equi sint mercimonia. 

St. Tiep. A. 49. 

Var. in Q : (1) C. — (2) Cooper turas — (3) si aggiunto per errore. 
— (4) per omesso. - (5) Cooper — (6) fecerit de hoc aggiunto. — (7) 
dictam coopertam — (8) naulum aggiunto. 

LXXXVII II (1). De glaua ingombrata contra tetto- 
rem statuti. 

Dicimus quod si glaua aliqua alicuius nauis uel alte- 
rar, in Q: (1) CI - 



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233 



rius Ugni de ducentis (2) milliariis et inde supra fuerit 
ingonbrata contra tenorem nostri statuti, duplum cario- 
ris nauli in naue naulizati prò illa quantitate que in- 
gombraret (3) glauam, patronus illius nauis uel alterius 
Ugni nostro comuni debeat emendare. 

St. Tiep. A, 50. 
(2) CC. — (3) ingonbraret. 

XC (1). De nauibus et aliis lignis\\euntibus ultra A. 230 
marinas (2) partes uel ad (3) alias partes causa disfa- 
ciendi ibidem. 

Inponimus de nauibus euntibus ad partes ultra (4) 
marinas uel ad alias partes occasione (5) disfaciendi ibi- 
dem, in quibus non extiterint merchatores secundum 
ordinem quem a nobis et (6) a maiori parte nostri con- 
scilii (7) uel a baiulo aut potestate uel duca receperint, 
ita facere teneantur. Quicumque uero contra hoc fece- 
rit (8), nostro comuni libras centum prò quibuslibet cen- 
tum milliariis (9) de eo quod fuerit extimata debeat 
emendare. Hoc intelligimus in naue et quolibet Ugno 
cooperto. 

St Tiep. A, 54. 

Var. in Q : (1) CU. — (2) ultramarinas — (3) ad omesso — (4) ultro 
— (5) occaxione — (6) uel — (7) consilii — (8) fecerint — (9) quolibet 
cent. mill. 

|XCI (1). De nauibus et aliis lignis euntibus ad ali- q. l02 
quem locum prò ybernare, in quibus non fuerint mer- 
chatores. 

Iniungimus quod nauis, in qua non extiterint mer- 
chatores, ad aliquem lo || cum prò ybernare itura, secum- A. 230* 
dum ordinem quem a nobis et (2) a maiori parte nostri 
conscilii receperint (3), ita facere teneantur. Quicumque 

Var. in Q: (1) CHI. — (2) uel — (3) consilii receperit — 

16 



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contra hoc fecerit cadat in penam quam noè dux cum 
conscilio nostro ei auferre (4) uoluerimus. Hoc intelligi- 
mus in naue et quolibet ligno cooperto. 

St. Tiep. A, 55. 
(4) nostro Consilio ei àufere. 

XCII (1). Quantum marinarti nauium et aliorum 
lignorum que naufragium pacientur cum (2) patronis et 
merchatoribus stare debent ad recuperandum (3) res 
et merces ipsarum nauium et lignorum, 

Statuimus quod marinarii nauis naufragium pacien- 
tis cum (4) patronis et merchatoribus ipsius nauis 
per quindecim (5) dies, postquam naufragium passa fue- 
rit, stare et moram facere teneantur ad recuperandum 
A. 231 res et merces, et nauem ac sarcia nauis|| eiusdem, lègaliter 
et bona fide; et hoc si patroni uel merchatores uel 
maior pars eorum uoluerit uel uoluerint; de rebus quas 
infra spacium illud inuenerint per centenarium tres ad- 
bentes et non plus. Si quis uero marinarius contra hoc 
fecerit, totam marinariciam quam a patronis suscepit (6) 
nostro comuni debeat emendare. Et (7) in Ueneciis ad- 
uocatores comunis, uel alibi rectores qui prò nobis et 
comuni Ueneciarum extiterint, prò ipsa pena soluenda 
ipsum possint et debeant conuenire. Hoc intelligimus in 
naue et quolibet ligno cooperto. 
Tarr. 50. 

Var. in Q: (1) CIV. — (2) paciuntur com — (3) reparandum — 
(4) com — (5) XV — (6) susceperit — (7) Et omesso. 

XCIII (t). Quod cooperta inferior nauium et alio- 
rum lignorum de ducentis (2) milliariis et inde supra 
leuari non possit postquam ipse naues et Ugna con- 
plete fuerint (3). 

Affirmamus quod postquam nauis (4) aut banzonus 

Var. in Q: (i)CV. — (2) CC - (3)/. c. - (4) de CG milliar. ag- 
giunto — ■ 



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235 



Il aut buzus nauis de ducentis (5) milliariis et inde su- A.23!* 
pra laboratus fuerit et conpletus, eius cooperta infe- 
rior (6) a modo in antea (7) sub pena librarum quingen- 
tarum (8) leuari non possit; quam penam nos cum nostro 
conscilio infra quindecim (9) dies postquam habuerimus 
in noticia auferre uel auferri facere teneamur. Et si (10) 
amodo in antea (7) leuaretur in loco in quo prime 
| cruces fuerunt, semper debeant (11) mensurari, niellilo- Q.ioj* 
minus penam soluentes. Si uero hinc (12) retro leuata 
fuisset, in loco in quo prime cruces fuerunt semper de- 
beat mensurari. 

giunto (5) buzonauis de CC — (6) inferiori — (7) anthea — (8) GC — 
(9) Consilio i. XV — (10) si omesso. — (11) débeat — (12) hic 

XCIIII. (1). Qualiter non debet fieri guaita (2) per 
seruientes in nauibus et aliis lignis. 

Asserimus quod nullus merchator, nec patronus, nec 
marinarìus nec supra salientus (3) alicuius nauis guai- 
tam prò II se fieri faciat per aliquem seruientem sub pena A. 232 
librarum quinque, nostro comuni soluenda, prò qualibet 
uice; cuius pene quintum accusatori concedimus. Hoc 
intelligimus in naue et quolibet Ugno cooperto. 

Var. in Q: (1) CVI. — (2) gaita — (3) supra salientis. 

XCV (1). De dampnis que eueniunt (2) causa liba- 
cionis. 

Affirmamus quod si nauis in Ystria (3) libauerit, uel 
supra portum aut in alio loco, uel aliquid ex merci- 
bus (a) extraheretur de naue cum consensu et uolum- 
tate (4) maioris partis merchatorum (5) et patronorum 
prò (6) ipsius nauis utilitate, si (7) dampnum aliquod (8) 

Var. in Q: (1) CVII. — (2) euenerint — (3) cYstoria» in Q : con 
or espunto. — (4) com c. et. uoi untate — (5) mercatorum — (6) prò 
omesso. — (7) uero aggiunto. — (8) a. omesso. — 

(a) Aggiunto in margine. 



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euenerit in ilio hauere (9) sic de naue extracto, damp- 
num illud sit in comuni hauere (9) nauis, et eciam expen- 
se que fiunt (10) causa libacionis; saluis condicionibus (1 1) 
que inter merchatores facte fuerint (12) et patronos. Hoc 
A. 232* intelligimus in naue et quolibat ligno || cooperto. 

(9) auere — (10) expensse que fuerint —(11) conditionibus — (12) inter 
fratres mercatores fuerint facte. 

XCVI (1). De dampnis que eueniunt (2) causa robarie. 

Uolumus quod si nauis uel aliud lignum robata fue- 
rit uel raubatum (3), dampnum illud sit in (4) comuni ha- 
uere (5) nauis; statuentes ut si per (6) aliquod tempus 
dictum dampnum recuperaretur, in ipsum comune ha- 
uere (5) debeat redumdare. 

Var. in Qj (1) CVIII. — (2) euenerint — (3) robatum — (4) in 
omesso. — (5) auere — {6) per omesso. 

XCVII (1). De conuencionibus factis inter patronos 
et nauli\atos et alios de nauibus et lignis. 

Precipimus ut omnes conuenciones que facte fuerint 
inter patronos et naulizatos ac sorterios uel marinarios 
nauium, uel inter (2) alias personas in eisdem nauibus 
existentes, firme at stabiles debeant permanere. Saluis 
omnibus ordinamentis nostris (a) uel statutis (3) que in- 
A. 233 tegraliter obseruentur. Hoc intelligimus in naue||etquo- 
libet ligno cooperto. 
St. Tiep. 38. — Tarr. 51. 

Var. in Q:(i) GIX. — (2) omnes aggiunto. — (3) nostris s. uel 
q or I dinamentis. 

{a) Aggiunto in margine. 

XCVIII (1). De aduocatoribuSy qualiter plantare de- 
bent et auferre (2) penas ab hiis qui iuerint contra no- 
stra statuta. 

Iniungimus quod in Ueneciis aduocatores comunis 
Var. in Q: (1) CX. — (2) penam uel aggiunto. — 



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237 



ab illis hominibus qui iuerint contra nostra statina, tol- 
lere debeant et placitare prò nostro comuni ea omnia in 
quibus ipsi ceciderint; et nostri iudices ad cognoscen- 
dum (3) ueritatem super hoc a quibuscumque eis melius 
placuerit plenissimam potestatem habeant. Similiter in 
omnibus partibus plenissimam potestatem habeant (4) qui 
prò comuni Ueneciarum extiterint. Saluis omnibus que 
debemus nos dux et nostri consules deffinire. 

St. Tiep. 52. — Tarr. 52. 
(3) cognoscendam — (3) Similiter . . . habeant omesso. 

XC Villi (c). De termino ad quem paccamentum fieri 
debet patronis et marinariis. 

Mandamus quod merchatores per muduam || augu- A.233* 
sti (2) extra Culfum ituri totum pacamentum quod ex 
pacto in Ueneciis facere debent patronis quarto die exeun- 
te iulio (3), sub pena soldorum duorum prò qualibet libra, 
eisdem facere teneantur. Secundo uero die exeunte iu- 
lio (4) eodem modo, sub pena predicta, patroni pacamen- 
tum marinariis facere teneantur. 

Var. in Qj (1) QXI. - (2) agusti — (3) iulij — (4) iullio. 

C (1). De termino statuto de nauibus et alìis lignis 
extrahendis extra portum. 

Uolumus quod omnes naues per muduam augusti 
extra Culfum iture taliter sint parate, ut usque ad me- 
dium mensem augusti, omni occasione (2) cessante, pa- 
troni nauium eas extra portum sancti Nicholai (3) trahere 
possint ad uiaticum suutrr sine dilacione faciendum (4); 
et hoc facere teneantur sub pena soldorum viginti (5) 
prò quolibet milliario de hoc quod (6) nauis fuerit exti- 
mata; ||quam penam patroni nauium contra hoc facientes a. 2 o 4 

Var. in Q.-(i) CXII. — (2) occaxione - (3) Nicolai - (4) dillacione 
facienda — (5) XX - (6) q. d. h. - 



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nostro comuni debeant emendare. Hoc intelligimus in 
naue et quolibet Ugno cooperto de ducentis (7) milliariis 
et inde supra. 

(7) ce 

CI (1). Qualiter naues et alia Ugna que facte fue- 
rint extra Uenecias extimari debent. 

Q.103* Mandamus quod si aliquis uenetus fa |ceret fieri na- 
uem in terris in quibus rector prò nobis extiterit, que 
extiipacionis ducentorum milliariorum (2) uel plurium 
esse uideretur, rector illius loci nauem illam secumdum 
tenorem nostri statuti debeat extimare, dando ei illum 
ordinem quem naues uenetorum habent secumdum for- 
marli statuti. Si uero fieri faceret nauem in terris in 
quibus rector prò nobis et comuni Ueneciarum non fue- 
rit, cum peruenerit ad locum in quo rector prò nobis 

A.234* ||extiterit, rector illius loci nauem illam secundum teno- 
rem nostri statuti debeat extimare, dando ei ordinem 
illum quem alie naues uenetorum habent secundum for- 
marli statuti. Ordinantes quod nauem illam alicui forensi 
uendere non debeat; et si uendiderit, cadat in penam 
in quam cadunt i l li qui uendunt nauem (3) que sunt 
Ueneciis extimate. Sed si eam ueneto uoluerit uendere, 
et fuerit in loco in quo rector prò nobis extiterit, eam 
uendere non possit nisi prius fecerit quod rector illius 
loci ab ilio qui nauem illam emere (4) uoluerit accipiat 
sacramentum secundum quod faciunt illi qui emunt na- 
ues in Uenecias (5) factas. Si uero fuerit in loco in quo 
rector prò nobis non fuerit (6), et eam ueneto uendere 
uoluerit, prius ab eo accipiat sacramentum secundum 

A. 235 quod II faciunt illi qui emunt naues in Ueneciis factas. 
Statuentes quod ille qui nauem ueneto uendiderit fa- 
ciat fieri breuiarium de sacramento secumdum quod iura- 

Var. in Q: (1) CXIII. — (2) extimationes GC milliar. - (3) naues 
— (4) emerit — (5) Uenecijs — (6) f. n. — 



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2 $9 



uerit ille qui nauem illam emerit, et Uenecias quam 
cicius potest ducere uel mittere teneatur (7). Et infra 
quindecim (8) dies postquam breuiarium fuerit in Ue- 
neciis, nostris consulibus debeat presentari. Quicum- 
que contra hoc fecerit, cadat in penarti in quam cadunt 
illi qui uendunt naues ueneto factas. in Ueneciis. Hoc 
intelligimus in naue et quolibet Ugno cooperto. 
St. Tarr. 53. 

(7) teneantur — (S) XV. 

CU (1). Qualiter naues et alia Ugna conputari de- 
bent ad caricandum in kantariis (2). 

Ordinamus quod nauis de mille milliariis (3) con- 
putetur de cetero ad caricandum de kantariis mille 
quinquaginta, scilicet nauis || que caricauerit in | ultramari- q 2 , 3 
nis (4) partibus. 

Et nauis de nongentis nonaginta milliariis conputetur 
de kantariis mille triginta octo (5). 

De milliariis nongentis (6) octuaginta, kantariis mille 
uiginti sex. 

De milliariis nongentis septuaginta, kantariis mille 
quatuordecim. 

De milliariis nongentis sexaginta, kantariis mille duo- 
bus. 

De milliariis nongetitis quinquaginta, kantariis non- 
gentis nonaginta. 

De milliariis nongentis quadraginta, kantariis non- 
gentis septuaginta octo. 

St. Tiep. C, 1 - Tarr. 54 (a) 

Var. in Q: (1) CXIV. — (2) cantariis e così sempre — (3) milliariis 
mille — (4) ultra maris. — (5) Nel codice Q. i numeri sono espressi in 
cifre romane in tutto il capitolo, sempre usando II U per IV, XXX X 
per XL, CCCC per CD: milliariis è espresso con mill'., kantariis 
con kant., ed il testo è scritto tutto di seguito senfa capoversi. — 
(6) DCCCLXXX. — 

(a) Che conferma tutti i capitoli da questo al CXII. 



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240 



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De milliariis nongentis triginta, kantariis nongentis 
sexaginta sex. 

De milliariis nongentis uiginti, kantariis nongentis 
quinquaginta quatuor. 

De milliariis nongentis decem, kantariis nongentis 
quadraginta duobus. 
36 fi De milliariis nongentis, kantariis nongentis triginta. 
De milliariis optingentis nonaginta, kantariis nongen- 
tis decem et octo. 

De milliariis octingentis octuaginta, kantariis non- 
gentis sex. 

De milliariis octingentis septuaginta, kantariis octin- 
gentis nonaginta quatuor. 

De milliariis octingentis sexaginta, kantariis octingen- 
tis octuaginta duobus. 

De milliariis octingentis quinquaginta, kantariis oc- 
tingentis septuaginta. 

De milliariis octingentis quadraginta, kantariis octin- 
gentis quinquaginta octo. 

De milliariis octingentis triginta, kantariis octingentis 
quadragintas sex* 

De milliariis octingentis uiginti, kantariis octingentis 
triginta quatuor. 

Il De milliariis octingentis decem, kantariis octingentis 
uiginti duobus. 

De milliariis octingentis, kantariis octingentis decem. 
De milliariis septingentis nonaginta, kantariis septin- 
gentis nonaginta octo. 

De milliariis septingentis octuaginta, kantariis septin- 
gentis octuaginta sex. 

De milliariis septingentis septuaginta, kantariis sep- 
tingentis septuaginta quatuor. 

De milliariis septingentis sexaginta, kantariis septin- 
gentis sexaginta duobus. 

De milliariis septingentis quinquaginta, kantariis sep- 
tingentis quinquaginta. 



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De milliariis septingentis quadraginta, (7) kantariis 
septingentis triginta octo. 

Il De milliariis septingentis triginta, kantariis septin- A. 237 
gentis uiginti sex. 

De milliariis septingentis uiginti, kantariis septingen- 
tis quatuordecim. 

De milliariis septingentis decem, kantariis septingen- 
tis duobus. 

De milliariis septingentis, kantariis sexcentis nona- 
ginta. 

De milliariis sexcentis nonaginta, kantariis sexcentis 
septuaginta octo. 

De milliariis sexcentis octuaginta, kantariis sexcentis 
sexaginta sex. 

De milliariis sexcentis septuaginta, kantariis sexcentis 
quinquaginta quatuor. 

De milliariis sexcentis sexaginta, kantariis sexcentis 
quadraginta duobus (8). 

De milliariis sexcentis quinquaginta, kantariis sexcen- 
tis triginta. 

De milliariis sexcentis quadraginta, j| kantariis sexcen- A.237* 
tis decem et octo. 

De milliariis sexcentis triginta, kantariis sexcentis sex. 

De milliariis sexcentis uiginti, kantariis quingentis 
nonaginta quatuor. 

De milliariis sexcentis decem, kantariis quingentis 
octuaginta duobus (9). 

De milliariis sexcentis, kantariis quingentis septua- 
ginta. 

De milliariis quingentis nonaginta, kantariis quin- 
gentis quinquaginta octo. 

De milliariis quingentis octuaginta, kantariis quin- 
gentis quadraginta sex. 

(7) CCCCLXXXXVIII — (8) CGXXXX. - fc) GLXXXX1I. 




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De milliariis quingentis septuaginta, kantariis quin- 
gentis triginta quatuor. 

De milliariis quingentis sexaginta, kantariis quingen- 
tis uiginti duobus. 
238 j| De milliariis quingentis quinquaginta, kantariis quin - 
gentis decem. 

De milliariis quingentis quadraginta, kantariis qua- 
dringentis nonaginta nouem (10). 

De milliariis quingentis triginta, kantariis quadrin- 
gentis octuaginta sex. 

De milliariis quingentis uiginti, kantariis quadrin- 
gentis septuaginta quatuor. 

De milliariis quingentis decem, kantariis quadrin- 
gentis sexaginta duobus. 

De milliariis quingentis, kantariis quadringentis quin- 
quaginta. 

De milliariis quadringentis nonaginta, kantariis qua- 
dringentis triginta octo. 

De milliariis quadringentis octuaginta, kantariis qua- 
dringentis uiginti sex. 
38* [| De milliariis quadringentis septuaginta, kantariis qua- 
dringentis quatuordecim. 

De milliariis quadringentis sexaginta, kantariis qua- 
dringentis duobus. 

De milliariis quadringentis quinquaginta, kantariis 
tringentis nonaginta. 

De milliariis quadringentis quadraginta, kantariis tri- 
gentis septuaginta octo. 
104* De milliariis quadringentis triginta, | kantariis trigentis 
sexaginta sex. 

De milliariis quadringentis uiginti, kantariis trigentis 
quinquaginta quatuor. 

De milliariis quadringentis decem, kantariis trigentis 
quadraginta duobus. 

(io) LXXXII. 



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243 



De milliariis quadringentis, kantariis trigentis tri- 
ginta. 

Il De milliariis trecentis nonaginta, kantariis trecentis A. 239 
decem et octo. 

De milliariis trecentis octuaginta, kantariis trecen- 
tis sex. 

De milliariis trecentis septuaginta, kantariis ducentis 
nonaginta quatuor. 

De milliariis trecentis sexaginta, kantariis ducentis 
octuaginta duobus. 

De milliariis trecentis quinquaginta, kantariis du- 
centis septuaginta. 

De milliariis trecentis quadraginta, kantariis ducentis 
quinquaginta octo. 

De milliariis trecentis triginta, kantariis ducentis qua- 
draginta sex. 

De milliariis trecentis uiginti, kantariis ducentis tri- 
ginta quatuor. 

De milliariis trecentis decem, kantariis ducentis ui- 
ginti duobus. 

De milliariis trecentis, kantariis ducentis decem. 
j| De milliariis ducentis nonaginta, kantariis ducentis. A.239* 

De milliariis ducentis octuaginta, kantariis centum 
nonaginta. 

De milliariis ducentis septuaginta, kantariis centum 
octuaginta. 

De milliariis ducentis sexaginta, kantariis centum 
septuaginta. 

De milliariis ducentis quinquaginta, kantariis cen- 
tum sexaginta. 

De milliariis ducentis quadraginta, kantariis centum 
quinquaginta. 

De milliariis ducentis triginta, kantariis centum qua- 
draginta. 

De milliariis ducentis uiginti, kantariis centum tri- 
ginta. 



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De milliariis ducentis decem, kantariis centum ui- 
ginti. 

De milliariis ducentis, kantariis centum decem. 

A. 240 |l CHI Hee (i) sunt merces que poni debent prò saorna. 

Hee (2) sunt merces que prò sauorna (3) ponuntur, 
uidelicet: plumbum, ferrum (4), stagnum et ramum non 
laboratum. 

St. Tiep. C. 2. 

Var. in Q: (1) CXV. Hee — (2) Hee — (3) saorna — (4) ferum. 

CIIII (1) Hee (2) sunt merces de quibus tantum debet 
poni prò sauorna, (3) quantum uidebitur illis qui nauem 
uel aliud lignum sauornabunt (4). 

Hee sunt merces de quibus tantum debet poni prò 
sauorna quantum uidebitur illis qui nauem sauornabunt 
scilicet : uitreum in massa (5), smirillum aurum pigmen- 
tum uitreolum, alumen de roza, alumen album de Ale- 
xandria. 

St. Tiep. C, 2. 

Var. in Q: (1) CXVI. — (2) Hee, e così anche qui sotto e nei cap. 
seguenti — (3) saorna, e così sotto, — (4) saornabunt e così sotto. — 
(5) masa, smerilium aut 

CV (1). De mercibus que poni debent prò carico. 

Hee sunt merces que poni debent prò carico, scili- 
cet (2): galla, moltoline infilachis(3), becune in filachis (4), 
A. 240* bocharani(5), canauacia,panni(6)de lino,piper,in|lcensum, 
endegum, zinziber, gedoara (7), zucarum in capellis et 
si ne cassis, mirra, lacca (8), gomarabica, aloes (9), nuces 
muscate, gariofoli (10), gardamoni, melegete^ canfora, 

Var. in Q: (1) CXVII. — (2) silice: — (3) infilathis - (4) b i. f. 
omesso. — (5) bocarani — (6) pani — (7) gedoana (8) mira, laca — 
(9) alloe — (10) gapofalli — 



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245 



aurisium, sandali (11), mirabolani, galenga, symonia- 
cum (12), cubebe, piper longum, armoniacum, mando- 
le (13) fracte, seta et opera sete, cera, puluis zucari in 
saccis (14), mei, uinum, granum et tota alia blaua, excepto 
ordeo, oleum cum uassellis (15) metra uigiginti [sic] 
duo (16) prò milliario, et oleum cum udris metra uiginti 
octo (17) prò milliario. 

St. Tiep. C, 2. 

(1 1) sandalli — (12) gallenga, simoniacum — (13) mandule — (14) sachis 
- (15) uaselis - (16) XXII- (17) XXVIII. 

CVI (1). De mercibus que poni debent tres de (2) ca- 
rico prò quatuor (3) de carico. 

Hee sunt merces que poni debent | tres de carico prò Q. 105 
quatuor de carico : et (4) becune crude cum pilo et sine 
pilo (a), moltoline crude, tosoni (5) crudi et mezalana. 

St. Tiep. C, 2. 

Var. in Q: (1) CXVIII. — (2) prò — (3) 11IJ - (4) et om. — 
(5) tossoni 

(a) Aggiunto in margine. 

CVH (1). De mercibus quibus poni (2) debent duo 
\\milliaria de carico prò tribus de carico. A. 241 

Hee merces poni debent (3) duo milliaria de carico 
prò tribus de carico, scilicet (4) : moltoline, tutalana. 

St. Tiep C, 2. 

Var. in Q : (1) CXIX. — (2) p. omesso. — (3) d. p. — (4) silicet. 

CVIII (1). De mercibus que ponuntur in carteum 
tria kantaria (2) prò duobus kantariis inbolii (3). 

Hee merces ponuntur in caricum tria kantaria prò 
duobus kantariis inbolii (3), scilicet: uerzi, linum, ca- 

Var. in Q : (1) CXX. — (2) in cantaria tres — (3) cantariis imbolii 



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246. 



Nuovo Archivio Veneto 



nella, cuminum, maci (4), anisi, zambaloti (5), ordeum, 
nuces, nucele, mandole cum scorzo, zucarum cum cassis. 

(4) mazi — (5) zambeloti. 

CVIIII (1). De mercibus que ponuntur prò inbo- 
/io(2). 

Hee (3) merces prò inbolio ponuntur, seilicet : bec- 
cune, moltoline conzate, (4) agneline, leporine, mastici, 
grana, panni (5) de lana, banbacium, lana lauata. 

St. Tiep. C, 2. 

Var. in Q: (1) CXXL - (2) imbolo — (3) Hee (V. nota 2 al cap. 
CUI). — (4) silicei: becune, moltolline — (5) pani. 

CX (1). De coriis siccis (2) qualiter poni debeni. 
Coria sicca (3) ponantur quatuor de carico prò quin- 
que de carico. 

Var. in Q: — (1) CXXII. — (2) coris sicis — (3) sica. 

j| CXI (1). De mercibus non speci ficatis (2) qualiter 
poni possunt (3). 

Omnes alie merces que (4) superius in istis capitulis 
non sunt specificate (5), ponantur secundum quod mer- 
catores in concordiam euenerit (6) cum patronis. 

Hee autem omnia iubemus et uolumus obseruari, 
saluis nostris statutis (7) de caricandis nauibus (8) super 
crucem, saluis eciam omnibus ordinamentis nauium et 
statutis (a). 

St. Tiep. — Tarr. 54 (a). 

Var. in Q: (1) CXXTII. — (2) spacìficatis — (3) debent - (4) qui 
non sunt — (5) spacificate — (6) in concordia euenerunt — (7) statis — 
(8) n. c. 

(a) Veggasi nota al cap. CU. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



247. 



CXII (i). Quantum merchatores accipere possimi 
prò expensis (2) ex denariis quos habent ad portandum 
extra Uenecias ad mercatura (3). 

Ordinamus quod omnes merchatores, tam ueneti 
quam burgenses ueneti (4), qui ad aliquas partes huius 
mundi uadunt cum mercato, ex omnibus denariis, tam 
de suis quam de alienis || quos habebunt in mercato (5), A. 242 
possint accipere et habere prò uestimentis et calciamen- 
tis et omnibus aliis suis arnesis (6) soldos uiginti (7) prò 
centenario in anno, a libris centum usque ad (8) triamil- 
lia librarum conpleta. Et si plus uno anno steterint, plus 
accipiant prò racione. Si uero minus steterint, minus acci- 
piant prò racione. Et si aliquis plus librarum triamillia 
habuerit | in mercato, de ilio plus nichil accipere possit Q.ios* 
nec debeat; sed (9) id quod sibi aduenit (10) de libris 
tribus millibus, uidelicet libras triginta (i 1), sicutdictum 
est, diuidere et conputare debeat comuniter inter totum 
hauere (12) quod habuerit. Insuper uero omnibus mer- 
catoribus arma omnia et expensas(i3) prò cibo et potu 
factas, et edam solucionem quam debent facere || serui- A.242* 
tori (14) super colleganciam habere concedimus (a). 

Var iti Q: (1) CXXIV. — (2) expenssis — (3) ad p. e. U.adm. 
omesso. — (4) u. omesso. — (5) *x . . . mercato omesso. — (6) suis^lijs 
arnesijs — (7) XX — (8) C usque a — (9) set — (io) euenit — (1 1) XXX 
— (12) auere — (13) expenssas — (14) seruitores. 

(a) Come avverte il Pardessus (pp. cit.), questo capitolo suppone 
un' associazione per il nolo e la spedizione fra tutti i caricatori che al- 
lora in generale, come già si ricordò, scortavano personalmente le loro 
merci (A. S.). 

CXIII (1). De banderiis quas mercalores habere et 
portare tenentur. 

Dicimus ut quilibet mercator qui habuerit in mer- 
cato libras mille (2) et plus, usque ad tria millia libra- 

Var. in Q : (1) GXXV. — (2) M. - 



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248 



Nuovo Archivio Veneto 



rum completa, habere teneatur (3), ex denariis quos ei (4) 
prò uestimentis et calciamentis et aliis arnesiis concedi- 
mus supra, unam banderiam prò quolibet milliario. Et 
si plus trium milium (5) librarum habuerit, prò ilio plus 
non teneatur habere aliquam banderiam. Quicumque 
uero contra hoc fecerit, penam librarum trium prò qua- 
libet banderia incurrat (6); que pena in nostrum comune 
deueniat (7). 

(3) libr. conpletas, h. teneantur — (4) eis — (5) millium — (6) incurat 
— (7) debeat deuenire. 

CXIIII (1). Capitulum de bertreschis (2). 

Ordinamus quod nulla nauis nec aliud lignum de 
ducentis (3) milliariis uel (4) inde supra habere debeat a 
243 modo II in antea (5) super coredorum, ab arbore de medio 
usque ad uannum supra camarellas (6), plus de una ber- 
tesca (7), sub pena librarum quinquaginta (8) prò qua- 
libet naue uel ligno prò quolibet uiatico. Et patroni na- 
uium et aliorum lignorum de ducentis (3) milliariis et 
inde supra, que habent plus de una bertescha (9) supra 
dictum corredorum (10), debeant ipsam bertescham de- 
struere et remoueri facere (11) sub eadem pena quinqua- 
ginta (8) librarum denariorum prò quolibet uiatico; que 
pena in comune nostrum debeat deuenire. Et nos cum 
nostro conscilio ipsam penam ab omnibus contrafacien- 
tibus debeamus auferre qualibet uice qua contrafecerint 
infra octo dies postquam (12) aliquem contrafecisse sci- 
ucrimus. 

Var. in Q: (1) CXXVI. - (2) berteschis - (3) CG - (4) anthea 
(e>) et — (6) uanum supra camarelas — (7) bertescha — (8) quinque- 
ginta — (9) bertesca — (10) coredorum (11) et remouere — (12) pos- 
quam. 



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Gii statuti marittimi veneziani 



CXV(i) Capitulam super peregrinis. 

Preterea statuimus quod naues que de || partibus Sy- A. 243* 
rie cum peregriais exiuerint, debeant exire et collare 
secundum quod patroni ipsarum nauium fuerint | in con- Q. 106 
cordia et pacto cum eisdem peregrinis, nisi remaneret 
iusto impedimento temporis. Et patroni nauium tenean- 
tur se presentare et iurare coram baiulo Acconis (2), uel 
rectore nostro qui ibidem fuerit prò tempore, sub pena 
tocius medietatis nauli quod receperinjt (3) a peregrinis, 
quod legaliter et bona fide portabunt et conducent pe- 
regrinos suarum nauium ubi ire debent prout cum eis 
ordinauerint et pactum fecerint, et quod personas et res 
eorum saluabunt et custodient. Et si acciderit illos ap- 
plicare in aliqua terra uel loco Romanie, aut in alia terra 
uel parte, et tres partes ipsorum peregrinorum uoluerint 
exire de naui || et ire uiam suam, et quarta pars uo- A. 244 
luerit ire uiaticum suum, patroni nauium teneantur eos 
conducere et portare secundum eorum pactum et con- 
uencionem tamquam (4) omnes peregrini essent in naui. 
Et si in naui remanserit minus de quarta parte peregri- 
norum, aut patroni portent eos et conducant ad locum 
prò ut conuenerunt cum ipsis peregrinis, uel reddant (5) 
eis et restituant totum nauium quod ab eis receperunt. 
Si quis uero patronus predicta uel aliquid predictorum 
non obseruauerit, nostro comuni soluere teneatur (6) 
soldos uiginti uenecianorum paruorum (7) prò unoquo- 
que milliario de quanto nauis fuerit extimata ; quam pe- 
nam nos et nostrum consilium (8) exigere teneamur. Et 
hoc intelligimus in naue et quolibet ligno de ducentis (9) 
mili II iariis et inde supra. A.244* 

St. Tiep. G. 5. 

Var. in Q: fi) CXXVII. — (2) ac comite — (3) reperint — (5) tan- 
quam — (5) redant — (6) prò pena aggiunto. — (7) XX uenec. parui 
— {%) conscili um — (9) GG 

17 



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250 



Nuovo Archivio Veneto 



CX VI (1). Capitulum generale de penis tollendis 
quorum sunt naues, tam illis (2) quarti illis quibus sunt 
commisse (3). 

Statuimus quod in predictis statutis nostris nauium, 
ubicumque dicitur quod patroni nauium incurrant (4) in 
aliquam penam, tam comuni Ueneciarum, quam merca- 
toribus, quam marinariis, quam eciam aliis personis mo- 
do aliquo, si non obseruauerint ea que facere et obser- 
uare tenentur secundum ipsa statuta ; si (5) naues ipse 
nonfuerint ipsorum patronorum, sed fuerint(a) sibi com- 
misse (3), penam uel penas ipsas ipsi patroni soluere co- 
gantur et debeant de suo mobili, si tamtum de mobili (6) 
habuerint (7) unde possint ipse pene uel pena persolui. 
Et si tantum de mobili non habuerint unde possint pre- 
Q. 106* ^' cte P ene ue ' P ena Persolui (8), pa |J troni quorum na | ues 
fuerint cogantur et debeant predictas penas uel penam 
persoluere, uel id quod defecerit de suo mobili et inmo- 
bili, si mobile non sufficeret ad soluendum (9). Quas 
penas nos dux cum nostro conscilio (10), uel officiales 
nostri exigere et (ti) auferre teneamur secundum quod 
ista (12) statuta declarant. 

St. Tarr. 55.. 

Var. in Q: (1) CXXVIH. — (2) tollendis patronis, tam UH q. s. 
n. — (3) comisse — (4) incurant — (5) si omesso. — (6) si t. de m. omes- 
so. — (7) habuerit — fa) Et... persolui omesso. — (q) ad s. n sufficeret. 
— fio) Consilio — (11) uel — (12) supradicta. 

(a) Parole aggiunte in margine. 

CXVII (1). De potestate quam habent dominus dux 
et conscilium (2) minus et maius declarandi (3) obscuri- 
tates que essent in dictis statutis (4). 

Si autem in predictis statutis nostris aliqua obscu- 

Var.in Q: (1) CXXIX. - (2) consilium - (3) declarando — 
(4) statis 



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Gli statuti marittimi veneziani 



ritas alicubi fuerit, potestatem habemus nos dux, cum 
nostro conscilio (5) minori et maiori, declarandi et refor- 
mandi ipsas obscuritates sicut bonum uidebitur. Expli- 
ciunt si aiuta nauivm (ó) (a). 

St. Tarr. 56. 

(5) Consilio — (6) E. s. AT. omesso. 

(a) A coadiuvare quest' opera d* interpretazione ed a provvedere 
nello stesso tempo alla più diffusa conoscenza delle leggi marittime, fu, 
il 19 gennaio 1302 (stile veneto, cioè 1303) presa una parte nel Consilio 
dei Pregadi e dei Quaranta, ed approvata dal Maggior Consilio (M. 
C. Deliberazioni, Magnus, c. 40), la quale sarà pubblicata in appendice 
dall' originale esistente nell' Archivio di Stato di Venezia. Vi si ordina 
la raccolta di tutte le dette leggi, e di quelle spettanti al commèrcio 
in un unico libro, da farsi in due copie depositate, 1' una presso la 
Curia maior (Cancelleria ducale), l'altra presso la Camera provi- 
sorum in Rialto. Vi si stabilisce inoltre che delle dette leggi debba darsi 
pubblica lettura a Rialto ed in Piazza S. Marco, nel giorno di S. Michele 
d'ogni anno. Ad onta delle molte ricerche fatte all'Archivio di Stato 
non si è trovato il detto libro, nel quale avrebbero dovuto inserirsi 
anche le leggi di data posteriore, cancellando quelle che venissero 
abrogate, esso potrebbe essere un prezioso materiale d'integrazione 
per gli studi di diritto marittimo veneto (S. A.). 

(Continua) 



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UNA VENDETTA SIGNORILE 



NEL 4OO 
E IL PITTORE 

FRANCESCO BENAGLIO 



La Ducale che publico ci ha conservato notizia di 
un curioso aneddoto accaduto a Verona nel 1475. F ran- 
cesco Bollani e il marchese Leonardo Malaspina vo- 
lendo vendicarsi di Cristoforo Sacramoso, una notte 
vanno alla sua casa in contrada della Pigna con servi e 
soldati della curia del Capitano Veneto e, alla luce delle 
torcie, fanno da due pittori, Francesco a Biado e Martino, 
dipingere sulT intera facciata, delle figure oscene e cor- 
nute in disonore suo e dei suoi parenti. Il fatterello 
che per sè non ha alcuna importanza, e sarebbe ora 
tutto al più degno delle chiacchiere di un cronista, ha 
pure il suo lato interessante, come esempio di una cu- 
riosa maniera di vendetta non sanguinosa e crudele, 
ma insultante e ridicola. Questo non è del resto il pri- 
mo caso, in cui la pittura servì a sfogare l' odio ; i 
Fiorentini fecero spesso dipingere sul muro del palazzo 
del podestà^ impiccati in effigie, i traditori, ed è noto il 
caso di Rodolfo da Camerino che, essendo stato dai 
Fiorentini nel 1377 fatto ritrarre appeso col piede ad 
una forca, si fece, con poco rispetto alla propria per- 
sona, rappresentare in una posizione, troppo bene spie- 
gata dalla sottopostavi iscrizione : lo sono Ridolfo da 



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Una vendetta signorile nel 400 



253 



Camerino leale signore di terra, che c. . . in bocca agli 
Otto di guerra (1). Can grande II dopo aver nel 1354 
domata la ribellione di Fregnano, fece dipingire i ribelli 
nella sala del palazzo dei procuratori. 

Questa vendetta del Bollani e del Malaspina, non fu 
presa per uno scherzo dal Consiglio dei Pregadi, che con- 
dannava il 23 maggio 1475 Francesco Bollani a un anno 
di carcere 200 ducati e 10 anni di bando da Verona, e, nel 
caso di rottura del bando, ad altri 6 mesi di carcere e a 
ricominciare di bel nuovo gli anni di bando; il marchese 
Malaspina a -6 mesi di carcere, 100 ducati e al bando di 
2 anni con la minaccia del doppio se non si presentava 
fra un mese. I due pittori ebbero 4 mesi di carcere 
ciascuno, e solo invece il bando di un anno i servi del 
Malaspina e i soldati che vi avevano partecipato. 

Francesco Bollani non ci è minimamente noto e 
molto probabilmente non è Veronese (2); il Sacramoso 
invece e il Malaspina appartengono a due delle più illu- 
stri famiglie della città. Cristoforo Sacramoso era figlio di 
Tommaso e lo troviamo ricordato fin dal 1473 (3) e 
avrebbe fatto il suo testamento (4) nel 1505 ai 13 di 
marzo; Tanno istesso in cui fece pure il suo, Leonardo 
Malaspina figlio di Lazzaro. Questa condanna non impedì 
però al Malaspina di esercitare le cariche pubbliche. Lo 
troviamo infatti (5) Consigliere nel 1490, Oratore a Ve- 
nezia nel 1492, 149S, 1501, 1502, 1503, 1505, Conserva- 
tore della pace, nel 1491, Governatore del Monte nel 1504 



(1) Perrens, Hist. de Florence, V. 166. 

(2) II Bollani era patrizio veneto e figlio di Gandiano. (Nota della 
Direzione). 

(3) Cartolari Famiglie nobili 1°. 

(4) Cannelli. La verità nel suo centro etc. ms della Comunale di 
Verona. 

(5) Verza Veronensium civium nomina etc. ms. Arch. Veronesi. 



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254 



Nuovo Archivio Veneto 



e Consigliere di S. Giacomo di Tomba nel 1505. Sulla 
età sua non sappiamo nulla, solo dall' anagrafe del 1515 
di S. Giorgio che assegna 40 anni al figlio Giovanni 
Filippo dobbiamo concludere che nel 1475 egli era già 
ammogliato. 

La Casa Sacramoso dovrebbe essere poi 1' attuale 
Casa Righi in Via Pigna, n. 8. 

Sulla cagione della vendetta e sul tempo preciso in 
cui fu compita non sappiamo nulla, per causa di una 
malaugurata lacuna esistente negli atti dei Rettori Ve- 
neti, che sono presso gli Ant. Archivi Veronesi. 

Riguardo ai pittori, il secondo, Martino, non ci è 
noto per alcuna opera. Di lui non vi è cenno nelT estimo 
del 1473, sia che fosse troppo giovane e ancora unito alla 
famiglia, sia che essendo forestiero, non fosse ancora 
venuto a Verona. 

Credo di poterlo identificare con T unico pittore di 
nome Martino che si trova negli Estimi della seconda 
metà del 400, di cui ecco le note : 

1482 Isola Superiore 

Martinus q. Zenonis pictor /. 0, s. 8. 
1492 S. Quirico 

Martinus q. Zenonis pictor /. o, s. 8. 
1502 S. Quirico 

Martinus pictor q. Zenonis L o, s. 8. 

Nel 1514 abbiamo anche di lui il seguente docu- 
mento anagrafico, secondo il quale avrebbe avuto circa 
30 anni al tempo della condanna. 

15 14 S. Nicolò 

Martinus pictor q. Zenonis. . . . anni 70 

Chatarina eius uxor ...... » 72 

Cornelia filia » 26 

Chatarina » » 22 



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Una vendetta signorile nel 400 



255 



L'altro invece è tutt' altro che un pittore dozzinale 
e fa meraviglia vederlo partecipare a una simile birbo- 
nata. Ci è noto sotto un nome diverso da quello con 
cui fu condannato, cioè sotto quello di Francesco Be- 
naglio, come mostra la nota dell'estimo del 1473 in cui 
nella contrada di S. Giorgio troviamo Franciscus Berta- 
già pictor q. Petri a Biado L 0, s. 8. 

Ecco i documenti dell' Estimo Veronese che riguar- 
dano Francesco Benaglio : 

1465 Falsorgo 

Franciscus pictor a Biado, Petri /. 0, s. io. 
1482 S. Agnete foris 

Franciscus pic^ór a Biado /. o, s. 8. 

Francesco aveva pure un fratello pittore Donato che 
conosciamo solo per queste notizie dell'Estimo: 

1482 S. Cecilia 

Donatus q. Petri a Biado pictor 1. 0, s. 8. 
1492 S. Cecilia 

Donato q. Petri a Biado pictor cumfratre i 0, s. 8. 

Francesco Benaglio morì prima del 1492 come ap- 
prendiamo da questa notizia dell' anagrafe di 5. Agnete 
foris : 

(1492) In Cittadella 

Hieronymo q. de. M. Frane, da la 

Biava depentore 

Pero suo f radei lo 

Allena sua sorella 

d. Lodovigo suo fradello ..... 

L' Estimo dell' istesso anno dice : 

S. Agnete foris 
Hieronymus Al. Frane, de Benallis pictor l. o s. 8. 



anni 23 
» 16 
» 22 
» 28 



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256 



Nuovo Archivio Veneto 



per cui non può cader dubbio che Francesco a Biado 
o dalla Biava e Francesco Benaglio non siano una sola 
persona. Anche il Liberale era figlio di un Jacobo a Biado, 
ma non si può determinare se fosse dell' istessa famiglia. 

Questi brevi documenti anagrafici e d* Estimo danno 
diritto però ad altre conclusioni : che cioè Francesco 
Benaglio non era punto figlio di Girolamo Benaglio, 
come venne ritenuto finora sulla fede del Dal Pozzo ; 
invece ne era il padre. Se possiamo quindi accettare la 
notizia del Dal Pozzo (1), d'aver, cioè, egli vista a Santa 
Maria della Scala un'opera di Francesco con la data 
del 1476, dobbiamo assolutamente ritener errata l'altra, 
che egli possedesse una tavola firmata : Hieronymus 
Benalius q. Francisci pinxtt anno T45Q. 

Petrus Mocenigo Dei gratia Dux Venetiarum etc. (2) 
Nobili et Sapienti viro Francisco Sanuto de suo man- 
dato potestati Verone, Fideli dilecto salutem er dilectio- 
nis affectum. Significamus vobis quod heri in nostro 
Consilio rogatorum propter placitare Advocatorum Com- 
munis nostri captum fuit, ut infra, processum contra 
virum nobilem Franciscum Bollani presentem et Mar- 
chesium Leonardum de Malaspina nobilem veronensem 
absentem sed tamen legitime citatum in scalis Rivoalti 
et in civitate illa Verone, etalios infrascriptos. Qui,omni 
timore iustitie Dominii nostri postposito, participato per 
prius Consilio et deliberato animo, vocatis secum duobus 



(1) Vite dei pittori Veronesi. 

(2) Questa ducale fu copiata da varii quaderni frammentarii di 
un libro di bandi della II metà del 400 esistenti in una Biblioteca 
privata veronese (a). 

(a) A e. 17 1. del registro 14 delle Raspe dell' Avogaria del Comune 
(Archivio di Stato di Venezia) si legge h sentenza contro il Bollani e 
correi molto più estesa e comprendente altre 4 persone non indicate 
nella ducale. (Nota della Direzione). 



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Una vendetta signorile nel 400 



257 



pictoribus ac multis fantacinis curie Capiianei et aliis 
armatis omnibus diverso armorum genere, noctis tem- 
pore, profecti ad domum habitationis nobilis ci vis Verone 
Christophori Sacramosii posite in Verona in contrata de 
la Pigna, ipsis presentibus et ita mandantibus per dictos 
pictores ad lumen dupleriorum depingi fecerunt totam 
faciem domus ipsius Christophori imaginibus obscenis et 
pudibundis cornibus etc. ad infamiam et verecundiam illius 
nobilis et totius parentatus sui. Quod dictus Franciscus 
Bollani stet annum unum in carcere novo Venetiarum, 
et solvat ducatos ducentos advocatoribus communis et 
deinde banniatur per decennium de civitate Verone, et 
si contrafecerit banno eundo Veronam, stet mensibus sex 
in carcere et tunc incipiat bannum de novo et hoc to- 
tiens observetur quotiens contrafecerit, sic quod stet annis 
X continuis in banno predicto et quod nec Ser Can- 
dianus nec filii possint unquam esse iudices istius familie 
Sacramosie et publicentur (sic) hec condennatio in scalis 
Rivoalti et Verone. 

Item quod dictus Marchesius Leonardus stet menses 
sex in carcere novo, solvat ducatos centum advocatori- 
bus et banniatur de civitate Verone per annos duos et 
si infra terminum unius mensis non venerit ad paren- 
dum huic condemnationi, pene predicte sibi duplicentur, 
et si tempore banni contrafecerit in eundo Veronam stet 
mensibus sex in carcere et tunc incipiat tempus banni, et 
hoc tociens observetur quotiens contrafecerit (dalla raspa 
accennata) et sic publicetur in Venetiis et Verona. 

Item quod Franciscus a Biado et Martinus, ambo 
pictores stent menses qaatuor in carceribus verone. 

Item quod Franciscus de Salodio, Ruffinus scrimitor, 
Antonius de Pope, Georgius sclabonus stipendiarii in 
curia Capitanei, ac Verone, Blanchinus, Thomasius furla- 
nus, Bartholomeus a Poncino (Poveiano : raspa predetta) 
famuli Marchesii Leonardi de Malaspinis, absentes sed 
legitime citati in scalis Rivoalti et in civitate Verone 
banniantur per annum de Verona et perdant id omne 
stipendii quod habere deberent a Camera nostra verone 
et, si tempore banni contrafecerint, stent mensibus sex 
in carceribus Verone: quo circa fidelitati vestre cum 
prefato nostro Consilio rogatorum mandamus, quatenus 
partes predictas et omnia contenta in eis observare et 
exequi ac observari et executioni mandari facerc debea- 
tis. Publicando et publicari fatiendo predictas conden- 



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258 



Nuovo Archivio Veneto 



nationes in et super locis solitis istius civitatis Verone, 
sic quod executio predictorum partium et condemna- 
tionum penitus adimpleatur, has autem litteras in actis 
vestre Cancellerie registrari faciatis ad futurorum me- 
moriam et rescribatis advocatoribus nostris de executione 
et observatione omnium suprascriptorum. 

Datum in nostro ducali palatio die XXIIII Maii, 
Ind. Vili, 1475. 

Publicatum in scalis Rivoalti per Bagatinutn preco- 
nem (dalla raspa accennata). ✓ 

Dott. Luigi Simeoni. 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



A. Venturi. — Storia delF arte italiana, voi. II : — Dall' arte bar- 
barica alla romanica, Milano, U. Hoepli, 1902. 

Alla distanza di un solo anno dal primo venne alla luce questo 
secondo e non meno poderoso ed elegante volume, in cui con lo 
stesso metodo, con identici criteri informativi e con ricchezza anche 
maggiore di incisioni (506) il Venturi espone genialmente la storia 
dell' arte nostra dalla età barbarica alla romanica. Come già facemmo 
per il primo e faremo pei successivi (che non sarebbe da noi, ne con- 
sentaneo all' indole di questo periodico un esame critico dell' opera), 
dopo una notizia sommaria del contenuto, ci limiteremo a ricordare 
quei monumenti artistici del Veneto che sono studiati e illustrati nel 
presente volume. Il quale è diviso in tre grandi parti : nella prima, 
risalendo alle origini dell' arte barbarica, che si devono ricercare nella 
Russia meridionale, dov' era giunto l' influsso della civiltà greca, fusasi 
poi con l' asiatica, portata dalle orde della Scizia, 1' autore studia 
l'arte gotica nell'Occidente e più particolarmente quella che si rivela 
nei sepolcreti d' Italia. Se i Goti protessero la civiltà romana, i Lon- 
gobardi per assai tempo l' avversarono ; onde il loro arrivo in Italia 
segna il periodo dell'estrema decadenza, e nelle loro manifestazioni 
artistiche devono riconoscersi tributari dei vinti romani. Nel sec. VII 
(e qui comincia la seconda parte del volume) P arte imita le forme 
bizantine del secolo antecedente, lasciando le maggiori traccie di sè a 
Ravenna ; ma nella restante Italia, dal secolo VI al X, bizantina o 
italiana che fosse, essa giacque in un periodo di letargo. « L'italiana 
elaborò lentamente le tradizioni dei bassi tempi, ripetè le forme eredi- 
tate, in modo or più or meno incerto, eoa metodi talvolta infantili; 




2ÓO 



Nuovo Archivio Veneto 



ma senza che 1' arte bizantina la distraesse dalla propria via, che con- 
duceva direttamente all' età romanica ». 

Intanto l'arte carolingia, col ricostituirsi dell' Impero occidentale, 
tentò una risurrezione dell' arte classica ; ma purtroppo, per ciò che 
riguarda la scoltura, V oscurità più profonda avvolge ogni cosa di quel 
periodo. I-' architettura invece dette segni di progresso, e gli artisti 
italiani svolsero i principii della scienza architettonica romana a se- 
conda delle nuove necessità e dei nuovi costumi; mentre la scoltura 
decorativa fino al Mille ripetè le forme dei periodi precedenti. La pit- 
tura dal secolo sesto al Mille lasciò poche tracce e incomplete, sebbene 
anche prima di quel periodo avesse dovuto dare segni di vita : in tale 
scarsezza, i musaici di Roma, sebbene non sieno molti, ci aiutano a 
seguire il movimento dell'arte, rivelando tendenze varie e correnti 
artistiche nuove. La miniatura più assai che in Italia fiorì oltr alpe, 
nelle badie carolingie, ne' monasteri romani. 

Nella terza ed ultima parte del volume il Venturi esamina gli 
influssi dell' arte orientale sull' Italia, e cioè 1' architettura bizantina e 
araba, le pitture arabe e le imitazioni dei modelli greci, i musaici 
bizantini di Sicilia, dell' Italia meridionale, di Venezia e di Milano e 
le imitazioni italiane delle miniature greche dal secolo IX al XIII. La 
scoltura, forse perchè i conquistatori di Costantinopoli non rispetta- 
rono le statue e il tempo compì l'opera della distruzione barbarica, 
apparisce, nella seconda età d'oro dell'arte bizantina, quasi ristretta al 
bassorilievo; e lo studio delle scolture di questo periodo e delle altre 
arti minori induce 1' autore a concludere che 1' Oriente sospinse l'Oc- 
cidente nella via della gloria artistica. L' Italia, mercè dei bottini fatti 
dopo la conquista di Bisanzio nel 1204 t si preparò con maggiori ele- 
menti nelP arte nuova, irradiantesi dalle immagini, dalle leggende, 

dalle tradizioni bizantine L'arte cristiana, rivestitasi di forme 

classiche, drappeggiatasi nelle seriche stoffe d' Oriente, riapparve nei 
millennio, quando pareva che il mondo avesse fine, piena dt vita. 
L' Italia, che fu prima ad" aprirle le braccia, si commosse di nuovo 
fervore per la bellezza, sentì agitarsi in sè nuove forze per rendere 
a perfezione nelle forme delle arti belle le idealità delle sue Repub- 
bliche e de' suoi Comuni •. 

In questo volume dov' è studiata 1' arte bizantina, e più special- 
mente 1' influsso che essa esercitò sull' Italia, è naturale che Venezia 
occupi un posto cospicuo. La basilica di San Marco è tutta un museo 
di monumenti bizantini o d' imitazione bizantina, che il Venturi esamina 
e illustra particolarmente insieme col leone, forse persiano, della piaz- 
zetta, e, per non parlare d' altre opere minori, col Fondaco dei Turchi, 
dov'è qualche vestigio dell' arte musulmana asso:iata con la bizantina. 

Della metà del secolo VII è la chiesa di Santa Maria di Torcello; 




Rassegna bibliografica 



261 



quella dei Santi Felice e Fortunato di Vicenza, la basilica di Santo 
Stefano a Verona, i duomi di Torcello e d'Aquileia ci richiamano al 
periodo degli Ottoni ; le scolture del battistero di Callisto del duomo 
di Cividale, delle chiese di San Martino, e di Santa Maria in Valle, pure 
di Cividale, e la cattedra del tesoro di San Marco in Venezia ai secoli 
VII e Vili, e invece appartengono ai due precedenti il sarcofago e 
gli oggetti barbarici del Museo di Cividale. Rivestono forme bizan- 
tine le chiese gradensi di Santa Eufemia e di Santa Maria, del secolo 
VI ; mentre, restando sempre nel Veneto, ricordano il dominio Lon- 
gobardo quelle di Santa MarÌ3 in Valle, già nominata, a Cividale, di 
San Giorgio in Valpolicella, e di Santa Teuteria a Verona. Ma più 
che su ogni altro monumento veronese l'autore si intrattiene sui fa- 
mosi bassorilievi dell' antica porta, che si suppongono eseguiti verso 
il Mille, e dei quali, al pari di parecchie altre opere tra le qui ricordate, 
1* Autore offre una buona riproduzione fototipografica. 



Paoletti Pietro e Ludwig Gustavo. — Neue archivalische Beitrdge 
fur Geschichte der venepanischen Malerei^ (Sonderabdruck aus 
dem Repertorium fUr Kunstwissenschaft ; Verlag von W. Spe- 
mann in Berlin und Stuttgart, 1899-XII Band 2, 4, 6 Hefte ; 
1900-XXIII Band, 3, 4 Hefte), in 8. 

Benché alquanto in ritardo, credemmo utile, per quelli che si oc- 
cupano della storia , dell' arte veneziana, di far cenno di questi preziosi 
lavori, pur limitandoci ad una breve notizia intorno ai cinque opu- 
scoli, che si dimostrano frutto di grande esperienza nella critica arti- 
stica, di vasta erudizione e di lunga e paziente indagine archivistica 

Il primo, che consta di sette pagine, è dedicato ad infondere ne- 
gli studiosi 1' amore alla ricerca dei documenti e contiene informazioni 
assai esatte sul ricco materiale storico dei nostri Archivi e sul metodo 
con cui si devono compulsare. 

Il secondo opuscolo, di ventiquattro pagine, tratta in capitoli di- 
stinti su: I Vivarini ed i Muranesi — Bartolomeo Vivarini seniore 
— Alvise Vivarini — Bartolomeo Vivarini juniore e Battista Vivarini. 

I capitoli che occupano le trentuna pagine del terzo fascicolo por- 
tano le seguenti intitolazioni: Notizie sopra i quadri che Antonio Vi- 
varini dipinse in società con Giovanni d' Alemagna — Giovanni di 
Alemanna ed altri anisti tedeschi nel Veneto — Scolari di Giovanni 
ed Antonio da Murano — Antonio Vivarini in società di lavoro col 



A, Medin. 




2Ó2 



Nuovo Archivio Veneto 



fratello Bartolomeo — Leonardo Boldrin — Notizie sopra i quadri 
provenienti dal laboratorio di Bartolomeo Vivarini — Andrea da Mu- 
rano — Notizie sopra i quadri di Alvise Vivarini — Marco Basaiti ed 
il Pseudo Bocaccino. 

Il quarto e quinto degli opuscoli in discorso si riferiscono alla fa- 
miglia dei pittori Bastiani, e nel primo, di venti pagine, si parla di 
Marco, Simeone, Alvise, Cristoforo, Paolo, Lazzaro, Vincenzo e figli 
di Lazzaro; nel secondo si illustrano in tredici pagine — I quadri ed 
i mosaici di Lazzaro Bastiani e del suo laboratorio. 

Questo è appena l' indice dei cinque fascicoli. Ma, se ci è con- 
cesso mettere in rilievo taluna almeno delle parti più importanti di 
tali studi, vogliamo ricordare che, a proposito delle firme e scritte ap- 
poste su alcuni quadri di Giovanni d' Alemagna e di Antonio Vivarini, 
e che pure illustri critici non seppero bene valutare, i nostri Autori 
inculcano assai opportunamente essere necessaria allo storico d' arte 
una seria conoscenza della paleografia. Poi ricordiamo che dei pittori 
Bartolomeo Vivarini juniore e Battista Vivarini, come pure di Marco, 
Simone, Alvise e Cristoforo Bastiani abbiamo fatto conoscenza a me- 
rito delle presenti ricerche; dalle quali s'impara che Leonardo Bol- 
drin non deve ritenersi più oltre pittore bergamasco, ma veneziano, 
forse discepolo di Antonio Vivarini; e si rincalza la tesi che Lazzaro 
Bastiani non sia stato già discepolo di V. Carpaccio, bensì maestro pi 
lui; tesi che gli Autori hanno già altrove sostenuto (vedasi Ludwig 
Gustavo, Vittore Carpaccio', estratto dall' A rch. Stor. dell'Arte, se- 
rie II, anno III, fase. VI, Roma 1897). Assai interessante è la rico- 
struzione critica di quattro trittici di Bartolomeo Vivarini, ricordati 
nelle opere del Boschini e dello Zanetti come esistenti sotto il coro della 
chiesa di S. Maria della Carità, e delle varie parti dei quali s' erano 
smarriti e confusi i rapporti dopo le famose dispersioni del tempo 
napoleonico, ricostruzione che si è già potuto in buona parte effet- 
tuare anche materialmente nella nostra Accademia di Belle Arti ; e 
così sono notevoli le illustrazioni della « Santa Veneranda • di Lazzaro 
Bastiani (ora all' Accademia di Vienna) e della notissima • Madonna 
degli belli occhi » (ora nel nostro Palazzo Ducale) dall' Edward in poi 
attribuita a Giovanni Bellini, ed ora con solidi criteri rivendicata al 
Bastiani anzidetto. 

Non possiamo continuare in questa gradita esposizione di novilà. 
I lettori però hanno già compreso che in queste neppure cento pa- 
gine, del nuovo ce n' è e ce n' è assai. 



Gius. Dalla Santa. 




Rassegna bibliografica 



263 



Nani-Moceniho Filippo. — Intorno ad una iscrizione, Venezia 1902, 
pag 36 in 16 0 . 

Il N. U. conte F. N. M. tratta in. quest' opuscolo di un episodio 
diplomatico corso nel sec. XVII fra la Corte di Roma e la Repubblica 
nostra. 

Accennato ai fatti che si aggruppano intorno alla venuta di Ales- 
sandro III a Venezia nei 1177, ed accennato alle controversie che in 
argomento sorsero fra gli scrittori veneziani da una parte ed eccle- 
siastici dall' altra (fra* quali il Baronio e Felice Cantelori di questi, e 
Don Fortunato Olmo e Cornelio Frangipane di quelli) ; viene espo- 
nendo, colla scorta delle corrispondenze diplomatiche, V andamento 
della vertenza sorta fra i due potentati a proposito dell' iscrizione fatta 
porre in Laterano da Pio IV sotto un dipinto ricordante V incontro 
di Alessandro III col Barbarossa, e sostituita da Innocenzo X con altra 
diversa nel tenore. L' 8 dicembre 163S il segretario Andrea Rosso, 
che teneva le veci dell'ambasciatore Alvise Contarini, denunziava al 
suo governo il mutamento dell' inscrizione per cui, mentre l'antica ri- 
cordava l' accoglienza trovata in Venezia dal papa fuggente, la vittoria 
di Salvore, la sottomissione dell'imperatore e magnificava il merito 
della repubblica, la nuova ometteva ogni circostanza onorevole per la 
città di S. Marco, accennata solo come teatro dell' avvenimento, par- 
lando unicamente della pace fatta e dell' umiliazione del monarca. 

Il fatto fece grande impressione a Venezia, e il nob. A. viene 
esponendo gli uffici fatti dal segretario per ordine del Senato onde otte- 
nere la restituzione deli' epigrafe antica, i suoi rapporti sulle idee in 
argomento dei cardinali e della Curia, nella quale il Rosso sospettava 
un' intenzione politica, quella cioè di preparare la sottrazione dell'Adria- 
tico alla giurisdizione di Venezia, giurisdizione che la repubblica volle 
sempre gelosamente conservata. Il Rosso nei suoi negoziati ebbe l'ap- 
poggio deli' ambasciatore di Francia, ma senza frutto, onde il Senato 
pensò reagire sospendendo le relazioni diplomatiche colla S. Sede, 
facendo riprodurre nella Sala del Maggior Consiglio l'iscrizione tolta 
dal Laterano, e prendendo altri provvedimenti. Nè a rimuoverlo val- 
sero le intromissioni della Fra ncia, onde Roma cominciò a piegare, 
ma quello persisteva e, nel febbraio 1638, respingeva proposte di acco- 
modamento del nunzio, sembrate inaccettabili. La Curia replicava di- 
mostrazioni di amicizia, e Venezia nel dicembre del detto anno acco- 
glieva la proposta del papa di una lega dei principi cristiani contro il 
Turco, e all'uopo mandava a Rema un ìmbasciatore straordinario 




264 



Nuovo Archivio Veneto 



con incarico di insistere anche sulla restituzione dell' iscrizione antica. 

A ciò si era adoperato efficacemente anche il cardinale Federico 
Cornaro patriarca di Venezia, per cui il 22 gennaio 1639 fu tolta l'epi- 
grafe incriminata, prima dell'arrivo a Roma dell'ambasciatore. Ma 
non fu rimessa a posto 1' antica, in onta che agli uffici del Rosso si 
aggiungessero quelli del rappresentante dell'imperatore; né il nuovo 
ambasciatore, Angelo Contarmi, riuscì meglio; le trattative per la 
lega andarono rotte, e sospese di nuovo le relazioni diplomatiche fra 
il pontefice e la repubblica Intanto, il 29 luglio 1644, moriva Urba- 
no VII e gli succedeva Innocenzo X, presso il quale il cardinal Cor- 
naro, stabilitosi a Roma, riprese le pratiche per la tanto dibattuta 
restituzione, e ai primi di novembre dell' stesso anno riusciva nel so- 
spirato intento. In attestato di gratitudine il Maggior Consiglio aggre- 
gava al patriziato veneto il nipote del pontefice, Camillo Pamphili. 

R. Predelu. 



Gerola Giuseppe. - La dominazione genovese in Creta. Negli Atti 
della I. R. Accademia di sc. } lett , ed arti, degli Agiati, in Rove- 
reto, Serie II, voi. Vili, pag. 134-175. — Rovereto, 1902. 

L' egregio incaricato del nostro R. Istituto di se. lett. ed arti per 
le indagini dei monumenti veneziani in Candia, non avendo trovato 
negli storici modo di farsi un esatto concetto della serie delle circo- 
stanze che portarono Venezia a stabilire la propria dominazione nel- 
1' isola, pensò d'intraprendere lo studio relativo nei fonti, e qui espone 
in modo perspicuo e con largo corredo di erudizione il risultato delle 
sue ricerche, certo interessante sotto più punti di vista. 

E prima, quale la ragione del dono dell' isola fatto dall' impera- 
tore Alessio IV al marchese di Monferrato? Il dott. Gerola non crede 
interamente ai motivi di parentela, pei quali il marchese ebbe Tes- 
salonica; ma ritiene piuttosto «per ricompensa d'essersi sopra ogni altro 
adoperato per ridurre gli altri principi collegati ad assistere • esso im- 
peratore, ed onde accaparare anche per V avvenire V aiuto di quelli. 
Bonifacio però, nei quindici mesi dal maggio 1203 all' agosto 1204, in 
cui cedette Y isola a Venezia, se ne fu signore in diritto, non vi ebbe 
effettivo potere. 

E come non era riuscito al marchese di metter piede nel suo 
nuovo dominio, così neppure riuscì a Venezia che, distratta in quei 
momenti da altri affari, non vi si adoprò subito efficacemente. Della 
trascuranza fece suo prò* Enrico Pescatore celebre pirata genovese, 



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Rassegna bibliografica 



divenuto conte di Malta ed ammiraglio di Sicilia pel suo matrimonio 
colla figlia di Guglielmo il Grasso. Egli, incoraggiato da varie felici 
imprese, enumerate dal eh. A., e sostenuto indirettamente dalla sua 
patria, occupò nel 1206 Creta sguernita di valide difese, e tosto pensò 
a metterla a riparo contro chi avesse voluto imitarlo, rafforzando di 
difese le terre maggiori ed erigendo dalle fondamenta fortilizi nei luo- 
ghi più opportuni, opere delle quali rimangono tuttavia degli avanzi. 

Alla notizia, certo non grata, dell'occupazione, Venezia si affrettò 
per farla cessare, ed allestì una spedizione salpata nell'autunno del 
detto anno sotto il comando di Giacomo Baseio, Rainieri Dandolo, 
figlio del doge Enrico, e Ruggero Premarin. — Il eh. A. ne segue le 
mosse ; essa, strada facendo, ricuperò Corfù, occupata come Creta da 
altro concittadino ed alleato del Pescatore, Leone Vetrano, il quale 
finì appiccato; e così pure Corone e Modone tenute colla Morea da 
Goffredo di Villehardouin, e salvate dalla distruzione dal Dandolo 
che le munì a sue spese. Poscia la spedizione procedette alla occupa- 
zione di Candia, aspramente contrastata dal Pescatore, sostenuto sot- 
tomano da Genova, e non sottomessa definitivamente che alla fine del 
1210 o al principio del seguente non senza però nuovi e validi rin- 
forzi spediti da Venezia all'armata. L' egr. A. espone i vari episodi 
di quella guerra procurando di trarre la verità dalle confuse narra- 
zioni dei cronisti, e confortando le deduzioni coi pochi documenti che 
restano. 

Fra gli episodi mi piace ricordare quello della eroica morte del 
Dandolo, fatto prigioniero dal Pescatore e spentosi volontariamente, 
quindi catturato ancor una volta dopo morto e sepolto in Siracusa, 
contrariamente alle asserzioni dei cronisti veneziani. L' interessante 
opuscolo si chiude con brevi cenni sulle prime vicende dello stabili- 
mento del dominio veneto nell' isola, e con due documenti in appen- 
dice tratti dall' Archivio di Stato di Genova. Il primo di questi, del 
22 maggio 1210, è un'obbligazione di t Enricus comes Malte et do- 
minus Greti» a Guglielmo del fu Ugone Embriaco; il secondo, del 
luglio 12 12, contiene una tregua per concludere la quale Genova spe- 
diva a Venezia Simone Bofferio e Nicolò de' Mari; essa doveva durare 
due anni, ed essere pure accettata dai conti di Malta e di Siracusa, 
sotto pena di vedersi trattati da nemici dalla stessa madre patria. 



R Predelli. 




266 



Nuovo Archivio Veneto 



Jorga N. — Notes et evtraits pour servir \à V histoire des Croisa- 
des au XV siede. — Troisième serie. — Paris, E. Leroux, 1902, 
pag- 394i in 8. 

In questo volume il eh. A. raccoglie i sunti e brani di documenti 
da lui già pubblicati nella Revue de r Orient latin in continuazione 
del tomo l della I Serie, di cui ho già dato notizia nel tomo XIX a 
pag. 150 e 151 di questo periodico. L'ultimo documento riferito nel 
mentovato tomo I serie I è del 15 marzo 1436, il primo nel nostro, 
del giorno seguente. I documenti riassunti o riferiti coli' usato metodo 
nel presente vanno fino al 27 settembre 1453, e sono tratt i i n massima 
parte dagli Archivi di Stato di Genova e di Venezia, ed alcuni dalle 
biblioteche : reale di Monaco di Baviera, Ambrosiana di Milano, civica 
di Genova e Marciana di Venezia, nonché dall'Archivio di Stato di 
Ktfnigsberg. 

Ai documenti (sezione IV) fa seguito la sezione V, intitolata : Trai- 
tés, apocriphes, lamentations, exhortations ; fra i primi cita: l'orazione 
di Poggio Bracciolini in morte del cardinale di S. Angelo (Bibl. Am- 
brosiana) riportandone brani ; il racconto della caduta di Costantino- 
poli in mano dei Turchi (Bibl. reale dell' Aia) che 1' A. dice il più 
completo giunto a noi e che trascrive per intero; la informazione 
scritta da Nicolò Sagundino, segretario veneziano, a richiesta di Al- 
fonso re di Napoli, sui Turchi e Costantinopoli (Bibl. ambrosiana); 
altra dello stesso sulla famiglia degli Ottomani (Bibl. reale di Monaco 
Baviera) ; il racconto della traslazione di reliquie da Costantinopoli a 
Firenze, di Paolo Pietriboni (Bibl. Laurenziana) ; di questi tre ultimi 
scritti T A. riferisce brani salienti. Sotto il titolo di apocrifi dà notizia 
di tre manoscritti contenenti narrazioni di pretesi miracoli, il primo 
dei quali relativo alla punizione d' un soldano profanatore (Bibl. Ja- 
gellonica di Cracovia), Il secondo alla conversione d* altro soldano 
(Bibl. dell' Università di Lipsia), il terzo a circostanze straordinarie 
che causarono la caduta di Costantinopoli (ivi). 

Le lamentazioni sulla caduta stessa sono sette, in versi, in parte 
pubblicate. I progetti di spedizione contro i Turchi, qui ricordati, 
sono tre, uno esistente nell' Archivio di Stato di Monaco Bav., l'altro 
in quella Bibl. reale, il terzo nell' Ambrosiana. Il volume, arricchito 
di erudite note come i precedenti, è fornito di diligente indice di 
nomi, indispensabile in questa sorte di pubblicazioni ; sull* importanza 
ed utilità della nostra non ripeterò il già detto. 



R. Predelu. 




Rassegna bibliografica 



267 



P. Kehr. — Aeltere Papsturkunden in der papstlichen Registern von 
Jnnocen? 111 bis Paul ///. Nelle Nachrichten della R. Società 
delle scienze di Gottinga, classe filol.-stor., anno 1902, p. 393-558. 

In questa nuova pubblicazione si dà conto dei documenti papali 
trovati negli Archivf vaticani in enti archivistici di età posteriore agli 
originali, e precisamente inserti e trascritti nei Registri pontificii dei 
secoli XIII, XIV e XV, premettendo interessanti ragguagli su quei 
libri e sul diligente e paziente lavoro consacrato alla ricerca dei sin- 
goli atti. 

Fra gli inediti qui riportati ne troviamo uno solo relativo alla no- 
stra regione, quello che porta il n. 25 della parte VI (sec. XV), pa- 
gina 542, ed è un privilegio di Lucio III, forse del 1185, con cui il 
papa accoglie sotto la protezione apostolica il monastero di S. Pietro 
di Villanova nella diocesi di Vicenza, confermandone i possedimenti. 
Esso è inserto in altro di Martino V (21 die. 1418): Reg. Lat. t. 203 
(Lib. XXIX, Lib. 1 de regularibus a. II) f. 285- 

In data di Verona, ma non riferentisi al Veneto, troviamo il n. 18 
della parte I (sec XIII, pag. 438), i nn. 19, 20 e 21 della parte II 
(sec. XIV, pag. 478 e 479) e il n. 24 della parte III (sec. XV, p. 541) 
rispettivamente colle date 1186-87, die. 5, genn. 12 e 22, e giugno 18 
(di Urbano III), e 1185, giugno 23 (di Lucio III). 



Leggi municipali del Contado di S. Polo dei Nobili Uomini Ga- 
briel. — Oderzo, G. B. Bianchi, 1902; pag. 50 in 4 0 oblungo. — 
Pubblicate per nozze Arrivabene-Papadopoli. 

Già nel 1874, in altra fausta circostanza della nobile famiglia dei 
Conti Papadopoli (v. Archivio veneto, tomo IX, pag. 13:) il cav. Luigi 
Dall' Oste pubblicava dei pregevoli Cenni storici su San Polo nel Tri- 
vigiano, terra già prima posseduta dai Patriarchi di Aquileia, che la 
diedero in feudo agli Eccelini, e poi dalla Repubblica veneta la quale 
ne investì i Mauruzi da Tolentino in premio dei servigi resile in 
guerra. Da questi S. Polo passò, per matrimonio delle due ultime 
donne di quella schiatta, in due fratelli Gabriel, patrizi veneti, la fa- 
miglia dei quali tenn^ il feudo per tre secoli, cioè fino alla caduta 
della Repubblica. Questi feudatarf dotarono la terra di propria legi- 



R. Predelu. 



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268 



Nuovo Archivio Veneto 



stazione, e il Dall' Oste accennando allo statuto (op. cit., pag. 72), lo 
dice uno dei più completi giurisdizionali (pag. 80). 

Nella pubblicazione che ci occupa, i dipendenti dei Co. Papado- 
poli mandano in luce questo Statuto, finora inedito, che veramente 
non è molto antico, ma che viene opportunamente ad accrescere il 
materiale per la storia statutaria municipale e rurale, prezioso ramo 
di quella del diritto italiano. Queste legislazioni, anche di tempi non 
remoti, sogliono codificare norme di diritto e consuetudini anteriori 
di carattere locale, ed hanno quindi il lor pregio. 

L' opuscolo è preceduto da ordinanza con cui, il 7 settembre 1768, 
il conte giusdicente Angelo Maria Gabriel richiama i suoi dipendenti 
all'osservanza delle disposizioni legislative emanate dai predecessori. e 
da lui fatte riunire in volume. Segue altra ordinanza, 11 agosto 1596, 
di Donato Gabriel che ingiunge doversi nei giudizi locali osservare le 
disposizioni contenute nel libro da lui consegnato nella pubblica can- 
celleria della terra. E ad essa il testo degli statuti (in data 10 ago- 
sto anno stesso) diviso in 54 rubriche o articoli. Vengono quindi le 
tariffe per le competenze nei vari atti: del podestà, del cancelliere, 
dello stesso in danni dati e in criminale, dei cavaliere (bargello) ed 
offiziali, e degli avvocati Si chiude il libro con disposizioni di polizia 
per la fiera detta la Caminada che si teneva 1*8 settembre. 

Forse non sarebbe riuscita inutile una descrizione del codice con- 
tenente il testo dello statuto. 



R. PREDELLI. 



GIOVANNI BIANCHI Gerente responsabile. 




NUOVO ARCHIVIO VENETO 

NUOVA SERIE - ANNO li 

TOMO V — PARTE II 



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COMMISSIONE DIRETTRICE 

V. LAZZARINI - G. 0GC10NI-B0NAFF0NS - R. PREDELLI 



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I TITOLI DEI DOGI DI VENEZIA <■> 



I più antichi documenti del governo veneziano, giun- 
ti fino a noi in copie (2), risalgono ai primi anni del 
secolo nono, quando colla traslazione della sede ducale 
a Rialto, il doge, non più rappresentante di una con- 
sociazione di comunità litoranee, personificò uno stato 
costituito in forte unità politica. Il primo titolo assunto 
dai dogi di Venezia fu naturalmente quello di dux, se- 



(i) Trattarono dei titoli propri del doge di Venezia il Sansovino, 
Venetia, ed. 15S1, pag. 185-187; e il Cfxchetti, // doge di Venezia, 
Venezia, 1864, pag. 68-69. P Qr periodo più antico: Monticolo, La 
cronaca del diacono Giovanni e la storia politica di Venezia sino al 
ioog, Pistoia, 1882, pag. t>i; Hain, Der Doge von Venedig, Kònigs- 
berg, 1883, pag. 25-27; Besta, La cattura dei veneziani in Oriente, 
in Antologia veneta (Feltre, 1900). 

\i) Il più antico originale che fino ad ora si' conosca è del 1090. 
Non potendo per i primi secoli fare osservazioni su degli originali, 
cjme avremmo voluto, ci contentammo delle copie, preferendo le più 
antiche e quelle trascritte in collezioni ufficiali dello Stato. Siccome 
quasi tutti gli antichi documenti veneziani furono più volte pubbli- 
cati, indicammo l'edizione più recente, eccetto alcuni casi nei quali 
per ragioni di critica fu opportuno citarne qualche altra. Del resto 
per i documenti dei secoli VIII-X cfr. l'ottimo saggio bibliografico 
del Cipolla. Fonti edite della storia della regione veneta sino alla 
fine del sec. X in Monumenti st. della dep. veneta di st. patria, Mi- 
scellanea, voi. II (Venezia, 1882). 




272 



Nuovo Archivio Veneto 



guito, ne' documenti, dall' indicazione del paese oppure 
del popolo di cui erano a capo. Agnello e Giustiniano 
Particiaco nella donazione della cappella e del territorio 
di S. Ilario del maggio 8iq, s'intitolano « per divinam 
gratiam Venecie provincie duces» (i): Giustiniano nel suo 
testamento dell' anno 829 « jmperialis hypatus et dux 
Veneciarum provincie », sottoscrivendosi « Ego Justinia- 
nus jmperialis hipatus et humilis dux provincie Venie- 
eia [sic] » (2), con una dichiarazione di umiltà che in 
quei tempi e poi usarono sovrani ben più possenti e 
alteri. I dogi che succedettero son designati nei docu- 
menti pubblici col nome del paese : dux Venecie o Ve- 
netiarum (3), intendendosi significare il territorio del du- 
cato da Grado a Cavarzere, o col nome del popolo : dux 
Veneticorum : questa seconda formula prevalse nei docu- 
menti più antichi e fu preferita nei patti e privilegi 
degli imperatori tedeschi e re d' Italia. 

Oltre il titolo che spettava ai dogi per la potestà 
loro nella Venezia, aggiunsero presto i titoli pomposi 
che volentieri largivano gli imperatori d* Oriente, e se 
per quasi quattro secoli troviamo menzione delle dignità 
bizantine accordate ai dogi, dobbiamo spiegare questo 
lungo uso con una ragione politica generale e con una 
particolare o meglio personale. Per la prima è inutile 
spender parole quando si ricordino quali legami politici 



(1) Archivio di Stato di Venezia, Abbadia di S. Gregorio, liber 
VI c. 10; Pacta, voi. I, ce. 38 e 86 t., tutte trascrizioni del sec. XIV; 
Gloria, Codice dipi, padovano dal secolo VI a tutto V X/, in Mon. 
della dep. veneta di st. patria, Venezia, 1877, pag. 6. 

(2) Abbafia di S. Gregorio, lib. VI. c. 12; Pacta, voi. I, c. 39 t ; 
Gloria, Cod. dipi. cit. pag. 12. 

(3) Alcune volte la forma Veneciarum è una cattiva lettura dei 
copisti, i quali, dal sec. XIV in poi, seguitando 1' uso del loro tempo, 
interpretarono così la parola abbreviata Venec. invece che Venecie. 



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./ titoli dei Dogi di Venezia 



273 



e commerciali furono tra Venezia e V impero bizantino, 
dalla soggezione a compiuta indipendenza. Per la se- 
conda osserveremo che quella specie d* investitura colla 
quale i dogi erano decorati di qualche dignità imperiale, 
accresceva V autorità del doge presso il popolo, e dava 
prestigio e legittimità a quelle famiglie ducali che cerca- 
vano di rendere la successione ereditaria. Così pure i figli 
dei dogi, mandati a Costantinopoli, allorquando un im- 
peratore saliva al trono o un nuovo doge era proclamato, 
ritornavano quasi sempre alle lagune insigniti di un 
titolo che non contentava soltanto la vanità, ma di certo 
preparava loro la via per essere assunti come colleghi 
nel trono ducale. 

Il più antico titolo bizantino .concesso ai dogi di 
Venezia è quello di console (uTtaxos), titolo glorioso per 
le memorie dell'antica Roma, ma trasformato ormai in 
una semplice dignità che sta per confondersi tra la pleiade 
di altre di più recente istituzione e di più modesta ori- 
gine. Nel secolo Vili troviamo insigniti della dignità di 
console i dogi Orso (1) e Maurizio (2), e in una lettera 
di Giovanni patriarca di Grado a papa Stefano III, scritta 
negli anni 768-772, si accenna « Mauricio consuli et im- 
periali duci huius Venetiarum provinciae » (3). Nei primi 
del secolo IX, in quel periodo di dissensioni e lotte 
nelle lagune tra i partigiani dei Franchi e quelli dei 



(1) Giovanni Diacono, Cronaca veneziana tra le Cronache vene- 
ziane antichissime pubbl. dal Monticolo in Fonti per la stor. d'Ita- 
lia ed. dall' Istituto stor. ital., Roma, 1890, voi. 1, pag. 97. Secondo 
il testo del Dandolo (Cronicon venetum, in Rerum ital. Script, tom. 
XII. col. 138) sarebbe stato invece console imperiale il figlio di Orso, 
Diodato, doge in Malamocco, notizia derivata dal noto catalogo dei 
dogi del secolo XI. 

(2) Dandolo, ed. cit., col. 145. 

(3) Mon. Germ. Hist. Epistolae merowingici et karolini aevi, 
tom. I (1892). pag. 711-13. 



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274 



bizantini, il patrizio Niceta, giunto a Venezia per . riaf- 
fermare la sovranità degli imperatori cT Oriente, dava 
ad Obelerio, in nome del suo signore, il titolo di <ma- 
Oaptos, onore abbastanza comune; e un po' più tardi, 
recatosi il doge Beato con Niceta a Costantinopoli, nel 
suo ritorno in patria, poteva vantare il titolo di ypatos 
largitogli dall' imperatore Niceforo (i). 

Agnello Particiaco, per quanto è ricordo nelle cro- 
nache, fu il primo a introdurre il costume che il doge 
mandasse il proprio figlio a prestare omaggio all' impe- 
ratore in Costantinopoli. Giustiniano, designato dal pa- 
dre a compiere questa missione, fu accolto onorevolmente 
da Leone V Armeno, ed ottenne in quella circostanza 
l'onore del consolato (2). Onde, innalzato poi al seggio 
ducale, egli si chiamerà « jmperialis hypatus et Venetiae 
dux » nel decreto 827-29 per la fondazione del monastero 
di S. Zaccaria (3), e nel suo testamento, documento diplo- 
maticamente più sicuro, s' intitolerà due volte, nel testo 
e nella sottoscrizione, «jmperialis hypatus» (4). 

Il patrizio Teodosio, recatosi a Venezia per richie- 
dere i veneziani di una sollecita spedizione contro i 
Saraceni, in nome dell' imperatore investiva il doge Pie- 
tro Tradonico della dignità di spatario(5). Nel patto del 
23 febbraio 840, V imperatore Lotario I interviene « sup- 



(1) Giovanni Diacono, ed. cit., pag. 103-104; Dandolo, ed eie, 
col. 157. 

(2) Giovanni Diacono, ed. cit., pag. 106; Dandolo, ed. citata, 
col. 164. 

(3) Archivio di Stato di Venezia, Codice Trevisaneo (secolo XV), 
c * 35 > Tafel e Thomas, Urkunden fiir alteren Handels und Staats- 
geschichte der Republik Venedig, in Fontes Rerum Austrìacarum, 
XII (1856), pag. 2. 

(4) Doc. cit. 

(5) Giovanni Diacono, ed. cit., pag. 113; Dandolo, ed. cit. col. 175^ 



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/ titoli dei Dogi di Venefici 



*7$ 



plicante Petro gloriosissimo duce Veneticorum »» (i); 
nel privilegio di conferma del i.° settembre 841 Pietro 
Tradonico è chiamato « dux ac spatharius Venetico- 
rum » (2); non è quindi fuor di proposito porre tra il 
febr. £40 e il settembre 841 la concessione del titolo, e 
se la espressione spatharius Veneticorum non è rigoro- 
samente precisa e sta in luogo di un imperialis spatha- 
rius^ tenendo conto che il documento è emanato dalla 
cancelleria imperiale e non dalla veneziana, sarebbe 
poco prudente voler dare delle ragioni storiche di quella 
specie di confusione nel titolo. Il doge Tradonico par- 
tecipò quale testimone e consenziente al testamento di 
Orso vescovo di Olivolo rogato nel febbraio 853, e nella 
copia del secolo X (3) ritrovasi il «signum manus dom. 
excellentissimo Petro jmperiali consolis [sic] ». Siccome 
nel privilegio di Lodovico II del 23 marzo 856 il doge 
è detto ancora « dux ac spatharius Veneticorum » (4), 
si deve ammettere o che commise un errore il notaro 
che scrisse la copia del testamento, oppure, e a noi pare 
più probabile, che dopo la dignità di spatario il doge 
Pietro ottenne quella di console, e che nella conferma 



(1) Moti, Germ. Hist. Capitularia regum francorum, tom. II, 
pars prior (1890), pag. 130. 

(2) Ibidem, pag. 136. Per la data cfr. le osservazioni del Lentz, 
Der allm'dhliche Uebergang Venedigs von faktischer %u nomineller 
Abh'dngigkeit von Byzan\ in By^antinische Zeitschrift, 111 (1894), 
pag. 81, n. 3. 

(3) Museo civico di Padova, Demanio, Diplomazia, fas. B, n. 28; 
Gloria, Codice dipi pad. dal secolo sesto, pag. 22. Se l'anno fosse 
secondo lo stile veneto, bisognerebbe ridurre la data all' 854, ma l'in- 
dizione e l'anno dell'impero corrispondono all' 853. Per i più antichi 
documenti veneziani abbiamo osservato che l'indizione non è accre- 
sciuta di un' unità, per gennaio e febbraio, in modo da provare P uso 
del more veneto : d' altra parte pare a noi poco probabile che tutte le 
indizioni di quei documenti debbano essere sbagliate. 

(4) Moti. Germ. Hist. Capitularia, 11, pag. 137. 



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276 



Nuovo Archivio Veneto 



dell 1 856 fu detto ancora spatario invece di console, pro- 
babilmente perchè nella cancelleria imperiale, ignoran- 
dosi il nuovo titolo assunto dal doge, si ricopiò alla 
lettera la formula del privilegio del settembre 841. In 
ogni caso se in un documento veneziano, com' è il te- 
stamento del vescovo Orso, è ricordata la dignità bizan- 
tina accordata al Tradonico, è da supporre ch'egli non 
abbia trascurato di portare i titoli di spatario e di con- 
sole negli atti pubblici del suo dogado. 

Nell'anno 879 (1) Orso Particiaco da ambasciatori 
bizantini fu insignito della dignità di protospatario, £ 
donato di ricchissimi presenti (2). E questa la prima 
volta che al doge di Venezia è conferito un nuovo titolo 
che non sia quello di console o spatario, e ciò avviene, 
come osserva il Lentz, proprio nel tempo nel quale 
Venezia da provincia bizantina stava per diventare uno 
stato libero, conservando una speciale dipendenza dall' im- 
pero. Qualunque sia la ragione, fatto è che nella carta di 
promissione a Gualperto patriarca d' Aquileia,"del gen- 
naio 880, Orso Particiaco s* intitola « nos quidem Ursus 
divino fretus auxilio imperialis prothospatarius et Ve- 
neticorum Dux » (3). 

Del titolo di protospatario fu decorato Pietro Tri- 
buno dall' imperatore Leone (4), e ne troviamo la con- 
ferma nel privilegio per il monastero di S. Stefano di 
Aitino del febbraio 900, dove il doge s'intitola: « Nos 
Petro, domino protegente, imperiali protospatario et Ve- 



ti) Questa data è determinata, col sussidio di circostanze storiche, 
dal Lentz, op. cit., pag. 100-102. 

(2) Giovanni Diacono, ed. cit., pag. 125 ; Dandolo, ed. cit., col. 187. 

(3) Codice Trevisaneo, c. 57; Ughelli, Italia sacra, Venetiis, 1720, 
tom. V, col. 41. 

(4) Giovanni Diacono, ed. cit., pag. 131 ; Dandolo, ed. cit., col. 193. 



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/ titoli dei Dogi di Venezia 



277 



neticorum duce » (i). Fu investito dalla stessa dignità 
Pietro Particiaco, prima ancora di esser doge, allor- 
quando il padre suo, Orso II, non a pena salito al do- 
gado, lo mandò all' imperatore Leone per annunziargli 
la propria elezione (2). E come i dogi suoi predecessori 
egualmente protospatario diventò Pietro Candiano II : 
nel patto di Giustinopoli (Capodistria) del 14 gennaio 
932, egli è invocato « imperialis protospatarius et glo- 
riosus Veneticorum dux » (3); mentre in una lettera ad 
Enrico I e ai prelati tedeschi dell'anno 932 s'intitola 
« Petrus Christi munere inperialis consul et senator 
atque dux Veneticorum» (4). Secondo Giovanni Dia- 
cono (5), Pietro Candiano II, coni' era cqnsueditudine, 
il figlio suo omonimo inviò agli imperatori Romano e 
Costantino, e come il solito il giovane ambasciatore 
ritornò in patria colmo di doni e col titolo di proto- 
spatario. Il Monticolo crede che il cronista, narrando 
questo particolare, abbia confuso il figlio col padre, ov- 
vero che si sia male espresso : per certo mancano nei 
documenti le prove che Pietro Candiano III abbia otte- 
nuto la dignità di protospatario ; ad es. nella carta di 
concessione di una salina del marzo 957, egli s' intitola 
« Nos Petrus Deo auxiliante dux Veneticorum filio do- 



(1) Archivio di Stato di Venezia, Ducali ed atti diplomatici, bu- 
sta I, copia autentica del 1247. Anche in questo documento l'indi- 
zione corrisponde perfettamente al 900. 

(2) Giovanni Diacono, op. cit. , pag. 131-132; Dandolo, ed. citata, 
col. 198. 

(3) Archivio di Stato di Venezia, Liber Albus, c. 260; codice Tre- 
visaneo, c. 65; Kandler, Codice diplom. istriano, Trieste, 1804, senza 
numerazione di pagine. 

(4) Mon. Germ. Hist. Legum sectio IV, (lonstitutiones et acta 
publica imperatorum et regum, tom. 1 (1893), pag. 6. L'epistola del 
doge è pubblicata di su due codici del sec. X. 

(5) Ed. Monticolo, pag. 133. 



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Nuovo Archivio Veneto 



mini Petri ducis Candiano » (i). Giustamente il Monti- 
colo osserva che il silenzio dei documenti non ha sem- 
plice valore negativo, essendo uso della cancelleria di 
Venezia ricordare nei privilegi, nelle leggi e spesso an- 
che nei trattati con altri Stati, i titoli che gli imperatori 
d' Oriente largivano ai dogi di Venezia. Onde non sarà 
inutile notare che Pietro Candiano IV, Pietro I Orseolo, 
Vitale Candiano e Tribuno Memo o Menio, nei pochi 
documenti giunti fino a noi, mai appariscono decorati 
di qualche dignità bizantina. Nella costituzione del 960 
che vietava il commercio degli schiavi, Pietro Candia- 
no IV è chiamato « Petro Deo auxiliante Venetiae du- 
ce » (2); nel patto col comune di Giustinopoli dell 1 ot- 
tobre 977, s' indirizzano a « Petro Ursoyolo gloriosissimo 
domno Venetiarum duce» (3); nella donazione dell'isola 
di S. Giorgio maggiore del 20 dicembre 982, il doge 
s' intitola «Nos Tribunus divina gratia dux Venecie» (4). 

Pietro II Orseolo, invocato dalle città marittime, 
della Dalmazia, consenzienti gli imperatori bizantini, nel 
giorno dell'Ascensione dell'anno rooo, moveva da Ve- 
nezia a liberare 1' Adriatico dai pirati narentani ed a 
proteggere i comuni dalmato romani contro i principi 
croati. La spedizione dell' Orseolo avanzò trionfale di 
città in città, lungo la costa, e il clero e i notabili di 



(1) Corner, Ecclesiae torcellanae, pars II, pag. 88. 

(2) Codice Trevisaneo, c. 75; Racki, Documenta historiae chroa- 
ticae in Monumenta spectantia historiam Slavorum meridionalium* 
VII (Zagrabiae 1877), pag. 198. 

(3) Liber Albus, c. 263:; Codice Trcvisaneo, c. 95; Kandlkr, 
Cod. dipi, istriano. dir. altresì i doc. intorno a pagamento di decime 
(978-979) in Romanin, St. documentata di Vntefia, I, pag. 378. 

(4) Archivio di Stato di Venezia, Mon. di S. Giorgio maggiore % 
b. I (ora nel museo paleografico), esemplare del 1063 ; Cicogna, Inscri- 
zioni veneziane, voi. IV, pag. 284. Cfr. anche il do;, del giugno 982 
in Gloria, Cod. dipi. pad. dal secolo sesto ì pag. 95. 



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/ titoli dei Dogi di Venezia 



276 



ogni luogo si presentarono a prestare il giuramento di 
osservar fede al doge e ai suoi successori : per ordine 
dei vescovi, nelle chiese di Dalmazia, cantandosi le laudi 
degli imperatori, il nome dell' Orseolo era glorificato 
dopo quello dei sovrani bizantini. Scrive Andrea Dan- 
dolo che Pietro Orseolo, rifacendo la via trionfale delle 
città dalmate, « pari omnium consensu ducem Dalmacie 
se primitus nominavit » (i). Il cronista Giovanni Dia- 
cono, cappellano ducale, uomo di fiducia del doge, non 
accenna in particolare al nuovo titolo assunto dal suo 
signore, ma, indicando come data 1' anno dell' incarna- 
zione 1004, aggiunge eh' esso è il decimo del dogado 
« domni Petri Veneticorum ac Dalmaticorum ducis» (2), 
recando così testimonianza indiretta dell' uso introdotto 
da poco nell' intitolazione. I documenti veneziani ci ren- 
dono ancor più sicuri che Pietro II Orseolo fu il primo <j 
ad intitolarsi doge di Venezia e di Dalmazia. In un li- 
bello di locazione (1 sett. 1000-21 maggio 1001), Rozo 
vescovo di Treviso loca « domino Petro qui vocatur Ùr- 
syolo dux Veneticorum atque Dalmatianorum » il terzo 
del teloneo e ripatico spettante al porto della diocesi tri- 
vigiana (3) ; in una carta di donazione del gennaio 1006, il 
doge Pietro Orseolo, dando dei suoi beni a utilità dei 
sudditi lire 1250 di piccoli, s' intitola «Dei favente nu- 
mide Veneticorum ac Dalmaticorum dux» (4). Non mancò 
la sanzione alla politica forte e fortunata dell' Orseolo, 



(1) Rerum itaL Script., XII, col. 230; cod. Marciano, Zanetti latini 
400, c. 98 1. 

(2) Cronaca veneziana, ed. cit., pag. .165. 

(3) Cod. Trevisaneo, c. 125; Ughellj, Italia sacra, tom. V, col. 
507. • 

(4) Codice Trevisaneo, c. 91 t; KohlschUtter, Venedig untar 
dem Herfog Peter II Orseolo, Gtìttingen. 1868, pag. 93. Secondo il 
more veneto l'anno sarebbe 1007: l'indizione IV però corrisponde al 
1006 scritto nel documento. 



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Nuovo Archivio Veneto 



e non tardò il riconoscimento del nuovo titolo da parte 
delle due maggiori autorità del mondo occidentale. En- 
rico II, allora re di Germania, poi imperatore, con pri- 
vilegio del 16 novembre 1002 confermava ai veneziani 
quanto era stato accordato nei patti de' suoi antecessori, 
e chiamava il doge « venerabilis dux Veneticorum et 
Dalmatianorum » (1); così in una bolla spedita tra gli 
anni 1000 e 1003, papa Silvestro II s' indirizza a Pietro 
« Veneticorum et Dalmaticorum duci » affinchè, col pa- 
triarca di Grado, convochi un sinodo per estirpare il 
commercio degli schiavi fatto da vescovi e preti del 
dogado (2). Rimaneva agli imperatori d' Oriente V alta 
sovranità sulla Dalmazia, ma non è ricordo che Pietro II 
Orseolo, governante in nome dell' impero, sia stato in- 
vestito di qualche dignità bizantina: in ogni caso ne 1 do- 
cumenti che di quel tempo si conoscono mai il doge 
ostenta uno di quei titoli che rappresentano ancora un 
debole legame tra Venezia ed il vecchio impero bizan- 
tino. Però, in seguito a sollecitazione degli imperatori 
Basilio e Costantino, mandò a Costantinopoli il figlio 
Giovanni, già da lui associato nel dogado, e il giovane 
doge, dopo di aver sposato una fanciulla di stirpe impe- 
riale, fu dalT imperatore Basilio, reduce da una spedizione 
contro i Bulgari, elevato alla dignità di patrizio (3). 

Qualunque sia stata la sorte delle città dalmate ne- 
gli anni che seguirono quello della morte di Pietro Or- 
seolo, vero è che il doge Ottone Orseolo non tralasciò 



(1) Mon. Germ. Hist. Diplomata, tom. Ili, pars prior (1900), 
pag. 26. Il Dandolo (ed. cit.. col. 232 1, ricorda il privilegio e* la par- 
ticolarità del titolo. 

(2) Omont, Quatre bulles inédìtes des papes Silvestre II et Pa- 
scal II in BibL de Vécole des chartes, voi. L (1889), pag. 567 sgg. 

(3) Giovanni Diacono, eJ. cit., pag. 168. 



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cT intitolarsi duca di Dalmazia, e in una carta di pro- 
missione del 1016, Pietro vescovo d* Adria si indirizza 
« domno Ottoni glorioso duci Veneticorum ac Dalma- 
ticorum» (1). A più forte ragione, durante la spedizione 
di Ottone contro il principe croato Cresimiro, nel luglio 
e nell'agosto del 1018, i vescovi, i priori, il clero e i 
notabili d' Arbe, di Veglia e di Ossero, in tre speciali 
documenti di promissione, chiamarono il doge « seniori 
nostro, duci Veneticorum ac Dalmaticorum » (2). E quan- 
tunque la dominazione veneziana sulla Dalmazia durante 
il secolo XI 'non sia stata continua, non per questo i 
dogi cessarono (T intitolarsi duchi di Dalmazia. 

Domenico Flabanico, secondo il Dandolo (3), fu dal- 
l' imperatore Costantino ordinato protospatario : a Do- 
menico Contarmi la corte di Costantinopoli non fu certo 
avara di titoli. In una carta di sicurtà del novembre 
1049, rilasciata da Pietro Orseoio ai Chioggiotti, il doge 
Contarmi è detto « glorioso duci, seniori nostro et im- 
periali patricio, archispato » (4), e in un' altra carta di 
sicurtà del settembre 1061 « inclito duce et seniore no- 
stro, imperiali patricio, anthipato » (5) ; titoli di patrizio 
e proconsole che sovente riscontransi accompagnati ne- 



(1) Codice Trevisaneo, c. 137; Speroni degli Alvarotti, Adrien- 
sium episcoporum series, Patavii, 1788, pag. 57. Nella carta di sicurtà 
agli uomini di Cittanova, il doge Ottone s' intitola « divina iuvante 
gratia dux » (Romanin, St. doc. di Venefici, I, p. 388). 

(2) Codice Trevisaneo, c. 141-145; edizione ultima quella del 
Rackf, Documenta historiae chroaticae, pag. 32-34. 

(3) Rer. hai. Script., XII, col. 240. Nel cod. Zanetti latini 400, 
a c. 102 t. questo passo del Dandolo è scritto in margine. 

(4) Trascrizione del sec. XIV, in Pacta, I, c. 1 1 1 t ; Bellemo, // 
territorio di Chioggia, Chioggia, 1893, pag. 293. 

(5) Archivio di Stato di Venezia, Mon. di S. Zaccaria, perga- 
mene, busta 5. 



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Nuovo Archivio Veneto 



gli antichi sigilli bizantini (i). Il Dandolo nota che l'im- 
peratore Costantino IX decorò il doge Contarini « ma- 
gistrali sede » (2), e infatti non mancano documenti nei 
quali il Contarini sia designato col titolo di (iaycaxpoc:, 
per la prima volta accordato a un doge di Venezia, te- 
stimonianza di quanto fosse gradita Y alleanza coi vene- 
ziani alla corte di Costantinopoli, quando i Normanni 
erano già diventati un nemico temibile per l'Italia bizan- 
tina. In una carta di promessa del 28 agosto 10G4, Uberto 
da Fontaniva, avvocato e difensore del monastero di 
S. Ilario, si rivolge a Domenico Contarini « Dei gratia 
Venecie Dalmatieque duce, imperiali magistro » (3): in 
un documento dell' ottobre 1064 per i confini di Chiog- 
gia è menzionato un precetto del Contarini : « jnclho 
duce, seniore nostro, jmperiali magistro » (4) : in una 
notizia del giugno 1065 contenente una sentenza pro- 
nunciata dai giudici della Venezia, è citato il comando 
di Domenico Contarini « gloriosissimo duci, seniori no- 
stro, imperiali magistro » (5). 

Domenico Silvio, eh' ebbe in moglie una bizantina, ■ 
di famiglia imperiale, donna famosa per lusso e mol- 
lezza di costumi, ottenne dall'imperatore Michele il titolo 
di 7rpo)xo7tpóe5pos (6), una delle più alte dignità di palazzo. 



(1) Schlumberger, Sigillographie de l'empire by^antin, Paris, 
1884, pag. 563. 

(2) Rer. ital. Script., XII, col. 246. 

(3) Ducali ed atti diplomatici, b. V; Pacta, I, c. 89 t; Gloria, 
Cod. dipi, padovano dal sec. sesto, pag. 219. 

(4) Trascrizione del sec. XIV in Pacta, I, c. 29; Gloria, Cod. 
dipi, padovano dall'anno noi alla pace di Costanza, Parte II, pa- 
gina 493. 

(5) Archivio di Stato di Venezia, Atti restituiti dal governo au- 
striaco, b. 11, n. 124, esemplare del 1 148 : pubi, di su il libro I dei 
Pacta dal Gloria, Cod. dipi, padovano dal sec. VI, pag. 222. 

(6) Dandolo, Rerum ital. script., XII, col. 247. 



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Nel privilegio del settembre 1074 per if patriarcato di 
Grado il Silvio s' intitola semplicemente « Venetie et 
Dalmatie dux » (1), ma nella carta di promissione del 
febbraio 1076, gli abitanti delle città dalmate promettono 
di non condurre Normanni nella Dalmazia « domno Do- 
minico Silvio Duci Venetiae et Dalmatiae ac imperiali 
protoprohedro et seniori nostro » (2). E benché in una 
forma scorretta, il doge Domenico Silvio è chiamato im- 
periale protoproedro in due documenti veneziani del 
luglio e del settembre 1079, relativi a questione tra i 
Chioggiotti e il monastero di S. Trinità di Brondolo (3). 

. Ma ecco nuovi fatti recare ai dogi nuovo e più lu- 
singhiero titolo bizantino. Alessio I, vedendo minacciati 
i possessi italiani e V impero stesso dalla forza audace 
di Roberto Guiscardo, si rivolse ai veneziani per ottenere 
il solito ausilio sul mare, promettendo loro, vincitori o 
vinti, nuovi e maggiori privilegi. I veneziani, per gli 
antichi legami coir impero di Oriente o meglio per le 
promesse e i doni di cui ^imperatore fu largo, o forse 
perchè vedessero con inquietudine il progresso dei Nor- 
manni neir Adriatico, si decisero a partecipare con la 
loro flotta alla grande lotta tra i due popoli. Anna Com- 
nenà, dopo aver narrato nell' Alessiade della seconda 
spedizione contro Roberto, scrive che all' annunzio della 
vittoria presso Butrinto, Alessio I, colmando i veneti di 



(1) 5. Giorgio maggiore, b. 27 ; Cicogna, Inscrizioni veneziane, 
IV, pag. 290. 

(2) Codice Trevisaneo, c. 165; Racki, Documentaci., pag. 101. 
Tra i vari editori, Tafel e Thomas lessero prothofodro e corressero 
protohedro, eppure nel codice Trevisaneo è scritto chiaro protoprohe- 
dro, coli' abbreviatura caratteristica del prò nel secondo p. 

(3) Gloria, Cod. diplomatico padovano dal secolo sesto, pag. 282 
e 285. 



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Nuovo Archivio Veneto 



onori e doni, decorò il doge della dignità di 7cpo)toaé- 
fJaaios, di recente istituzione, con analoga roga o sala- 
rlo (i). Il crisobolo nel quale si fa questa concessione ci 
fu tramandato in copie, inserite in crisoboli posteriori 
di Manuele Comneno e di Isacco Angelo, e la data del 
maggio 1082, proposta dagli editori Tafel e Thomas, fu 
accolta, in seguito a speciali osservazioni, dall' ultimo 
storico di Alessio, il Chalandon (2). Tralasciando l'enu- 
merazione dei privilegi e franchigie a grande vantaggio 
del commercio e della navigazione, ha per noi partico- 
lare importanza questo passo : « Honoravit autem et 
nobilem ducem eorum venerabilissima protosebasti di- 
gnitate cum roga etiam sua pienissima. Non in persona 
vero ipsius determinavit honorem set indesinentem esse 
atque perpetuum et per successiones ...» (3). Se adun- 
que fino allora i titoli largiti ai dogi dagli imperatori 
d' Oriente erano dati alla persona e duravano quanto 
questa, ora diventano un attributo della carica, da tra- 
smettersi in perpetuo ai successori. Così pure cessano 
di essere semplicemente onorifici, ma al titolo va ag- 
giunto un salario o roga corrispondente. 

Secondo la cronaca estesa di Andrea Dandolo, Vi- 
tale Falier, non appena eletto doge (1084), esortato dallo 
stesso imperatore, inviò ambasciatori a Costantinopoli 
Andrea Michele, Domenico Dandolo e Jacopo Orio, colla 
commissione di ottenere la giurisdizione della Dalmazia 
e della Croazia, avute per volontaria dedizione degli 
abitanti. « Euntes autem (continua il Dandolo), legati 



(1) Ed. di Bonn, tomo I, pag. 285 e segg. 

(2) Essai sur le règne d'Alexis I Comnène, Paris, 1900, pag. 82, 
n. 3; in Mémoires et documenti publiés par la société de fecole des 
chartes, 

(3) Pacta, voi. I, c. 62 ; Takel e Thomas, Urkunden in F. R. 
A., XII, pag. 52. 



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/ titoli dei Dogi di Venezia 285 

ab Alexio alacriter iussi crusobolium Dalmacie et Chroa- 
cie et sedis prothosevastos optinuerunt; quibus postea 
reversis, dux suo addidit titillo : atque Chroacie et im- 
perialis prothosevastos » (1). Osserveremo anzitutto che 
il crisobolo di Alessio e V Alessiade di Anna Comnena 
fanno parola soltanto della dignità di protosebaste, e se 
si accetta per il crisobolo la data del 1082, quel titolo 
fu per la prima volta accordato a Domenico Silvio e di 
diritto potevano portarlo i suoi successori. Per l'asser- 
zione del Dandolo che Vitale Falier alla fine dell' anno 
1084 o nel principio del 1085 aggiungesse al suo titolo 
ducale quello di duca della Croazia, prendiamo ad esami- \> 
nare i documenti veneziani che di quel dogado ci riman- 
gono. In un istrumento del settembre 1087 tra Domenico 
Caroso abate del monastero di Brondolo e Pietro Sab- 
badino gastaldo delle due Chioggie, è menzionato « Vitale 
Faletro De doni Dei gratia Venetie et Dalmatie duce et 
imperiale protoseuastos » (2). In un breviario dell'ottobre 
1088 si dichiara che una carta di vadimonio fu data a 
Domenico Campulo pievano di S. Apollinare «ante pre- 
sentiam Vitalis Faletri Dedoni domini nostri ducis et 
imperialis protonsevasto » (3). In un$ donazione alla 
chiesa dei Ss. Secondo ed Erasmo del settembre 1089, 
il doge s' intitola « Dei gratia dux et imperialis proto- 



(1) Rer. hai. Script., XII, col. 249-50 ; codice Marciano, Zanetti, 
lat. 400, c. 107. Il Chronicon Giustiniani con varianti di forma, ri- 
pete il racconto di Andrea Dandolo (cod. Marciano, ci. X lat. 36 a, 
c. 48). Un esame critico del passo del Dandolo fu fatto dal Lenel, 
Die Entstehung der Vorherrschaft Venedigs an der Adria. Stras- 
sburg, 1897, pagp. 98-102. 

(2) Museo nazionale di Norimberga, Pergamene del monastero 
di Brondolo, copia autentica del 11 56. 

(3) Corner, Ecclesiae venetac, tom. Ili, pai». 155. 

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Nuovo Archivio Veneto 



seuasto » (i), e in un'altra donazione del luglio 1090 al 
monastero di S. Giorgio maggiore, si può ancora leg- 
gere benissimo « Vitalis Faletrus .... et Dalmatiae Dux 
et imperialis protonseuastos » (2), con una lacuna derivata 
da caducità della pergamena, il più antico originale tra 
gli atti del governo veneziano. E evidente adunque che 
fino al luglio 1090 mai il titolo della Croazia apparisce 
nei documenti pubblici veneziani, originali o copie au- 
tentiche, risultando erronea la narrazione del Dandolo, 
almeno per jquanto spetta alla cronologia dell'avveni- 
mento. Veniamo all'ottobre del 1094, e nel privilegio 
per il castello di Loreo il doge Vitale Falier s' intitolerà 
« diuine gratie largitate Venecie, Dalmatie atque Chroa- 
cie dux et imperialis protoseuaston » (3). Ma pur troppo 
il notissimo privilegio non si conserva che in copie, 
delle quali la più antica risale alla prima metà del se- 
colo XIII, ed è trascritta in una collezione ufficiale dello 
Stato. L'originale esisteva ancora nel 1468, ma poiché 
era « propter diuturnitatem temporis et non diligentem 
custodiam in aliqua sua parte laniatum et corosum . . . 
ita ut vix legi queàt », il doge Cristoforo Moro conce- 
deva fosse riscritto « ex autentico libro cancellariae », 



(1) Archivio di Stato di Venezia, Monastero dei Ss. Cosma e 
Damiano, busta 8, copie autentiche del 1097 e del 1 145 ; Corner, 
Ecclesiae venetae, tom. VI, pag. 31, di sul Codex Publicorum. 

(2) Archivio di Stato di Venezia, Sala regina Margherita, auto- 
grafi dei dogi ; Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. 4., XII, p. 55. 
Giustamente il Lenel (op. cit., pag. 101, n. 2) fece osservare che il 
Corner (Ecclesiae venetae, Vili, 212) inserì prima della parola • Dal- 
matie ■ il nome • Chroacie » che non poteva stare nella parte lacunosa. 

(3) Pacta, voi. I, c. 186, scrittura minuscola del sec. XIII; copie 
posteriori in Pacta, II, c. 28 t, e nel Chronicon Giustinian, c. 49. 
L'edizione più recente è quella del Romanin, St. docum. di Venefia, 
voi. I, pag. 392. 



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/ titoli dei Dogi di Venezia 



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cioè di su il volume dei Pacta. E così, come nella copia 
ufficiale del 1468 (1), per ignoranza o trascuratezza, il 
secondo cognome del doge diventò un De bonis in luogo 
di De donis, chi ci assicura che lo scrivano ducale della 
prima metà del dugento, abituato alla formula dell' intù 
tulatio d' uso generale e costante nel suo tempo, non abbia 
lasciato scorrere queir « atque Chroacie » o magari non 
abbia presunto di correggere? La mancanza dell' originale 
non permette coi mezzi e il metodo della diplomatica di 
risolvere con sicurezza la questione, e le circostanze di 
fatto tramandateci dalle fonti narrative non aiutano a suf- 
ficienza la osservazione e 1' esame dei documenti (2). 

Vitale I Michiel, successore del Falier, per certo 
s' intitolò duca di Dalmazia e di Croazia.. Gli abitanti 
di Spalato, in una carta di promissione senza data, ma 
della fine del secolo XI, si rivolgono « domino nostro 
Vitali Michaeli glorioso duci Venetiae atque Dalmatiae 
siue Chroaciae et inperiali prothoseuastori [sic] » (3), e 
in un frammento di promissione della città di Traù del 
maggio 1097, quei dalmati chiamano ancor essi il Mi- 
chiel doge di Venezia « et Dalmatiae atque Croaciae...» (4). 
Dubitando di documenti tramandatici in copia del XV 
secolo, ecco un bellissimo originale con sottoscrizioni 
autografe, una cartula offercionis del marzo 1098 colla 



(1) Pacta, voi. VII, c. 153. 

(2) Il Lenel (op. cit. pag. 101102) ravvicina l'occupazione della 
Croazia interna compiuta da Ladislao re d'Ungheria (1091) all'atto 
politico di Vitale Falier di assumere il titolo di duca della Croazia. 
In ogni caso è degno di nota il trovare in documenti zaratini del 
1091, 1095 e 1096 l'impero di Alessio menzionato nella datazione: 
cfr. Racki, Documenta etc, pag. 154, 159 e 175. 

(3) Codice Trevisaneo, c. 169; eJizione migliore quella del Racki, 
Documenta histot iae Chroaticae, pag. 178. 

(4) Codice Trevisaneo, c. 169; Racki, Documenta etc, pag. 179. 



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Nuovo Archivio Veneto 



quale « Vitalis Michael per misericordiam Dei Dux Ve- 
necie et Dalmacie atque Chroacie et imperialis proton- 
seuaston » dà al monastero di S. Benedetto di Po vec- 
chio, la chiesa di S. Cipriano di Malamocco con una 
salina e una peschiera (i) ; e un altro originale del luglio 
iioo, dove il doge, pronunciando coi suoi giudici una 
sentenza a favore di Stefania Bembo, s' intitola « Vita- 
lis Mihael Dei gratia Venetiae, Dalmatiae, atque Chroa- 
tiae dux atque jmperialis protoseuastos » (2). È costante 
dunque nei rari atti ducali del dogado di Vitale I Mi- 
chiel, T uso del titolo nel quale è affermato il dominio 
di Dalmazia e Croazia, e del riconoscimento di questo 
uso da parte di altre cancellerie troviamo una conferma 
nella nota convenzione tra Colomano re d' Ungheria e 
Vitale Michiel (1 101-1102), dove il re, accennando al 
dubbio eh' era stato espresso da principi e seniori del 
regno « utrum ducem te Chroacie atque Dalmatiae no- 
minaverim», per amordi concordia chiama per intanto 
il Michiel in quello stesso documento doge di Venezia, 
Dalmazia e Croazia (3). Un' alleanza contro i Normanni 
valeva bene la formula di un titolo. 

Di Ordelaffo Falier non conosciamo alcun docu- 
mento originale nel quale egli s' intitoli duca di Croa- 
zia. Nella cartula concessionis del settembre 1108 per 
la traslazione del monastero di S. Cipriano, è detto sem- 
plicemente « Ordelaf Faletrus Dodoni Dei gratia Dux 



(1) Archivio di Stato di Venezia, Mensa patriarcale, S. Cipriano, 
busta 90; Corner, Ecclesiae torcellanae, pars III, p. 187, dall'archi- 
vio patriarcale; Gloria, Cod. dipi, padovano dal sec. sesto, pag. 349, 
di su copia autentica del 1283. 

(2) Archivio di Stato di Venezia, Sala regina Margherita, auto- 
grafi dei dogi. 

(3) Cod. Trevisaneo, c. 175; Rackt, Documenta cit., pag. 479. 



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/ titoli dei Dogi di Venezia 



289 



et imperialis protoseuaston » (1). Nel settembre 11 12 il 
Comune vendeva ai Baseggio un terreno pubblico a 
S. Bartolomeo sul quale s' era battuta moneta, e nel 
bellissimo documento di vendita il Falier è chiamato 
« Ordelaf Faledrum gratia Dei Veneciae ducem et jm- 
perialem protoseuaston » (2). Nella notitia di un placito 
tenuto nel marzo 11 16 dall' imperatore Enrico V in Ve- 
nezia, nello stesso palazzo ducale, in presenza del doge, 
questi nella lista dei testimoni è così indicato « Orde- 
laffus Dei gratia Venecie atque Dalmacie dux » (3). Come 
si vede ad Ordelaffo Falier, fino al tempo della seconda 
spedizione in Dalmazia, i documenti originali non attri- 
buiscono mai il titolo di duca della Croazia, anche 
quando si fa menzione della Dalmazia. Esaminando i 
documenti che sono giunti fino a noi in copie, ne tro- 
viamo uno del settembre 1107(4), un altro dell'aprile 
mio (5), un terzo del febbraio 1 1 14 (6), nei quali il Fa- 
lier s' intitola, come nelT originale del 1 1 12, doge di Ve- 
nezia e imperiale protosebaste. Invece, in una conven- 
zione tra il comune di Venezia e i veronesi del maggio 
1107, leggiamo la formula « Venecie, Dalm.atie atque 



(1) Mensa patriarcale, S. Cipriano, busta 90 ; Corner, Ecclesiae 
torcellanae, pars III, pag. 192. 

(2) Sala regina Margherita, autografi dei dogi; Cecchetti, Pro- 
gramma della scuola di paleografia in Venezia, Venezia, 1862, p. 33, 
con fac-simile. 

(3) Il documento originale conservasi nell'Archivio di Venezia, 
S. Giorgio maggiore ; un' edizione diplomatica, con fac-simile, fu 
data dal Cipolla in Notizie e trascrizioni dei diplomi imperiali e 
reali delle cancellerie d' Italia, Roma, 1892, pag. 26. 

(4) Mensa patriarcale, b. 14, in copia autentica del 1212 (1213); 
Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. A., XII, pag. 67. 

(5) Pacta, II, c. 549 ; Bellemo, // territorio di Chioggia, p. 294. 

(6) 5. Zaccaria, Pergamene, busta 5, doc. del febbraio 11 13 m. 
v. esemplato nel 1 174. 



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Nuovo Archivio Veneto 



Groatie [sic] dux et imperialis proteoseuastos [sic] » (i), 
e nella conferma del privilegio di re Cresimiro per il 
monastero di S. Giovanni di Belgrado, data V anno 1 1 16 
« dux Veneciarum Dalmaticorum atque Crohaticorum (2). 
II documento del 1 107 è in copia della fine del XII 
secolo, e come lo scrittore non mostra molta diligenza 
nella grafia dell' intitolazione, così per trascuratezza può 
aver aggiunto le parole « atque Groatie », ripetendo 
meccanicamente la formula che ai suoi tempi era dive- 
nuta d' uso costante in tutti i documenti pubblici. Il pri- 
vilegio del 11 16 fu trascritto nel secolo XIV in una col- 
lezione ufficiale della repubblica, e pur non essendoci tra- 
mandato in forma di originale, nessuna ragione ci vieta 
di considerarlo autentico. Però è una copia e come tale 
può contenere delle aggiunte. In ogni caso ragioni di 
critica storica ci consigliano ad affermare che se Orde- 
laffo Falier ritornò ad usare il titolo di duca della Croa- 
zia, portato già dal suo antecessore, ciò avvenne allor- 
quando egli la seconda volta cercò di riconquistare con le 
armi la costa dalmato-croata e ritornarla tutta sotto la 
insegna dell' evangelista Marco, trovando in quell'im- 
presa la vittoria e la morte. Finche visse glorioso re Co- 
lomano, il Falier lasciò a lui solo il vanto d' intitolarsi 
signore di Dalmazia e Croazia, regioni che effettivamente 
aveva conquistato e possedeva indisturbato. Onde, leg- 
gendo nel chronicon breve del Dandolo, che il doge Or- 
delaffo Falier « Croacie dominium accepit et sic titulo 



(1) Ducali ed atti diplomatici, busta IV; Cipolla, Note di storia 
veronese in N. Archivio veneto, tomo XV (1898), pai». 294. 

(2) Pacta, I, c. 1 10 ; edizione critica del Monticolo, Vite dei dogi 
di Marin Sanudo, in Raccolta degli storici italiani^ Città di Ca- 
stello, 1900, fase. i-2, pag. 177. Non osiamo tener conto del frammento 
del 1 117 pubi, dal Bianchi, Zara cristiana, Zani 1877, voi. I, pag. $40. 



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1 tìtoli dei Dogi di Venezia 



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sui ducatus primitus addidit : atque Croacie » (t), e sa- 
pendo che Vitale I Michiel per certo e non una sola volta 
si chiamò doge di Venezia, Dalmazia e Croazia, sarà da 
giudicare un erróre quel primitus. E il breve collocato 
nella sala del Maggior Consiglio, sotto il ritratto del Fa- 
lier, dicendo: « addo Croatiam titulo iungoque ducali »(2), 
sarà da intendere che Ordelaffo Falier rimise in onore e 
nelT uso diplomatico un titolo già usato dal suo prede- 
cessore e forse prima da Vitale Falier. 

I dogi che succedettero ad Ordelaffo Falier, tutti, 
fino all'anno 1358, s* intitolarono dogi di Venezia, Dal- 
mazia e Croazia, e la formula « dei gratia Venecie, Dal- 
matie atque Chroatie dux », non soltanto si ritrova 
nella intitulatio^ ma è ripetuta altresì nel rovescio della 
bolla appesa ai documenti ducali, come si può vedere 
nelle bolle più antiche fino ad ora conosciute (3). 

Così pure, dopo Ordelaffo Falier, i dogi del XII se- 
colo non ostentano più nei documenti i pomposi titoli 
largiti dalla corte di Bisanzio, non ostante che i criso- 
boli del 1126, del 1148, del 1187 confermassero ai capi 
dello stato veneziano la dignità e il salario di protose- 
baste (4). In quel secolo le relazioni tra Venezia e Co- 
stantinopoli s'erano di molto cangiate: i fedeli ausiliari 
di un tempo, fatti ricchi e potenti, consci della debo- 
lezza e perfidia degli imperatori, ottengono con la forza 
i rinnovati privilegi, si rifiutano di aiutare Y impero con- 
tro i Normanni, partono in guerra contro Bisanzio stes- 
sa, quando la fredda ostilità dei bizantini diventerà odio 



(1) Cod. Marciano, clas. X latini, n. 296, del sec. XIV, c. 11. 

(2) Monticolo, op. cit., pag. 176 e nota 1 1. 

(3) Cecchetti, Bolle dei dogi di Venefici, Venezia, 1888, pag. 12 
e tav. 

(4) Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. i4., XII, pagg. 95, 113, 
e 179. 



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Nuovo Archivio Veneto 



aperto. Orio Malipiero ed Enrico Dandolo saranno an- 
cora nei crisoboli imperiali appellati fedelissimi o nobi- 
lissimi protosebasti (1), ma i veneziani sdegneranno per 
sempre quei titoli eh' eran divenuti ormai vane immagini 
della sovranità, e si prepareranno alla lor volta ad ag- 
giungere nuovo e più glorioso titolo, affermazione di do- 
minio e non di soggezione. 

A mezzo il secolo XII, avendo Pola ed altre città 
dell'Istria meridionale mancato ài patti promessi e com- 
messo atti di pirateria contro i veneziani, il doge Do- 
menico Morosini mandava una flotta di 50 galee bene 
armate, la quale, dopo un breve assedio di Pola, obbli- 
gava le città ribellate a chieder venia, a rinnovare la 
promessa di fedeltà, e a firmare nuovi e più gravosi 
patti. L'autore del chronicon che s' intitola Giustinian, 
narrando della vittoriosa spedizione, aggiunge « et tunc 
ystricoli dicto duci sic scribebant, ultra titulùm con- 
suetum : Atque Ystrie dominatori; et dux dieta tituli 
additione cum suis civibus et fidelibus fruebatur »> (2). 
Probabilmente il cronista del Trecento ebbe sott' occhio 
la carta di sacramento scritta intorno al 1150 colla quale 
gli uomini di Parenzo giurano fedeltà « domino nostro 
D. Mauroceno Dei gratia gloriosissimo duci Venecie, 
Dalmacie atque Chruacie et totius Ystrie inclito domi- 
natori »> (3). Ma, all' infuori di questo solo documento, 
gli altri quattro dello stesso anno contenenti il giura- 
mento prestato da Pola, Rovigno, Cittanova e Umago (4), 
il patto di Pola dell' aprile 1 153 (5), i posteriori trattati 



(1) Tafel e Thomas, op. cit., pag. 206 e 246. 

(2) Cod. Marciano, ci. X lat. 36 a, c. 60. 

(3) Pactct, I, ce. 139 e 1 57 t ; l'edizione più recente è quella del 
Kukuljevic', Codex diplomaticus regni Croatiae, Dalmatiae et Slavo- 
niae, voi. II (Zagabria, 1875), P a £* 4 2, 

(4) Kukuljevic', op. cit., II, pag. 41-44. 

{<>) Ducali ed atti dipi. , busta V ; Kandler, Cod. dipi. istriano ) ad. a. 



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conchiusi tra la repubblica e V Istria, infine tutti gli altri 
pubblici, documenti di quei tempi, non recano mai nel- 
T intitolazione « atque Ystrie dominatori »> (1) Per ecce- 
zione questa formula può esser stata adoperata nella 
documentazione di quei momenti nei quali le città istria- 
ne rinsaldavano i loro legami con Venezia, riconoscen- 
done il dominio, e il cronista veneziano può ben aver 
creduto un uso diplomatico generale quello eh' era un 
caso particolare. Così, ritrovando che nel febbraio 1141 
Giovanni Badoer, arbitro tra quei di Pesaro e Fano, si 
chiama « delegatus ab Petro Pollano domino duce Ve- 
necie, Dalmacie atque Croacie, dominatore nostro in 
Marchia, scilicet civitate Fani » (2), dobbiamo conside- 
rare le parole « dominator in Marchia » come testimo- 
nianza di una condizione di fatto, e non come una 
nuova formula diplomatica aggiunta all'intitolazione. E 
infatti, oltre il mancare di altri esempi, prova abbastanza 
il leggere nella promissione di fedeltà data il i.° marzo 
1141 dai consoli ed uomini di Fano, che il doge Polani 
è chiamato semplicemente « gloriosissimo Venecie, Dal- 
matie atque Chroacie duci » (3). 

Un nuovo e più glorioso titolo doveva recare ai 
dogi veneziani la quarta crociata. Nel patto convenuto 
tra Enrico' Dandolo (4) e i capi crociati nel marzo 1204, 
avanti la presa di Costantinopoli, era stabilito che di 



(1) Cfr. Benussi, Nel medio evo: pagine di storia istriana in 
Atti e mem. della Società istriana di arch. e stor. patria, Parenzo,' 
1897, pag. 662 dell' estr. 

(2) Atti restituiti dal governo austriaco, b. 28, n. 365. 

(3) Pacta, I, c. 1 87 t ; Amavi, Memorie istoriche della città di Fano, 
Fano, 1751, parte II, pag. VII. 

(4) Enrico Dandolo, riferisce il Chronicon dei Giustinian, per l'osti- 
nato ribellarsi dei zaratini, in molti documenti del 1200 s' intitolò sol- 
tanto «dux Venecie atque Chroacie* : di ciò non troviamo conferma 
nei doc. tramandatici. 



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Nuovo Archivio Veneto 



tre parti dell' impero la metà toccasse ai veneziani. È 
risaputo che effettivamente mai il comune di .Venezia 
possedette ed estese il suo dominio sopra tanta esten- 
sione del nuovo impero Ialino; per varie ragioni, che 
non è qui il luogo di enumerare, il diritto sui tre ottavi 
dell' impero rimase soltanto nel titolo che in seguito 
portarono i dogi di Venezia. 

Maestro Martino da Canale, ricordando la partizione 
dell'impero bizantino e la parte toccata ai veneziani, 
aggiunge che il doge Enrico Dandolo « fu apelè sire de 
sa partie » (1). E Andrea Dandolo, nella Cronaca estesa, 
più particolarmente racconta che il vecchio doge, a me- 
moria di così gran trionfo e ad esempio dei posteri 
« procerum asistencium conscilio ducali titulo addidit : 
quarte partis et dimidie tocius imperi) Romanie domi- 
nator(2)». Dopo, cronisti, eruditi e storici ripeterono 
concordi che il doge Enrico Dandolo per il primo aveva 
portato il nuovo e maggior titolo. E ben vero che in 
un documento veneziano del 29 settembre 1205, narrasi 
che « dominus noster Henricus Dandol.us Dei gratia Ve- 
necie Dalmacie atque Chroacie dux, magni conscilii et 
potencie, dominator extitit super iam dictam quartam 
partem ed dimidie eiusdem imperii, quousque vixe- 
rit (3) », ma noi dobbiamo considerare queste parole 
come un accenno a una circostanza di fatto e non come 
un uso diplomatico, mentre non c è alcun dubbio che 
nei documenti pubblici di quel tempo, pur in quelli 



(1) Le cronique des veniciens de maistre Martin da Canal, in 
Arch. stor. Ita!., tomo Vili (1845), P- 33 8 - 

(2) Col Marciano Zanetti latini CCCC, c. 139; Rer, /tal. Script. 
tomo XII, col. 330. 

(3) Pacta % I, c. 99; II, c. 131 t ; Tafel e Thomas, Urkunden etc. , 
in F. R. A. % XII, pag. 566, colla data 2 settembre trascurandosi il 
die exeunte. 



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spediti dalla cancelleria veneziana, mai Enrico Dandolo 
s' intitola od è ricordato signore della quarta parte e 
mezza dell' impero di Romania, ma soltanto doge di 
Venezia, Dalmazia e Croazia (i). Lo stesso successore 
del Dandolo, Pietro Ziani, nei primi documenti del suo 
dogado non è punto chiamato in altro modo; così ad 
es. nella carta di promissione dell'agosto 1205, docu- 
mento solenne quant' altro mai, lo Ziani è detto sem- 
plicemente « Venetie, Dalmatie atque Chroatie dux» (2). 
Il primo che nei documenti veneziani porta il largo 
titolo di dominator della quarta parte e mezza dell'im- 
pero di Romania, è Marino Zeno, eletto podestà in Ro- 
mania alla morte del Dandolo dall' assemblea dei molti 
veneziani che allora si trovavano in Costantinopoli. Ma- 
rino Zeno per la prima volta s' intitola « Dei gratia 
Venetorum potestas in Romania eiusdemque imperii 
quarte partis et dimidie dominator», nella carta che il 
29 giugno 1205 confermava i feudi concessi di sui nuovi 
beni veneziani (3), ed il titolo è ripetuto nel documento 
citato del 29 settembre, nel quale esposto il modo di 
elezione popolare dello Zeno, si stabilisce per V avve- 
nire che il podestà di Costantinopoli sia eletto dal doge 
e dal suo consiglio. In altri documenti del 1205 e del 
1206 il podestà Marino Zeno è insignito dello stesso 
titolo (4), mentre invece in una carta di concessione al 



(1) Per convincersene bastano i documenti pubblicati da Tafel 
e Thomas nelle F. R. A., voi. XII. 

(2) Riblioteca Marciana, cod. 72 della ci. XIV latini, in due esem- 
plari. L' ultima edizione è quella del Cfcchetti, Il doge di Venezia, 
pag. 109. 

(3) Tafrl e Thomas, Urkunden in F. R. d., XII, pag. 558 colla 
data errata del 2 giugno, mentre è 2 exeunte. 

(4) Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. 4., XII, pag. 569 e 
571 e XIII pag. 17. 



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Nuovo Archivio Veneto 



patriarca di Grado del febbraio 1207, s* intitola podestà 
dei veneziani in Costantinopoli de mandato et voluntate 
domini .... ducis, lasciando al doge 1' onore di dirsi 
signore della quarta parte e mezza dell' impero di Ro- 
mania (1). Già nell'anno 1206 il doge Pietro Ziani avea 
assunto il titolo, fino allora proprio del solo podestà di 
^ Costantinopoli. Se ancora in documenti originali del 
maggio e del luglio 1206 è semplicemente « Venecie, 
Dalmatie atque Chroatie dux » (2), nell'agosto dello stes- 
so anno, in un patto tra i comuni di Venezia e Pisa, 
scritto per ordine del podestà di Pisa, il doge è appel- 
lato « domine P. Ciani Dei gratia inclite Venecie, Dal- 
matie atque Chroatie dux, domine quarte partis et di- 
midie totius imperii Romanie » (3), e con lo stesso titolo 
è chiamato in una carta originale di sicurtà del settem- 
bre 1206, rogata per ordine di Ruggero Permaririo e 
Pietro Michiel, eh' erano stati ambasciatori a Costanti- 
nopoli (4). E dunque nel secondo semestre del 1206 che 
i dogi di Venezia incominciarono a chiamarsi « domi- 
nus quarte partis et dimidie totius imperii Romanie», 
e non è dificile rintracciare le ragioni di quest' uso di- 
plomatico quando si osservi che coli' atto del 29 set- 
tembre 1205 si riconosceva nel doge e nel consiglio il 
diritto di designare la persona del podestà, divenuto 



(1) Mensa patriarcale, busta 14, 1206 febr. ind. X (copia auten- 
tica dell' aprile 1208). 

(2) Carta di sicurtà del maggio 1206 in cod. Marciano, ci. XIV 
latini 72. edita da Tafel e Thomas in F. R. A., XIII, pag. 11 ; pri- 
vilegio del luglio 1206 in 5. Giorgio maggiore, Processi, busta 10, 
proc. 516, in Tafkl e Thomas, op. e voi. cit., pag. 15. 

(3) Ducali ed atti diplomatici, busta VII ; pubi, dal Belgrano, 
in Giornale ligustico, I. fase. 2. 11 documento è datato secondo il com- 
puto pisano : t MCCVII. indit. nona». 

(4) Ducali ed atti diplomatici, busta VII, ed. dal Ljubic' in Mon. 
Slav. Merid., I, pag. 23. 



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così uno dei rettori de mandato ducis. Da quel momento 
è naturale si volesse affermare che il dominium dei nuovi 
acquisti spettava al governo della madre patria e non alla 
numerosa e potente colonia di Costantinopoli, e si cer-. 
casse di impedire che nelle formule dei titoli il primo 
dei veneziani in Levante potesse apparire dominator di 
maggior signoria che il doge di Venezia. Pare però, che 
contemporaneamente al doge, i podestà di Romania con- 
tinuassero ancora, ma per poco tempo, a portare il ti- 
tolo non più proprio, e infatti in un bellissimo originale, 
con firme autografe, del marzo 1209 Ottaviano Quirini 
s'intitola: «Dei gratia Venetorum potestas in Romania 
eiusdemque inperii quarte partis et dimidie domina- 
tor» (1). Dopo, Jacopo Tiepolo nel 1219-20, Marin Michele 
nel 1221, Marin Storlado nel 1223, Albertino Morosini nel 
1238, podestà veneziani in Costantinopoli, mantennero 
il titolo di despota dell' impero, ma si chiamarono sol- 
tanto vice dominatori della quarta parte e mezza del- 
l' impero di Romania (2). 

Nel 1207 alcuni atti ducali recano ancora nell' in- 
titolazione la vecchia formula, altri la nuova : in seguito 
la formula eh' era simbolo dell' egemonia veneziana nel- 
T Oriente latino, nei possessi e nel commercio, è im- 
piegata con regolarità e costanza dalla cancelleria vene- 
ziana. Però fin dai tempi dello Ziani, fu adoperata la 
vecchia formula, senza eccezione, in tutte le notizie di 
giudicati e in altre carte giudiziarie autenticate colla 



(1) Archivio di Stato di Venezia, Sala regina Margherita; una 
copia autografa dell'aprile 1209 tra le Pergamene del monastero di 
S. Tomaso dei Borgognoni di Torcello. Il doc. fu pubblicato dal 
Corner, Ecclesiae torcellanae, pars I, (tomo X, p. 1), p. 2ig. 

(2) Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. X., voi. XIII, pag. 203, 
215, 221, 227, 253, 346. 



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Nuovo Archivio Veneto 



firma dal doge (1). In quanto al riconoscimento del 
nuovo titolo da parte degli stati stranieri, possiamo af- 
fermare che allora fu generale e che tutti ne fecero uso 
flei documenti diplomatici spediti alla repubblica di 
Venezia. I consoli di Genova, la grande emula nel Le- 
vante, s'indirizzavano al doge Ziani, chiamandolo « su- 
blimissimo ac potentissimo duci Venetiarum, Dalmatie 
atque Chroatie quarteque partis et dimidie tocius im- 
perii Romanie dominatori » (2), e V imperatore Federi- 
co II nel pactum del 20 settembre 1220 dava a Pietro 
Ziani il titolo di « illustrem Venecie, Chroacie Dalmatie 
quarte partis et dimidie totius Romanie ducerci » (3). Ed 
esempi da citare per il solo dogado dello Ziani ce ne 
sarebbero a dovizia. 

Da Pietro Ziani a Giovanni Dolfin, durante il periodo 
1206-1358, il titolo compiuto portato dai dogi di Venezia 
è in generale « Dei gratia dux Venecie [Venetiarum] 
Dalmatie atque Chroatie, dominus quarte partis et dimidie 
tocius imperii Romanie »>. Fanno eccezione-i documenti 
pubblici spettanti a relazioni coli* impero greco di Co- 
stantinopoli a partire dall'anno 1265. La ragione storica 
di questa eccezione è la seguente. Dopo il trattato di 
Ninfeo e la conquista di Costantinopoli fatta da Michele 
Paleologo (1261), i Veneziani, perduta la preponderanza 
goduta durante l'impero latino nell'Oriente, in seguito 
a trattative avviate dal Paleologo, stipularono 1' 8 giu- 
gno 1265 un trattato, nel testo latino del quale il doge 



fi) Cfr. la notitia dell'agosto 1215 in Ducali e atti diplomatici, 
b. VII. 

(2) Istrumento di tregua del luglio 1212 pubi, da Gerola, La do- 
minazione genovese in Creta, in Atti dell' Accademia degli Agiati 
di Rovereto, serie IH, voi. Vili (1902), pag. 28 dell' estr. 

(3) Mon. Germ. Hist. LL, IV, Constitutiones et acta publica 
impera torum et regum, tom. II (1896), p. 93. 



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è chiamato : « illustris dux Venetiarum et dominator 
Chroatie et Dalmatie et omnium aliarum terrarum et 
insularum sue dominationi summissarum » (i). E nella 
commissione data nel settembre 1276 per rinnovare la 
tregua e nel crisobolo del 1277 il doge Contarmi, in 
luogo di 0 dominus quarte partis etc. », sentitola «domi- 
nus terrarum et insularum suo ducatui subiectarum » (2). 
E chiaro, che mentre gli imperatori latini riconoscevano 
T origine della loro sovranità dalle gesta compiute dai 
crociati e in special modo dalla cooperazione dei vene- 
ziani, ed erano obbligati a rispettare gli effetti del patto 
del 1204, il Paleologo invece, greco sopra tutto, impera- 
tore per la forza delle sue armi e per la sua audacia, 
che aveva abbassato i veneziani col mezzo dei genovesi, 
non poteva riconoscere al doge di Venezia il dominio 
della quarta parte e mezza dell' impero di Romania. Per 
un accordo tra le due cancellerie, veneziana e greca, in 
tutti gli istrumenti di tregua, nelle lettere imperiali e 
ducali, è usata la formula nella quale il doge, oltre i 
soliti titoli di Venezia, Dalmazia e Croazia, porta quello 
di « dominus terrarum et insularum suo ducatui subiec- 
tarum », e con variante introdotta nella prima metà del 
secolo XIV « dominus aliarum terrarum et insularum », 
mentre invece nelle convenzioni coi pretendenti latini 
al trono di Costantinopoli, il doge continua sempre a 
dirsi signore di una quarta parte e mezza dell' impero 
di Romania (3). Di questo speciale uso diplomatico ab- 
biamo una testimonianza anteriore al 1360: infatti nel 
codice marciano che contiene il chronicon che s' intitola 



(1) Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. A., voi. XIV, pag. 77. 

(2) Tafel e Thomas, voi. cit., pag. 133 e 135. 

(3) Cfr. i doc. pubblicati da Tafel e Thomas nel voi. XIV delle 
F. R. A., e da Thomas nel Diplomatarium veneto-levantinum in 
Mon. della dep. veneta di storia patria. 



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Nuovo Archivio Veneto 



dai Giustinian, tra alcune annotazioni diplomatiche che 
appartengono al tempo nel quale fu scritto il resto del 
manoscritto, troviamo : « Hic modus observatur per du- 
ces Veneciarum scribere imperatori constantinopolitano 
post amisionem Constantinopolis, videlicet ab annis do- 
mini. 1^59. citra/ Serenisimo et Excelentisimo domino 
Johanni in Christo Deo fideli Imperatori et moderatori 
Romeorum Palialogo semper augusto. Marinus Faledro 
Dei gratia Veneciarum Dalmacie atque Chroacie Dux, Do- 
minus aliarum terrarum et insularum suo ducatui subie- 
ctarum salutem et felicium succesium incrementa » (i). 

Il Cecchetti (2) scrive che V uso del titolo « domi- 
nus quarte partis et dimidie tocius imperii Romanie») 
continuò fino al 1540, ma non abbiamo saputo trovare 
documenti a testimonianza di tanta durata. Invece un'ul- 
tima e più radicale mutazione del titolo portato dai dogi 
nei documenti doveva succedere nel febbraio del 1358. 

Il Sansovino ricorda una legge del J360 « per vigor 
della quale si stabilì, che con questa parola, et celerà, 
si soplisse a quanto si potesse dire, et eh' il titolo ordi- 
nario per sempre, fosse in questa maniera: Iohannes 
Delphinus, Dei gratia Dux Venetiarum et celerà. Et 
così s'è continouato fino a tempi nostri. Et veramente 
con indicibil modestia della Republica, se si riguarda 
alla potenza, alla auttorità, et alla degnità del suo no- 
bilissimo Stato » (3). Non abbiamo saputo trovare alcuna 
disposizione legislativa, alcuna deliberazione di Consi- 
glio, prima e dopo il 1360, alla quale il Sansovino possa 
aver attinto la notizia ch'egli dà in modo così sicuro; 
possiamo invece affermare che nei documenti venezia- 



(1) Codice marciano classe X lat. 364, pag. 192. 

(2) // doge di Venezia, pag. 68. 

(3) Venetia, ed. cit., pag. 186 verso. 



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/ titoli dei Dogi di Venezia 



30 



ni si cominciò ad usare in modo generale e costante 
la formula dux Venetiarum et cetera non solamente 
nell'anno 1360, ma nel '58, non per deliberazione vo- 
lontaria della repubblica, ma in seguito a condizione 
imposta dal re d'Ungheria nella pace di Zara del 18 feb- 
braio 1358. 

Abbiamo ricordato il dubbio manifestato dai prin- 
cipi e seniori che circondavano Colomano re d'Unghe- 
ria se il re dovesse nominare nei documenti il doge di 
Venezia col titolo di duca di Dalmazia e Croazia, e 
come in quel caso, sacrificando le forme diplomatiche 
alla necessità dell' accordo, Colomano abbia chiamato 
Vitale Michiel I, doge di Venezia, Dalmazia e Croazia. 
Dopo quei tempi pare che le due cancellerie, ungherese 
e veneziana, avessero riguardo ai diritti o ai possessi 
delle due parti, tralasciando di vantare il dominio della 
Dalmazia e della Croazia nell' intitolazione e nel testo 
dei documenti che reciprocamente si spedivano. In un 
documento di composizione tra Andrea re d' Ungheria 
e Pietro Ziani del 1217 e in una lettera di re Andrea 
allo stesso Ziani del 1227 (i), il primo è detto sempli- 
cemente re d' Ungheria, il secondo doge di Venezia 
soltanto ; e così s' intitolano Bela IV e Jacopo Tiepolo 
nelle due lettere che contengono il patto del 1244(2). 
E una prova ancor più decisiva abbiamo in una lettera 
dell'agosto 1322, nella quale Carlo « rex Hungarie » 
s* indirizza a Giovanni Soranzo « dei gratia Veneciarum 
duci, domino quarte partis et dimidie totius imperii 



(1) Mon. Slavorum merid. ed. Ljubic', voi. I, pag. 29 e 41. 

(2) Gelcich, 'Breve appendice ai documenti per /' istoria politica 
e commerciale della rep. di Venezia dei signori Tafel e Thomas, 
in Programma della scuola nautica di Ragusa^ Ragusa, 1892. 

20 



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Nuovo^Archivio Veneto 



Romanie» (i), tralasciando quella parte dell'intitolazione 
nella quale si nominavano la Dalmazia e la Croazia. 
Con Lodovico il grande, a mezzo il Trecento, la que- 
stione del titolo uscì dalla tolleranza diplomatica, si fece 
viva e seguì le varie fasi della lotta perii dominio della 
Dalmazia. La repubblica di Venezia, dopo la gloriosa 
vittoria del i.° luglio 1346 contro il re d'Ungheria e la 
sottomissione di Zara per la settima volta ribellata, de- 
siderosa di stipulare con re Lodovico un accordo defi- 
nitivo e godere senza contrasto il possesso della Dalmazia, 
cercava ogni via per togliere ogni ragione di dissidio 
con Lodovico e per ottenere dal sovrano angioino, ma- 
gari coli 1 esborso di assai denaro, una pace duratura e 
la rinuncia agli antichi diritti della corona di S. Stefano 
e ad ogni aspirazione eh* egli potesse avere sulla Dal- 
mazia. E quel sentimento di conciliazione che animava 
allora la politica veneziana verso 1' Ungheria, e nello 
stesso tempo il fermo proposito di assicurare e legitti- 
mare, giammai di sminuire, il dominio veneziano lungo 
la costa orientale dell' Adriatico, queste tendenze si rive- 
lano anche negli usi diplomatici. Il 20 novembre 1347, 
deliberandosi alcune parti intorno ad un 1 ambasciata so- 
lenne da mandarsi al re d' Ungheria, è preso il partito 
che « si in contractu seu scripturis fiendis de predi- 
ctis dominus Rex poneret in titulo suo Dalmaciam et 
Chroaciam, noster similiter titulus totus ponatur: si 
vero illud taceret, sicut facit in licteris suis nobis mis- 
sis v dicendo solum Rex Hungarie, nostri etiam taceant, 
dicendo solum Dux Venetiarum et cetera » (2). E il 10 



(1) Mori. Slav. merid. I, pag. 341 Monumenta Hungariae histo- 
rica, Acta extera, I, pag. 224. 

(2) Archivio di Stato di Venezia, Secreta consilii Rogatorum, reg. 
A, c. 92 ; Mon. Slav. merid. Ili, pag. 38 ; Man. Hung. hist. Acta 
extera, II, p. 247. 



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/ titoli dei Dogi di Venezia 



marzo 1348, nelle istruzioni date a nuovi ambasciatori, 
si dichiarava che se il re, ne* suoi atti, non avesse no- 
minato la Dalmazia e la Croazia, siccome in lettere altra 
volta spedite aveva fatto, la stessa cosa si facesse da 
parte dei rappresentanti di Venezia, dicendo soltanto 
Dux Venetiarum etc (1). Con le stesse parole si ripeteva 
l'avvertenza il r.° agosto 1348, quando si stava per con- 
chiudere una tregua tra i due Stati (2), e si tornava a 
ripetere ancora nella commissione data il 5 luglio 1349 
ad una delle frequenti ambasciate inviate a re Lodo- 
vico (3). In quegli anni 1348 e '49 troviamo lettere del 
re d' Ungheria e lettere ducali nelle quali V intitolazione 
comprende V affermazione del dominio sulla Dalmazia 
e Croazia, e altri documenti nei quali Lodovico è chia- 
mato solamente re d' Ungheria, Gerusalemme e Sicilia, 
e Andrea Dandolo doge di Venezia et cetera, come ad 
es. T istrumento di tregua del 5 agosto 1348 (4). Nello 
stesso tempo gli atti pubblici della Dalmazia esordivano 
ricordando insieme il regno di Lodovico e la signoria 
del Dandolo, chiamando talora domino nostro tanto il 
re che il doge : indizi non trascurabili dell' aspettazione 
e dello spirito politico di quelle popolazioni (5). 

In seguito alle deliberazioni e agli avvertimenti dei 
Pregadi, la cancelleria veneziana, dovendo preparare gli 
istrumenti di sindicato per gli ambasciatori che si reca- 
vano alla corte ungherese, ordinava la spedizione di due 



(1) Mon. Slav. merid., Ili, p. 62; Mon. Hung, hist., II p. 270. 

(2) Mon. Slav. merid., Ili, p. 93 ; Mon. Hung. hist. II, p. 305. 

(3) Mon. Slav. merid., Ili, p. 138; Mon. Hung. hist. II, pa- 
gana 357. 

(4) Mon. Slav. merid. Ili, p. 96; Mon. Hung. hist., II. p. 308. 

(5) Mitis, La Dalmazia ai tempi di Lodovico il grande, in An- 
nuario dalmatico, 1887. pag. ùo dell' estr. 



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Nuovo Archivio Veneto 



esemplari, uno coli' intitolazione secondo la formula 
solita e compiuta, e un altro con la formula abbreviata 
seguita dal comodo et cetera. Il 24 settembre 1349 era 
rogato il sindicato per gli ambasciatori Giovanni Gra- 
denigo, Nicolò Pisani e Filippo Orio, e dopo il docu- 
mento recante il nome del doge con tutti i titoli- di 
Venezia, Dalmazia, Croazia e Romania, troviamo detto 
in una nota « quod ipsa die factus fuit similis sindi- 
catus et in personas predictorum nobilium per totum 

eiusdem continentie preter quam in titulo, in quo 

dictum fuit : Andreas Dandulo Dei gratia dux Venetia- 
rum et cetera » (1). Lo stesso fu fatto il 19 maggio 1351 
per Giovanni Contarini, Marino Falier e Marco Cor- 
naro (2), e il 15 aprile 1356 per Marco Cornaro e Marino 
Grimani inviati al re d' Ungheria (3). Se gli ambascia- 
tori credevano di usar prudenza e rispetto ai diritti del 
re, e trovavano espresso eguale rispetto dalla cancelle- 
ria ungherese, era presentata la carta di sindicato colla 
formula abbreviata dell' intitolazione ; se il decoro e la 
politica di Venezia richiedevano fermezza e nessun atto 
di rinuncia, pur nelle formule degli atti diplomatici, gli 
ambasciatori allora porgevano la pergamena nella quale 
il doge era chiamato duca di Venezia, Dalmazia e Croa- 
zia e signore della quarta parte e mezza dell' impero di 
Romania. Ma la formula Dux Venetiarum et cetera, che 
non era stata. fino allora usata che in alcuni casi, come 
un espediente, e soltanto per documenti relativi a ne- 
gozi politici col regno d'Ungheria, nell'anno 1358 di- 
ventò formula generale e costante per tutti i documenti 
pubblici nei quali era menzionato il doge di Venezia. 



(1) Mon. Slav. merid. Ili, pag. 162; Moti. Hung. hist. t II, pa- 
gina 365. 

(2) Mon. Slav. merid. Ili, pag. 214. 

(3) Mon. Slav. merid. Ili, p. 318,- Mon. Hung. hist. II, p. 469. 



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Invano Venezia aveva cercato di conchiudere un 
accordo durevole con Lodovico il grande prima che spi- 
rasse la tregua stipulata nel 1348: il re d'Ungheria, 
tenace nel proposito di rivendicare alla corona di S. Ste- 
fano le isole e il litorale della Dalmazia, rompeva nel 
1356 aspra guerra alla repubblica di S. Marco. Le vit- 
torie degli ungheresi e le ribellioni dei dalmati obbli- 
garono i veneziani a rinunziare nella dura pace del 
febbraio 13^8 al dominio di tutta la Dalmazia, da mezzo 
il Quarnaro fino ai confini di Durazzo, « ac titulis Dal- 
macie et Croatie quibus uti consueverant duces » (1). 
Ancora una volta, il 17 febbraio '58, in un istrumento 
di sindicato a Jacopo Bragadin inviato al re d' Ara- 
gona (2), l'eccelso e magnifico doge Giovanni Dolfin porta 
il vecchio e glorioso titolo, simbolo della potenza di 
Venezia nell* Adriatico e nel Levante ; ma subito dopo 
il trattato del 18 febbraio, nella documentazione del 
giuramento, prestato il 25 febbraio '58, di osservare la 
pace col re di Ungheria e coi suoi aderenti e seguaci, 
il Dolfin s' intitola « Dei gratia dux Veneciarum et ce- 
tera » (3). E come nei documenti destinati all' estero, e 
in particolare all'Ungheria, troviamo testimonianza della 
immediata mutazione anche nelle lettere dei rettori ve- 
neziani. Pietro Marin podestà di Rubino nell' Istria, 
scrivendo il 2 aprile 1358, indirizzava la lettera «Sere- 
nissimo domino suo domino Johanni Delphino Dei gra- 
tia Veneciarum duci et cetera », e cosi in lettere dello 
stesso mese di Piero Giustinian capitano di Treviso, e 



(1) Leggesi il trattato in Pacta, voi. V, c. 154; Mon. Slav. me- 
rid. Ili, p. 3685 Mon. Hung. hist., II, pag. 501. 

(2) Sindicati, voi. I, c. 74. 

(3) Cfr. i due documenti in Pacta, V, c. 1561. e 157 t; Mon. 
Slav. merid., Ili, pag. 376 e 379; Mon. Hung. hist. II, pag. 513 
e 518. 



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Nuovo Archivio Veneto 



in molte altre del maggio spedite da vari rettori (i). E 
siccome parecchie lettere originali di podestà e capitani, 
spettanti al dogado di Giovanni Dolfin, mancano non 
soltanto della data dell'anno ma altresì deir indizione, 
ove non soccorra il contenuto storico del documento, 
la formula dell' indirizzo al doge potrà assicurare se pre- 
cedano o siano posteriori al 18 febbraio '58. Così leg- 
gendo che una lettera di Francesco da Carrara signore 
di Padova, data il 9 di aprile sine anno, è diretta « do- 
mino Johanni Delfino Dei gratia Veneciarum duci et 
cetera » (2), oltre le circostanze storiche risultanti dal 
testo, T indirizzo stesso ci renderà certi che la lettera 
fu scritta il 9 aprile 1358. 

La condizione inserita nel trattato di pace del 18 feb- 
braio determinò necessariamente un cambiamento anche 
nella leggenda delle bolle che erano appese alle ducali 
veneziane. Fino allora nella parte rovescia della bolla al 
nome e cognome del doge seguiva la formula « Dei gratia 
Venetie Dalmatie atque Chroatie dux » (3); in seguito, 
come T intitolazione, anche la leggenda della bolla recò 
la nuova formula « Dei gratia dux Venetiarum etc. »>. 
Avremo quindi bolle di Giovanni Dolfin con V antica 
formula e bolle con quella abbreviata, a seconda ch'era- 
no appese a documenti spediti prima o dopo il 18 feb- 



(1) Gli originali si trovano nell' Archivio di Stato in Venezia, Let- 
tere di rettori (sec. XIV-XVI), busta unica. 

(2) 1/ originale colle traccie del sigillo conservasi nell* Archivio 
di Venezia, Miscellanea di Atti diplomatici, busta 10, n. 316: la carta 
porta la marca della fabbrica padovana della Battaglia, cioè la ruota 
con otto raggi. Il documento fu pubblicato di su una copia dal Ram- 
baldi, Frammenti carraresi, in Atti e Memorie dell' Accademia di 
Padova, voi. XIII, disp. Ili (1897). 

(3) Per le bolle da Pietro Polani a Giovanni Dolfin cfr. Cecchet- 
ti, Bolle dei dogi di Venezia, testo e tav. 



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/ titoli dei Dog-i di Venefici 



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braio. Questo è certo che da quel giorno, finché ebbe 
vita la repubblica di Venezia, tutti i dogi, sia nell' in- 
titolazione sia nella bolla, furono costantemente chiamati > 
dux Venetiarum et cetera (1), anche quando la Dalmazia 
e la Croazia marittima ritornarono sotto il dominio di 
S. Marco e vi durarono per circa quattro secoli, senza 
contrasto di altri diritti e col favore e 1* amore di quelle 
popolazioni. 

La rinunzia forzata all' ampio titolo ducale che ri- 
cordava attraverso i secoli le gloriose imprese e le for- 
tunate conquiste dei veneziani, fermò 1" attenzione dei 
cronisti contemporanei, anche di quelli che più sono 
sobrii nella narrazione e nei giudizi. Il patrizio vene- 
ziano che scrisse poco avanti il 1360 il Chronicon che 
s' intitola dai Giustinian, così espone la mutazione ai 
suoi giorni avvenuta : « Ob quam pacem tam famosum 
ducis Venetorum decus et tam titulus gloriosus, tam in 
bulla plumblea sculptus insigniter, quam in literarum 
principijs seria longa verborum ornatus, cum diminu- 
tione extitit abolitus et ita scribitur tempore hodierno : 
Nos Johannes Delphyno dei gratia Dux Veneciarum et 
cetera » (2). Un altro nobile veneziano di quel tempo, 
Nicolò Trivisan, poi procuratore di S. Marco, enumerando 
le condizioni della pace coir Ungheria, racconta che fu 
pattuito « eh* el titolo che per ciascadun Dose se scri- 
veva in le letere, cioè de Dalmatia et de Crovatia, per* 
petualmente casar se dovesse, et cusì fo fatto, digando 
poi li preditti Dosi con brevitade : anno [sic] suo titulo 



(1) La formula fu subito accolta dalle altre cancellerie: come 
eccezioni alla regola si possono citare due lettere dei soldani di Babi- 
lonia degli anni 141 5 e 1422, nelle quali Tomaso Mocenigo è chiamato 
doge di Venezia, Dalmazia, Croazia e Romania — Thomas, Diploma- 
tarium veneto-levantinum, pars II (Venezia, 1899), pag. 306 e 328. 

(2) Chronicon cit., c. 149 b. 



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Nuovo Archivio Veneto 



Dux Venetiarum e cetera » (i). E fuori di Venezia, il 
giudice padovano Guglielmo de* Cortusi ricorda ancor 
lui che i dogi mai più signori di Dalmazia e Croazia 
nelle lettere ducali avrebbero dovuto chiamarsi (2). 

Rimane ora a dire degli aggettivi d* onore, coi quali 
fu qualificato il doge nei documenti. Tratteremo soltanto 
di quelli che entrarono negli usi della cancelleria vene- 
ziana, poiché non finirebbe più l'enumerazione e T illu- 
strazione degli aggettivi usati come eccezione da impera- 
tori, papi, re, principi e comunità, e non se ne ricave- 
rebbe un frutto adeguato (3). Osserveremo soltanto che i 
pontefici furono molto parchi in questo genere di com- 
plimenti diplomatici, contentandosi per lungo tempo di 
indirizzarsi al doge con un semplice « nobili ». 

Gli epiteti che ebbero maggior fortuna nei docu- 
menti veneziani furono inclito, eccellentissimo e serenis- 
simo. Volendo ritrovare esempi antichissimi del loro 
uso, ricorderemo che il doge Tradonico è chiamato eccel- 
lentissimo nel testamento di Orso vescovo di Olivolo 
(853), sia nel signum manus che nella notitia testium (4); 
che una carta di sicurtà del 981 è rilasciata dal patriarca 
Vitale «domino Tribuno inclyto duci Venetiae » (5) ; 
che un placito del die. 1095 è tenuto « residente domi- 
no Vitale Faletro Dedonis serenissimo duce » (6). Ma 
non sono che eccezioni, e i due ultimi esempi ricavati 
da una collezione privata del sec. XV. Abbiamo veduto 



(1) Cronaca veneta, copia del sec. XVI in cod. Marciano, ci. VII 
ital. 519, c. 113. 

(2) Rer. Ital. script., tomo XII, col. 952. 

(3) Una serie di tali aggettivi è data dal Sansovino, in op. cit., 
c. 186 t. 

(4) Doc. cit. 

(5) Cod. Trevisaneo t c. 97. 

(6) Cod. Trevisaneo y c. 90. 



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/ titoli dei Dogi di Venezia 



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due documenti nei quali Domenico Contarini è detto 
« inclito duce» ; e in un istrumento di poco posteriore 
dell'aprile 1075, Martino abate di S. Ilario si rivolge 
« domno Dominico Sylvio inclito duci, seniori nostro » (1). 
Più frequente nei documenti del secolo XII, 1' « inclito » 
nei secoli seguenti precederà con costanza il titolo di dux, 
specialmente nelle carte giudiziarie. Del « serenissimus » 
e dell' « excellentissimus » non mancano esempi in do- 
cumenti del sec. XIII; finché nel secolo XIV, senza esclu- 
dere 1' uso di magnificus, di excelsus e di illuster, il più 
delle volte i veneziani, indirizzandosi al doge, lo chiame- 
ranno serenissimo ed eccellentissimo, ed in tempi ancor 
più recenti, fino alla caduta della repubblica, prevarrà il 
primo in modo tale, che 1' espressione « il serenissimo » 
indicherà per antonomasia il doge di Venezia. 

I sudditi del dogado e di fuori, le comunità pro- 
tette, rivolgendosi al doge negli antichi documenti, lo 
appellano loro domino e seniore. L' espressione « seniore 
nostro » ritrovasi già nel secolo X e non è rara nelle 
carte del secolo XI (2) ; in seguito troveremo costante- 
mente «dominus». Nei primi anni del Quattrocento, 
durante il dogado di Michele Steno, nel momento sto- 
rico dei maggiori acquisti in terraferma, al capo dello 
stato che rappresentava tanta signoria, si diede, nei do- 
cumenti, il titolo di « princeps » (3), e contemporanea- 
mente, mentre negli atti pubblici, a maggior gloria della 
repubblica, era accresciuto il grado del doge nella ge- 
rarchia dei potenti, nelle relazioni immediate tra la sua 
persona e i cittadini e sudditi, si volle tolta ogni espres- 



(1) Abbadia di S. Gregorio, Liber I membranarum ; Gloria, 
Cod. dipi, padovano dal sec. VI, pag. 251. 

(2) Alcuni esempi son ricordati nella nostra trattazione ; altri ne 
dà il Sansovino, op. cit., c. 175. 

(3) Lettere di rettori (sec. XIV-XVI), busta unica. 



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3 io Nuovo Archivio Veneto 

sione che potesse attribuire al doge maggiore potestà 
di quanto conveniva al primo magistrato della repub- 
blica. Da alcun tempo era invalsa la consuetudine che 
coloro i quali erano ricevuti dal doge nelle udienze 
pubbliche della Signoria o in particolare colloquio, gli 
rivolgessero il discorso o rispondessero con un « domi- 
ne mi » ò un «domine noster». Nell'occasione che si 
rivide la promissione ducale dopo la morte di Antonio 
Venier, i cinque correttori proposero e il Maggior Con- 
siglio deliberò, il 26 novembre 1400, che nessun citta- 
dino e suddito di Venezia osasse dire al doge, mentre 
stava al banco coi consiglieri o in altro luogo « domi- 
ne mi», o pure «domine noster», potendo dire sol- 
tanto « Misier » o « Misier lo doxe », sotto pena di cin- 
que lire di piccoli. E il divieto fu aggiunto nel capitolo 
49 della promissione giurata dallo Steno (1). 

11 Cecchetti (2), afferma che un doge estinto dice- 
vasi « glorioso » o « gloriosissimo duce », però è facile 
verificare che quegli aggettivi furono usati per i vivi e 
per i morti. L* osservazione dei documenti ci permette di 
asserire che nei tempi più antichi il doge defunto eradi- 
stinto con T aggettivo bonus, interpretato erroneamente 
da alcuni eruditi cóme nome e stampato colla maiuscola. 
Nel privilegio del 900 per S. Stefano d' Aitino, Pietro 
Tribuno chiama bonus il suo antecessore Orso (3). Lupo 
patriarca di Aquileia in un patto del marzo 944, s'in- 
dirizza a Pietro Candiano III « filio boni Petri ducis 
Candiani » (4). Nella costituzione del 960 che vietava il 
traffico degli schiavi, bonus dux è detto Orso II Parti- 



(1) Vedi documento pubi, in appendice. 

(2) // doge di Venezia, pag. 69. 

(3) Ducali ed atti dipi, busta I. 

(4) Cod. Trev., c. 69 ; Kandler, Cod. dipi, istr., ad. a. 



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/ titoli dei Dogi di Venezia 



311 



ciaco(i), e nella carta di piena sicurtà che Vitale Can- 
diano patriarca nel 981 rilascia al doge Tribuno, si di- 
chiara « filius bòni Petri ducis », cioè di Pietro Candiano 
IV eh' era stato assassinato a furor di popolo (2). E così 
nel 1065, i giudici della Venezia, facendo cogli altri 
boni homines un breviario o carta di notizia, designano 
la dogaressa Marina come vedova « boni Tribuno Me- 
nio duci f6Ìc] » (3). In tempi posteriori il nome e il titolo 
d' un doge trapassato saranno preceduti dalle parole 
« bonae memoriae ». 

In quanto alla formula di devozione che trovasi nel- 
T intitulatio dei documenti pubblici veneziani, a imita- 
zione di altre cancellerie, osserveremo che nei primi 
secoli non si fa uso di una formula costante, e molte 
varianti con cui si accenna alla grazia divina ci sono 
date dai vari documenti che siamo andati citando in 
questo studio. Nel secolo XII la formula si fissò in « Dei 
gratia », e un' ultima eccezione riscontrasi in un decreto 
originale di Orio Malipiero del 1 1 88, nel quale si legge 
« divina misericordia » (4). 

Vittorio Làzzarini. 



(1) Cod. Trev.y c. 75; ed. cit. 

(2) Doc. cit. 

(3) Atti restituiti dal governo austriaco^ b. 11, n. 124. 

(4) Cod. Marciano, ci. XIV latini, 72. 



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Nuovo Archivio Veneto 



APPENDICE 



[Archivio di Stato di Venezia, Maggior Consiglio, 
Leona, c. 109]. 

1400, novembre 26 

Consiliari!' omnes, ser Filippus Pizamano caput de 
XL, sapientes predicti omnes. 

Item capitulo diete promissionis quadragessimo nono 
continenti quod ipse dominus Dux non petet nec dabit 
operam ad habendum maiorem potestatem in Regimine 
quam sibi concessa est, et si sciverit quod aliqua per- 
sona det operam quod maiorem potestatem habeat quam 
sibi concessa sit, quod per eum et alios bona fide tur- 
babit ne dent operam antedictam, dando deinde noti- 
ciam consiliariis ita quod turbetur secundum quod eis 
vel maiori parti videbitur — addatur : Et quia ab ali- 
quo tempore citra jntroductum est et quasi in consue- 
tudine ductum quod comparentes coram eo ad Regimen, 
et separate existente ipso extra Regimen, prò maiori 
parte dicant «domine m j » vel «domine noster», et 
talis modus loquendi quantum ad audienciam videtur 
repugnare intentioni terre predicte et forme sue pro- 
missionis, ordinetur quod de cetero aliquis civis vel sub- 
ditus comunis Veneciarum non possit, cum ipse domi- 
nus dux fuerit cum consiliarijs ad bancham vel extra 



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/ titoli dei Dogi di Venezia 



313 



Regimen, de per se dicere sibi «domine mj» vel «do- 
mine noster», sed solum dicere debeat « Misier » vel 
« Misier lo doxe », sub pena librarum quinque parvo- 
rum prò qualibet vice qua contrafaceret, quam exigant 
advocatores comunis habendo partem ut de alijs sui 
oficij. Et nichilominus ultra hoc dictus dominus dux 
illj vel illis talibus dicere debeat quod non debeant di- 
cere per modum supradictum, sed solum « Misier » vel 
« Misier lo doxie » ; et consiliari) teneantur, sub debito 
sacramenti, dare noticiam infra duos dies advocatoribus 
comunis de omnibus quos audient dicere « domine mj » 
vel «domine noster», ut pena a contrafacientibus exi- 
gatur: et simili modo teneatur jdem dominus dux facere 
vel fieri facere, sub debito sacramenti, si aliquis sibi 
locutus fuerit modo supradicto cum non fuerit ad ban- 
cham, ut jntroductio et usus dictorum verborum omni- 
no cesset. 



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% 



GLI STATUTI MARITTIMI VENEZIANI 



FINO AL 1255 
(Cont. — Vedi Nuova Serie, Tomo V, Parte I). 

STATUTI 

IV. 

Delle Tarrete 

Incipiunt statata tarretarum. 

[i]. Qualiter extimari debent tarrete. 

«JIRDINAMVS QVOD NOSTRI CONSULES IN VENECIIS OmneS 



|tarretas uenetorum, tam que facte sunt quam que 



KSSafacte de retro fuerint, teneantur et debeant exti- 
mare quot milliaria portare poterunt, remanentibus tar- 
retis tribus pedibus super aquam usque ad latulas que ma- 
gis sunt prope aquam ; accipientes sacramentum a scribanis 
tarete quod bona fide mensurabunt tarretam cuius sunt 
scribani postquam tota fuerit caricata; et si aliquam ultra 
c. 247* st * tu il tum inuenerint caricatam, dabunt mensuram quam- 
tum plus fuerit caricata nostris consulibus in Ueneciis in- 
fra quinque dies post eorum reditum in Uenecias. Et si 
per uiaticum illud Uenecias non redirent, teneantur quam 
cicius poterunt nostris consulibus declare [sic] \ tunc no- 
stri consules illud plus caricatum quot milliaria uel kan- 
taria fuerit extimabunt secundum mensuram quam rece- 
perunt a scribanis. Et prò quolibet milliario uel kanta- 




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Gli statuti marittimi veneziani 



3»5 



rio ultra statuti) m caricato duplum naulum a patronis 
tarrete, infra quindecim dies postquam habuerint in no- 
•ticia, accipere teneantur. Et si dictam penam auferre non 
poterunt, nos cum nostro conscilio infra quindecim dies 
postquam nobis fuerint declaratum ipsam penam auferre 
uel auferri facere te || neamur, nos tenentes ad carius nau- Cm 24 g 
lum quod ipsa tarreta fuerit naulizatum. 

Statuto Zen, XLVI. 

[2]. Qualiler possimi caricari tarrete, 
Dicimus quod quilibet patronus tarrete debeat et pos- 
sit ponere subtus in tarreta ad libitum suum, saluo quod 
non debeat caricare ultra illud quod dictum est superius. 

[3]. Qualiter patroni tenentur larretas dare con\atas. 

Statuimus quod patroni tarretarum debeant dare 
tarretas suas bene conzatas atque caicatas de foris, et 
coopertam eius, sub pena uiginti librarum denariorum 
paruorum prò quolibet centenario milliarii de hoc quod 
tarreta fuerit extimata; que pena in nostrum comune de- 
ueniat. 

Stat. Zen, I. 

[4]. Qualiter debeant palmi\ari tarrete. 

Volumus quod quelibet tarreta palmizetur secun- 
dum quod patroni || concordes fuerint cum naulizatis sub c 24 g 
pena uiginti quinque librarum a patronis soluenda ; que 
pena in nostrum comune deueniat. 

St. Zen, II. 

[5]. Qualiter tarrete debent de corredis ornarì. 

Asserimus quod quelibet tarreta de arboribus et an- 
tennis atque antennis de dolono et tèmonibus sit decen- 
ter ornata. 

St. Zen, VII. 



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3 *6 Nuovo Archivio Veneto 

[6]. De eodem. 

Dicimus quod quelibet tarreta sic ornetur in uelis: 
in proda habeat artimonem, terzarolum, et uelonem de 
banbacino uel de fustagno. In medio uero habeat uelani 
unam de banbacino uel de fustagno, et unum uelonem 
et unum parpalionem de canauazo. 

St. Zen, X. 

[7]. De anchoris, endegariis et canauis tarretarum. 

Mandamus quod quelibet tarreta que extimata fuerit 
c. 249 ducentis milliariis et infra habeat ancoras ||-sex conue- 
nientes, indagarios sex conuenientes, canapos nouos sex 
in corcoma conuenientes, et alios canapos tres conue- 
nien f es. 

[8]. De eodem. 

Decernimus quod tarreta extimata ducentis et quin- 
quaginta milliariis habeat anchoras conuenientes septem, 
indagarios septem conuenientes, canapos nouos in corcor 
ma septem conuenientes et alios canapos quatuor con- 
uenientes. 

St. Zen, Vili [1]. 
[9]. De eodem. 

Iniungimus quod tarreta extimata trecentis milliariis 
habeat ancoras octo conuenientes, indagarios octo conue- 
nientes, canapos nouos in corcoma conuenientes, et alios 
canapos quatuor conuenientes. 

St. Zen, Vili [2]. 
[10]. De eodem. 

Imponimus quod tarreta extimata trecentis quinqua- 
ginta milliariis habeat anchoras nouem conuenientes, inda- 
c. 249* ì| garios nouem conuenientes, canpos [sic] nouos in cor- 



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* Gli statuti marittimi veneziani 



317 



coma nouem conuenientes et alios canapos quinque con- 
uenientes. 

St. Zen, Vili [a]. 

[11]. De eodem. 

Jubemus quod tarreta extimata quadrigentis millia- 
riis habeat anchoras decem conuenientes, indagarios de- 
cem conuenientes, canapos nouos in corcoma decem con- 
uenientes et alios canapos quinque conuenientes. 
St. Zen, Vili [3]. 

[12]. De mantis, et sarciis et sostis. 
Volumus quod arbores et antenne cuiuslibet tarrete 
ornentur de mantis, et sarciis et sostis conuenienter. 
St. Zen, XII. 

[13]. De pena quam patroni tarretarum incurrunt 
si defectus fuerit in corredis et ornamentis predictis. 

Dicimus quod si aliquis defectus fuerit in corredis 
et ornamentis tarretarum superius nominatis, patro||ni tar- c. 250 
retarum duplum ualimenti tocius defectus nostro comuni 
debeant emendare. 
.St. Zen, XIV. 

[14]. Quod tarrete sint guarnite de omnibus cor- 
redis secundum tenorem nostri statuti. 

Dicimus quod quelibet tarreta que exierit de Uene- 
ciis sit guarnita de omnibus suis corredis secundum te- 
norem statuti de tarretis sub pena dupli ualimenti to- 
cius defectus, nostro comuni a patrono tarrete soluenda 
cui aliquid defecerit in corredis. 
St. Zen, XVI. 

[15]. De brulla, stupa et acutis. 
Dicimus quod brulla, stuppa et acuti sint in expensis 
patronorum tarretarum. 
St. Zen, XVII. 



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Nuovo Archivio Veneto 



[16]. De marinariis quos debent habere tarrete. 

Confirmamus quod quelibet tarreta extimata ducen- 
tis milliariis et infra habeat uiginti quinque marinarios, 
c. 250* Il el P ro quibuslibet uiginti milliariis quod plus fuerit exti- 
mata unum marinarium plus habere debeat ; ordinantes 
quod si aliquis marinariorum moriretur uel relinqueret 
tarretam, patronus illius tarrete ipsum marinarium te- 
neatur et debeat recuperare ubi tarreta portum prius fe- 
cerit. Patronus qui contra hoc fecerit penam incurrat ut 
in statuto nauium continetur. Qui marinarii omnes sint 
armati de ferro, et omnia alia arma habeant que in sta- 
tuto nauium continentur, sub pena decem librarum; que 
pena in nostrum comune deueniat. Que arma pro aliquo 
debito eis auferri non possint donec patronis tarretarum 
tenebuntur. 

St. Zen, XX, XXVII, XXVIII. 

[17]. Quod patroni tarretarum possint intromittere 
de bonis marinariorum qui moriuntur. 
c# 25 , Il Mandamus quod si aliquis marinariorum moriretur, 
licitum sit patrono tantum intromittere de bonis ipsius 
que sunt in tarreta, quantum uenit ei pro residuo quod 
debebat seruire tarrete. 

St. Zen. XXI. 

[18]. De balistis quas debent habere tarrete, 
Mandamus quod quelibet tarreta habeat octo balistas 
de cornu, ex quibus due sint da pesarola; et centum qua- 
drellos prò qualibet balista de pesarola; et quadrellos tre- 
centos pro qualibet balista de streuo; et lanzonos trecen- 
tos; et duo arma de ferro pro qualibet [sic] patrono sub 
pena centum librarum nostro comuni soluenda; que pena 
in nostrum comune deueniat. 

St. Zen, XXIX, XXX. 



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Gli statuti marittimi veneziani 319 

[19]. Quod tarrete habeant unam stateram prò qua- 
libet. 

Dicimus quod quelibet tarreta habeat unam stateram 
ut in statuto nauium Hcontinetur. c. 251* 

St. Zen, XXXI. 

[20]. Quod patroni non possuni esse marinarli. 

Uolumus quod nullus patronus tarrete possit esse 
marinarius sue tarrete nisi ut in statuto nauium conti- 
netur. 

St. Zen, XXIII. 

[21]. Quod minores decem et octo annorum non pos- 
sint esse marinarii. 

Dicimus quod nullus minor decem et octo annorum 
possit esse marinarius in aliqua tarreta, et eciam nec mi- 
les, nec peregrinus nec seruiens, sub pena uiginti quin- 
que librarum prò quolibet a patronis soluenda qui con- 
tra hoc marinarios receperint; que pena in nostrum co- 
mune deueniat. Qui patroni cum marinarios acceperint, 
ab eis accipiant sacramentum si minores decem et octo 
annorum fuerint, ut in statuto nauium continetur. 

St. Zen, XXIIII. 

[22]. Qualiter patroni non possunt cambire mari- 
narios. 

Il Dicimus quod patronus aliquem marinarium, quem c. 252 
in uiaticis prò sua tarreta habuerit, cambire non debeat, 
nisi de uoluntate maioris partis mercatorum ipsius tar- 
rete, sub pena dupli marinaricie illius marinarii; et om- 
nes marinarii manifestare teneantur ut in statuto nauium 
continetur. 

St. Zen, XXXV. 



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Nuovo Archivio Vtneto 



[23] Quod patroni non debeant uendere nec alienare 
correda tarretarum. 

Precipimus quod patronus astringi debeat sacramento 
quod non uendet nec uendi faciet, nec alienabit nec alic- 
nari faciet modo aliquo uel ingenio illa correda que in uia- 
tico prò sua tarreta habuerit, ut in statuto nauium con- 
tinetur. 

St. Zen, XXXVII. 

[24]. De sacramento quod patroni debent acipere ma- 
rinariis. 

Inponimus cum patroni tarretarum marinarios prò 
c. 252* sua tarreta acceperint || et concordes cum aliquo eorum 
fuerint, tale a quolibet accipant [sic] sacramentum: 

St. Zen, XXXVIIII. 
Forma dicti sacramenti. 

Juro quod bona fide et sine fraude tarretam, et cor- 
reda tarrete et hauere quod fuerit in ipsa tarreta, cuius 
sum marinarius, custodiam et saluabo. Et in uiatico isto 
non furabor nec furari faciam ultra soldos quinque de- 
nariorum paruorum in ipsa tarreta. Si uero per totum 
istud uiaticum aliquem in ipsa tarreta ultra ualimentum 
quinque soldorum denariorum paruorum sciero defrau- 
dantem, ipsum quam cicius poterò patrono uel patronis 
ac nauclerio, et ad minus quinque de naulizatis, si tot 
fuerint in ipsa tarreta, et si tot non fuerint illis qui ade- 
runt, manifestare non fardabo. Et arma habebo in isto 
c. 253 uiatico ut in statuto de marinali riis continetur. Et si ipsa 
tarreta, quod Deus ^duertat, naufragium pateretur, ad 
recuperandum res et merces et tarretam et correda ipsius 
per dies quindecim permanebo, si mercato res aut patroni 
ipsius tarrete uel maior pars eorum uoluerit; de rebus 
quas recuperauero per centenarium tres habendo. 

St. Zen, XL. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



321 



[25]. Quod patroni astringantur sacramento habere 
correda et guarnimenta et marinarios secundum for- 
mam statuti. 

Dicimus quod quilibet patronus habere teneatur sa- 
cramento omnia correda et guarnimenta sue tarrete, et 
edam marinarios quos secundum formam statuti habere 
tenentur. Que sacramenta ab eo debeant nostri consules 
accipere. 

St. Zen, XXXVI (in fine). 

[26]. Quod quelibet tarreta habeat duos scribanos. 

Decernimus quod quelibet tarreta habeat duos scri- 
ba Il nos ut in statuto nauium continetur, qui scribani c. 253* 
huiusmodi iurare debeant sacramentum: 

St. Zen, XLI. 

[27]. Sacramentum quod facere debent dicti scribani. 

[Conforme in tutto, meno lievissime differenze, al cap. XLII degli 
Statuti Zeno, colla differenza che il nostro sostituisce la parola tarreta, . 
nei casi voluti dal contesto, al navis; e ciò fino alle parole: • quod erit 
in collo suo uel fassio uel balla » indi prosegue]: 

HEt dabo et presentabo scriptum omnium suorum c . , 54 * 
collorum uel fassorum aut ballarum, et omnium aliarum 
rerum suarum sicut scriptum inuenero in meo quaterno, 
si recipere uoluerit, cuilibet marinano uel mercatori. Et 
eciam dari faciam a socio meo infra octauum diem post- 
quam tarreta uelam fecerit Et tarretam ipsam mensurabo, 
et si eam ultra statutum inuenero caricatam, quantum 
plus fuerit caricata consulibus Ueneciarum mensuram pre- 
sentabo infra quintum diem postquam Uenecias intrauero; 
uel si Uenecias non rediero, quam cicius poterò dictis 
consulibus significabo. Si uero requisitus fuero de hiis 
que ad [| meum officium pertinebunt, secundum meam c. 255 
bonam conscienciam ueritatem non tacebo. Item ponde- 
rabo omnia que a patrono et mercatore ad ponderandum 



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Suovo Archivio Veneto 



michi fuerint presentata, presentibus ipsis uel eorum nun- 
ciis prò utraque parte legaliter et bona fide. 

[28]. De fonder adone mercium. 

Preci pimus ut omnes merces que in tarreta aliqua 
caricabuntur de cetero debeant ponderari ut in statuto 
nauium continetur. 

St. Zen, XLIII. 

[29]. De pena qnam incurrunt patroni si aliquid 
ponitur in tarretis postquam sunt mensurate. 

Affirmamus quod postquam tarreta ut dictum est 
fuerit mensurata, si aliquid positum fuerit in eadem, 
patronus ipsius tarrete emendet duplum nostro comuni, 
ut in statuto nauium continetur. 

St. Zen, XLVII. 

[30]. De mercibus quando ponuntur in tarretis. 
c. 255* Il Mandamus quod quilibet mercator et marinarius, 
cum uoluerit conducere merces suas iuxta tarretam, det 
noticiam patrono, et tunc patronus, uel alius prò eo, 
teneatur et debeat recipere merces mercatoris et mari- 
narii, et eas in custodia sua habere, et dare cum ornili 
integritate ut in statuto nauium continetur. Et si damp- 
num aliquod euenerit in eisdem mercibus, nostri con- 
sules in Ueneciis, uel rectores loci illius in quo tarrecta 
fuerit, dampnum illud uidere debeant et extimare, ut in 
statuto nauium continetur. 

St. Zen, L, LI. 

[31]. Quod merces non ponantur super Cooper ta, 
excepto uino, aqua et pane. 

Dicimus quod nulle merces ponantur super cooperta 
tarrete excepto in capsella, sub pena que in statuto na- 
c. 256 uium continetur. Sed concedimus || cuilibet mense portare 



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Gli statuti marittimi veneziani 



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unum bigoncium de uino et unum de aqua, et unum 
saccum de pane super dieta coopérta. 
St. Zen, XLVIII, LVIII e LVIIII. 

[32]. De mercibus que fuerint extracte per pilum. 

Decernimus quod si merces alique extracte fuerint 
de tarreta per pilum, patronus ipsius tarrete emendare 
teneatur ut in statuto nauium continetur. 
St. Zen, LIIII. 

[33]. De cassellis. 

Volumus quod quilibet mercator et marinarius in 
tarreta unam capsellam habere possit ut in statuto nauium 
continetur. 
St. Zen, LV. 

[34]. De mataraciis. 

Dicimus quod quilibet naulizatus et marinarius por- 
tare possit in tarreta unum mataracium ut in statuto 
nauium continetur. 
St. Zen, LVI. 

[35]. De uino, aqua, farina et biscoto portandis in 
tarretis. 

Asserimus quod illi qui uadunt in tarre || tis ultra c . 25 r/ 
mare et ad ommes alias partes, portare debcant prò quo- 
libet uinum et aquam et farinam et biscotum in tarretis 
ut in statuto nauium continetur. 
St. Zen, LVIII, LVIIII. 

[36]. Si plus fuerit positum in tarretis pena dupli 
tollatur. 

Imponimus quod si aliquis plus posuerit in tarreta 
quam ponere debuerit, de ilio plus in tarreta posito 
duplum carius nauli in tarreta naulizati patrono tarrete 
soluere teneatur. 
St. Zen, LX. 



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3 2 4 Nuovo Archivio Veneto 

[37]. Quod licitimi sit patronis tarretarum acci- 
piendi de rebus lignorum quibus esset aqua molata uel 
que esset periculata. 

Mandamus quod postquam tarreta de portu exierit, 
et contingerit ut cum alia tarreta uel alio ligno cui mo- 
lata fuerit aqua, uel que uel quod periculata uel pericu- 
latum fuerit, se iunxerit in aliquo portu uel extra por- 
c. 257- tum, Il liceat patrono eiusdem tarrete et illis qui fuerint 
in ipsa tarreta de rebus illius ligni accipere ad suam uo- 
lumtatem ut in statuto nauium continetur. 
St. Zen, LXVII. 

[38]. Quod patroni tarretarum non accipiant nau- 
ium cum exierint de portu in aliquo loco. 

Affirmamus quod tarreta que exierit de aliquo portu 
et applicuerit in aliquem locum in quo poterit habere 
nauium, quod patronus illius tarrete non accipiat nauium 
aliquod, ut in statuto nauium continetur. 
St. Zen, LXVIII. 

[39]. De uarrea tarretarum. 

Iubemus quod si dampnum aliquod alicui tarrete 
aduenerit, quod Deus aduertat, in arboribus uel antennis 
siue temonibus, dampnum illud in auaria esse non debeat. 
Sed si in aliis corredis dampnum aliquod euenerit, damp- 
num illud sit in comune hauere tarrete, et eciam de 
illa tarreta secundum usum. 

St. Zen, LXXIIII e LXXVI (in fine). 

[40]. De eodem. 

c. 257* Il Iubemus quod si dampnum aliquod alicui tarrete 
aduenerit in corredis ipsius tarrete occasione cazandi 
aliquod lignum, uel quia cazaretur, dampnum illud sit 
in auarea haueris illius tarrete, ut in statuto nauium 
continetur. 

St. Zen, LXXVII. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



[41]. De restitucione facienda si dampnum aduenerit 
patronis tarretarum in quibus fuerint peregrini. 

Volumus quod si aliquod dampnum alicui tarrete 
aduenerit, mercatoribus naulizate, in qua peregrini exi- 
stent, in suis corredis, fiat restitucio ipsius dampni 
secundum quod uenerit prò racione tocius quantitatis 
peregrinorum et mercatorum, ut in statuto nauium con- 
tinetur. 

St. Zen, LXXVIII. 

[42]. De marinariis retinendis si relinquerint tar- 
retas. 

Mandamus quod si aliquis marinarius contra pactum 
conuen || cionis uoluerit relinquere tarretam, licitum sit c. 258. 
patrono ipsum marinarium retinere ut in statuto nauium 
continetur. 

St. Zen, LXXX. 

[43]. De penna quarti ihcurrunt patroni si non 
faciunt paccamentum marinariis. 

Ordinamus quod si patroni ad statutum terminum 
marinariis non fecerint paccamentum, et tunc in antea 
teneantur patroni ipsum paccamentum in duplum ma- 
rinariis restaurare. 

St. Zen, LXXXI. 

[44]. De larretis que ex pacio ybernare debent. 

Statuimus quod tarreta naulizata transmeare ad par- 
tes Romanie, uel ultra mare uel ad alias partes, que ex pacto 
cum marinariis ybernare tenetur ibidem, et huc reuerti; 
et aliquid iungi debuerit tarrete et marinariis prò yber- 
nare, et aduenerit quod ipsa tarreta, eundo ad alias 
partes de comuni uoluntate, debeat ybernare; uolumus|| c. 258* 
quod in ilio loco in quo (a) taliter ybernauerit ipsa tarreta, 

(a) in quo agg. in margine. 



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totum illud iungatur marinariis et patrono quod ex pacto 
stabilitum fuit iungi eis, ut in statuto nauium continetur. 

St. Zen, LXXXII [1]. 
[45]. De eodem. 

Uolumus quod tarreta naulizata ad aliquas partes 
huius mundio ita ut in ilio loco debeat esse scapula, et 
aduenerit quod ipsa ad alias partes, eundo uel redeundo 
uiatico, de uoluntate mercatorum et marinariorum uel 
maioris partis eorumdem, debeat ybernare, dicimus quod 
quarta pars tocius precii debeat iungi patronis a nauli- 
zatis, et patroni quartam partem marinaricie prò yber- 
nare marinariis iungere teneantur, ut in statuto nauium 
continetur. 

St. Zen, LXXXII [2]. 

[46]. De pignore dando iudicibus prò discordiis et 
diferenciis. 

c. 259 Mandamus de tarretis que completo uia || tico suo 
ad portum applicuerint, et alique discordie uel differencie 
fuerint inter euntes in eisdem tarretis, infra quintum diem 
postquam applicuerint debeant dare pignus iudici uel 
iudicibus super hoc ordinato uel ordinatis ad diffinien- 
dum ipsam racionem, ut in statuto nauium continetur. 

St. Zen, LXXXIII. 

[47]. De illis qui essent rebelles ad dandum pignus^ 
uel quod non dareni pignus sufficiens. 

Decernimus quod si aliquis rebellis fuerit tam in non 
dando pignus, quam in dando pignus insufficiens secun- 
dum arbitrium iudicis uel iudicum, ex tunc in antea liceat 
querenti racionem tantum intromittere de bonis quesiti 
que sunt in tarreta, ut de ipsis differenciis atque discor- 
diis ualeat esse securus. Si autem bona eius non fuerint 
e 259* in tarreta, ipsi iudices debeant auferre tantum || ex bonis 



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Gli statuti marittimi veneziani 



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eius, ubicumque fuerint, quantum eis bonum super hoc 
apparuerit: et propter hoc non remaneat quod tarreta 
non discaricetur. 

St. Zen, LXXXVIIII. 

[48]. De termino ad quem patroni debent discaricare 
tarretas. 

Uolumus quod si patroni tarretarum ad terminum 
eis inpositum tarretas non discaricarent, tunc iudices 
possint eis penam et penas imponere et auferre, ut in 
statuto nauium continetur. 
St. Zen, LXXXV. 

[49]. Si discordie fuerint inter patronos et mercato- 
res postquam tarrete fuerint discaricate. 

Precipimus quod postquam tarreta fuerit discaricata, 
si alique discordie inter mercatores et patronos fuerint 
orte, et pignus prò illis discordiis non fuerit datum iu- 
dicibus, si infra unum mensem non pecietur racio a pre- 
dictis, ex tunc in antea nulla questio ua || leat inde mo- c. 260 
ueri, saluis questionibus quas debent nostri consules dif- 
finire. 

St. Zen, L, XXXIII. 

[50]. Quantum stare debent marinarli cum patroniset 
mercatoribus tarretarum que fuerint passe naufragium. 

Statuimus quod marinarii tarrete naufragium pa- 
cientis cum patronis et mercatoribus ipsius tarrete per 
quindecim dies postquam passa fuerit naufragium stare 
et moram facere teneantur, ut in statuto nauium conti- 
netur. 

St. Zen, XCII. 

[51]. Quod omnes conuenciones sint firme que fue- 
rint inter patronos et nauli\atos et alios de tarretis. 

Precipimus ut omnes conuenciones que facte fuerint 



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inter patronos et naulizatos ac sorterios et marinarios 
tarretarum, uel inter omnes alias personas in eisdem tar- 
260* retis existentes, firme et stabiles debeant permanere || sài- 
uis omnibus nostris ordinamentis uel statutis, que inte- 
graliter obseruentur. 
St. Zen, XCVII. 

[52]. Quod aduocatores comunis placcare debeant 
illos qui iuerint contro, statuto. 

Iniungimus quod in Ueneciis aduocatores comunis 
ab illis hominibus qui iuerint contra nostra statuta tol- 
lere debeant et placitare ea omnia in quibus ipsi ceci- 
derint, ut in statuto nauium continetur. 
St. Zen, XCVIII. 

[53]. De tarretis extimandis que Jient extra Uenecias, 
et non uendendis foresteriis. 

Mandamus quod si aliquis uenetus faceret fieri tar- 
retam in terris in quibus rector prò nobis extiterit, re- 
ctor illius loci tarretam secundum ordinem nostri statuti 
de tarretis debeat extimare, dando ei ordinem illum quem 
261 habent tarrete uenetorum secundum |j formam statuti. Si 
uero fieri faceret tarretam in terris in quibus rector prò 
nobis et comuni Ueneciarum non fuerit, cum peruenerit 
ad loca in quibus rector prò nobis extiterit, rector illius 
loci tarretam illam secundum tenorem nostri statuti de 
tarretis debeat extimare, dando ei ordinem quem alie 
tarrete uenetorum habent secundum formam statuti. Or- 
dinantes quod tarretam illam uendere non debent alicui 
forensi ut in statuto nauium continetur. 
St. Zen, CI. 

[54]. De carico et imbolio ponendis in tarretis sicut 
continetur in statuto nauium. 

Uolumus quod caricum et imbolium ponantur in 
tarretis ut in statuto nauium continetur. 
St. Zen, CU e segg. fino al CXI inclusive. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



[55]. Capitulum generale de penis tollendis patronis, 
tam illis quorum sunt tarrete, quam illis quibus sunt 
cotti misse. 

Il Conforme in tutto, trattene lievi differenze di grafia, al cap. CXVI c . 261* 
dello Statuto Zen. 

[56]. || De potestate quam habet dominus dux et con- c. 262 
scilium minus et maius declarandi obscuritates essent in 
predictis statutis. 

Conforme in tutto al cap. CXVII dello Statuto Zen. 



Notabene: Lo statuto A (12 marzo 1227) del doge P. Ziani qui 
pubblicato in capo alle altre leggi, fu pure edito, diligentemente col- 
lazionato suir originale, nella Storia di Venezia nella vita privata di 
P. Molmenti (1880). 



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33o 



Nuovo Archivio Veneto 



APPENDICE 



A 

Statuti delle navi secondo il Capitolare 
della Corte dell* Esaminador 

(carte 41-46). 

Statuto Jfauium 

Incipit prologus statutorum nauium. 

In nomine Dei, amen. Hec [sunt] statuta et ordina- 
menta super nauibus et alliis lignis, que de mandato domini 
Raynerii Geno Dei gratia incliti ducis Ueneciarum refor- 
mata et facta et composita fuerunt per nobiles uiros Nico- 
laum Quirino, Petrum Baduario et Marinum Dandulo, et 
per ipsum dominum ducem et suum Conscilium minus et 
maius et quadraginta laudata et approbata et postmodum 
in contione publica per colaudationem populi Ueneciarum 
confirmata anno Domini M. 0 CC.°LV.°, indictione XIIJ, 
die VJ intrante mense augusti, in ecclesia beati Marci. 

Incipiunt capitula. statutorum nauium, 

[Qui sono trascritti, nell' ordine in cui stanno nel libro i ti- 
toli dei singoli capitoli]. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



33» 



Incipit stalutus nauium. 

I. Qualiter patroni debeant naues darecon\atas (a). 

Corrisponde al cap. I, degli St. Zen, cod. A. e Q. 

(a) In margine, ed in cifre arabiche, stanno accanto 
ai singoli articoli numeri in parte corrispondenti 
a quelli del codice Quiriniano, in parte no; ciò fa 
credere all' esistenza di codici diversamente nume- 
rati. — I numeri progressivi nel nostro Capitolare 
sono posti in fine dei rispettivi titoli. 

IL Quod expense que fiunt prò nauibus extraen- 
dis extra portum Ueneciarum fiant per pa- 
tronos. 

Corr. al cap. XVIIII A e XXVII Q. 

III. Quod licitum est patrono, si aliquis marina- 
riorum moritur, intromittere de bonis suis. 

Corr. al cap. XXI A e XXIX Q. 

UH. De illis qui marinarii esse non debent. 
Corr. al cap. XXI1II A e XXXII Q. 

V. Qualiter arma non debet [auferri] nauclerijs et 
marinarijs. 

Corr. al cap. XXVIII A e XXXVI Q. 

VI. Qualiter patronus in nani debet morari. 
Corr. al cap. XXXIII A e XLIV Q 

VII. Qualiter nauclerij et marinari] tenentur esse 
in nauibus. 

Corr. al cap. XXX1III A e XLV Q. 

Vili. Forma sacramenti quod facere debent scribani. 

Corr. al cap. XLI1 A e LUI Q. 

[Postilla in margine] : Nunc istud capitulum tenentur 
scribani habere in scriptis, et scribere omnia pac- 



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332 Nuovo Archivio Veneto 



ta patronorum et mercatorum in pena librarum 
XXV per cor. [per correctionem) (a). 

Villi. Qualiter merces debeni ponderari. 
Corr. al cap. XLIII A e LIV Q. 

X. Quod post mensurationem nauium aliquid non 
ponatur in eisdem. 
Corr. al cap. XLV1I A e LVIII Q. 

XI. De rebus que possunt poni inter duas cohoper- 
tas et in cohoperta superiori. 

Corr. al cap. XLVIII A e LIX Q. 

XII. Quod notum fiat patronis quando merces con- 
ducuntur ad nauem, et qualiter tenentur ca- 
ricare et descaricare. 
Corr. al cap. L A e LXI Q. 

XIII. Qualiter merces in patronorum custodia de- 
beant permanere. 

Corr. al cap. LI A e LXII Q. 

XIIIl. Qualiter patroni notum facere debeant merca- 
toribus quando discaricare uoluerint. 

Corr. al cap. LII e LXIII Q. 

XV. Qualiter ratio fieri debeat de mercibus que per 
aquam uastatur [sic]. 

Corr. al cap. LUI A e LXIV Q. 

XVI. Quantum naues debent karicari supra crucem. 
Corr. al cap. LXI e LXXII Q. 



(a) Qui si allude alle correzioni agli Statuti decretate dal doge 
Francesco Dandolo, pure riportate nel Capitolare, e ai numeri (ove sono 
riferiti) che i singoli articoli dello stesso recano in margine. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



333 



XVII. Quod licet recipere de rebus aliorum lignorum 

cuifuerit aqua molata. 

Coir, al cap. LXVI1 A e LXXVII Q. 

XVIII. De V qui preesse deberit ad naues regendas. 

Corr. al cap. LXXIH A e LXXXVIII Q. 

XVIIII. De uare [a] de arboribus et antenìs siue temo* 
nibus nauium. 

Corr. al cap. LXXIV A e LXXXXIX Q. 

XX. De reparatione damni dictorum coredorum. 
Corr. al cap. LXXV A e CX Q. 

XXI. Si questio esset in reparatione dictorum core- 
dorum inter patronos et mercatores. 

Corr. al cap. LXXVI A e XCI Q. 

XXII. Qualiter fieri debe[t] si damnum euenerit in 
coredis natii nauli\ate peregrinisi 

Corr. al cap. LXXVIIII A e XCIV Q. 

XXIII. De marinariis qui contra pactum conuentionis 
naues et Ugna relinquerint. 

Corr. al cap. LXXX A e LXXXIV Q. 

[Postilla in margine] : Et datur nunc persona ipsorum 
in carcere per cor. [correctionem], 

[E al secondo periodo]: meir [medietatem] penarum 
quas incurrunt marinarli ueniunt in patronos per 
cor. 52 F. D. [correctionem 52 Francisci Dandulì). 

XXIIII. De termino ad quod patroni debent facere pac- 
camentum marinariis. 

Corr. al cap. LXXX1 A e LXXXV Q. 

XXV [1]. Quod tam iungi debeat occaxione ybernandi. 
Corr. al cap. LXXXU [1) A e LXXXVI Q. 

22 



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334 Nuovo Archivio Veneto 

XXV [a]. Capitulum de eodem. 

Coir, ai cap. LXXXIt [2] A e LXXXVII Q. 

XXVI. De pignore dando iudicibus prò discordiis. 

Corr. al cap. LXXXIII A e XGV Q. 

[Postilla in margine]: Nunc non est necesse presentare 
pignus aliquod, et ratio potest exigi infra XXX dies 
per correctionem 48 Frane. Dand. 

XXVII. De pena aufferenda prò carico posito inter duas 

coopertas. 

Corr. al cap. LXXXVII A e XCIX Q. 

XXVIII. De pena prò mercimoniis positis supra coho- 
pertis. 

Corr. al cap. LXXXVII I A e C Q. 

XXVIIII. Quantum marinarti nauium naufragium pa- 
tientium cum patronis stare debent ad re- 
cuperandum res. 

Corr. al cap. XCII A e GIV Q. 

XXX. De damnis que euenerint causa liberacionis [sic, 

recte libacionis], 
Corr. al cap. XGV A e CVII Q. 

[Postilla in marg.]: Sed de mercibus non scriptis in 
quaterno, perditis uel derobatis, non fit uarea, que 
tamen tenentur ad uaream aliarum rerum per corr. 
45 F. D. 

XXXI. De damnis que euenerint causa robarie. 

Corr. al cap. XGVI A e CVIII Q. 

[Post, in marg.]: In questionibus uaree debet esse pre- 
sentem maiorem et saniorem partem tam in-per- 
sonis tam etiam in habere; in hiis habent iudices (?) 
plenam iustitiam per cor. 50 — debet etiam ter- 
minari de lignis a CC milliariis infra per corr. 
49 F. D. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



335 



XXXII. De conuentionibus factis inter patronos et nau- 
li\atos. 

Coir, al cap. XCVII A e CIX Q. 

[Post, in marg.]: Tenentur etiam iudices marinariis 
non obseruantibus alias penas imponere et ipsos 
dare prò cadutis illis de nocte per coir. 

XXXIII. Hec sunt merces que poni debent prò saorna. 
Coir, al cap. GII! A e CXV Q. 

XXXIIII. De coriis sicis qualiter poni debeant. 
Corr. al cap. CX A e CXXII Q. 

XXXV. De mercibus non specificatis qualiter poni debent. 
Corr. al cap. CXI A e CXXIII Q. 

XXXVI. Qualiter merces accipere possunt prò expensis 
ex denari] s quos habent. XXXVI. 

Corr. al, cap. CXII A e CXXIV Q. 

XXXVII. De potestate quam habet dominus dux et Con- 
silium minus et rnaius declarandi obscuri- 
tates que in predictis essent. 

Corr. al cap. CXVII A e CXXIX Q. 
[Qui segue'] : 

Nota quod quemadmodum dictum est de nauibus, sic 
suo modo intelligendum est de taretis. 

Item nota quod hec nauium statuta sunt deflorata 
de multituJine statutorum nauium, nam hec sola 
sunt oportuna èt fere alij non utuntur. 

[E poscia aggiunto]: 

De pena quam soluere tenentur qui plus posuerint in 
nauibus et alijs lignis de eo quod debent. 

Corr. al cap. LX A e LXXf. 



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\ 

336 Nuovo Archivio Veneto 



B. 

Decreto del Maggior Consiglio per la collezione 
delle leggi sulla navigazione. 

MCCCIJ. Die XVIIIJ Ianuarii, prime indici ionis (i). 

Capta fuit pars in Consilio Rogatorum et Quadra- 
ginta quod debeant colligi in unum omnia statuta, ordi- 
nes et Consilia que spectant ad nauilia, ad modum na- 
uigandi et ad mercadantiam. Et de ipsis fieri duo libri 
per se, quorum unus stare debeat in Curia maiori (2), 
alter ad cameram prouisorum in Riuoalto. Et debeant 
ipsa statuta, ordines et Consilia legi omni festo sancti 
Michaelis in scalis Riuoalti et in platea sancti Marci, ad 
hoc ut omnes ea sciant, et ut nullus contrafaciens possit 
se excusare quod ea ignorauerit. Et omnes alii ordines 
qui de cetero fierent ponantur in dictis libris. Et si aliqui 
reuocarentur debeant cancellari in ipsis libris. Etcommit- 
tatur prouisoribus quod debeant inquirere si aliquis fa- 
ceret de cetero contra ipsos ordines; et illi qui fecissent 
hactenus remaneant in statu in quo nunc sunt; et si 
inuenient aliquem contrafacientem cadat in pena libra- 
rum XXV prò centenario ; et ipsi prouisores et duo 
ipsorum possit [sic] contrafacienti precipere quod soluant 
[sic] dictam penam. Et si duo ipsorum essent concordes 
de absoluere aliquem, possint ipsum absoluere ; saluo si 
alius socius, qui noilet ipsum absoluere, uellet venire ad 
aliquod consilium prò placitare illum quem sotii sui 



(1) A stile veneto, cioè 1303. 

(2) Cancelleria ducale. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



337 



uellent absoluere, possit venire ad quod consilium uo- 
luerit, et ipsum placitare- Et ad hoc ut pene bene- exi- 
gantur a contrafacientibus, dominus dux et consiliarii 
et Domini de nocte (i) debeant eis dare illum fauorem 
quem ipsi tenentur dare Cataueris (2). Et illi qui accu- 
sarent predictis prouisoribus illos qui facerent contra 
predictos ordines, taliter quod per eorum accusationem 
ueritas inueniatur, habeant quartum pene, in qua caderent 
illi quos accusabunt, a libris C infra. Et si illi quos ipsi ac- 
cusarent condempnarentur a libris centum supra, habeant 
soldos ij prò libra de eo quod condempnarentur plus 
C libris. Et teneantur ipsi accusatores de credentia. Et 
propter istum laborem qui additur istis prouisoribus, 
habeant, a die qua habuerint ipsos ordines ad cameram 
suam in antea, soldos XL grossorum de salario in anno 
prò quolibet ultra id quod nunc habent. Et ut melius 
faciant officium, dominus dux et consiliarii teneatur, 
quando dicti prouisores complerent officium, ponere eos 
ad unum ad unum in Consilio Rogatorum et Quadra- 
ginta, si videtur quod bene fecerint officium et quod sint 
confirmandi per unum aliam annum uel non. Et dicti 
prouisores teneantur, quando aliquis peteret in scriptis 
aliquos dictorum ordinum, ipsos facere eis dari. 

Et si Consilium etc. [cioè: est contra, sit reuocatum 
quantum in hoc]. 

M. C. Deliberazioni, Magnus, c. 40. 



(1) Signori di notte (magistrato). 

(2) Ufficiali al Cattaver. 



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33« 



Nuovo Archivio Veneto 



c. 



c. 169 



C. 169* 



Indice degli Statuti di Rainieri Zeno 
secondo il codice dell'Archivio di Stato (a). 

III. Qunliter patroni debent naues et alia ligna dare conzatas. 
II. Qualiter naues et alia ligna debent palmizari. 
III. Qualiter naues et alia ligna debeant saornari, et qui ipsas 

naues et ligna saornare tenentur. 
UH. Qualiter iurare debent i Ili qui saornabunt naues et alia li- 
gna de saornandis ipsis legaliter et bona fide. 
V. Postquam naues et alia ligna fuerint saornata nihil de il la 

saorna de ipsis nauibus et lignis extrahant. 
VI. Qualiter et quantum possit saorna de nauibus et aliis lignis 
extrahi, si ferrum uel plumbum, stagnum uel raraum 
non laboratum positum in eisdem fuerit prò saorna. 
VII. Qualiter naues et alia ligna debent ornari de arboribus et 

a n tennis, et antennisti de dolono et temonibus. 
Vili. Quot anchoras et alia correda naues et alia ligna habere 
debeant. 

Villi. De longitudine canauorum quos naues et alia ligna tenen- 
tur habere. 

X. Qualiter naues et alia ligna de trecentis milliariis usque ad 

sexcenta ornari debent in uelis. 

XI. Qualiter naues et alia ligna de sexcentis milliariis et inde 

supra ornari debent in uelis. 
XII. Qualiter arbores et antenne cuiuslibet nauis et aliorum li- 

gnorum ornari debent de sarcis. 
XIII. De mantis nouis quos naues et alia ligna tenentur habere 
superfluos. 

XIIII. De pena quam incurrunt patroni si defectus est in corredis 
et ornamentis nauium et aliorum lignorum. 
XV. Quod naues et alia ligna de ducentis milliariis et inde su- 
pra habere non debeant || mantos reparatos. 



(a) Crediamo utile porre qui questo indice degli St. Zeno da noi 
>resi per testo principale; il prospetto seguente servirà per trovare i ca- 
rtoli corrispondenti delle altre leggi. 




Gli statuti marittimi veneziani 



339 



XVI. Quod naues et alia Ugna de ducentis mill. et inde supra cum 
exiuerint de Ueneciis sint guarnite de omnibus suis corredis. 
XVII. Quod brulla, stuppa et acuti sint in expensis patronorum 

nauium et aliorum lignorum. 
XVIII. De locis in quibus fieri possunt camere per patronos in na- 

uibus et aliis lignìs. 
XVIIII. Quod expense que fiunt prò nauibus et aliis lignis cooper- 
tis extrahendis de portu Ueneciarum fieri debeant per 
patronos. 

XX. Quot marinarios habere debent naues et alia Ugna. 
XXI. Qualiter licitum est patrono, si aUquis marinariorum mori- 

retur, intromittere de bonis ipsius. 
XXII. De trombatoribus et tubis et trombetis, Umburlis et tym- 
panis, quas et quos naues et alia Ugna de quadringentis 
mill. et inde supra habere tenentur, que iuerint extra 
Culfum. 

Il XXIII. De patronis qualiter possunt esse marinarii in suis nauibus Ct l y Q * 

et aliis lignis. 
XXIIII. De illis qui marinarii esse non debeat. 

XXV. De sacramento accipiendo marinariis per patronos. 

XXVI. De illis qui marinariciam defenderint. 
XXVII. De armis que marinarii habere tenentur. 

XXVIII. Qualiter arma non debent auferri naucleriis et marinariis. 
XXVIIII. De armis que naues et alia Ugna habere tenentur. 

XXX. De pena quam incurrunt patroni si defectum fuerit in ar- 
mis supradictis. 

XXXI. Quod patroni nauium et aliorum lignorum de ducentis mìl- 

liariis et inde supra habere debeant unam stateram. 
XXXII. Qualiter patroni in nauibus et aliis lignis esse et morari 
tenentur. 

XXXIII. Qualiter unus solus patronus tenetur esse et morari in naue 

et alio Ugno, et qualiter || de ipsis exire pote^t. c 
XXXIIII. Qualiter marinarii et nauclerii tenentur intrare et esse in 
nauibus et aliis lignis. 
XXXV. Qualiter patroni, marinarios cambire non debent. 
XXXVI. Qualiter aliquis, nisi qui nauem uel alliud lignum iuraue- 
rit naulizare non debet, et qualiter qui iurauerit maga- 
gnas coredorum manifestare tenentur [sic], 

XXXVII. Qualiter patroni debent constringi sacramento de non uen- 

dendis corredis et sarciis nauium et aliorum lignorum. 

XXXVIII. Quod patroni astringantur sacramento non ponendi aliquid 

super cruces quod possit facere impedimentum ad men- 
suracionem nauium et aliorum lignorum. 



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34o 



Nuovo Archivio Veneto 



XXXVIIII. Quando patroni debent accipere sacramentum marinarijs. 
XL. Forma sacramenti quod marinari! facere debent. 
XLI. Quod naues et alia ligna de ducentis milliariis et inde supra 
71* habere debeant duos scribanos II et per quos ipsi scriba ni 

constitui debent. 
XLII. Forma sacramenti quod facere debent scribani. 
XLIII. Qualiter merces debeant ponderari. 

XLI III. Qualiter consules ire tenentur extra portum ad mensuran- 
dum naues et alia ligna. 
XLV. Similiter qualiter rectores extra Uenecias ire tenentur ad 

mensurandum naues et alia ligna. 
XLVI. Qualiter naues et alia ligna extimari debeant si mensuraie 
non poterunt. 

XLVII. Quod post mensuracionem et extimacionem nauium et alio- 
rum lignorum aliquid non debeat poni in eisdem. 
XLVIII. De rebus que poni possunt inter duas coopertas et super 

cooperta superiori. 
XLVIIII. Qualiter uictualia poni possunt inter duas coopertas. 

L. Quod mercatores et marinarli notum faciant patronis quando 
merces ad naues conduxerint, et qualiter patroni eas ca- 
ricare et discaricare tenentur. 
172 H LI. Qualiter merces in custodia patronorum debeant perma- 

nere. 

LII. Qualiter patroni notum facere debent mercatoribus quando 
naues discaricari debebunt. 
LUI. Qualiter restauracio fieri debet de mercibus que per aqua 
uastarentur. 

LIMI. Quantum patroni soluere tenentur prò mercibus que per 
pilum extrahentur. 
LV. De cassellis portanJis in nauibus et aiiis lignis. 
LVI. De mataraciis portandis in nauibus et aliis lignis. 
LVII. De lignis que possunt portari prò foco. 
LVIII. De vino et acqua portandis. 
LVIIII. De farina et biscoto portandis. 

LX. De pena quam soluere tenentur qui plus posuerint in na- 
uibus et aliis lignis de eo quod debent. 
LXI. Qualiter et quantum naues et alia ligna caricari debeant 
supra crucem. 

LXII. Qualiter caricari possunt naues et alia ligna peregrinis nau- 
lizate. 

72* 11 LXIII. Qualiter naues et alia ligna caricari debent uictualibus et 
sale per Culfum. 

LXIIII. Qualiter et quantum naues et alia ligna que nauigauerint 



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Gli statuti marittimi veneziani 



34' 



infra Culfum et caricauerint de mercationibus caricari 
possunt. 

LXV. Qualiter et quantum naues et alia ligna caricate de uictua- 
libus ad eundum extra Culfum caricari possunt. 
LXVI. Qualiter n.iues que caricabuntur de ualania caricari possunt. 
LXVII. Qualiter licitum est patronis recipere de rebus nauium et 
aliorum lignorum quibus aqua fuerit molata uel que pe- 
riculata fuerint. 

LXVIII. Qualiter naues et alia ligna cum exiuerint de aliquo portu 

nauium accipere possint. 
LX Villi. De glaua dimittenda in nauibus et aliis lignis que exiuerint 

extra Culfum. 

LXX. Quod naues et alia ligna que caricabuntur in Alexandria 
et ab Alexandria usque Siciliam nullam mercem habeant 
inter duas coopertas. 
Il LXXI. De glaua dimittenda in nauibus et aliis lignis. c . 
LXXII. Item de glaua dimittenda. 
LXXI II. De quinque qui preesse debent in nauibus et aliis lignis ad 
ipsas regendas. 

LXXIIII. De uarrea de arboribus et antennis, siue temonibus nauium 
et aliorum lignorum. 
LXXV. De reparacione facienda de dampno, si quod euenerit, in pre- 
dictis corredis. 

LXXVI. Qualiter fieri debet si predicta correda taliter uastarentur 
quod reparari non possent, et questiones inde orirentur 
inter patronos et mercatores. 
LXXVII. Qualiter fieri debeat si dampnum euenerit in corredis na- 
uium et aliorum lignorum occasione cazandi uel quòd 
cazaretur ab aliis lignis. 
LXXVIII. Qualiter fieri debeat si dampnum euenerit in corredis na- 
uium et aliorum lignorum que fuerint naulizate peregrinis. 
LXXVIIII. Qualiter fieri debeat si dampnum euenerit in corredis na- 
uium uel aliorum lignorum que II naulizate fuerint merca- c. 173* 
toribus, in quibus fuerint peregrini. 
LXXX. De marinariis qui contra pactum conuencionis naues et alia 

ligna relinquerint. 
LXXXI. De termino ad quem patroni debent facere paccamentum 
marinariis. 

LXXXII. Quantum iungi debeat patronis et marinariis occasione yber- 
nandi. 

LXXXIII. De pignoro dando iudicibus prò discordiis et difFerenciis. 
LXXXII II. Qualiter obseruari debet si aliquis rebellis fuerit in dicto 
pignore dando. 



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342 



TVwovo Archivio Veneto 



LXXXV. Quod iudices possint penam et penas imponere et auferre 
patronis si non discarica uerint ad terminum eis impo- 
situm. 

LXXXVI. Quod iudices eligantur in Ueneciis prò istis statutis ser- 
uandis. 

LXXXVII. De pena auferenda prò carico posito inter duas coopertas. 
c. 174 LXXXVIII. De pena auferenda prò mercimoniis positis jj super coopertis. 
LXXXVIHI. De glaua ingombrata contra tenorem statuti. 

XC. De nauibus et aliis lignis euntibus ultra marinas partes uel 

ad alias partes causa disfaciendi ibidem. 
XCI. De nauibus et aliis lignis euntibus ad aliquem locum prò 

ybernare in quibus non fuerint mercatores. 
XCII. Quantum marinarii nauium et aliorum lignorum que nau- 
fragium pacientur cum patronis et mercatoribus stare de- 
bent ad recuperandum res et merces ipsarum nauium et 
lignorum. 

XCIII. Quod cooperta inferior nauium et aliorum lignorum de du- 
centis milliariis et inde supra leuari non possit postquam 
ipse naues et Ugna complete fuerint. 
XCIIII. Qualiter non debet fieri guaita per seruientes in nauibus 
et aliis lignis. 
XGV. De dampnis que euenepint causa libacionis. 
XCVI. De dampnis que euenerint causa robarie. 
c. 174* Il XCVII. De conuencionibus factis inter patroaos et naulizatos et alios 
de nauibus et lignis. 
XCVI II. De aduocatoribus qualiter placitare debent et auferre penas 

ab hiis qui iuerint contra nostra statuta. 
XCVIIII. De termino ad quem paccamentum fieri debet patronis et 
marinariis. 

C. De termino statuto de nauibus et aliis lignis extrahendis 
extra portum. 

CI. Qualiter naues et alia Ugna que facte fuerint extra Uene- 

cias extimari debent. 
CU. Qualiter naues et alia ligna computari debent ad carican- 

dum in kantariis. 
CHI. Hee merces sunt que poni debent prò saorna. 
CIIII. Hee sunt merces de quibus tantum debet poni prò saorna 
quantum uidebitur illis qui nauem uel aliud lignum saor- 
nabunt. 

c> II CV. De mercibus que poni debent prò carico. 

CVI De mercibus quibus poni debent tres de carico prò quattuor 
de carico. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



343 



CVII. De mercibus quibus poni debent duo milliaria de carico prò- 
tribus de carico. 

CVIII. De mercibus.que ponuntur in caricum tria kantaria prò duo- 
bus kantariis imbolii. 
CVIIII. De mercibus que ponuntur prò imbolio. 
CX. De coris siccis qualiter poni debent. 
.CXL De mercibus non specifìcatis qualiter poni debent. 
CXII. Quantum mercatores accipere possunt prò expensis ex de- 
nariis quos habent ad portandum extra Uenecias ad mer- 
catum. 

CXI II. De banderiis quas mercatores ha bere et portare tenenur. 
CXIIII. Capitulum de bertreschis. 

CXV. Capitulum super peregrinis. 
I|CXVI. Capitulum generale de penis tollendis patronis, tam illis c. 175* 

quorum sunt naues quam illis quibus sunt commisse. 
CXVII. De potestate quam habent dominus dux et consilium minus 
et maius declarandi obscuritates que essent in predictis 
statutis. 



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344 



Nuovo Archivio Veneto 



D. 

Corrispondenza dei capitoli negli Statuti 
qui pubblicati (i) 



Statuti Zeno 


Statuti 
Tiepolo 


Stat. delle 
Tarrete 


Capitolare 
Corte Esa- 
mina nn p 

1*11 PIA JLJVJ R 


Codice A 


Codice Q 


I 




I 


A, i 


3 


T 
1 


II 




H 


» 2 


4 




III 




III 


» 3 






UH 




IV 




— 




V 




V 




— 




VI 




VI 




— 




VII 




VII 


A A 

A, 4 


5 




vili (0 




Vili 


Q 

» O 


7,8 




» 


2 




IX 


» 9 


9,10 




» 1 


3, 




X 


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1 1 




» 1 


4 




XI 


» 1 1 






» 1 


3 




XII 


» 12 






» I 


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XIII 


» 1 5 






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XIV 


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XXVII 


7 




II 


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XXVIII 


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16 




XXI 




XXIX 




17 


III 



(1) Servirà anche a rettificare qualche inesattezza incorsa nel testo. 



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Gli statuti marittimi venefiani 



345 



Statuti Zeno 


Statuti 

TlE POLO 


stat. delle 
Tarrete 


Capitolare 
Corte Esa- 

MINADOR 


Codice A 


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XXII 


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XXXIII 




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XXVI 


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30 


XIII 


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LXIII 






XIIII 


LUI 


LXIV 






XV 



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346 



Nuovo Archivio Veneto 



Statuti Zeno 


Statuti 
Tiepolo 


Stat. delle 
Tarrete 


Capitolare 
Corte Esa- 

MINADOR 


Codice A 


Codice Q 


liiii 


LXV 






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LV 


LXVI 


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30 


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LXV 


LXXVI 


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23 








LXVI 


LXXVII 


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24 








LXVII 


LXXVIII 


» 


25 


37 


XVII 


LXVIII 


LXXIX 


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20 


38 





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LXXX 


» 


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LXX 


LXXXI 




27 








LXXI 


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LXXII 


LXXXIII 


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LXXIII 


LXXXVIII 






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LXXIIII 


LXXXIX 


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LXXXVI 


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LXXXVII 


XCIX 




48 




XXVII 



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Gli statuti marittimi veneziani 



347 



Statuti Zeno 



Codice A 



Codice Q 



Statuti 
Tiepolo 



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Q « 



Capitolare 
Corte Esa 

MINADOR 



LXXXVIII 
LXXXVIIII 
XC 
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XCIIII 

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CXXIX 



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55 
56 



XXVIII 



XXVIII 



XXX 
XXXI 
XXXII 



XXXIII 



XXXIIII 
XXXV 



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34» 



Nuovo Archivio Veneto 



GLOSSARIO 



dei vocaboli tecnici usati nelle leggi qui riprodotte (a). 
Acuti — chiodi. 

Armoniacum — radice derivante dalla Siria, secondo Pli- 
nio che la chiama artnon. Come anche additerebbe 
l'etimologia del vocabolo, la derivazione sarebbe, se- 
condo altri invece 'dall' Armenia, e si tratterebbe 
della così detta gomma ammoniaca usata in medi- 
cina (tale è l'opinione che gentilmente rrii ha favorito 
il chiariss. naturalista prof. E. De Toni). 

ArtimofonisJ — vela minore della nave (voc. della Cru- 
sca) «chi terzarolo ed artimon rintoppa)» Dante, 
Inf.s 21, 15. 

Auri pigmentum — orpimento (solfuro di arsenico). 
Aurisium — riso (dal latino ory\a). Il chiar. prof. De 
Toni mi ricorda che nel Veneto il riso durante il M. 



(a) U interpretazione fu desunta per più vocaboli dalla recente 
opera del Guglielmotti : Vocabolario marino e militare. Si si giovò 
anche delle note del Pardessus nelle sue « Lois maritimes », e si attinse 
pure direttamente alle fonti citate da questi due autori e ad alcune altre 
in ispecie all' Heyd, Histoire du commerce du Levant au moyen àge, 
Leipzig, 1886. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



349 



E. fu merce cT importazione, essendosi incominciato 
solo nel sec. XVI a coltivarlo. 

Bacharanus — drappi provenienti dall' Armenia e dalla 
Persia, voce derivata dalla città di Bochara; è incerto 
se fossero di lino o di cotone (Heyd, op. cit. pag. 703). 

Barachamum — stoffa di bambagia da far tende a coprir 
barche (V. Fanfani). 

Barcha — palischermo maggiore portato da ogni basti- 
mento. 

Bearne — pelle di montone (v. Ducange). 

Bertesca — (v. della Crusca) « specie di riparo da guerra 
che si fa in su torri, mettendo tra F un merlo e 
F altro una cateratta adattata in su due perni in 
maniera che si possa alzare e abbassare secondo il 
bisogno dei combattenti»). 

Bigoncium — vaso di legno fatto a doghe senza co- 
perchio. 

Breviarium — Atto di solenne testimonianza. 

Bu\us e Bu\us navis — navigli poliremi a due alberi ; 

il secondo di maggiori dimensioni (v. Vene\ia e le 

sue lagune, l, parte II, pag. 206). 
Camarilla — stanzino, cabina. 
Camerare — incassare. 
Capelli — zucchera in pani. 
Capironi — cappucci. , 
Casella o capsella — cassetta. 

Chatena collatoria — spranga di ferro che, inchiodata al 
bordo, tiene fermo il sartiame dell' albero. 

Cacare — dar la caccia. 

Collare — dar tratti di corda alle vele. 

Corcoma — le corde avvoltolate a* spira su sè stesse. 

Crocus — uncino pendente da forte striscia di cuoio (e 
la voce valeva anche per ambi uniti) col quale ten- 
devasi, fino a portarla a! punto in cui si arrestava, 
la corda della balestra (v. Monticolo, / capitolari 
delle arti, veneziane, I, pag. 173). 

23 



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350 



Nuovo Archivio Veneto 



Cruces — segni convenzionali composti di due linee 
Tuna attraverso Y altra, fatti per tracciare il limite 
di pescagione della nave. 

Dolo (onis) — vela sporgente dalla prora della nave. 

Endegum — indaco; proveniva da Quilon (Ceilan) in 
India (Marco Polo, ediz. Zurla, pag. 644) e anche 
dai dintorni di Bagdad, e usavasi per tingere in 
bleu (Heyd, op. cit., pag. 62). 

Fascìs — collo, piego od involto. 

Galenga — radice di una pianta della Cina e dell'India 
che era in commercio quale droga simile allo zen- 
zero. Usavasi per i mali allo stomaco, essendo una 
di quelle sostanze eccitanti molto usate nella terapia 
del medio evo. Il vocabolo deriva dall' arabo Ka- 
landjan, che alla sua volta è di derivazione chinese, 
ed incontrasi negli scritti dei medici arabi. Si distin- 
gueva la piccola e la grande galanga (sinonimo di 
galenga) ed anche il Pegolottc distingue la galenga 
lieve e la greve (Pratica della mercatura nel voi. III. 
della Decima del Pagnini, pag, 295 e 375). Si veda 
in proposito V op. cit. dell' Heyd, voi., II, pag. 616. 

Gardamomus — cardamomo, rimedio e droga per vi- 
vande e bibite, proveniva per Acri ed Alessandria 
dalP India e dalle isole dell' Indocina. (Heyd, op. 
aV., II, 601). 

Gedoara — radice di erba indiana (dell'India orientale, 
Calicut), simile allo zenzero, usata pur essa per i 
mali di stomaco. Il vocabolo deriva dall' arabo dje- 
dwar o \edwar, e per corruzione \itonal e citonal 
(Pegolotti, op. cit., pag. 17 e in altri luoghi). Ser- 
viva anche quale contravveleno, adoperato special- 
mente dagli orefici per combattere le inalazioni mer- 
curiali, e. usavasi pure quale corroborante per con- 
dimento ai cibi e alle bevande (Heyd, op. cit. y p. 676). 

Glava — magazzino di depositi speciali nella parte infe- 
riore del naviglio. 



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Gli statuti marittimi veneziani 



33 1 



Gondola — palischerno minore. 
Guaita — guardia. 

Imbolium — materia che involge o fascia checchessia 
(v. della Crusca, vocabolo invoglia). 

Indagarli — La voce (ce. 9-1 1 degli St. Z.) che non esiste 
nei vecchi glossari, viene interpretata dal Pardessus 
(op. c/7.) nel senso di segnali (da indicare) a fior 
d'acqua l'ancora collocata nel fondo del mare. 

Instantes — sinonimo di stantes (v.). 

Kantarium — misura di vario peso nei diversi luoghi. 
Il cantaro di Venezia pesava 150 libre grosse 
= Kgr. 71,224. 

Lana de rota — lana coli* indicazione del luogo di pro- 
venienza. 

Lectulus — letto. 

Libacio — getto. 

Maci — AT informa il chiar. Prof. De Toni che per lungo 
tempo si credette fosse il perianto del fiore della noce 
moscata, ma che invece è veramente P invoglio che 
in essa copre il guscio del seme; usavasi per medicina 
e condimento. 

Maestra 0 magistra — il nervo principale della balestra. 
Magagna — guasto. 

Manti — mantiglie o manti, cavi addoppiati che da un 
punto più alto dell'albero scendono divergenti per te- 
nere in equilibrio le estremità della verga sottoposta. 

Marinaricia — mercede del marinaio. 

Mataracium — materasso. 

Melegete — specie di pepe. 

Mejalana — stoffa mista di lana e lino. 

Miliarium — misura del peso di mille libbre. 

Mollare — il fatto della nave cui P acqua fosse lenta, 
ossia che penasse a procedere nel mare. Ciò dal 
significato che il vocabolo ha nei lessici. Non può 
accogliersi P ipotesi del Pardessus che P espressione 
aqua mollata usata negli statuti dello Zeno sia uno 



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352 



Nuovo Archivio Veneto 



sbaglio di scritturazione e debba leggersi aqua mo- 
lesta, poiché il testo c identico negli statuti prece- 
denti del Tiepolo. 

Moltolina — stoffa di lana di montone (Pardessus op. cit.). 

Mudua — campagna di viaggio marittimo. 

Palmi\are — spalmare d' unguento (v. Ducange). 

Parpalio (onis) — vela suprema ed ultima nelP antico 
sistema a più ordini di vele sovrapposte. 

Penesus — guardiano di stiva. 

Pesarola — sistema di pulegge per sollevar pesi, il quale 
si applicava altresì a tendere la corda e curvar 
T arco delle balestre maggiori di quelle a crocco, 
che dicevansi perciò a pesarola. 

Pigmentum — spezie. 

Pilum — leva od altro motore. 

Plato — nave a fondo piatto. 

Rotulus — misura costituente la centesima parte del 
cantaro (v.). 

Rustica — vocabolo che trovasi al cap. 18 degli statuti 
del Tiepolo (De stivatione navium) il quale è del 
tenore seguente : « Statuimus quod quelibet navis 
taliter stivari debeat quod cum una rustica per tra- 
bem laborari debeat, et non pluribus; et totum 
sarcium quod cum ipsa rustica laborabit, in quarta 
laborari debcat cum duabus stangis, quarum que- 
libet habeat pedes XI et non plus». Le indagini 
fatte per V interpretazione di questo passo non die- 
dero un risultato positivo. Quanto alla voce rustica, 
si trova nel Milione di Marco Polo che il rustico, 
presso gli architetti, è anche un apparecchio di pietre 
ruvide o greggie che si dicono bugne o bo\\e. Si 
richiama su ciò V attenzione degli studiosi, poiché 
nuove ricerche potrebbero dimostrare che gli statuti 
usarono la parola in questo senso, e che il passo 
voglia alludere all' esistenza di un argano, una parte 



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Gli statuti marittimi veneziani 



353 



del quale fosse resa più pesante a mezzo di pietre 
non lavorate. 
Saornare — metter le zavorre. 

Sarda — canapi che tesi di qua e di là tengono ferma 
la cima dell'albero perchè non crolli, sartie, sartiame. 

Scala — scala per salire a bordo della nave. 

Scapulus — liberato dagli assunti impegni (termine ap- 
plicato ai marinari, finito il tempo delParruolamento, 
ed alla nave, compiuto il viaggio a cui si era vin- 
colata). 

Scermum — riparo, parapetto. 

Smirillum — smeriglio, minerale che ridotto in polvere 
serve a pulire le pietre dure e a brunire l'acciaio. 

Sorterii — interessati in un esercizio ; termine applicato 
agli interessati nella navigazione fuori delle tre ca- 
tegorie dei patroni, dei noleggiatori e dei marinai, 
come i possessori dei carati di nave, che non fossero 
stati insieme patroni, o coloro che avessero parte- 
cipato con una quota per P armamento a titolo di 
colleganza. I suddetti caratisti di nave rientravano 
essi pure nella categoria dei parcenevoli, denomina- 
zione però che a Venezia applicavasi a tutti i pos- 
sessori di carati di nave, compresi anche i patroni, 
secondo emerge dal così detto Capitolare dei par- 
cenevoli del secolo XIII, citato in prefazione. Nel 
testo quiriniano, riprodotto dal Canciani e poi dal 
Pardessus, si legge sorcerii, per cui il Pardessus, 
non riflettendo che nella scrittura detta gotica la 
c e la / si prendono sovente Puna per l'altra, ricorre 
alla supposizione che trattisi d* una corruzione da 
socius, sociarius y per giungere poi parimenti ad at- 
tribuire al vocabolo il significato d' interessati, che 
col nostro testo viene invece addirittura dalla radice 
sors del vocabolo sorterii. Quest' ultima voce si trova 
eziandio nel manoscritto esistente a Cheltenham in 
Inghilterra, e il Capitolare della Corte dell Esami- 



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Nuovo Archivio Veneto 



nador, al cap. 32, usa P espressione generica inter 

alias personas. 
Sosti — specie di funi del naviglio (voc. della Crusca). 
Stantes — sostegni. 

Strevus — staffa, usato a denotare una specie balestra, 
balista de strevo, appunto perchè dotata di tal 
congegno. 

Stupa — stoppia, che cacciavasi nelle commessure del le- 
gname con cui era fabbricata la nave per renderla 
impenetrabile alP acqua. 

Sturum pigmentarium — storace (styrax), resina odo- 
rifera delP India, distinta nella storace calamita e 
nella liquida (v. Heyd, op. c/7., Il, pag. 616). 

Symoniacum — gomma, veniva chiamata ammoniaca, 
secondo Plinio perchè raccolta in Africa nel deserto 
vicino al tempio di Ammone, ma il chiarissimo Prof. 
G. de Toni gentilmente irP informa, essere poco 
probabile che s'intitolasse così la gomma ammo- 
niaca e dovesse trattarsi piuttosto di specie esotiche 
di giusquiamo. 

Temonaria — luogo della nave dove giuoca la barra 
del timone e sono raccolti al governo dello stesso 
i timonieri. 

Ter\arolum — vela minore della nave come era P ar- 
timone (v.). 

Tornum — tornio, congegno che serviva a tendere una 
delle varie specie di balestra «balista de torno ». 

Tosoni crudi, pelli di montone non lavorate. 

Valania — Pardessus, op. cit., spiega per castagne, ramo 
di cui si faceva allora notevole commercio; ma le 
tariffe venete, come quella inedita esistente alla Bi- 
blioteca Marciana (Cod. 545 ci. VII ital.) col titolo: 
Tariffe delle dogane del 1493, usa alPuopo (c. 40 a) 
la voce Castegne; e la tariffa stampata dal Pasi (edi- 
zione del 1557 a pag. 199) dice: «vallania con la 
quale si confano tutti i corami)), ed aggiunge: si 



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Gli statuti marittimi veneziani 355 



tragela vallania dill' isola di Corfù: e di uno ai- 
altro luogo: il quale si chiama la Rilla per mezo 
Corfù, e questa è buona. E si trage dil Dragameste 
e di Zigla nel Canale di Negroponte: e dilla Zimera: 
e di alcuni altri luoghi...». Nei vocabolari della 
lingua italiana trovasi : valonea, ghianda di cerro (spe- 
cie di quercia),' da Vallona, città dell'Albania (forse 
Yaltro luogo indicato dal Pasi) da cui veniva posta 
in commercio per i conciatori di cuoio; con due /, 
come incontrasi nel Redi, vi sarebbe l'etimologia 
dal greco balanos quercia. 
Ver\i — legno da tintura proveniente dall'India e che 
corrisponde air odierno campeggio o legno del Bra- 
sile. Pegolotti, (op. e voi. cit. } pag. 361) distingue il 
ver\ino colombino (cholomani) da Koilum (località 
dell'India nominata da Marco Polo) e il perfino ameri, 
da El Om, monte al sud dell' India di fronte al- 
l' isola di Ceylan. Secondo Marco Polo questo legno 
producevasi anche a Sumatra (v. Heyd, op. cit., II, 
p. 587-589). 

Zambalotus — ciambellotto o cambellotto, stoffa di 

pelo di cammello. 
Zitarolus — specie di giavellotto marinaresco da lanciare 

a mano. 

Zupa - giubba, anche maglia di ferro. 

(A. S.). 



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Nuovo Archivio Veneto 



INDICE 



I. Prefazione Tomo IV. Pag. 113 

II. I testi » » • 1 52 

Statuti : 

I. del doge Pietro Ziani, A * » » 156 

■ • • » B § • 1 160 

• • • » C » • • 161 

II. • • Jacopo Tiepolo, A • » • 267 

• • B • • • 284 

■ •• • C » • » 285 

• ti 1 D • • • 290 

III. • » • Rainieri Zeno > V. » 161 

IV. delle Tarrete • . . » » • 314 

Appendice : 

A, Statuti delle navi secondo il Capitolare 

della Corte dell' Esaminador • • • 330 

B, Decreto del Maggior Consiglio per la col- 

lezione delle leggi sulla navigazione . . • » 1 336 

C, Indice degli statuti del doge Rainieri Zeno. » • » 338 

D, Corrispondenza dei capitoli negli statuti 

qui pubblicati » » 344 

Glossario di vocaboli tecnici usati nelle leggi 

qui pubblicate * • • 348 



Correzioni 

>t. Zeno, cap. L, in fine: St. Tiep. Tarr. 30 — S 
» • » LXV lin. 2: uictalibus — uictualibus 



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IPPOLITO NIEVO A VERONA 



NOTIZIA (1) 



Una delle più geniali apparizioni dell' Italia battuta 
e guasta dal dominio straniero innanzi al suo risorgi- 
mento ; una delle meteore che brillarono e sparirono, 
lasciando nel cielo un solco non passeggero, fu Ippolito 
Nievo. Alieni dal rifare V esame del bel libro di Dino 
Mantovani sul poeta soldato (2) e dal cercarne i pregi 
numerosi e, crediamo, le rare lacune nelle quali suol 
cadere facilmente chi scrive di soggetti in parte cono- 
sciuti e apprezzati ; ci coglie vaghezza di compiere, con 
quel poco che ci venne fatto di spigolare dalla tradi- 
zione ancor viva e da alcune vecchie carte, le notizie 
dal Mantovani raccolte circa la dimora del Nievo a Ve- 



(1) Diamo qui luogo a questo articolo che il desiderato nostro 
collaboratore e* inviava quando era già spenta negli amici la lusinga 
di vederlo restituito alla sua rara operosità; e lo pubblichiamo con 
un pensiero di sentito rimpianto per la sua fine immatura. 

La Direzione. 

(2) Il Poeta Soldato — Ippolito Nievo (1831-186 /), Milano, fra- 
telli Treves, 1900. 



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3s8 



Nuovo Archivio Veneto 



rona e F istruzione eh' egli ebbe in quel Seminario, tutta 
classica ne* fondamenti, ma penetrata da qualche influsso 
della letteratura recente e da un buon avviamento filo- 
sofico. 

In quegli anni la filosofia del Rosmini aveva culto 
nel Seminario e favore presso la nuova generazione de- 
stinata alla libertà: le lettere, un dì onorate da Antonio 
Cesari e da Ippolito Pindemonte, erano con amore inse- 
gnate nel pubblico Ginnasio da Giovanni Sauro, amico 
del Tommaseo, e da Giuseppe Capparozzo : i canti di 
Vittorio Merighi, ripetuti nelle piazze e ne* teatri, desta- 
vano il sospetto nella polizia austriaca, cui giungevano 
inascoltati i primi timidi saggi di Cesare Betteloni e di 
Caterina Bon-Brenzoni, e le parole pietose di Arnalda 
di Rocca al suo Nello nel poemetto di Aleardo Aleardi: 

O Nello, 

d'amor non favellarmi; in questi giorni, 
che la patria perdiam, parmi delitto 
un accento d'amor, qual se proferto 
presso il guancial d'una madre che spiri (i). 

★ 

Ippolito Nievo non era pur anco dodicenne, quando 
il padre suo, cancelliere alla Pretura di Soave, lo man- 
dò, verso la fine del 1842, a imprendere gli studi classici 
nel Seminario Vescovile di Verona, V antico Collegio 
de' Nobili. Quivi Y autore delle Confessioni d'un Ottua- 
genario rimase cinque anni, parte come convittore, parte 



(1) Arnalda di Rocca, canto I, nei Canti, Firenze, G. Barbèra, 
1867, p. 463. V. anche G. Biadego, La dominazione austriaca e il 
sentimento pubblico a Verona dal 18 14 al 1847, Roma» Società edi- 
trice Dante Alighieri, 1899, pp. 154-75. 



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Ippolito Nievo a Verona 



359 



come alunno esterno, e compì le quattro classi di Gram- 
matica sotto la guida di don Luigi Zammonti, un uomo 
bravo e modesto, per quanto si afferma tuttora, e per 
quanto sentenziava di lui don Angelo Ganassini, prefetto 
agli studi nel Seminario, valente epigrafista, nel giudizio 
annuale su gV insegnanti di quelle scuole : 

i 840-1 841 

Zammonti Alqysius nat. venet. prov. veron. domo veron. 

annos natus XXIII, sacerdos. 
Talentum : fere optimum ac docile ad scrup ulum. 
Diligenti a : pluribus efferenda laudibus. 
Donum didacticum : facile et perspicuum. 
Mores : integerrimi. 

Modus agendi cum discipulis : suavitate ac gravitate tem- 
peratus. 

Linguarum ac scienti arum cognitio : graecarum liter. 
scientiarumque tum ad philos. tum ad theolog. perii- 
nentium peritus. 
Adprobatus V Idus Xbres ann. MDCCCXLI (1). 

Con tale scorta Ippolito ottenne in fine alle due 
prime classi il secondo premio, dopo la terza classe il 
primo, superando un certo Pomarolli suo ardito com- 
petitore, e dopo la quarta classe un'altra volta il secon- 
do premio. 

Ad accrescere nel Nievo il sentimento del bello e 
r amore della gloria cooperò forse più dello Zammonti 
don Francesco Manini, giovine ardente, di calda ima- 
ginazione e poeta nell 1 anima. Questi, autore, fra l'altro, 
d' una canzone All' Inghilterra, d' un carme Alla me- 



(1) Dagli Archivi del Seminario Vescovile di Verona. 



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Nuovo Archivio Veneto 



moria di Daniello O' Connel (r), di versi in gran copia, 
d' orazioni funebri e di discorsi, fa maestro ad Ippolito 
nel primo anno d'Umanità (1846-47); e v'ha ancora 
nel Seminario di Verona chi rammenta d' averlo udito 
più volte affermare del suo amato discepolo press' a 
poco così : « Ne' miei quarant' anni di magistero non ho 
mai conosciuto un alunno fornito di ingegno più fe- 
condo ed elevato. Peccato che il Nievo non abbia atteso 
a studi più gravi, e, verseggiando, non abbia curato a 
bastanza la dizione poetica! ». — Il Manini, che sotto 
alcuni rispetti ragionava esatto, continuò ad insegnare 
nel Seminario fino al 1881, e, morì quasi ottantenne il 
29 marzo 1899 nel nativo Cassone sul Garda (2), com- 
pianto da più d' una generazione, cui le tradizioni ma- 
gnifiche del passato furono splendore di luce sempre 
ardente dall' alto. 

Accennammo a don Angelo Ganassini, che presie- 
deva agli studi ; ma con lui e coi due ora ricordati 
mette conto di noverare : Bartolomeo Gazzolato, vice- 
reggente o direttore del collegio, colto e pio, che morì 
pievano a San Martino Buon Albergo ; Gaetano Salva- 
terra, che spiegava religione ; Giacinto Montagna, discre- 
to compositore, che insegnava canto e musica ; Pietro 
Sidoli, maestro di disegno; il conte Giovanni Verità, 
poeta e « precettor d' amabil rito ». Tutti questi, che il 
Nievo conobbe e amò, non furono senza effetto su la 
sua istruzione ; la quale, come risulta dalle spese minute 
registrate negli archivi del Seminario, ebbe compimento 
nelle lezioni particolari di lingua francese. Dei condi- 
scepoli poi e dei compagni di collegio numerosissimi 



(1) All' Inghilterra, richiamo air « Unità Cattolica », Verona, Ci- 
velli, 1857; Alla memoria di Daniello O' Connel, carme polimetro, 
Verona, tip. Vicentini e Franchini, 1865. 

(2) Cfr. Verona Fedele, anno XXVIII, 29 marzo 1899. 



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Ippolito Nievo a Verona 



ricorderemo il nob. Francesco Campostrini, già depu- 
tato al Parlamento ; Gottardo Aldighieri, che ne' pubblici 
teatri colse plausi e allori ; il march. Alberto Malaspina, 
colonnello nelT Esercito ; e, rampolli di nobili famiglie 

0 venete o delle regioni vicine: un Caminada e un Ca- 
valli di Brescia, un Lucchi di Bergamo, un Giustiniani 
e un Porto di Venezia, un Melzi e un Magenta di Mi- 
lano, uno Stanga di Bologna, un Giusti, un Guarienti, 
un Ravignani di Verona e via seguitando. 

Il Nievo, molto vivace, tutto che studiosissimo, cre- 
scendo negli anni, non sapeva piegarsi alla disciplina e 
alle rigide consuetudini del luogo, e soleva incidere su 

1 davanzali delle finestre e intagliare negli stipiti il suo 
nome e i suoi ricordi. Nel chiostro del Seminario, in- 
nanzi all' inondazione dell' 82, si leggeva il nome di 
Ippolito, che alcuni ricordano d' aver adocchiato più 
volte su la parete d* una celletta, destinata a luogo di 
punizione, demolita nel '66. Due imposte lo serbano 
ancora, e in uno stanzino dell' infermeria sta scritto a 
grandi caratteri di mano del poeta : 

MEMORIA 
IPP. NIEVO FU AMM. 
DI 40 CON (5-7 ALTRI 
PER LA FERSA (l) 
1843 

★ 

Tolto dal convitto, il Nievo continuò a frequentare 
le scuole del Seminario, quale alunno estèrno, e fu affi- 
dato alla custodia di don Francesco Pigozzi (2), profes- 



(1) Morbillo. 

(2) Non Picozzi, come scrive il Mantovani a p. 6. 



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Nuovo Archivio Veneto 



sore di lettere latine neir I. R. Ginnasio a Sant' Ana- 
stasia; « buon prete, un po' corto, austriacante sincero, 
di quelli persuasissimi che il mondo sarebbe andato a 
soqquadro senza 1' amabile vigilanza de' Croati » (1). Il 
Pigozzi, anzi che per la scarsa dottrina e per 1' indole 
del suo insegnamento, proseguito fino al '60, è ricordato 
a Verona, forse un po' a torto, come un uomo caparbio, 
tutto chiuso nelle armi della retorica e inghebbiato di 
precetti fino agli occhi, e sopra tutto come un bizzarro 
ammucchiatore di parole rimate e di spropositi. In que- 
gli anni nessuno poteva acquistare nominanza, che non 
sapesse grattare la pancia alla cicala e farla cantare, 
aggirandosi intorno a tempi antipoetici, se non altro, 
perchè comandati nelle fiorenti accademie. Era per tanto 
naturale che, essendo poesia non dettata dal cuore, riu- 
scisse ad un sonoro e futile accozzamento di frasi, ad 
un falso bagliore di metafore sesquipedali (2). 

Nessuno in tal genere può vantare miglior fama 
del Pigozzi, de' cui primi saggi poetici è degna di men- 
zione una terza rima, composta nell' occasione in cui 
don Jacopo Scala fu eletto paroco a San Paolo di Cam- 
po Marzo : 

Spanano gli astri ornai dal cielo azzurro, 

e pallida mettea luce la luna 

de' zeffiretti al querulo sussurro : 

in quella appunto la molesta e bruna 

frotta de' sogni di terror vestita 

vagolando d' intorno a me s' aduna. 

Il poeta ode « sibilar serpenti e anfesibene », in 
tanto che gli appare una rupe minacciosa, e lo insegue 



(1) Mantovani, op. ci/., p. 6. 

(2) Cfr. G. Zanella, Versi, Firenze, G. Barbèra, 1868, p. Vili. 



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Ippolito Nievo a Verona 



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una fiera. Nella fuga precipita in una voragine « sco- 
scesa e profonda », ove lo salva un ignoto spirito cele- 
ste, che sgomenta i mostri, presagendo eh' essi saranno 
sterminati da don Jacopo Scala (1). 

Oltre che nelle visioni, di gran moda in quegli 
anni, il Pigozzi amava far pompa del suo sapere, per- 
correndo tutta la tastiera dei metri usati nella poesia 
melica. Chiudendosi Tanno scolastico 1850-51, ad un 
arido discorso su ì' amore materno fece seguire alcune 
odi intorno ai due figliuoli dei nostri progenitori : Eva 
consolata della nascita de' figliuoli — / due primi fi- 
gliuoli — Sacrificio di Abele — Adamo ed Eva trovano 
Abele ucciso — Conclusione (2). 11 chitarrino degli Arcadi 
e de' sospirosi seguaci del Chiabrera non s' era ancora 
scordato a mezzo il secolo decimo nono, come può di- 
mostrare il seguente ritratto di Abele : 

Gentil, delicato, 
di forme leggiadre 
Abele dal labbro 
pendea della madre. 

Ed Eva gli apprese 
guidare le agnelle: 
che Abele era mite 
e miti son quelle. 



(1) Poesie pel lieto avvenimento a parroco nella Chiesa Matrice 
di 5. Paolo di Campo Marfo del M. R. Sac. D. Jacopo Scala, Ve- 
rona, tip. Crescini, MDCCCXXXIII, p. 15 sgg. 

(2) Primo programma dell' 1. R. Ginnasio di Verona nella chiusa 
dell anno scolastico 1850-1851, Verona, tip. Vicentini e Franchini, 
185 1, pp. 4.32. 11 curioso opuscolo è testimonianza del modo, onde 
erano distribuiti gli studii nel Ginnasio di Verona, e nel Personale 
dell' L R. Ginnasio (p. 50) ci informa che nel '51 il sacerdote Don 
Francesco Pigozzi contava quattordici anni di servizio, e insegnava 
lingua latina nelle classi V e VI, cioè nelle due classi d' Umanità. 



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Nuovo Archivio Veneto 



Sul candido volto 
gli ride una calma, 
che tutta ridice 
la pace dell'alma. 

Gioisce in vederle 
all'ilare invito 
seguirlo belando 
al prato fiorito. 

Pascete, pascete, 
o dolce mia cura, 
qui dove più abbonda 
la lieta verzura. 

Ma pur troppo 

Era misera la terra, 
poiché guerra 

ruppe 1' uomo al suo Signor : 
ora è terra desolata, 
esecrata ; 

è la terra del dolor ; 

e ciò perchè Caino uccise ii fratello, lasciando nel mas- 
simo dolore i genitori : 

Irto il crine già scorgon Caino 
disperato, che affretta il cammino, 
nè alle grida risponde o rista. 

Indi Abel miran livido, esangue, 
e vicina, grondante di sangue, 
di Caino la marra si sta. 

Quella vista versò del dolore 
tutta ad essi la piena sul core 
Eva cadde ed Adamo impietrò. 

E così di questo tuono. Però il meglio della lirica 
di « don Pipi », come il Pigozzi era detto per burla, 
doveva sbocciare nel gennaio del '57, quando il Nievo 
aveva ormai spiccato il volo per lontani lidi, e gì' inse- 



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Ippolito Nievo a Verona 



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gnanti dell' I. R. Ginnasio, andando a ritroso nel tempo, 
dirizzavano all' imperatore Francesco Giuseppe, che visi- 
tava la città scaligera con la giovine sposa Elisabetta, 
un albo di poesie in varie lingue, tutte senza nome di 
autore. 

Il Pigozzi trasse fuori le sue, e le mandò in giro 
col suo ragguardevole nome e cognome (1). La varietà 
dei titoli non deve trarre inganno su la discrepanza 
degli argomenti : Invito — Saluto — Religione e Pa- 
tria — La Pace — Maria Immacolata ed il vessillo au- 
striaco. Ora la lode è tutta all' imperatore : 

Vivi Augusto lunga etade 
benedetto dal Signor; 
di quest' Itale contrade 
Sei la gloria, sei l'amor, 

ora all' imperatrice : 

La gran Madre del Signore 
senza labe fu concetta. 
O s'aderga il pio cantore 
sovra 1' ali della Fè : 
odi, Augusta Elisabetta, 
questo carme io sacro a te; 

ma spesso il poeta lascia le cose di quaggiù, per salire 
a più alti soggetti : 

Cara gioia del cielo, o benedetta 
inclita pace de' più prodi vanto, 
io ti saluto ! Cosa più diletta 
i felici non han del regno santo : 



(1) Dall' Album umiliato alla Maestà I. R. A. di Francesco 
Giuseppe a" Austria il giorno # gennaio 1857 ne ^ quale onorò e 
confortò di sua augusta presenta il Ginnasio Liceale di Verona, 
tip. Vicentini e Franchini, 1857, in-8, pp. 19. 

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Nuovo ArchivtogVeneto 



tu ricca cT ogni ben, tu mite e pia, 
tu sei virtude onde il mortai s'india. 

Teco sono ineffabili diletti, 
teco il gioir d* im perturbata calma, 
tuo quel seren, che i volti giovinetti 
irraggia, e svela il candore dell'alma, 
tu conforto, tu balsamo del core, 
teco lieve ogni stento, ogni dolore. 

★ 

Bastano questi cenni per dimostrare chi fosse il Pi- 
gozzi in fatto d'arte poetica e di sentimento nazionale, 
e come la sua tutela non lasciò alcuna impronta nel 
giovine Ippolito ; il quale, alunno del Seminario, florido 
d' ingegni fecondi, aveva raccolto, seguendo il vezzo 
de' tempi, in certi quaderni i suoi Poetici componimenti 
italiani e latini con una breve dedicazione al nonno 
Carlo Marin pel capo d' anno. « Roba da scolaro — 
dice il Mantovani — imparaticci e imitazioni spesso scor- 
rette » (i); ed è vero; ma il cuore c* era, e questo pos- 
sedeva il fuoco sacro, che la superba esplosione popo- 
lare del '48 doveva accendere nel futuro soldato della 
indipendenza, non più collegiale a Verona, ma scolaro 
ardente e fremente del Liceo di Mantova. 

Per questo modo sopra gli ultimi rottami dell' Ar- 
cadia e le eleganze de* classicisti spuntava il fiore della 
redenzione. 

Giuseppe Bianchini. 



(1) Mantovani, op. ci/., p. 7. 



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UGO FOSCOLO A VENEZIA 



De' poeti e degli scrittori veramente 
grandi nulla dovrebbesi negare alla pub- 
blica luce: già al loro splendore niente 
scemano poche cose mediocri o anche 
cattive, e molto conferiscono alle noti- 
zie della lor vita e dell' ingegno e degli 
studi, alla critica, alla curiosità nostra 
umana, che pur si diletta a scrutare quel 
che di terreno fosse nel dio. 



G. Carducci, negli Studi intorno 
le poesie latine dell* Ariosto, II ediz., 
1876, p. 4. 



Greco di nascita, veneto d' origine Ugo Foscolo 
amò di pari affetto, intenso e vivissimo, la sua Zacinto 
e Venezia. 

A Zacinto avea trascorso la sua prima fanciullezza 
soave ricordo di tutta la sua vita avventurosa, Zacinto 
a lui adoratore dell'antica greca bellezza, pieno la mente 
delle gesta e dello spirito dell'età eroiche, appariva sacra. 



Sacra città è Zacinto! Eran suoi templi, 
Era ne' colli suoi l'ombra de' boschi 
Sacri al tripudio di Diana e al coro ; 
Nè ancor Nettuno al reo Làomedonte 
Muniva Ilio di torri inclite in guerra. 
Bella è Zacinto ! A lei versan tesori 
L'angliche navi; a lei dall'alto manda 
I più vitali rai l'eterno Sole; 




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Nuovo Archivio Veneto 



Candide nubi a lei Giove concede, 
E selve ampie d'ulivi, e liberali 
I colli di L'fèo: rosea salute 
Spirano V aure, dal felice arancio 
Tutte odorate, e dai fiorenti cedri (i). 

A Venezia, prima città italiana che lo accolse, avea 
passato la sua adolescenza, che il genio ribollente nel 
profondo fece febbrilmente agitata, piena di fantasmi e 
d' ardimenti. A Venezia per la prima volta avea vera- 
mente conosciuto l'amore « unico spirto a sua vita ra- 
minga », aveva provato l'ebbrezza del trionfo come fa- 
cile e invidiato poeta di salotto con le prime canzoni 
ed imparaticci poetici, come eloquente ed irruente tri- 
buno coi discorsi giacobini del 1797, come tragico di 
stampo classico col Tieste\ e a Venezia avea filato un 
amoruccio infelice che doveva poi servirgli di nocciolo 
al romanzo dell' Ortis e vi aveva conosciuto tra altri 
il Pindefaionte, il Cesarotti e V Albrizzi che dovevano 
aver poi tanta parte nella vita fortunosa di lui. 

In cento luoghi delle sue meravigliose lettere e de' 
suoi scritti tutti si afferma greco di nascita, veneto d'ori- 
gine e d'elezione; e Venezia, in più occasioni, chiama 
sua patria, come la città da cui la famiglia sua era oriun- 
da, cui egli aveva dedicato i suoi entusiasmi politici 
delT adolescenza, in cui i parenti e la « santa vecchie- 
rella innamorata » di sua madre vivevano. 

Zacinto greco educato a' soli d' Italia, lo chiamò 
giustamente il Guerrazzi, chè V Italia, quando il suo 
gran cuore e i suoi santi entusiasmi glielo imposero 
prepose alla materna sua terra : oblio apparente questo 
che gli attirò accuse acerbe d' ingratitudine e di mala- 
nimo, « accusa che a noi, come osservarono gli editori 



(1) Le Grafie, Inno primo. 



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Ugo Foscolo a Venezia 



369 



fiorentini delle opere di lui, anche quando mancavaci 
il modo di confutarla, parve sempre crudele proferita 
da labbra italiane. Poiché se il Foscolo, generato sì di 
veneto sangue, ma nato in isola greca, di greco latte 
nutrito e da greco affetto educato, trovandosi nel bivio 
tremendo di dovere scegliersi una patria, antepose V Ita- 
lia alla Grecia, ben potea questa innalzarne lamento ; 
ma noi dovea l' Italia, se non volea palesarsi matrigna 
verso colui, che non solo aveva voluto esserle figlio, ma 
avea pur saputo ornarle la fronte di novelle corone » (1). 

I. 

Dal Zante a Venezia 

Nato al Zante, (2) di famiglia nobile o non nobile 
poco importa (3), addì 26 gennaio 1778 stile vecchio, 
vale a dire, secondo lo stile gregoriano, addi 6 febbraio 



(1) Cfr. Epistolario, Voi. Ili, p. 152 in calce. 

(2) Sull' isola di Zante ai tempi della nascita del F. si legge una 
sapiente descrizione in una lettera del Provveditore Girolamo Donado 
(1767-69) ai Rettori di Zante e di Zara (Archivio di Stato di Venezia, 
Busta 132, Inquisitori di Stato). — Un'altra pur notevole sulla stessa 
isola e l'indole degli abitanti se ne legge nella Relazione di Angelo 
MemmOs ritornato provveditore generale de mar, del ijg4 pubbli- 
cata nel 1867 a Venezia dalla Tip. del Commercio per nozze Mem- 
mo — De Giovanni. — Per ciò che ne pensava poi il Foscolo v. 
Epistolario e Opere sue, passim, ma specialmente il sonetto A Za- 
cinto ; la lettera del 29 settembre 1808 al Bartholdy, in fine] e i citati 
versi delle Grazie. Su Zante ai giorni nostri scrisse A. Cervesato 
nei Paesi e Marine di Grecia* Roma, Loescher, 1900. 

(3) Questa della nobiltà è una vexata quaestio. Essa sta tutta 
nello stabilire se, com' è tradizione, accanto al ramo patrizio dei F. 
v'era nel secolo XVI anche la casa cittadinesca dello stesso nome, e 
se è da questa, oppur da quella, che i progenitori del poeta discesero. 
La questione, ripeto, ha un valore molto relativo e chi vi si appas- 



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37o 



Muovo Archivio Veneto 



dell'anno medesimo, Niccolò Ugo (i) Foscolo vi tra- 
scorse la sua infanzia e vi rimase fino al 1784, anno in 
cui suo padre Andrea fu nominato medico fisico all'ospe- 
dale di Spalato, ove si recò verso il novembre con tutta 
la famiglia (2). E con tutta la famiglia Ugo vi rimase 
senza notevoli avvenimenti fino alla morte del padre 
avvenuta nell'ottobre 1788. 

Due mesi circa prima, quest' ultimo, in viaggio da 
Venezia a Spalato, temendo, ammalato com* era, di non 



siona mi fa rammentar sempre più versi del buon Parini, tuttavia in 
omaggio alla critica, nella mancanza assoluta di documenti sicuri, 
non mi resta che rimandare al cap. XII De' natali, de* parenti, della 
famiglia di U. F. di C. Antona-Traversi (p. 404-24; Milano, Du- 
molard ed., i88ó), ove specificatamente se ne tratta, ed esporre poi 
T opinione mia. Essa è che essendo in modo certo i Foscolo impa- 
parentati con famiglie nobili di Venezia, ed avendo poi, quando della 
nobiltà ebbero bisogno, trovato pronti parecchi (tra cui si ricordi il 
N. U. Paruta, cfr. voi. cit., p. 424) a testificarli discendenti del ramo 
patrizio, è molto probabile che lo siano veramente stati. (Cfr. questo 
lavoro, passim, ai cap.H I, II, IV). 

(1) Il suo primo nome era Nicolò (v. fede battesimale in Anton a- 
- Traversi, op. cit., p. 368) e così fu chiamato e si sottoscrisse fino al 
1795; non è che nel 1796 che accanto al primo si trova anche quello 

^ di Ugo, impostogli, secondo crede il Bianchini, alla cresima, come ven- 
<vne poi fatto per Costantino Angelo, fratello di lui, chiamato allora 
Giulio; o da lui stesso assunto, secondo scrisse il Caffi (Strenna ita- 
liana, edita dal Ripamonti e Carpano di Milano nel 1847, p. 34), in 
memoria dell' Ugo Basville cantato dal Monti. Io starei per la prima 
versione, non mi è dato però di corroborarla di nessuna prova, es- 
sendo distrutti o irreperibili nella Curia di Venezia i registri delle 
cresime 1795-1796. Cfr. per la questione nel num. 1 dell'anno XI 
[1879] del giornale // Bareni di Torino, l'articolo di G. A. Marti- 
netti, Del nome di (7. F, ; nel succitato voi. dell' Antóna-Traversi 
le pagg. 49-50, e si ricordi poi ancora il famoso epigramma del Monti 
che puoi vedere a p. 462 delle sue poesie curate dal Carducci (Firenze, 
Barbèra, 1862). 

(2) C. Antona-Traversi, voL cit., p. 451 e sgg. , e indicato 
opuscolo del Mitrovic. 




Ugo Foscolo a Venezia 



37' 



giungere ad abbracciare i suoi cari, scriveva a Diamante 
Spathis moglie sua una sgrammaticata ma commoven- 
tissima lettera (c) in cui le raccopiandava, tra altro, di 
recarsi a Venezia presso alcuni amici e parenti per la 
risoluzione di certi suoi interessi e Y avvenire « de li 
orfani 4 figli » . 

Finito eh' ebbe di soffrire, non già in mare, come 
il povero uomo temeva, ma a Spalato, circondato dai 
suoi, addì 13 ottobre C788, alla vedova Diamante, rima- 
sta con quattro figli sulle braccia, toccò « spogliarsi 
d' ogni suo bene dotale a soddisfare i creditori del ma- 
rito » (2); ma la provvidenza, invocata per i suoi dal 
morente, le venne in soccorso e in brevi pellegrinaggi 
alle isole potè allogare i figliuoli presso alcuni parenti 
dividendoli, secondo attesta lo zantiota Dionigi Leon- 
darachi, in tal modo : « Nicolò (Ugo), dalla (zia mater- 
na) Giovanna (Someritti) a Zante ; Giovanni, dalla Ru- 
bina nonna ; Angiolo (Giulio) a Corfù, con la sorella 
(Rubina), presso le zie Regina (Ponzetta) e Maria (Xin- 
da) » (3); e che la cosa sia vera conferma il Foscolo stesso 
scrivendo da Londra, addi 4 ottobre 1823, alla sorella: 
« tu, benché più giovane di me, puoi ricordarti come 
furono misere agitatissime e sempre incerte le nostre 
vicende fino dalla fanciullezza. Orfani, divisi da nostra 
madre, esposti a' pericoli di una discola educazione e 
in sì tenera età, — e poi abbiamo lottato contro nuove 
disavventure »> (4). Pensato ai figli e risolto così il que- 



(1) Fu pubblicata per la prima volta da me in Alcune carte ine- 
dite della famiglia Foscolo, Venezia, Visentini, 1896. (Nuovo Archi- 
vio Veneto. T. XI, p. I). 

(2) Cfr. Lettere inedite di U. F. tratte dagli autografi con note 
e documenti per cura di G. S. Perosino. Torino, Vaccarino ed., 1875 
p. 186. 

(3) C. Antona-Traversi, voi. ciV., p. 443. 

(4) In Lettere inedite, cit., p. 180. 



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Nuovo Archivio Veneto 



sito più grave la vedova Foscolo si recò allora in Ve- 
nezia (e ritengo fosse nei primi mesi delT inverno 1789 
se ben lo conferma, colla fretta eh* ella aveva di recar- 
visi, quella data di venticinque anni di dimora da parte 
della famiglia in Venezia, attestata dal Foscolo in una 
sua lettera del 6 agosto 1814 al ministro della Guerra) 
a risolvere le questioni lasciate pendenti dal marito e 
a prepararsi appoggi per V educazione dei figli. Che 
cosa abbia fatto, per quanto tempo sia rimasta sola, che 
figli per primi sia andata a prendere o si sia fatta con- 
durre non sappiamo, nè molto e' importa d' altra pane 
di conoscere. 

Ugo, al quale unicamente si devono rivolgere le 
nostre indagini, era nel frattempo al Zante ove studiava 
sotto il Martelào e faceva disperare la zia cui era affi- 
dato con vivacità e scappate d' ogni genere. Vi rimase 
secondo il De Winckels fino al 1788, ciò è appena un 
mese al più (1) ; secondo suo fratello Giulio e altri, fino 
a quattordici anni, vale a dire fino al 1792, per ritor- 
narvi poco dopo per alcuni mesi e ripartirne definiti- 
vamente nel 1793. E per chi ne dubitasse o volesse 
maggiori notizie, ecco in proposito alcune particolari 
testimonianze. 

Giuseppe Caleffi, nella Vita di Ugo Foscolo pre- 
messa all' edizione fiesolana delle opere di lui, pubbli- 
cata nel [835 e compilata di su appunti manoscritti for- 
nitigli dalla Donna Gentile, cui erano stati dati a sua volta 
da Giulio fratello del poeta, affermava, secondo ebbe a 
ripetere anche il Carrer (2), che Ugo era stato condotto 



(1) V. per ciò e per La fanciullesca di U. F. in generale l'ar- 
ticolo dallo stessotitolo pubblicato da G. Taormina nei n. 6 e 7 della 
Gaj fetta Letteraria del 1894 (Tonno, L. Roux e G. editori). 

(2) In Pi-ose e Poesie del Foscolo da lui ordinate e corredate 
della Vita dell'autore. Venezia, coi tipi del Gondoliere, 1842; pagg. 
IV e V. 



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Ugo Foscolo a Venezia 



373 



dal Zante a Venezia « dal gentiluomo Paruta, già prov- 
veditore nelT isola ... e che la madre ne lo aveva di 
già preceduto ». E ad Emilio Tipaldo che presso a poco 
in quel tempo s'era accinto a stendere una vita del 
Foscolo che poi più non pubblicò, Giulio ripeteva la 
stessa cosa ai 14 agosto del 1832 in questi precisi ter- 
mini : «La madre lasciò il Zante prima del figlio per 
stabilirsi a Venezia e nel 1792 Ugo condotto dal N. U. 
Paruta raggiunse sua madre a Venezia » (1). 

Ora, se Giulio insisteva così su questo fatto, vuol 
dire eh' esso era ben chiaro nella sua mente e che il 
gentiluomo Paruta non aveva abbandonato il Zante per 
Venezia se non nel 1792. E difatto frugando all'Archi- 
vio di Stato di Venezia tra le carte e lettere agli Inqui- 
sitori e quelle ai Rettori di Corfù, Spalato e Zapte. (B. 
132) si trova come Polo Paruta di Lorenzo, nato nel 
1746, sposatosi nel 1770 a Donna Elena Donà, ricordato 
da Carlo Gozzi nelle Memorie come uomo « scarno, 
alto, sottilissimo », fu provveditore al Zante dal giugno 
1790 all'agosto 1792 nella cui seconda metà o poco 
dopo fu sostituito dalT Eccellentissimo Alvise Diedo. 

Fu col Paruta quindi, al quale nel 1817, vorrà poi 
dedicare una delle lettere del Ga\\\ettino del bel mon- 
do (2), che Ugo giovinetto lasciava il Zante per Vene- 
zia, ove però, primogenito coni' era e preoccupato in- 
nanzi tempo da cure virili, poco potè rimanere, costretto 
probabilmente a ritornare nelT isola da vicende o stret- 
tezze domestiche. Ma non vi fece un lungo soggiorno 



(1) Gfr. C. Antona-Traversi, Studi su U. F. , Milano, A. Briqola 
e C. editori» 1884; pagg. 269-70. 

(2) Cfr. U. F. , Prose letterarie. Voi. IV, p. 9, ove però anziché 
Carlo è da leggersi Paolo come porta il manoscritto. Per Bettina 
[recte Elisabetta Maria] Paruta figlia di Paolo, sposatasi n^l 1792 col 
N. U. Z. A. Moro-Malipiero, v. Lettere inedite, cit. p. 48. 



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Nuovo Archivio Veneto 



chè troppo T attiravano a Venezia con 1' affetto de* suoi, 
1' ardore del nuovo e la brama di gloria, e ne* primi 
mesi del 1793 vi si riconduceva, accompagnato questa 
volta, secondo una tradizione locale raccolta dal De 
Biasi, dal Canonico Marino della cattedrale del Zante 
e collega forse de' suoi maestri delle scuole cattoliche 
ov' era stato posto da ultimo, o suo maestro egli stesso, 
che narrò poi « a tutti di aver viaggiato con Ugo, che 
aveva a un circa 14 anni » (1). E che la cosa sia vera 
confermò il Foscolo stesso nella lettera inviata al Monti 
addì 11 dicembre 1808, ove dice d'aver navigato «due 
volte in quel tempo dalla Grecia in Italia (2), e nella 
dedica dell' ode Bonaparie Liberatore ai reggiani, pub- 
blicata ai 12 maggio 1797, in cui si dichiara: « nato in 
Grecia,educato fra* Dalmati e balbettante da soli quattro 
anni in Italia » ; e di certo per informazione di lui la 
stessa cosa ripete un compagno suo di giacobinismo, 
Odordo Samueli, in una postilla al noto sonetto 

Quand' io ti vidi rabbuffati i crini 

pubblicato a pag. jo8 dell' Anno % poetico quinto. Dei 
viaggi poi da Venezia al Zante e viceversa fatti da Ugo 
rimaneva ricordò anche nella memoria della di lui so- 
rella Rubina che, già vecchia, n' ebbe a parlare, sebbene 
in confuso, al De Winckels. 

Tirando le somme il Foscolo si recò quindi per 
la prima volta a Venezia nell'agosto 1792 e vi ritornò 
dopo breve assenza, ne' primi mesi del '93, allorquando 
la povera madre sua aveva riordinato alla meglio i suoi 
più poveri affari e tra appoggi di parenti e costanza 



(1) C. Antona-Traversi, De 1 natali, de' parenti, ecc. p. 443. 

(2) In Biblioteca italiana di Milano del 1830, nella Vita del F. 
del Carrer cit. e completa da ultimo nella Rivista d" Italia di Roma, 
fase. 2 del 1900, per cura di Domenico Bianchini. 



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Ugo Foscolo a Venezia 



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d' amore era riuscita ad assicurare ai figli una vita men 
che triste. In una casa ben miseranda però del sestiere 
di Castello, nel quale per accenni e testimonianze esi- 
stenti abitava la maggior parte dei congiunti e amici 
veneziani dei Foscolo, e al quale rivolse quindi il suo 
vedovo passo la madre del futuro poeta, appena sbarcata 
dal brigantino di levante che ve l'aveva condotta. Coi 
pochi mezzi di cui disponeva non poteva di certo pa- 
gare una elevata pigione e dovette accasarsi forse. su- 
bito o poco dopo in Parrocchia di S. Francesco, Campo 
delle Gatte, in quella « casa o per dir meglio catapec- 
chia » che « nelle finestre, a detta del Pieri (i), non 
aveva vetri, ma bensì impannate », e alla quale poco 
dopo il suo figliuolo riserbato all' immortalità, <• ben 
lontano dal lasciarsi avvilire da quella intollerabile po- 
vertà », si faceva indirizzare le risposte ch'egli solleci- 
tava da due illustri del tempo: Aurelio Bertòla e Mel- 
chiorre Cesarotti, e vi riceveva sorridente coetanei am- 
miratori. E vi rimase fino a quando quello stesso fi- 
gliuolo, abbandonata tra le delusioni e i rimpianti la 
mercanteggiata regina dei mari, cominciò a guadagnare 
qualcosa e potè con sacrifici, per alcun tempo veramente 
grandi, mandarle ogni mese qualcosa e pensare air av- 
venire de' suoi minori fratelli. 



(i) Mario Pieri, Opere, Edìz. fiorentina dei Lemonnier, Voi. I, 
pag. 39 ; e un mio scritto su Le abitazioni dei Foscolo e la data del 
loro arrivo in Venezia, pubblicato nel Nuovo Archivio Veneto. (T. Ili, 
P. I, 1902). 



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Nuovo Archivio Veneto 



II. 

Primi passi 

Una città come quella della Serenissima in cui agli 
splendori dell 1 arte e alle memorie della storia s' aggiun- 
gevano in quel momento le attrattive d'una spensierata 
decadenza non poteva non esercitare sull' animo d' un 
giovinetto entusiasta e pieno d' ingegno qual' era il Fo- 
scolo degli effetti straordinari (i). E tali difatto ci ap- 
pariscono la sua precoce versatilità e quell'operosa irre- 
quietudine che caratterizza la vita privata e pubblica di 
lui dal 1792 al 1797. 

S' è già detto in che casa abitasse e con quale gio- 
vanile baldanza egli sopportasse la miseria domestica 
che assai scarsamente dovevano alleviare gli aiuti dei 
parenti e gli appoggi degli amici. 

Tra i primi, pur intricato com'è l' albero genealo- 
gico dei Foscolo, si possono qui ricordare i Bulzo ; la 
famiglia Naranzi di cui parlerò a proposito di Costan- 
tino; Orsola, Isabella e Contarina Furlani, figlie le pri- 
me due d' un Felice, di Francesco e d'una Rosa la terza, 
ricordate più volte neir Epistolario domestico del poeta 
e del fratello suo Giulio come cugine; Antonio Bros- 
sard marito delT Orsola suddetta e parente di quel Donà 
nominato da Andrea Foscolo nella sua lettera - testa- 
mento più sopra citata ; un Alessandro Foscolo che in- 
torno al 1790 sposò un'Anna Donà congiunta dei pre- 



(1) Per Venezia a quei tempi cfr. i noti scritti di V. Malamani 
e il voi. di F. Galanti su Carlo Goldoni e Venefici nel secolo XVIII 
(Padova, Salmini, 1882). Altri ne cito nel cap. V, a suo luogo. 



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Ugo Foscolo a Venezia 



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cedenti e al certo anche di Elena Donà moglie del Prov- 
veditore Paruta e parecchi altri. 

Tra i secondi Angiolo Orio Provveditore alla Sa- 
nità, la Signora Rosa Marcocchia di Zara, Y jonio Don 
Giovanni Bisbardi sacerdote in San Pietro di Castello, 
un signor Bronza poi commilitone dei Foscolo, il me- 
dico Leonardo della Torre morto a Venezia nel 1816, 
il commediografo Comarolo, G. Pinoli, Albetta Vendra- 
min e pochi altri (1). 

Quest' era la cerchia delle conoscenze familiari dei 
Foscolo ed era più che sufficiente per loro poveri or- 
fani che avevano da pensare ben altro che alle conver- 
sazioni : ma nelle sventure è gran conforto l'amicizia 
e un cuore nato fatto per amare, quale quello di Ugo, 
ne andò cercando di nuove, spinto dalla febbre di vita 
a dall' ardore del nuovo. Il mondo domestico, i parenti 
e gli amici de' suoi non gli bastavano, e, posto nella pri- 
ma metà del '93 alle scuole laiche di San Cipriano in 
Murano, di cui era provveditore Gaspare Gozzi, « si die- 
de, secondo il Carrer, con fermo intendimento agli studi, 
e, condiscepolo a quanti in que' giorni erano appassio- 
nati alle lettere ; e con essi ascoltatore del Bregolini e 
d'altri uomini riputati », apri il suo spirito a più lar- 
ghi orizzonti e andò perseguendo nuovi fantasmi di 
gloria. 

Spinto da essi e da necessità di pane fece subito 
nello studiò notevoli progressi, accompagnando a quello 
della scuola quello suo privato, come ricorda egli stesso 
in parecchi luoghi delle sue opere e specialmente in un 
frammento critico intorno a Lucrezio, ove dice d' esser 



(i)Cfr. Epistolario generale e domestico, passim. Da esso risulta, 
con riscontri irrefragabili, quanto sopra fu esposto e mi basti averlo 
accennato senza soffermarmi, come potrei, a partitamente dimostrarlo. 



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Nuovo Archivio Veneto 



venuto di Grecia «appena tinto della lingua latina, e igna- 
ro al tutto della toscana » (i). Affermazione questa che 
non è che la ripetizione del concetto già espresso a sua 
scusa nella dedica dell' ode Bonaparte Liberatore ai reg- 
giani, ove, come si vide, si disse : « balbettante da soli 
quattro anni in Italia» ; ma. nè in questo, nè in quel luogo 
è troppa esattezza, poiché già per testimonianza di Anto- 
nio Martelào suo maestro al Zante si sa che fin d'al- 
lora era ben avanti nell' italiano e indietro invece nel 
greco. Cosa questa che, colla rapida italianizzazione di 
lui, ci spiega la conoscenza poco profonda eh' egli, pur 
greco nell' anima, ebbe poi sempre della lingua materna. 

A quelle scuole e in quel tempo, mentre i- fratelli 
suoi Angelo e Giovanni venivano pure avviati agli stu- 
di, fu discepolo di Ubaldo Bregolini, novalese, dotto 
ingegno; di G. B. Galliccioli, poliglotta ed esegeta eru- 
ditissimo, eh 1 egli bistrattò poi alquanto nel discorso 
Della costituzione della Repubblica di Venezia (2) ; An- 
gelo Dalmistro, purista della scuola del Gozzi, ammi- 
ratore appassionato di Dante ; ebbe a compagni Anto- 
nio De Martiis, che insegnante in seguito del figlio di 
sua sorella Rubina egli doveva ricordare come uomo, 
non solo d'ingegno «cosa comune», ma anche, «cosa 
assai rara», d' illibatissima e cordiale onestà» (3); Sal- 
vatore Del Negro divenuto più tardi professore di fisica, 
e un Giuseppe Scolari che doveva poi come altri ricor- 
darsene e indirizzargli lodi e saluti (4). 



(1) U. Foscolo, Appendice alle Opere pubbl. dal Chiarini, Voi. 
XII, p. 113. 

(2) Prose letterarie, IV, 339-40. 

(3) In Lettere inedite cit. , p. 1 56. 

(4) Condiscepoli suoi furono inoltre il dalmata Giovanni Kreglia- 
novich-Albinoni, il corcirese Achille Delviniotti, il greco Giorgio Dus- 
mani che deriso un giorno dal Foscolo si vendicò grandinandolo di 



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Ma ad uno spirito quale quello del Foscolo, la fa- 
miglia, la scuola e i compagni non bastavano e altre 
occupazioni e conoscenze andava altrove a cercare. Fu 
così che recandosi a studiare alla Marciana fu cono- 
sciuto e stimato dal « rustego » Iacopo Morelli, prefetto 
di essa, e da lui e dall' amorevole Dalmistro fu presen- 
tato forse alle due dive del tempo, alle due incontra- 
state regine dei salotti veneziani: Giustina Renier-Mi- 
chiel e Isabella Teotochi- Albrizzi. Cortesia maggiore 
non gli si poteva usare, una nuova palestra intellettuale 
e morale gli si apriva e, baldo com' era, potè presto farsi 
conoscere e stringere relazioni coi frequentatori più 
oscuri e più illustri di quella società. E una filza di 
nomi ci si fa avanti : Tommaso e Giuseppe Olivi, An- 
gelo Chiozzotto, il Memmo, Luigi Scevola, Giuseppe 
Gréatti, Paolo Costa, Melchiorre Cesarotti e i suoi fi- 
gliuoli, Ippolito Pindemonte e ie sue Terese, Marina e 
Vettore Benzon, Aurelio Benola, Pier Antonio Bon- 
dioli, Leopoldo Cicognara, Giovanni Kreglianovich-Al- 
binoni, i due fratelli Gallini, Andrea Mustoxidi, V abate 
Meneghelli, Francesco Negri e altri molti già ricordati 
dal Malamani nelle sue monografie intorno le due dame 
e tutti stretti al Foscolo da qualche vincolo di simpatia, 
d' amicizia, di studi (i). 



pugni (cfr. M. Gaffi, in Strenna Italiana cit. p. 31 e sgg.) Pietro 
Bettio poi abate e successore del bibliotecario Morelli alla Marciana, 
e parecchi altri. 

(1) Cfr. E. Castelnuovo, Una dama veneziana del secolo X Vili, 
voi. LXIII, A. 1882 della Nuova Antologia; Vittorio Malamani, 
Isabella Teotochi- Altri | ji, i suoi amici, il suo tempo, Torino, Lo- 
cateli^ 1882 (per cui v. Giornale storico ecc., I, 497-99); e Giustina 
Renier-Michiel, i suoi amici, il suo tempo, in Archivio Veneto, T. 
38, 1889; più suoi lavori sul Cicognara (ediz. delle memorie); La 
satira del costume, I Francesi a Venezia, ecc. ; il voi. di G. B. 
Grovato su Vettore Benfon e le opere del Moschini e del Nani-M q . 



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Nuovo Archivio Veneto 



Il corcirese Nicolò Delviniotti lo presentò all'amico 
suo Mario Pieri che doveva poi nelle sue Memorie trac- 
ciare del Foscolo adolescente questo curioso profilo : 
« Rossi capelli e ricciuti, ampia fronte, occhi piccoli e 
affossati ma scintillanti, brutte e irregolari fattezze, co- 
lor pallido, fisionomìa più di scimmia che d* uomo : 
curvo alquanto, comecché bene aitante della persona : 
andatura sollecita, parlare scilinguato ma pieno di fuo- 
co : mettea meraviglia il vederlo aggirarsi per le vie e 
pei caffè, vestito di un logoro e rattoppato soprabito 
verde, ma pieno di ardire, vantando la sua povertà in- 
fino a chi non curavasi di saperla, e pur festeggiato da 
donne segnalate per nobiltà ed avvenenza e dalle ma- 
schere più graziose e da tutta la gente » (i). 

E che ciò non fosse un' esagerazione ce ne assicura 
anche V Abate Giuseppe Greatti che chiude una lettera 
del febbraio '96 a lui diretta, con questo ammonimento: 
« Il mio grande amico Bondioli che vi stima infinita- 
mente mi ha oggi scritto; mi dice che siete divenuto 
uomo di moda. Guardatevi dalla vostra celebrità. In 
Venezia si passa dal teatro alla predica e dalla predica 
a Foscolo. Interrogate voi stesso, gli amici sul vostro 
conto, e non il favor dei circoli oziosi » (2). Ed era sag- 
gio consiglio chè quella popolarità il Foscolo se V era 
procurata col suo fare scapigliato e stravagante, coi suoi 



cenigo rispettivamente su la letteratura veneziana del sette e dell' otto- 
cento. In quest' ultimo lavoro si ripete erroneamente (p. 279-80) che 
il Foscolo fece i suoi studi all' Università di Padova. Egli del Cesarotti 
fu allora ammiratore e seguace, non mai allievo. V. anche De Winckels, 
Vita cit. , I, p. 31-32 e Appendice alle Opere, p. 87. 

(1) M. Pieri, Voi. e luogo cit. 

(2) In una mia memoria su Giuseppe Greatti, pubbl. neir Ateneo 
Veneto del 1900; Venezia, Visentini editore. 



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Ugo Foscolo a Venezia 



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molteplici e facili versi, colla sua loquela irruente atta 
a conquistare V animo dei più, ma sopratutto per la 
leggerezza dei tempi e il dilettantismo che regnava so- 
vrano su gli spiriti e le coscienze. 

III. 

Lavori minori 

Colla feconda baldanza del goliarda d* ingegno Ugo 
Foscolo volgeva nello stesso tempo il pensiero a nuovi 
lavori e — operosità mirabile — la scuola, i ritrovi, le 
discussioni non gli impedivano di fare delle larghissime 
letture, di empire parecchi scartafacci di versi d' ogni 
metro e soggetto, e di abbozzare lavori di mole, di stu- 
diarvi su e di scriverne contemporaneamente agli amici 
lontani . . . magari da per sè stesso criticandoli, come 
fece col Fornasini. Di tale sovrabbondante e primaverile 
produzione ben poco però sfuggì ai cestino del poeta 
cresciuto in età, ma quel poco è più che sufficiente a 
giudicare de' criteri onde il poeta stesso esordì e a farci 
conoscere le « alluvioni e fecondazioni che si successero 
in quel singolare spirito giovinetto » (1). 

Notizie e documenti degli studi da lui fatti in quel 
primo periodo della sua carriera letteraria sono nei 
frammenti dello scritto «Della poesia, de' tempi, della 
religione di Lucrezio » più innanzi citati, nel fascicolo 
donato nel 1794 al Naranzi, nelle lettere al Fornasini, 
nel Piano di studi che da sè stesso si traccio tra il '95 
e il '96, in due giornali del tempo, in alcuni opuscoletti 
d'occasione e nel suo romanzo dell'Ortis. 



(1) G. Carducci, Conversazioni critiche, Roma, Som ma ruga ed. , 
p. 290. 

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Nuovo Archivio Veneto 



Nel frammento egli dice: «. . che i primi anni 
della sua gioventù, sebbene circondati da molte miserie, 
furono nondimeno illuminati dalla Musa e fu il mio 
ingegno come innaffiato dalla poesia, alla, quale tutta 
T anima mia si abbandonava. E dal suo amore incitato 
tutti lessi in quel tempo e gì' italiani, e molti de' latini 
poeti ; più assiduamente il padre nostro Alighieri, e 
Omero, padre di tutta la poesia. Cosi mi ravvolsi, senza 
avvedermi, nelle passioni degli uomini e nello studio 
dei tempi e delle nazioni, onde di mano in mano, dopo 
avere scritti molti ardenti e ineruditi poemi d' ogni 
specie, m' inoltrai nella storia e nelle dottrine morali 
e politiche » (1). Righe queste in cui è riassunta tutta 
T opera intellettuale del Foscolo in quegli anni e che 
non solo accennano alle sue vaste e disordinate letture, 
allo studio paziente d' Omero e di Dante e ai suoi sca- 
rabocchi poetici, ma ancora agli studi storici da lui 
iniziati su Tacito e Plutarco (2), a quelli morali cui fu 
condotto dalla lettura appassionata della Bibbia, ai po- 
litici infine cui l'attrassero ancor giovinetto e le vicende 
del tempo e la bramosia d' innovazioni. 

Effetti di tale svariata ed incomposta applicazione, 
attestataci molto più particolarmente dal citato Piano 
di studi, furono prima i suoi studi di storia e di riflesso 
quelli filosofici e politici ai quali venne accennando lui 
stesso nel Piano e di cui, se il gran rifiuto dell' 800 
non avesse senza misericordia fatto scomparire e grano 
e loglio, avremmo oggi più saggi importanti e curiosi. 
Dal detto Piano e poi dall' Ortis (3) sappiamo che in 
quegli anni andava facendo la versione del secondo li- 
bro delle Storie di Tacito e quella dei primi tre degli 



(1) Appendice alle Opere, cit. , pagg. 113-14. 

(2) Per Plutarco v. ibid., p. 136. 

(3) Ediz. Le Monnier, p. 139-40. 



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Ugo Foscolo a Venezia 



383 



Annali, la qual ultima voleva poi imprimere assieme al 
volgarizzamento del Davanzati; e postillava pagina per 
pagina un suo Plutarco, aggiungendovi alcuni discorsi 
tra cui « uno assai lungo su la morte di Nicia». Influenza 
grande ebbero queste sue fatiche giovanili e sul modo 
suo d'esordire e su tutta l'opera sua posteriore: a te- 
stimoniarlo, bastino, per quello, con l'Ortis, le sue vi- 
cende dal '92 al '97 ; per questa, gli scritti politici, pei 
quali tutti giova ricordare com'egli nel 1 816 ebbe a 
scrivere che la sua professione letteraria e politica, V una 
dall' altra da lui mai disgiunte, comincia dall' anno 
1796 (1) e fu perciò una logica e necessaria conseguen- 
za di quelle prime veglie veneziane sugli storici d' ogni 
tempo e nazione (2). Unitamente a questi studi altri ne 
faceva nel campo della filosofia abbozzando saggi più o 
meno illuministi e spesso gettando su fogli sparsi il 
frutto delle meditazioni alla cui tristezza unico balsamo 
riesciva il poetare, accademico sì e d' imitazione, ma 
qua e là vibrante di qualche ritmo nuovo. 

I primi versi di lui furono quelli che inviò al pa- 
rente ed amico suo Costantino Naranzi (3) sul finire del 



(1) Opere, V, p. 269. 

(2) Cfr. Francesco Trevisan, Ugo Foscolo e la sua professione 
politica, Mantova. Tip. Balbiani, 1872; ed Eugenia Kienerk, Gli 
scritti politici di Ugo Foscolo, Firenze, Landi ed., 1893. 

(3) Questo Naranzi era parente del Foscolo perchè pronepote 
di Giorgio Naranzi cugino primo dei fratelli Foscolo, figlio di Rubina 
Bulzo e del Costantino senior cui si accenna più volte nelT Epistola- 
rio di Ugo. A questi Naranzi sono da aggiungersi poi un N. Spi- 
ridione è un N. Demetrio che furono compagni di Ugo nelle agi- 
tazioni politiche del 1797, e al secondo dei quali egli doveva poi man- 
dare una copia del discorso Dell' origine e dell' ufficio della lettera- 
tura, oggi conservata, secondo m' informa V Es. Prof. Di Mento, nella 
biblioteca del Zante. colla dedica seguente : Al sig. Cavaliere- Demetrio 
Naranzi-Console Generale — ^tUa; x?ì itxtoiSo, fivT.fio^uvov. Questo 



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Nuovo Archivio Veneto 



1796 o già di lì. Sono ventisei poesiuccie e quindici ver- 
sioni di vario metro: rosolia letteraria d'uno scolare 
d'ingegno, che si distingue tuttavia per un certo ca- 
rattere d' indipendenza e per la simpatia ad alcuni sog- 
getti che ricorrono poi ancora nella sua produzione po- 
steriore, come le versioni da Saffo, quella da Anacre- 
onte, il tema del ritratto, (1), la partenza e la lontananza 
dell' innamorata e qualche altro. Fra quest' ultimi da 
notarsi una canzonetta da lui ricordata alla Donna 
Gentile nel 1816 e in cui diceva: «essere l'amore 
d' una donna la quale sappia amare, simile alla rosa 
che dopo invecchiata, serba dolcissima e perpetua ed 
assai più modesta la sua prima fragranza » (2). 

Allo stesso '94, secondo ebbe ragionevolmente a 
supporre G. Mestica, appartengono anche i versi In 
morte del Padre, pubblicati la prima volta da C. An- 
tona-Traversi in occasione di nozze e ristampati da 
G. Chiarini nella sua Appendice alle Opere. Sono una 
canzone e cinque sonetti che il Foscolo, dedicandoli 
alla madre, regalò nel 1795 a un Sig. Galvani di Cefa- 
lonia da una cui discendente, dopo molti e vani tenta- 
tivi, si potè finalmente riscattarli nel 1889. Nel rispetto 
dell' arte non sono naturalmente gran cosa, ma con 



Demetrio N., fin dal 1794 alunno dell' Accademia Padovana, era anche 
intimo poi del Cesarotti e del Greatti. 

I versi inviati al N. Costantino furono pubblicati per la prima 
volta a Lugano, coi tipi del Ruggia, nel 1831, poi ristampati più vol- 
te: integralmente e con note, da Guido Biagi ne Le poesie di U. F. 
da lui curate nel 1883 pel Sansoni. Cfr. per tale ediz. V importante 
rassegna pubblicatane da F. Novati a p. 485-6, del voi. I del Giornale 
Storico, 

(1) Tema che nella letteratura nostra è un vero leit-motiv più 
che degno di studio. 

(2) Cfr. Epistolario Foscolo- Mocenni ed. da E. Del Cerro, 
Firenze, Salani, 1888, p. 146-7. 



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Ugo Foscolo a Venezia 



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vantaggio della critica vi si ritrova esagerato dalla vi- 
vezza delle impressioni e dall' affetto figliale quel sen- 
timento ingenito di cupa tristezza che dovrà poi, fre- 
nato ad arte, ispirargli molte pagine dell' Ortis e non 
pochi mirabili versi. 

Contemporaneamente si stringeva in amicizia col 
Fornasini e principiava con lui quel carteggio di cui 
ciò che restava fu pubblicato nel 1844 per nozze For- 
nasini — Saleri dal D. r Giacomo Uberti e ristampato 
poi dagli editori fiorentini nel terzo volume dell' Epi- 
stolario. Questo Gaetano Fornasini era nato a Brescia 
ai 6 di Giugno del 1770, ed avviato contro la sua in- 
clinazione alla flebotomia era andato alternando le oc- 
cupazioni scientifiche agli studi letterari. Ingegno aperto 
e versatile s' era fatto ancor giovane un buon nome e 
cominciava proprio allora a scrivere quelle novelle che 
dovevano poi farlo ricordare con onore tra / novellieri 
italiani in prosa di G. B. Passano (1). Non si sa come 
il Foscolo ne abbia fatto la conoscenza, ma col mezzo 
di qualche amico di Venezia o di Padova probabilmente; 
cominciò in ogni modo a scrivergli nella seconda metà 
del '94 e fu in relazione con lui per tempo ben più 
lungo del breve periodo tra cui va il loro carteggio ri- 
masto, se ben lo confermano la lettera a V. Lancetti 
del luglio 1807, e il bigliettino a C. Ugoni dell'otto- 
bre 1812 ove Ugo lo ricorda con parole affettuose e 
piene di stima. 

A questo amico adunque, che doveva poi diven- 
tare vicebibliotecario della Queriniana, vicesegretario 
dell' Ateneo bresciano, autore di scritti utili e lodati, il 
nostro operoso adolescente mandava a rivedere, tra la 



(1) Si vedano in appendice le note apposte al carteggio del Fo- 
scolo col Fornasini. 



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Nuovo Archivio Venete 



fine del '94 e quella del '95, odi, elegie e versioni, espo- 
neva pensieri e sentimenti, chiedeva amorosi consigli 
e «giudiziose critiche». E avendo trovato in lui ciò 
che cercava, in una lettera dei 10 decembre 1794 gli 
manda, « come per giunta sopra la derrata » di un' ele- 
gia — due canzonette, di cui una sua e l'altra « traduzio- 
ne d' una di Thesdeher, poeta anacreontico turco. Io la 
ho trovata nel Muratori in italiano, egli segue, ma mi è 
poco giovata, mentre io ne posseggo parecchie dello 
stesso genere tradotte in greco-volgare. In questa per 
altro v* ho trovato delle variazioni, come là dove dice 
— radice del mio cuore — che nel Muratori, e lo stesso 
nel mio testo greco, dice TcopTjyopfa xapStas consolazione 
del cuore ; — ma io ho seguito la lezione italiana, per- 
chè senza rima, e tradotto alla salviniana »> (1). Ora, 
riuscita vana ogni ricerca intorno al Thesdeher che, se- 
condo anche ebbi dalla gentilezza del Prof. Emilio Teza, 
non può essere che un errore di stampa o uno sbaglio del 
Foscolo, il vocabolo tutto al più significando tagebuch, 
raccolta o memoria (2), vediamo almeno la canzoncina 
che all' opposto del poeta è conosciuta e per la versione 
fattane dal Tomitano e riferita dal Muratori e perchè 
essa contiene, come in una nota folk-loristica ebbe già 
ad osservare Vittorio Clan (3), un motivo tradizionale 
di letteratura popolare. 

In mancanza della versione del Foscolo ora per- 
duta e eh* egli deve aver fatto indubbiamente da qual- 



(1) U. F., Epistolario, v. Ili, p. 277.78. 

(2) Cfr. Zenker, Diction. Ture - arabe - persati, Leipzig, 1866- 
-1876, voi. I, p. 273. 

(3) V. Gian, Un' antica canzonetta greca ed una siciliana, ne La 
biblioteca delle scuole italiane, del 1 ottobre 1898. 



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Ugo Foscolo a Venezia 



che raccolta di canti del levante, si legga questa del 
Tomitano : 

Basilico ho piantato 
E rose son nasciute, 
Dentro delli cui rami 
Cantan le rondinelle/ 
Deh, rondinelle mie, 
Pregovi non cantate, 
Poiché '1 dolce mio amante 
Radice del cor mio, 
Si fa da me lontano, 
Fuggendo il dolce porto 
Per ritrovar fra V onde 
Tempestosi travagli. 
Deh, rondinelle mie, 
Pregovi non cantate, 
Ma più tosto piagnete, 
Se pietose voi siete (i). 

Di tali motivi popolari il Foscolo ne conosceva e 
aveva a mente parecchi, se ben ce lo confermano col 
luogo citato i madrigali in greco-volgare da lui, secondo 
il De Biasi, composti tra i 13 e i 14 anni per le fan- 
ciulle del Zante, e quelle arie « fra il barbaro e il pas- 
sionato » ch'egli cantava a Pavia nel 1809 a ristoro 
della « penosa anima sua ». 

Lo vediamo poi, per invito del Fornasini e per la 
prima messa di Don Luigi Scevola amico comune, scri- 
vere dei versi sciolti, un sonetto e un' ode U olocausto 
o II sacrificio, la qual' ultima V amico gli faceva stam- 
pare in Brescia nel maggio 1795 in un foglietto ora 



(1) A. Muratori, Della perfetta poesia italiana, p. I, Gap. XIII, 
p. 209 - dell' ediz. Curti del 1790. Egli la tolse dai Ragionament 
della lingua toscana del Tomitano, Venezia, G. de' Farri, 1546. 



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Nuovo Archivio Veneto 



irreperibile (i) ; dettare su le traccie di quelli del Ron- 
calli, concittadino della sua conoscenza, parecchi epi- 
grammi, lontani compagni di quelli da lui scagliati più 
tardi contro il Paradisi e il Lamberti; inviargli final- 
mente nell' agosto del '95 V ode In morte del duca di 
G. C, ed esporgli il disegno d'un libretto di versi alla 
cui stampa egli stava allora pensando. 

Quel libretto, secondo il Foscolo, avrebbe dovuto 
constare d' una dozzina di odi, tra cui quelle conservate: 
A Dante, La verità, La campagna, e quella In morte 
del duca. Esse appartengono a que' versi che si potreb- 
bero chiamare del secondo gruppo e furono già studiate 
dal Chiarini, dal Carducci e specialmente da G. Mestica, 
basterà quindi al mio assunto osservare come 1* ode 
A Dante sia primo tributo d* omaggio al poeta di cui an- 
dava allora « con rauca voce e fiammeggianti sguardi » (2) 
recitando i canti e ne' cui studi iniziato dal Dalmistro, 
ben partecipe, lo si ricordi, de* sentimenti danteschi del 
Gozzi, doveva recar poi più dotte fatiche col « Discorso 
sul testo della Divina Commedia ». Va notato in essa 
ode T accenno profetico che il poeta fa alla propria 
fama coi versi. 

ma sorgere 
Giganteggiando i nostri 
Carmi vedransi, e liberi 



(1) G. Mestica nella sua dotta e accurata edizione de Le poesie 
di U. F., stampata nel 1889 in Firenze dal Barbèra, e per cui cfr. 
Giornale Storico, voi. IV, p. 453 e segg., illustra i passi delle lettere 
foscoliane che si riferiscono a tali componimenti, ma non parla però 
che di quello in isciolti, mentre il poscritto della lettera del 16 mag- 
gio 95 e' informa anche degli altri. 

(2) Verso di Odoardo Samueli nel noto sonetto « A Nicolò Ugo 
Foscolo conosciuto dall'autore mentr' ei recitava un canto di Dante 
pubblicato a p. 108 dell' Anno poetico del 1797. 



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Ugo Foscolo a Venezia 



380 



Calpestare que* mostri 
Che tumidi d' orgoglio 
Siedono ingiusti in soglio. 

che ci richiamano a « V alta cetra mia » dell' ottava 
strofe dell' ode La verità, e che per la loro giovanile 
baldanza contrastano tristemente collo scetticismo deso- 
lato delle Ultime lettere e dei sonetti del 1802. 

Neil' ode La campagna scritta nel maggio '95 men- 
tre era in villeggiatura a Motta di Livenza (1), mostrò 
come sentisse fieramente di se pur tra: « i piaceri del 
rurale soggiorno e della semplice pace » ; e quale fosse 
il profitto eh* avea tratto dalla lettura dei gesneriani 
del suo tempo. 

In quella per La morte di . . . (che tale fu il titolo 
appostole dall'autore nel fascicolo d'ottobre 1796 del 
Mercurio d y Italia ove fu per la prima volta stampata) 
Ugo Foscolo s* ispirò ad un ordine d* idee che gli era 
allora assai caro, biblicamente apostrofando V empio ne- 
mico di Dio, il folle sognatore di gloria, V orgoglioso 
gigante inabissato dai fulmini, Massimiliano Robespierre 
infine : che lui e non altri, secondo ben s* addiede il 



(1) Ospite probabilmente della famiglia del N. U. Alessandro Fo- 
scolo che aveva sposato un' Anna Dona, quasi certo cognata di quella 
Chiara Brossard nominata da Andrea Foscolo nella sua lettera - testa- 
mento più volte innanzi citata. Cotesti Foscolo, eh' io non oserei dire 
parenti diretti dei nostri per non risollevare V oziosa e vexata quaestio 
della nobiltà, abitavano a Venezia nel sestiere di Castello e si reca- 
vano ogni anno a villeggiare in una loro palazzina posta, secondo 
m' avverte gentilmente il Chiaro sig. Lepido' Rocco, sulla sinistra 
del Livenza, a mezzo chilometro da Motta, pfoprio vicinissimo all' ora 
distrutto Bosco della Muggia, al quale certamente allude il poeta nella 
sua accompagnatoria dell' ode, dicendo al • Bertola d' averla scritta 
due giorni innanzi t fra i boschi. » 



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Nuovo Archivio Veneto 



Martinetti (i), quel Crudele deve e può essere. L'ode 
fu scritta neir estate del '95 e il Foscolo ai 19 agosto 
dello stesso anno, appena uscito d' una grave malattia, 
la mandava al Fornasini onde la rivedesse insieme allo 
Scevola, « giacche questa ode, gli diceva, unita ad un'al- 
tra dozzina, dovrà da qui a qualche mese stamparsi ». 
Non fu stampata invece, come si disse, che sola e nel 
1796 e quasi rifatta; la copia inviata al Fornasini ri- 
mase inedita fino al 1844 ne l <l ua l anno, quasi di certo 
col titolo alterato, fu pubblicata nell* opuscolo nuziale 
eh' ebbi a citare, unitamente a quella parte del loro car- 
teggio sfuggita al cestino. 

Se tra le mani degli Uberti non fossero andati smar- 
riti gli autografi si avrebbe ora il modo di collazionarli 
colla stampa e si potrebbe così reintegrare il testo e 
vedere se quel titolo In morte del duca di G. C. fu una 
correzione del Fornasini o un capriccio degli editori. 
L* ode del resto, come ben pensò G. A. Martinetti, do- 
veva essere una cosa stessa con quella segnata nel Piano 
di studi col numero 12 e il nome di Roberspiere, come 
ne' due indici della sua racolta di odi, quello trasmesso 
nel '95 al Fornasini e quello tracciato nel '96 per en- 
tro al Piano, sono una cosa sola U olocausto e 77 sa 
crifi^io^ U incontentabilità e U ingordigia. 

L* ode scritta nel '95, riveduta e stampata nel '96, 
preludia al poemetto II Roberspiere (così allora si scri- 
veva) che il Foscolo in una lettera a Paolo Costa della 
primavera del '96 affermava in parte già scritto e che 
presso a poco in quel torno andava recitando agli amici 
ne' crocchi e nelle conversazioni, onde 1* amico suo di 



(1) Nell'opuscolo su La Laura, di N. U. Foscolo, Torino, Roux 
e C. ed. 180 1 ; pagg. 62 e 63. Cfr. per esso Giornale Storico, voi. 
XVII, p. 463 - 4. 



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Ugo Foscolo a Venezia 



301 



giacobinismo Odoardo Samueli nella seconda quartina 
di quel sonetto pubblicato nel!' Anno poetico quinto 
(1797, p. 108) poteva ricordare d'averlo visto. 

Segnar ... a secoli più tardi 
Di Roberspiero i luridi destini. 

Nulla però ce ne rimane eccettuati i sei versi 

Tal del Giordan sul mergo un di solia 
Pianger l' arsa Sionne e il tempio infranto 
L'ispirato dall'Alto, Geremia. 

E ad ogni verso del funereo canto 
Contemplava le meste onde scorrenti 
Tacito, immoto, colle luci in pianto. 

dati come appartenenti al canto secondo e trascritti dal 
Foscolo stesso nella sua lettera al Costa (1) e non ce 
ne potremmo formare nemmanco un' idea se non ci 
restasse V ode che abbiamo veduto, V accenno all' amico 
e il giudizio che sul Robespierre e la sua politica re- 
cava nel '98 nelT Esame su le accuse contro Vincenzo 
Monti : « Inevitabile certo e necessaria fors' anche fu la 
dittatura di Robespierre, il quale sacrificando alla li- 
bertà, eccitò gli odj antichi e le private vendette, co- 
ronò gli scellerati, atterrì la innocenza, desolò la Fran- 
cia, contaminò la libertà, ed accrebbe V infamia dell' u- 
man genere. La Francia cancellò quest' epoca dagli an- 
nali della sua rivoluzione » (2). 

Giudizio diverso da quello del Monti, la cui Bas- 
svilliana gli era stata forse modello per la sua cantica, 
osserva il Mestica, ma retto e tale da deplorare che, 



(1) U. F., Opere, voi. XI, p. 343. 

(2) U. F., Opere, voi. V, p. 18-19. 



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Nuovo Archivio Veneto 



per causa del gran rifiuto dell' 800, non ci resti di essa 
nemmeno quel brano sul ghigliottinamento del duca 
Luigi Filippo, da lui letto nella sera del 25 frimaio 
((5 Xbre) '97 al Circolo costituzionale di Milano e che 
con grande probabilità vi apparteneva (1). 

Insieme a questo poemetto il Foscolo nel '96 an- 
dava componendo delle nuove odi — e non odi sol- 
tanto, ma canti, elegie e sonetti. Gli studi e la vita gli 
suggerivano delle nuove idee, gì* ispiravano dei nuovi 
motivi ed egli se li andava accarezzando e svolgendo 
con la sua solita foga. 

Tra essi quello che in que' giorni aveva più pre- 
sente di tutti era il motivo religioso. Ve lo spingevano, 
com' egli velatamente ricorda nella Notizia intorno a 
Didimo, le idee domestiche, V educazione degli anni 
primi, la indefessa lettura della Bibbia e dei poemi sa- 
cri del suo secolo : la Messiade e II paradiso perduto. 
Frutto di tali idee, dell' influenza del Varano e del Mon- 
ti, oltre che di tali letture, furono i versi su Robespierre 
già veduti, T ode 77 mio tempo e il canto La croce, com- 
ponimenti questi da lui scritti secondo una tradizione 
locale in Chioggia mentre era ospite del suo amico 
Chiozzotto e pubblicati nell'aprile 1796 a Venezia per 
la monacazione della nobil donzella Maria Toderini e 
ristampati poi più volte altrove ; e quella « . . Storia 
del Cristianesimo dal principio sino alla fine del mon- 
do » segnata tra i lavori da farsi come un Canto. 

Dopo il motivo religioso veniva quello preroman- 
tico ispiratogli dalla tendenza ingenita alla tristezza e 
dalla appassionata lettura dell' Ossian, de Le notti ro- 
mane del Verri, delle opere di Young e' vari altri. Quel 
motivo doveva diventar poi uno de' principali caratteri 



(1) Cfr. Guido Mazzoni, A Milano cent' anni fa, in Nuova Anto- 
tologia, 1898, voi. 75, p. 577 segg. 



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Ugo Foscolo a Venezia 



393 



del suo spirito e dettargli per allora gli sciolti Al sole (1), 
pubblicati nel '97, ma scritti di certo verso la fine del 
'96. Essi, sebbene non privi di difetti e di reminiscenze 
preannunciano qua e là il Foscolo futuro e per l'accenno 
leopardiano della fine, già osservato dal Carducci, e per 
T intonazione generale che — cosa finora non osserva- 
ta — richiama a quel lungo brano del sermone I (1807) 
ove, astraendo dall' allegoria politica che vi si contiene, 
Prometeo apostrofa l' immoto re degli astri (versi 61-89). 

In quello stesso periodo di tempo, cori prontezza 
di concezione invero meravigliosa, il Foscolo abbozzava 
inoltre parecchi altri lavori, come un poema sul Genio 
in tre canti : Il genio universale, Il genio nelle scienze, 
Il genio nelle arti, che 1' amico Greatti gli raccomanda 
in una certa sua lettera (2) di condurre a termine; un 
altro poema in terza rima sul Piacere, di cui, siccome 
credo col Biagi, abbiamo un notevole saggio nel com- 
ponimento omonimo segnato tra i cosidetti Versi gio- 



ii) È tradizione ch'essi siano stati composti, come altri versi di 
lui, in Padova e a gara con Paolo Costa, che stendeva in quello stesso 
tempo 1' ode L aurora, un sonetto in morte del suo genitore e una 
versione da Saffo. Cfr. Nuovo Giornale dei letterati di Pisa A. 1833, 
pagg. no- 17, e V. Brocchi, La scuola classica romagnola p. I, Paolo 
(losta, tra gli Atti del R. Ist. Veneto di scienze, lettere ed arti, T. IX, 
S. VII, 1897-98, pagg. 976-979, in cui però si desidererebbero maggiori 
particolari. Per le note preromantiche nel Foscolo giovinetto e l' in- 
fluenza della letteratura sentimentale negli scritti giovanili e posteriori 
di lui, cfr. le memorie di F. Novati e V. Cian rispettivamente pub- 
blicate nei voli. I e XX del Giornale storico ecc. pp. 485-86; 205-35 j 
B. Zumbini, La Poesia sepolcrale straniera e italiana e il carme del 
Foscolo, a pp. 79-162 degli Studi di letteratura italiana, Firenze, Succ. 
Le Monnier, 1894. ed E, Bertana, Arcadia lugubre e preroman- 
tica, Spezia, 1899. 

(2) In quella pubblicata nel mio cit. scritto sul Greatti. Cfr. in 
esso note alla lettera. 



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Nuovo Archivio Veneto 



panili col numero XXIII ; e per ultimo la cantica il 
Robespierre di cui s' è detto più sopra. 

Tanta larghezza di divagazioni e operosità d' inge- 
gno non gli impedivano tuttavia di stringere sempre 
nuove amicizie e di cogliere ogni occasione di gite a 
Chioggia, a Padova e nelle campagne del Terraglio, nè 
d' indugiare soprattutto su delle avventure d' amore che 
più e meglio d* ogni altra gli dovevano poi riescire sog- 
getto di poesia. 

(Contiti J Adr. Augusto Michieli 



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Milli PER LI STORIA DELLA VITA PRIVATA IH CREMA 



DURANTE IL DOMINIO VENETO 
(Contin. — Vedi Nuova Serie, Tomo V, Parte I. 



IV. 

Ricevimenti e Banchetti. — Avventurosi furono per 
Crema i primi anni del Secolo XVI: caduta nel 1509 
in potere di Ludovico XII, che ne fece mal uso e la 
perdette nel settembre del 15 12, ingombra di poi delle 
milizie di Renzo Ceri, spadroneggianti con inaudita ar- 
roganza, ebbe a soffrire prestiti forzati, carezza di vi- 
veri, un doloroso assedio di ben quattro mesi, e da ul- 
timo fame e pestilenza. « O poverella Crema, esclama 
il Terni discorrendo di questi anni, dove per conse- 
guir pietà farai recapito, se il mondo, se il cielo, se 
la giustizia ti voltano le spalle? A lacrime, a patienta 
ed a morire disponiti, solo rifugio alli tuoi innumerevoli 
guai. » Guai che si rinnovarono durante la guerra fra 
Carlo V e Francesco I, e in particolar modo nel 1528 
per il passaggio dei lanzichenecchi, dei Francesi e dei 
Veneziani : i Francesi con timore, « e questi liberamente 



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Nuovo Archivio Veneto 



discorrevano, e i lanzichenecchi abbruciando le ville al- 
meno lassavano dietro le ceneri, e questi altri fino le ce- 
neri e i carboni dei focolari portavano via » (i). E V anno 
stesso i podestà Loredano facevano in Crema inique estor- 
sioni (2). 



(1) Terni lib. XI, f. 160. 

(2) La pagina del Terni (lib. cit. f. 160 r.) deve essere qui ricordata 
perchè lumeggia mirabilmente quei tempi e quegli uomini : a tali tristis- 
simi ricordi lo stile dell' acuto e buon cronista si fa insolitamente efficace 
e vivo : • Era Lucha Loredano di etade d' anni 55 circa, senza pelo in 
barba come femina, largo di gotte, palidissimo, mai rideva, colerico oltre- 
modo, biastematore crudelissimo, a ognuno facilmente diceva villanie, 
et a tirar il danaro solicito e vigilante. Mettevano questi due Lauredani 
(Andrea e Luca) il Calmiero sopra la biava, cosa ne la terra nostra 
inusitata, et la facevano vendere lire 20 la soma, quando tra vicini et 
a Bergamo era 40 e 50 lire venduta : et tuta la fecero portare dentro, 
cusì che neancho le semenze et il vivere gli rimasero : ne a tale effetto 
gì' indusse la compassione de poveretti che ne la Terra erano, ma il 
sfrenato desio di menare le mani, et di crassarsi nel poverello sangue 
de' Cremaschi, come vedrete. Mettuto il Calamiero fanno proibitione 
sotto pene gravissime che alcuno non venda biave, nè grossa, nè pic- 
cola, senza sua iicentia, per il chè era bisogno a' poveretti stare due 
ovvero tre giorni a battere a la porta et pregare che fatto gli fosse il 
bolettino, che più di danno era il tempo perduto, che non valeva due 
staroli, come dicemo noi, di fermento o dì miglio .... Vetarono poi 
a Contadini che non vegnessero ne la Terra acciò non mangiassero dil 
pane ad effetto che maggiore quantitade di mandar via gli rimanesse, 
et facevano il mercato il sabato fori dele porte et se alcuno portava 
fuori di la Terra pane gli era tolto, anche che uno solo ne avesse, et 
a le done cerchavano quando ussire solevano dalla Terra fin dove non 
è licito ad ognuno porre mano, cun tante lacrime tal hor de' poveretti 
che carichi de figliuoletti erano, che morevano di fame, che i sassi 
avrebbero pianto: benché gli Ufficiali più duri et crudeli sempre di- 
ventavano, che tuto il paese era disperato, et questo facevano per darlo 
a quatro o cinque contrabandieri che lo conducevano là dove maggior 
precio si sosteneva .... 

Usavano anche una crudeltate non più odita, et massimamente 




Appuntì per la storia della vita privata in Crema 



397 



Eppure anche in quei giorni, non cessò mai del tutto 
la vita spensierata e gaudente. Ora il popolo accorreva in 
piazza a bere mastelli di malvasia offerti dal nuovo Pode- 
stà (i) o ad assistere a commedie e a finte espugnazioni di 
fortezze; ora eran balli, banchetti, giochi. 

I conviti che non mancavano, a quanto pare, in 
nessuna solennità, e che ci sono prova dell' invidiabile 
appetito dei nostri avi, furono in Crema di uno sfarzo, 
di una luculliana profusione di cibi, che non sempre 
raggiunsero in città molto più importanti. Basterebbe a 
provarcelo quello che fu offerto a Malatesta Baglioni 
T ultima domenica di carnevale dell* anno 1526 La descri- 



Lucha Loredano che ai tempi dil raccolto, quando li contadini per 
dubio di la guerra ogni giorno conducevano dentro, siccome le bat* 
tevano le biave, facevano serare le porte nanci l'ora consueti, et 
talhora a hore 21, et- la matina quanti villani si trovavano ne la terra, 
erano mettuti in prigione, et pellati fino sul vivo, come quelli che ve- 
nuti erano dentro a mangiar il pane contro le proclame fatte, cosa 
veramente più che crudele fino al diavolo odiosa »... 

(1) Terni, Lib. XI, p. 147 r. anno 1520: (era podestà Andrea Foscolo): 
• Non voglio preterire un atto che occorse benché' di puoco momento 
sia, che riavendo fatto mettere in Piazza doi Sogli ovvero Mastelli di 
Malvasia per la plebe, tanta moltitudine gli corse che i primi mai 
poterò partirsi, per il spingere di quelli di retro che aprossimare si 
volevano, et tanto urtarono (pensa sei fu grande urtamento), che gli 
mastelli scassorono, et andorono in tasso, et la Malvasia per la piazza 
corse. Nel Crepuscolo di la notte le nobile donne che baiato havevano 
il giuorno in palazzo, venerono in piazza, et fu dato il fuoco ad uno 
castello fatto sopra di uno Monte di Legno; combatuto prima da 
gente armata, cun tanti strepiti et vampe di fuocho, che nel aria et ne 
la piaz/.a volavano da ciascun lato che di bisogno fue di lungarsi, et 
la piazza vacuare cun tanti pifferi, trombe, tamborri, campane, et 
gridi de plebei, che uno ragionando, ancora che dilungato dal loco 
fusse, non poteva d=i 1' altro essere inteso • » 

26 



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39» 



Nuovo Archivio Veneto 



zione minutissima di quella cena ci è data dal Terni (i), e 
fu già pubblicata, con qualche piccola omissione, dal Rac- 
chetti neir Archivio Storico Lombardo (2), ma non sarà 
di troppo riferirla qui per intero : 

A. 1526. — Malatesta Baglioni Perossino, che da Ve- 
nitiani fu poi fatto capitano generale de la fanteria, ha- 
vendo in la terra nostra gli alogiamenti, V ultima dome- 
nica di carnovale, a 1 1 di febbraro, fece una solenne festa 
et cena, come intenderete, a quale invitate furono tute 
le nobile donne di Crema cun li loro mariti et molte 
forastiere. Alogiava il splendido capitano nela casa di 
Santangioleschi nela Porta Umbriano ala piazza vicina; 
a meggio il giuorno si comincia a ballare, e nascoso il 
sole andorono a casa di Sermon Vimercato, dove per re- 
citare Una comedia (3) era aparechiato ; fornisse a due hore 
di notte, et i convitati al luogo di la festa ritornano. 11 
Potestà cun tuta la corte, il Camarlengo, il sig. de la 
Rovere genovese, Patrone in parte di la Abbazia no- 
stra, il sig. Renato Trivultio cun la consorte, il conte 
Giovan Boromeo, il sig. Alvise de Gonzaga, il sig. Ce- 
sare Fregoso genovese, la sig. Ludovica Landriana con- 
tessa di Pandino, la consorte dil conte Gian Francesco 
dela Somaglia, il conte Alberto Scotto capitano di gente 
d' arme di Venetiani, che nela terra alogiava, il conte 
Alexandro Donato venetiano condottiero di cavalli le- 
gieri, et la mogiie, tre Capitani spagnoli che erano a la 
custodia di Soncino, Lione Cusmara milanese, il Ca- 



(1) Lib. XI, ff. 153-154 r. 

(2) Serie I, voi. VI, p. 403 e segg. 

(3) Non mi fu possibile rintracciarne notizia negli storici cremaschi : 
la prima rappresentizione teatrale da essi ricordata è del 1555. (V. Ale- 
manio Fino, Storia ecc., libro IX, e Tintori Ms. cit. voi. X. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 



399 



gnuolo, Ronchone, Giovan de Naldo, Alexandro Mar- 
cello, Fabritio Tadino, tuti Capitani de Fanteria, che 
alogiavano in Crema, cun molti nobili di la terra, che 
al numero di ottanta tutti ascendevano. 

In tavola non furono mutati luminari) alcuni, che 
tanto era il splendor delle torce che gli era chiaro comé 
de meggio giuorno. Benché siile strade coperte fossero, 
corsero due raggie di fuoco con grande furore sotto il 
coperto da un capo all' altro, mentre che si lavarono le 
mani; nel assetarsi tanto strepito di pifferi et trombe 
che insordirono le genti da ciascun lato; sentarono ala 
costuma francese. Dodese vasi dorati furono prima por- 
tati pieni di braggie, metuti in tavola per scaldarsi le 
mani, cum profumi; in uno eravi il Dio d'amore che 
ardeva, nel altro la Fenice, nel altro la Salamandra, nel 
altro un agnello sacrificato sopra P altare, et su uno de 
li altri Mùtio Scevola; il resto era senza figura. Poi gli 
furono portate queste vivande, cinque sorte per posta a 
14 piatti per sorte che erano ogni volta piatti 70: 



Marzapani e fugazzette cum 






Sapuore biancho N. 


14 


malvasia dolce N. 




Fasani » 


<4 


Salata verda 


■ 


•4 


A ned re • 


'4 


Salata da cedri 




'4 


Pasticci di carna pista ■ 


14 


Salata de gràffi 


» 


'4 


Torta de peri » 


14 


Salata de minucij, cioè 






Salsa verda • 


14 


di viscere et colli di uceili 




14 


Due anadre che parevano 




Lingua salata 


• 


14 


rostiti e andarono via 




Pernise a tre per piatto 


• 


14 


Testa di vitello • 


14 


Tordi otto per piatto 


» 


'4 


Brodo lardè di vitello ■ 


H 


Polpette di vitello 




14 


Petti di vitello • 


14 


Torta biancha 


» 


14 


Torta di herbe » 


14 


Sapuore pavonazzo 




14 


Sapuore rosso » 


«4 


Pipioni a lesse tre per piatto 


• 


'4 


Pavoni et gallo montano » 


'4 


Mezzi agnelli de nanci 


» 


'4 


Lengue di vitello » 


14 


Ravioli cun grassa di vi- 






Meze lepore rostite • 


14 


tello 


» 


14 


Pasticci de oseletti vivi » 


14 


Torta verda 


a 


'4 


Limoni cum zucharo • 


»4 



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4QO 



Nuovo Archìvio Veneto 



Caponi a lesse N. 
Carne di manzo 
Persuti di porcho 
Pasticci di cervelli 
Sapuore giallo 
Porchetti da latte 
Pasticci eie pernise due per 

pasticcio 
Caponi a rosto 
Sfogli di zucharo, butiro e 

cinamomo 
Sapuore beretino 
Duij caponi che parevano 

rostiti ,e che fugirono via. 
Daijni due integri a rosto in 

piedi dorati sulle barelle. 
Conigli) 

Lepore in gelatina 



"4 
14 
14 
14 
»4 
'4 

14 
14 

14 
•4 



14 
«4 



Offelle N. 
Mostarda » 
Conigli due vivi in pasticio 

che fugirono,parevano cotti 
Galatia di color rosso 
Galatia bianca 
Biancho mangiare di polpe 

di caponi 
Latte- mele 

Canoni ovvero storti 
Gelo de cotogni una scatola 

per piatto 
Copeta una scatola per 

piatto 
Peri guasti 

Mandole candite in zu- 
charo 

Peri moscatelli canditi 



«4 
14 



Data T acqua ale mani si rimeterono le tovaglie, et 
furono portate vivande quadragesimali come qua è 
scritto : 



Pignochate cum frute di 
pasta et malvasia 



garba. 



Salata de radici cotta N. 


14 


Salata de capari » 


14 


A nchione inaceto, e passule » 


»4 


Botarge » 


•4 


Arenghi in brovetto • 


'4 


Lamprede fritte • 


»4 


Pescharia minuta » 


14 


Temoli, e botrice fritte • 


«4 


Olive » 


14 


Ravioli quadregesimali fritti » 


'4 


T rotte a lesse integre de 




libre 4 1' una e 5, e una 




de libre 17. • 


'4 


Luci a lessi grossi » 


14 


Pasticci] de anguille • 


14 


Civeli in brovetto » 


14 



Mandolato N. 14 
Botatrice grosse da latte » 14 
Ove di trotta in minestra • 14 
Anguille in brodo • 14 
Schenale » 14 
Pasticci] de carpioni » 14 
Sardoni de libre 1 4 /i fritti » 14 
Carpioni de libre 2 fritti • 14 
Tonina • 14 
Fava spatulata cum pignoli 
et una coperta di zuc- 
chero » 14 
Composta de zuche cum 

zucharo » 14 

Anguille a rosto • 14 
Minestra di viscere di pesce, 

figadelli, budelle et latte • (4 

Pesci persegi fritti • 14 

Finochi in aceto • 14 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 




AOl 


Sardoni in gradella fritti N. 




Fichi sechi 


N. 


\A 


Tenconi di laco a lesse • 


14 


Mandole cum uva passa 


» 


\A 


Sapuore di mandole e zen- 




Noci bianche sparse di 




zere » 


14 


acqua rosa e zucharo 


• 


14. 


Lumache a guazzetto • 


14 


Pistachi 






Piscaria in sapore • 


»4 


Charobe 


• 


1/1 


Torta di pistacchi e zu- 










charo • 


14 








Ostrige due barili » 


24 


Sono di grasso piatti 


N. 


788 


Gambari • 


«4 


Di magro 


» 


65O 


Citronati di zucharo » 


14 








Latuche di paste > 


14 


Fanno in summa piatti 


N. 


1438 



Dopo la cena un pezzo si balla, e data la colazione 
si fornisse il giuoco. 

Il giuorno seguente per il conte Alberto Scotto fu 
uno triumpho cum una solennissima cena fatta alli mede- 
simi signori et cittadini, ma tutti non gli andarono, astra- 
chi già et fastiditi, cum superbissimo aparato nela casa 
de figliuoli di Giangiacobo Zenaro sula Solata, cum 
tanto ordine et gentilezza, quanto ingenio humano si 
possa i m agi n arsi » (1). 

Del secolo XVII parecchi ricchissimi banchetti ri- 
corda il Canobio : fra i più splendidi fu quello datosi, 



(1) Descrizioni di suntuosi banchetti dei secoli XV e XVI furono in 
questi anni pubblicate con dotte annotazioni e con larga copia di notizie. 
Intorno al lusso delle mense in quel tempo vedi L. Stecchetti, La 
tavola e la cucina nei secoli XIV e X V (Firenze 1884); L. A. Gandini, 
Tavola, cucina e cantina delle corti di Ferrara nel Quattrocento 
(Modena 1889); alcuni articoli di M. Setbt nella Fra nkf. Zeitung del 
1887 (gennaio); e le opere ben note del Burckhardt, del Baudril- 
ijvrt, voi. Ili; del Molmenti, La storia di Venezia nella vita privata e 
La Dogaressa di Venezia ; e altre non poche. Cfr. poi Pastor, Storia 
dei Papi, voi. II, pag. 418 e sgg. e voi III, p. 70-71 e le note del 
Gian al Cortegiano. Importantissimi a questo proposito sono anche gli 
statuti e le leggi suntuarie. 



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402 



Nuovo Archivio Veneto 



nel 1628 per la venuta in Crema del Granduca di To- 
scana con suo fratello, i quali, dopo un solenne ricevi- 
mento, furono « a superbissimo convito accolti, all' ap- 
parecchio del quale erano stati per ordine pubblico pro- 
fusi tesori sì negli addobbi, che furono veramente regali, 
come nella varietà e squisitezza delle imbandigioni ». 
Gli ospiti sedettero sotto baldacchini «per fregi d' oro 
ricchissimi», alloggiarono in camere arredate con ele- 
ganza rara, e nei due pranzi cui presero parte videro 
variato «tutto l'ordine delle mense e dei cibi », e ciò 
per l' ingegno singolare di G. Battista dettò Gavassa, il 
quale « rese per la brevità del tempo e tanta mutazione, 
congiungendo a grassi apparati le imbandigioni di ma- 
gro, diletto insieme e ammirazione » (1). 

Sono in grado di poter pubblicare due relazioni di 
questo solenne ricevimento, tratte dall' Archivio di Stato 
di Venezia : una è del Provveditore Francesco Basa- 
donna, 1' altra del Podestà e Capitano Gerolamo Venier. 
Le trascrivo integralmente. 

Serenissimo Prencipe. 

Doppo tanta varietà d' avisi del viaggio del S. or Gran 
Duca per questa Città, ne fece 1' Altezza sua hieri alle 
hore vintiquatro finalmente V ingresso. 

Fu incontrato tre miglia lontano dalli confini di 
questo Territorio dal Marchese Pallavicino, dal Conte 
Ernesto Sant' Angelo, Co. Ruberto Benzone, et Co. Lo- 
dovico Sermone. 

Questi Cavallieri eletti conforme agli ordini della 
Serenità V. per complire con 1' Alt. Sua, comparvero 



(1) Op. c/7, pagg. 119-120. Il Cenobio accenna anche a due altri 
convili dati l'uno nel 1652 al Duca di Mantova, e l'altro due anni 
appresso nella occasione delle nozze del conte Carlo Vi mercati con la 
contessa Barbara Isabella Bolognini di Milano (pagg. 294-96 e 320) 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 



con habiti pomposi, accompagnati da diversi gentil' huo- 
meni della Città in otto carozze con sedeci staffieri ve- 
stiti, a livrea. 

Mostrò il S. r Gran Duca con parole d* honore di 
aggradire il complimento, et arrivato alli confini di que- 
sto Territorio, dove io V attendevo con Una compagnia 
di corazze, et una de Capelletti con vinti carozze, cinque 
delle quali erano a sei cavalli, et il resto a quatro, fece 
T Altezza Sua fermare la carozza, alla quale affacciatomi 
con numero grande de gentil' huomeni di questa Città 
ornatissimamente vestiti, esposi in sostanza con quella 
pienezza di parole somministratemi dalla mia debolezza, 
il desiderio grande dell' EE. VV. che 1' Alt. Sua restasse 
con ogni maggior dimostratione d' honore servita; ma 
che se non seguivano gli incontri, gli alloggi, et quelle 
altre apparenze che convenivano alla grandezza sua, si 
compiacesse benignamente condonare il mancamento 
alle ristrette conditioni della Città. 

Mi rispose, stando nella carozza scoperto, et in piedi, 
che conosceva 1' affetto, et amore della Ser. ma Repubbl. 
verso la persona sua, et che gli honori, che continuava 
a ricevere, et le sue obligationi erano veramente grandi. 

Volse che mi coprissi, et entrassi nella sua carozza, 
nella qual sedei in portella dalla banda di maggior ho- 
nore, che fu nel loco medesimo dove sedeva 1' Ill. mo 
Sig. or Cap.° di Bressa, che si era di già licentiato, se- 
dendo il Prencipe frattello all' incontro dell' Alt. Sua. 

Gionti alle porte della Città, dove si ritrovava con 
altro numero di carozze questo Ill. mo Sig. or Podestà, et 
Cap.°, fatta dal S. or Gran Duca fermare la carozza, io 
smontai. 

Seguì il complimento con il solito della virtù di 
S. Sig. Ill. ma , al quale corrispose 1' Alt. sua con parole 
simili a quelle, che usò con me, et lo fece coprire; et 
fattici poi entrare ambidoi in carozza sedessimo uno 
per portella. Smontassimo al Palazzo publico, et accom- 



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404 



Nuovo Archìvio Veneto 



pagnassimo le loro Altezze sino all' ultima stanza del 
S. r Gran Duca, dalla quale poi ci accompagnò sino a 
mezza l'anticamera, et immediatamente volse in una 
delle sue stanze cenare con il Prencipe frattello, e; 
Venosa. 

La mattina seguente levassimo le loro Altezze di 
camera, et le servissimo alla Messa nella Chiesa di San- 
ta Monica, dove si lasciorno intender volerla udire, et 
dove volsero passare a piedi ; et resisi noi prima infor- 
mati delle preparationi fatte per tale effetto nelle altre 
Città della Ser. tà V. a , si fece in conformità apparecchiare 
nella detta Chiesa un scabello con un tapeto, e cuscini 
di velluto cremesino per 1* A. Sua et un altro scabello 
poco distante con un tapeto di velluto nero, et un cu- 
scino cremesino in mezo di doi neri per il Prencipe, 
et noi Rappresentanti. Ma si come seguì nelle altre 
Città non volsero inginocchiarsi sopra scabelli, ma al- 
quanto discosti da quelli. 

La Messa fu celebrata dal Capellano del Sig. or Gran 
Duca, et noi facessimo, che sei gentil' huomeni di que- 
sta Città giovani con bellissimi habiti tenessero li torzi 
all'elevatione, nè altre cerimonie seguirono in Chiesa. 

Il Prencipe di Venosa venne anch' esso in Chiesa, 
ancorché in niun' altro loco fosse intervenuto alla Messa 
col S. r Gran Duca, con fine (ogn' un s' accorse, dovendo 
restar tutte le cerimonie terminate in questa Città) di 
precederci, se poteva, et ne fece alcun tentativo, ma 
siamo stati in maniera avvertiti, che senza modo alcuno 
nè in Chiesa nè altrove ha conseguito il suo fine. 

Ritornati al Palazzo servimmo, come prima, le loro 
Altezze sino alle stanze, et noi medesimamente fossimo 
accompagnati fino a mezo 1' anticamera. 

Volse di subito il S. r Gran Duca disnare nelT or- 
dinaria stanza eon il Prencipe frattello et Venosa, e dop- 
po pranso rissolse immediatamente di viaggiare per 
Piacenza. 



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Appuntì per la storia della vita privata in Crema 



Nai conforme 1* ordinario levassimo le Altezze loro 
alla Camera, et transferitisi alla sua carozza, entrato il 
S. r Gran Duca col Prencipe frattello, ci fece sedere al- 
l' incontro delle loro Altezze, che sederono al pari. 

Gionti alla Porta della Città per uscire, si licentiò 
con pienissimo ufficio questo Ill. mo S. or Podestà et Cap.° 
al qual fu dal Sig. or Gran Duca corrisposto conforme 
T ordinario. 

Continuai io a servirlo nella sua carozza accompa- 
gnato da ambidoi le compagnie de cavalli et con tutte 
le carozze della Città con numerosa nobiltà sino alli 
confini del Lodesano, dove poi presi licenza, auguran- 
dole felicissimo il viaggio, et replicandole l'ottima di- 
sposinone delle EE. VV. verso 1' Alt. Sua, Pienissime 
furono le gratie, eh' egli ne rese a V. Ser. tà mostrando 
di partire sodisfattissimo. 

Allontanato eh' io fui alquanto dalla carozza del- 
l' Alt. Sua, si avvicinò il Marchese Vistorini cavalliero 
principale Lodesano, et compii in nome del Sig. r Go- 
vern. or 'di Milano. 

Era accompagnato da sei carozze a sei cavalli, et 
da doi compagnie di corazze, che sparorono le terzette, 
quando il Marchese si affacciò alla carozza del Sig. r 
Gran Duca, che lo fece coprire et entrare in essa, ma 
il Prencipe di Venosa ebbe il loco, quale, partito eh' io 
fui, entrò anche esso nella stessa carozza dell' Alt. Sua. 

Altri particolari non si ha potuto osservare, perchè 
la strada, dove seguirono le cerimonie, era così angusta, 
e ristretta, che a pena poteva servire per una sol ca- 
rozza ; et per quanto resto informato, poche provisioni 
si erano fatte a Lodi (dicevano li Spagnoli) perchè l'Alt.* 
S. voleva continuare il viaggio per Piacenza, ove il 
Sig. or Duca di Parma lo attendeva con ogni maggior 
apparenza d' honore. 

Se io pressentirò particolari d'alcuna rilevanza li 
porterò alla notitia delle EE. VV., assicurandole che 



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406 



Nuovo Archivio Veneto 



non si è mancato cT invigilare, perchè gli incontri, gli 
alloggi, regali, et ogn' altra dimostratione d' honore rie- 
schino, nelle presenti importantissime congionture de i 
tempi, con compita sodisfattone delle loro Altezze, le 
quali con la sua Corte si sono lasciate intender d'esser 
srati ottimamente trattati et honorati. 

Et questa Nobiltà merita grandissima commenda- 
tione, perchè senza alcun riguardo alle loro fortune, 
hanno indifferentemente speso buona quantità d' oro, et 
particolarmente in habiti pomposi, havendo in tutte le 
occasioni fatto manifestamente apparire la sviscerata loro 
divotione verso ¥ EE. VV. 

Il Conte Leonardo Martinengo, che serve al pre- 
sente la Ser. là V. per Governatore di questa Piazza, Ca- 
valliero di quelle conditioni che son note, non ha man- 
cato anch' egli di mantener armata questa muraglia con 
bellissimo ordine, e di far apparir questo pressidio in 
molto maggior numero di quello eh' è, come successe 
anco delle cernide, che furono ridotte in un squadrone 
in campagna, et seguirono le salve così nelT ingresso, 
come nella partenza dell' Alt. S. conforme alle commis- 
sioni dell* Ecc. mo Sig. or Generale. 

Questo Ill. mo Sig. or Pod. et Cap.° nel suo partico- 
lare ha procurato di comparire con quel maggior decoro 
publico, che è stato possibile, come mi son impegnato 
di fare anch' io. 

Delle spese seguite non me ne essendo io in alcuna 
maniera ingerito, perchè in buona parte sono state fatte 
inanzi V arrivo mio in questa Città, prontamente ne 
renderà quanto prima questo 111." 10 S. or Pod. tà et Cap.° 
il dovuto conto, quale al presente s' attrova addolora- 
tissimo et afflittissimo per il mal stato della sua con- 
sorte, che con dolore universale di tutta la Città con- 
viene fra poche hore spirar 1' anima, quando dal Sig. or 
Dio non sia miracolosamente soccorsa. 

Il Marchese Giacopino Rangoni mostrò di capitare 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 



407 



in questa Città come privato cavalliero, teneva nondi- 
meno lettere credentiali del Duca di Modena, per pre- 
sentarle al Sig. or Gran Duca, et invitarlo a passare per 
quel Stato, ma per quanto intendo, non essendosi potuti 
accordare li titoli con li quali volevano esser quei Prin- 
cipi di Modena trattati, restò il negotio senza conclusione. 

(omissis ) 

Crema a 3 luglio 1628. 

Fracesco Basadonna Provved. 01 " (i). 

L* altra relazione è molto più breve : 

Serenissimo Prencipe. 

Distintissima relatione V Ecc. 2e VV. haverano veduto 
in lettere di questo Ill. mo S. or Provv. rc intorno l'incon- 
tro et complimenti essequiti nel passaggio che ha fatto 
per questa Città il Seren." 10 Gran Duca di Toscana, re- 
galato et alloggiato da me in questo Pallazzo per com- 
mandamento della Serenità V. tt a publiche spese; come 
in quest' occasione tutta la debolezza del spirito mio ho 
impiegata perchè ogni cosa passasse col decoro et splen- 
dore proprio della grandezza della Ser. ma Rep. ca et si 
conveniva a hospite di tanta Altezza, ho anco usato con 
tutta T applicatione del mio zelo V avertenza debita ac- 
ciò T apparechio caminasse con la buona regola, et col 
risparmio del publico errano, che più mi è stato pos- 
sibile. Ma come è anco vero, che in Città ristretta, co- 
me è questa, penuriosa, et manchevole d' ogni cosa, et 
molto più per le provisioni necessarie et estravaganti, 
che in tale occorrenza bisognavano, et qui non si sono 



fi) Venezia, Archivio di Stato, Dispacci da Crema al Senato, 
filza 15, (anno 1628). 



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408 



Nuovo Archivio Veneto 



trovate, come de Baldachini, et altro, è stato anco di 
necessità far expeditioni diverse extraordinarie in altre 
parti lontane, così la varietà delli avisi di questo arrivo, 
così dell' Ecc. mo Sig. or General, come d' altri Ill. mì Ret- 
tori, per il spatio di più giorni ha causato, che come 
varie et diverse siano stane esse provisioni, così per la 
dilatione del tempo, che si è fraposto, sono rimasti inu- 
tili, onde è stato di necessità rinovarle, et permutarle 
di carne in pesse, conforme li avisi, che non restava 
poi confermato, che dovesse capitare, con multiplica- 
tione grande di spesa. 

Oltre li due Pasti, che ha havuto in questa Città 
P Alt. S. con la quale era unita una committiva di molte 
carozze con gentilhomini Bresciani, che disse il Maggior 
d' homo di S. Alt. che erano di sua compagnia, un al- 
tro precedentemente se ne diede alla maggior parte de 
la Corte arrivata il giorno innanzi qui, dove pure si 
spinse alhora, et alloggiò anco tre Pasti il Ressidente di 
Sua Altezza in Milano, venuto da quella Città con se* 
guito di Personaggi molti ; et diede tutto occasione di 
far accrescere la spesa maggiore. 

Tra li adobbi necessari^ non essendo riuscito da 
parte alcuna potere haver stratto di veluto cremesino, 
si convenne con drappo nuovo, fatto venir da Milano, 
fabricarne uno con quattro Cossini, et due Sedie com- 
pagnie, con li suoi guarnimenti, et franze d' oro, che 
però tutto si trova in essere, insieme anco con un Ro- 
dolo di mezo raso per far due stramazzi per uso di Sua 
Altezza, et con altre franze, et ornamenti d* oro, et altre 
cose comperate per il guarnimento, et servitio de Bai- 
dachini delle quali robbe avanzate VV. EE. restarano 
servite commandare la volontà loro ; essendo stato sti- 
mato bene far riponere in queste munitioni, conservate 
nelle Casselle cinquanta sei torze da vento, fatte pre- 
parare per P aviso, che Sua Alt. a fusse per giongiere in 
tempo di Notte, che non si sono usate, come provisione 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 40.) 



che possa riuscire opportuna nelle Munitioni da poter 
valersene in qualche pubblica occorrenza di. questa 
Piazza. 

Il conto distinto di tutto il speso, che ho ritardato 
sino a quest* hora a mandare per esser solam. te adesso 
finito di saldare, vederanno T Ecc." VV. dall'allegato 
libro nel quale sono registrate distintamente tutte le 
pollizze pur troppo d' ogni spesa, et a chi soddisfatte da 
questa publica Camera (1). Gratie. 

Di Crema 29 settem. 1628. 

Geronimo Venier Pod. et Cap.° (2). 

V. 

Balli. — Nei conviti e nelle feste tutte non manca- 
vano quasi mai i balli, perchè del ballo erano in Crema 
amantissimi e nobili e popolani ; e la raraperizia delle dame 
della sua città vantò con calda ammirazione il Tentori 
in una gonfia orazione inedita : « Se tanto ingegno e 
valore scorgesi nei Patrizi e Cittadini Cremaschi, com'è 
cosa fuor d' ogni dubbio, rilevando da tante e sì segna- 
late imprese loro, non sono tuttavia, quanto può dare 
il sesso loro, inferiori le Donne nostre Cremasche e spe- 
cialmente le Dame, nelle vene delle quali scorrendo un 
sangue depurato da ogni feccia popolare e plebea, non 
sanno nutrire che massime e sentimenti di onore (3). 



(1) Il 3. 0 libro par troppo non è conservato nella filza. 

(2) Venezia, Archivio di Stato, Dispacci da Crema al Senato, 
filza 15 (a. 1628). Le commissioni del Senato al Podestà e Capitano 
e Provveditore di Crema per le accoglienze al Gran Duca di To- 
scana stanno a c. 150, in data 7 giugno 1628 (registro 128, Delibe- 
razioni Secrete di Senato), ma nulla contengono di interessante. 

(3) Nella stessa orazione, un po' più innanzi così queste Dame ci 
sono descritte : • Sono .... di bella e alta statura, per 1* ordinario di 
di candida e morbidissima carnagione, nelle guàncie a colori di vino, 



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4io 



Nuovo Archivio Veneto 



Vengono esse celebrate dagli scrittori sì de* passati co- 
me de' presenti tempi, per amorose e graziose, onestis- 
sime e fedelissime a' loro talami coniugali ; e ciò che è 
ammirabile, si è il vedere alla maestà del sembiante 
quel dolce e quell'amabile, che rapisce il cuore dei 
forestieri, senza potersi offendere la loro modestia, prin- 
cipal pregio delle medesime. Nelle danze che sogliono 
per divertimento del pubblico nel tempo carnevalesco 
da' nostri gentiluomini e cavalieri celebrarsi nelle gran 
sale della città, hanno bensì chi le ammiri, ma non chi 
le superi nel magistero del ballo; e sebbene nel sesso 
donnesco sia un gran pericolo la beltà, nelle nostre tut- 
tavia non serve che a risvegliare motivi d' un amor 
rispettoso, o prendere argomento dalla loro nativa av- 
venenza, quanto sia grande quella del divino Proto- 
tipo .... Sono poi esse tanto gelose della loro onestà 
le cremasche donzelle, che non ammettono conversazione 
di persona veruna fuori del loro sesso, onde non inter- 
vengono a feste nuziali, a bagordi, a conviti .... » (1). 
Ma le cose non dovettero sempre andare così, se nel 
1 68 1 si erano dovute proibire le feste da ballo così 
pubbliche come private, se proclami di secolari e lettere 
di ecclesiastici e ammonizioni pastorali si accordavano 
spesso nel condannare i balli, ne 1 quali, secondo il Ca- 
nobio, s' erano « introdotti atti, toccamenti e simigliami 
altri eccessi da poco timorati di Dio, ed inimici del- 
l' onestà » (2). 



di minio e cinaprio dalla natura a maraviglia pennelleggiate, sì vaghe 
poi nel vestire, e di ricchi e preziosi abbigliamenti adorne, sì gentili 
e sì affabili di tratto, tutte speciose prerogative per incatenare gli af- 
fetti nel cor dell' uomo, e risvegliare i stupori » . 

(1) Nella vita del Tintori scritta dal Raccheto, ms. c/I., voi. H, 
pagg. 273 e segg. 

(2) Canobio, op. cit. % pag. 42 f. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 



4ci 



I balli pubblici eran detti da massa et da soldo (i), 
perchè chi voleva ballare pagava una certa somma, e 
perchè forse chi li dirigeva era armato di bastone (2) 
per tenere a bada tanta gente facile ai litigi, alle risse, 
al sangue. Furono infatti più volte severamente proi- 
biti dai Podestà « come origine di scandalo, risse e con- 
fusioni » (3). 

Ogni anno feste da ballo con maschere e senza, 
corsi mascherati, festini popolari rallegravano la stagione 
carnevalesca : solamente nella prima metà del settecento 
le maschere furono permesse anche in tempo di fiera. 
« Qui in Crema, narra il Racchetti, nel giorno che suc- 
cedeva all' Epifania, soleva la famiglia de' birri per or- 
dine del Podestà uscire in carrozza, accompagnata dal 
suono del tamburro e di piffero, e quest' era il segnale 
che permetteva a ciascheduno mascherarsi » (4). 

Le maschere godevano d' una grande libertà e di 
atti e di parola, causa questa di molte risa, di scherzi 
arguti, di motti pungenti, di satire vivacissime, e anche 
di liti, di duelli, di coltellate. 

Abbiamo notizia che qualche volta, ad esempio nel- 
T anno 1661, le gentildonne si dividevano in due fa- 
\ioni, gareggiando ne* costumi sfarzosi, nel brio, nel- 
P eleganza del presentarsi nei teatri, nelle piazze, nelle 
feste da ballo. L'anno predetto, un partito delle signore 
mascherate si chiamo delle Olandesi, e V altro delle Ze- 
landest\ che, a testimonianza del Ganobio, diedero un 
« spettacolo bellissimo » (5). 



(1) Proclama del Podestà, del 30 maggio 1681. (Registro N. Ili 
dell' Archivio Municipale di Crema, voi. VI, f. 63). 

(2) Proclama dell' 8 gennaio 1682 (id., id., f. 67). 

(3) W., id. 

(4) Racchetti, prefa?. citata. 

(5) Op. ci/., pag. 413- 14. 



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412 



Nuovo Archivio Veneto 



VI. 

Giuochi. — Intorno al giuoco pochissimo pur troppo 
ci fu dato di raccoglierete minimo contributo possiamo 
recare a quella tanto attesa storia del giuoco in Italia, 
che il prof. L. Zdekauer si augurava di veder compiuta 
mercè lavori preparatori!' che agevolassero V ardua im- 
presa, studio bello che sarebbe, com' egli bene osservava, 
n un importante contributo alla storia dell' incivilimento 
del nostro paese, e del suo sviluppo psicologico ed in- 
tellettuale » (i). 

Negli Statuti di Crema sono ricordati il giuoco dei 
dadi (ludus aleae pel taxillorum). delle carte (ludus car- 
tarwn), delle tavole {ludus tabularum), degli scacchi e 
dei tarocchi (ludi schacorum et tarochornm), e il giuoco 
dei trionfi (ludus triumphorum). I due primi erano proi- 
biti, e si comminavano pene abbastanza severe ai gio- 
catori : « Nidlus audeat vel presumat ludere ad a\arum 
nec ad aliquem ludum taxilorum, chartarum vel biscal- 

ciae (2) et si quis contrafecerit, si fuerit de die 

condémnetur in libris duodecim cum dimidia imper^ si 
pero de nocte in libris vigintiquinque imper. ». 

Permesso a tutti il giocare « ad tabulas et schacos 
et triumphos et tarochum de die et de nocte ». Solamente 
nel 1457, per deliberazione del Consiglio dei Dieci, si 
permetteva di giocare a dadi e a carte «sino alla som- 
ma di 1. 10 al giorno e non più » (3). I prestiti nel 



(1) L. Zdekauer, // giuoco in Italia nei secoli XIII e XIV e 
specialmente in Firenze (nell'Archivio stor. ita!., s. IV, t. XVIII). 

(2) « Intelligatur biscalcea omnis ludus taxillorum et chartarum, 
exceptis ludis tabularum, et exceptis ludis triumphorum, et schacorum 
et tarochorum » . 

(3) Archivio Municipale di Crema, Reg. n. 3.° voi. I, f. 1 16. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 



4'3 



giuoco furori sempre e rigorosamente vietati : « Qui- 
cumque mutuaverit, vel dederit, vel crediderit alicui per- 
sonae in ludo, vel prò ludo, vel prò dando, vel prò do- 
nando lenonibus,vel meretricibus (i) in iaberna, nundinis 
vel mercato, vel alibi in Crema . . . puniatur et condem- 
netur in libris decem imperialium .... » (2). 

Gli Statuti proibiscono il giuoco della core\ola e 
quello della pulvereta, menzionati anche dagli Statuti di 
Milano e di Cremona. Il Muratori che nella Disserta- 
zione XXIX delle Antichità Italiane accenna brevemente 
ad essi, crede trattarsi di « due differenti giuochi, che 
dai furbi erano proposti all' incauta plebe, per ismun- 
gere con facilità dagli sconsigliati che osavano di gio- 
care, il danaro ». Ma non sa neppur egli dirci in che 
veramente consistessero. Correggiola nei dialetti lombardi 
è diminutivo di correggia, e pulvereta o polverella, (co- 
me scrivono gli altri statuti su ricordati) deriva indub- 
biamente da polvere. Non credo trattarsi di giuochi di 
inganno, e tanto meno di bussolotti: forse le due parole 
indicano lo stesso gioco, e precisamente quello, tanto 
in uso ancor oggi, che consiste nel lanciare a tutta forza 
una ruota di legno, dopo averle intorno aggirato una 
correggia, la quale serve a dare una grande velocità a 
ciò che si gitta. La ruota correndo per le strade sol- 
leva molta polvere, e disturba i viandanti, onde quel- 
T esercizio, che in certi casi poteva riuscire anche peri- 
coloso, era proibito e punito. 



(1) Noto che anche in Crema una particolare disposizione riguar- 
dava la foggia di vestire in pubblico delle meretrici. ■ Meretrix portare 
debet dum vaJit per Cremam unam bandam albam cum fimbreis panni 
rubei, vel serici rubei, latam per tres digitos, et longam usque prope 
cingulum super spatulis, etc. ». 

(2) Municipalia Cremae, ediz. cit., pagg. 89 e 99. V. Sui giuochi 
nel Medio Evo anche L. Frati, Studio citato, pag. 65 e segg. e le 
opere che cita in nota. 

27 



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4'4 



Nuovo Archìvio Veneto 



Nel 1423 fu imposto a Crema un dazio sul giuoco, 
che fu detto della baratteria, e il Terni cosi ne parla: 
a Non si poteva giochar in alcuno luoco di Crema, nè 
dil territorio, salvo dove per il Datiaro era ordinato, et 
chi giocava era condenato in cinque libre de Imperiali, 
et di pari pena erano puniti quelli che stavano a veder 
giochare, et che portavano danari .... » (1). 

Quasi esclusivo dei signori era il giuoco del pal- 
lone, che tene vasi in piazza avanti la facciata principale 
del Duomo, cui talvolta erano ammessi, per grazia 
speciale, anche quei popolani che si mostravano più atti 
a tale esercizio. 

Anche il lotto diventò presto popolarissimo, e in 
Crema fu abolito Tanno 1526 con lettera del doge Andrea 
Gritti, che comunicava la deliberazione del Consiglio 
dei Dieci presa sino dal 1521. Altre ducali si sussegui- 
rono negli anni 1529, 1669, 1703 e 1712: a queste si 
aggiungevano i proclami dei Podestà, frequenti pur essi 
in materia di lotti (2). 

Ma ben più rovinosa per le famiglie si fu per tutto 
il sei e il settecento la frenesia pei giochi di sorte nel 
Ridotto, ove i più de* nobili cremaschi davano fondo 
spensieratamente a vistosissimi patrimoni, tanto che G. 
B. Terni nelle sue Memorie conta due sole famiglie che 
non si rovinarono per tale funesta passione (3). 

Invano la Repubblica di Venezia emanava leggi 
severissime : era una piaga ornai troppo incancrenita. 
Nel 16S1 un Podestà giunse persino a proibire « li Ri- 
dotti e giochi nelle Case private, ove s' uniscono per- 



(1) Terni, Cronica, lib. VI, pag. 85. 

(2) Archivio Municipale, fase. XLVII, n. 1. 

(3) V. Giovanni Dolcetti, Le Bische e il Giuoco d* a? fardo a Ve- 
nefici. (Venezia, Gattinoni, 1903). Leggo quest'opera mentre corrego le 
bozze di stampa. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 415 



sone d* ogni ordine anco del militare, facendo conventi- 
cole e stabilendo prattiche che ponno essere pregiudiciali 
o almeno contrarie alla pubblica indignatione (sic), così 
vengono dalle leggi severamente proibite ... ». Imagi- 
niamo quanti strepiti e quali proteste ! Pochi giorni 
dopo lo stesso Podestà era costretto ad accondiscendere 
« alle riverenti instanze fattegli da più gentiluomini... 
et fatti li dovuti riflessi, » dichiarava che non erano cow- 
templati nel precedente proclama i ridotti che si tene- 
vano nelle case private « a solo oggetto d' onesto tratte- 
nimento, et per divertire gli animi dalle cure noiose, et 
ritrahere la gioventù dàlV otto tanto pernicioso» (1). 
Proprio così ! 

La stagione più propizia ai giuochi di sorte era 
quella della Fiera. « E questo, scrive G. B. Terni, il 
tempo della passata periodica dei giuocatori come degli 
uccelli », e non pochi forestieri in fatti si riducevano a 
Crema solamente per giocare. 

VII. 

Fiera. — La fiera è ricordata nei cinque capitoli ag- 
giunti nel 1450 ai venticinque già prima approvati nella 
dedizione di Crema alla Repubblica di Venezia, con queste 
parole: «Sia concèsso alla comunità di fare ogni anno 
otto giorni di fiera, quattro avanti S. Michele et quattro 
dopo, che sia libera ed esente d'ogni datio et pedaggio » 
Ma certamente l' istituzione della fiera era molto più an- 
tica, e costituiva una delle principali sorgenti di ric- 
chezza della città. Ampia descrizione degli usi *e dei 
divertimenti della fiera ci ha lasciato il diligente Rac- 
cheti nelle pagine che servono di prefazione all' opera 



(1) Archivio Municipale, Reg. N. 111°, voi. VI, ff. 63-67. 



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41 6 Nuovo Archivio Veneto 

sua già tante volte citata, pagine che furono pubblicate 
nélV Arch. Stor. Lomb. (Voi. X, p. 12 r sgg.), e ad esse 
rimando il lettore. 

Preferisco invece riportare i nuovi capitoli che re- 
golarono la Fiera dall'anno 1Ò28 in avanti, facendoli 
precedere dalla lettera del Doge che li accompagnava. 
Sono, per quanto io sappia, inediti, e non li ho trovati 
nel!' Archivio di Crema. 

1628, a 20 luglio in Pregadi. 

Al Podestà et Cap. no di Crema- 

Il pensiero che colle vostre lettere de [4 del pre- 
sente ci rappresentate di doversi allargare et dispor con 
miglior ordine le botteghe per la prossima fiera di quella 
Città viene da noi col Senato approbbato ; et havendo 
veduti li capitoli, et conditioni colle quali quelli che si 
ha pigliato 1' assunto di far P opera vuol intraprender la 
carica non ci sono parsi lontani dal giusto; et presupo- 
nendo Noi, che non possino incommodar, nè pregiudicar 
al particolare ; et meno risentirne alcun danno il pub- 
blico, anzi vantaggio et utile, vi diamo col medesimo 
Senato auttorità di stabilir essi capitoli, et permetter a 
quello che ve li ha proposti, et doverà far P opera di 
haver quanto ricerca, ben vi aggiungèmo, che in quello 
vedeste di poter avantaggiarvi, che lo facciate tanto per 
nostro che per servitio de privati ancora che concorrono, 
et sono soliti di ritrovarsi colle loro mercantie, et tra- 
fichi a quella fiera ; et procurarete che tutto sia fatto 
bene, *et tutto segui in conformità di quanto si sarà ac- 
cordato ; dandoci poi a suo tempo avviso di quello sarà 
successo. 

+ 124 - 2 — 15 

Cristof. 0 Surian 
Secretano 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 417 



(Allegato) 

Il fabriciero della fiera di Crema dovendo fare le 
botteghe per tutte le rughe secondo la regolatione d'essa 
fiera pretende l'infrascritti capitoli et patti. 

i.° Che facendo esso le Botteghe, et tutte le rughe 
con li stazonali della larghezza, et altezza come sono le 
botteghe, che si fanno nella fiera di Bergamo o di Bre- 
scia con buon coperto; et li luoghi siino all'ordine 
compitamente al suo debito tempo, che ciò sia in elet- 
tione dell' 111. mo Sig. r Pod. tà , possa riscotere per la sua 
fabrica tanto come si paga a Bergamo o a Brescia se 
bene esso fabriciero convien fare maggior spesa, che non 
si fa per li Bresciani o Bergamaschi per esser necessitato 
comperare li legnammi, et ferramenti a Brescia et a 
Bergamo. 

2. 0 Che nissuno possa fabricar boteghe sopra detta 
fiera per affittarle ad altri, ma si bene li Cremaschi so- 
lamente per uso proprio, et dove gli sarà dissegnato dal 
S. r Giudice, sotto pena di scudi 25 per bottegha applicati 
un 3. 0 all' accusatione, et li due altri terzi ad arb.° del 
d. S. r Giudice. 

3. 0 Che li mercanti forastieri, o altre persone fora- 
stiere non possino fabricar nè far fabricar da altri bot- 
teghe in d. a fiera nè per Brazza trenta lontani da essa, 
ma torre le fabricate dal sod.° fabricero sotto pena come 
sopra, et occorendo, che le botteghe fatte dal fabriciero 
non bastassero in numero per li sod. 1 forastieri, sia obli- 
gato esso fabriciero immediate farne dell'altre nel luoco 
dove le sarà dissegnato dal S. r Giudice dovendo prima 
però essi forastieri servirsi delle Botteghe, che prima 
fussero fatte, et si ritrovassero vote. 

4. 0 Che alcuno non possa rompere nè tagliare assi 
nè altri legnammi del d.° fabriciero sotto la soprad. pena. 

5. 0 Che alcuno non possa affittare assi, nè alcuno 
torle ad affitto per far botteghe sopra d. a fiera, ma vo- 



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4i8 



Nuovo Archivio Veneto 



lendo alcuno far botteghe o gabane siano tenuti torle ad 
affitto dal d.° fabriciero, quale s 1 offerisce dargliele per 
quel tanto, che farebbero li altri, et quando il fabriciero 
non ne havesse, possino pigliarne ad affitto da altri. 

6.° Che alcuno non possa fare Casotti di paglia nè 
careggi, nè d'altre legne nè per brazza trentasei appresso 
alle botteghe per schivare li pericoli di foco sotto pena 
come avanti, et volendone alcuno fabricare gli sia prima 
destinato il luoco dal Sig. r Giudice, et ciò perchè si schi- 
vino le confusioni che potessero nascere per V occupa- 
tane di luoghi. 

7. 0 Che le botteghe siano assignate, et annotate a 
tutti li mercanti dal fabriciero et Datiaro unitamente, 
non potendo alcuno d' essi ingerirsene, et dispensarle 
senza V altro separatamente, et ciò s' intenda anco in 
caso, che non vi fosse Datiaro, ma che il datio andasse 
perS. Ser. tà , dovendola l'uno et l'altro tener conto di- 
stinto sopra un libro dell' assignatore d' esse Botteghe, 
et occorrendo fra di loro alcuna difficoltà sopra tal' as- 
segnamento, debba all' hora il Sig. r Giudice fare distri- 
butione d' esse botteghe, come, et a chi stimarà conve- 
niente, non dovendo per tal assegnamento esso fabbri- 
ciero pretendere utilità alcuna. 

8.° Che occorrendo che il fabriciero fabricasse parte 
o tutta d' essa fiera, et poi fusse necessitato per ordine 
publico disfarla possa havere dalla M. ca Camera li ducatti 
sesanta concesseli nel capitolo, che fu confermato da S. 
Ser. tà al q. m m. er Giov. Batta Mighetto per le raggioni, 
et cause in d.° capitolo espresse. 

g.° Che al d.° fabriciero sia fatta in scritto per 
1' Ill. mi Rettori, che si troveranno di tempo in tempo la 
licenza di fabricare la fiera avanti si dia principio a d. R 
fabrica. 

io.° Che il d.° fabriciero et suoi Agenti possino 
portare nel tempo di d. a fiera le sue armi lecite, come 
fu concesso al d.° Mighetto. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 



419 



ir. 0 Che dovendo fare le botteghe di maggior gran- 
dezza possa il fab.° comperare li legnammi in ogni loco 
del stato veneto non ostante qualunque prohibitione in 
contrario, cioè Albare et peghero. 

12. 0 Che l'assegnamento delle botteghe, che si farà 
a cadauno anno debba continovare per tutto il corso 
della d. a Condotta, ma che siano però in obligo ogni 
anno tutti li Mercanti venir a farsi segnar al libro, li 
Cremaschi in termine de giorni dieci, et li forastieri in 
termine de giorni sedici doppo la deliberatione dell' In- 
canto del datio; altrimente passato d.° tempo possano il 
fabriciero et Datiaro assignarle a chi le parerà, con que- 
sto però, che essi fabriciero, et Datiaro debbano aprir, et 
mostrar il libro alli mercanti ad ogni suo piacere in 
pena de ducatti 25 applicati come di sopra. 

13. 0 Che la presente condotta habbi a durare anni 
otto (1). 

Vili. 

Opera in Musica. — Durante la fiera non mancò 
mai, per tutto il settecento, l'opera in musica, splendi- 
dissima sempre, anche per V intervento di molti forestieri 
e talvolta dei principi delle corti vicine (2). Antiche e 
gloriose sono le tradizioni musicali in Crema : sino dalla 
metà del cinquecento eravi cappella in duomo, e la città vi 
manteneva il maestro con cinque musici, e per tutto quel 



(1) (Venezia, Archivio di Stato, Senato Terra, filza 294. Con 
ducale poi dell'anno 1665 del Doge Contarmi era permessa un'altra 
fiera in Santa Maria della Croce, bella borgata vicinissima alla città, 
e fu anche essa ben presto molto importante. (La ducale è conservata 
neir Archivio di Crema, Cod. 19, ff. 32-33). 

(2) Del teatro in Crema nel cinque e nel seicento mi sono breve- 
mente occupato in una Comunicazione che uscì nella Rivista biblio- 
grafica del D'Ancona, anno 1900, pag. 330 e sgg. 



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420 



Nuovo Archivio Veneto 



secolo e il seguente si solevano tenere frequenti concerti 
,nel palazzo del Podestà e nelle case dei cospicui citta- 
dini, con il più vivo e schietto entusiasmo. Ogni festa 
religiosa e civile era abbellita dalla musica e dal canto, 
e Crema ebbe egregi maestri ed eccellenti dilettanti nel- 
T una e nelT altro. Niuna meraviglia per tanto se, allor- 
quando si ebbe un teatro stabile, ampio, elegante (an- 
no 1716), gli spettacoli « reggessero, come scrive il Rac- 
chetti, al confronto con quelli che si davano nelle prin- 
cipali città d'Italia». A Crema cantarono nel secolo 
XVIII il Pacchiarotti, il Babini e la Mari ; era di Crema 
la Banti, celebratissima cantante, applaudita in tutti i 
teatri della penisola. Nel 1-749 la stagione teatrale costò 
quaranta mila lire, somma pei tempi e per la città rile- 
vantissima. E nell'anno stesso il popolo affamato «si 
ammutinava per essere montato il frumento all'enorme 
prezzo di tre lire allo staio!» (1). 

Con una interessante pagina del Racchetti, narra- 
tore arguto ed esattissimo sempre, termino questi miei 
brevi appunti. 

« In occasione dell' opera e del ballo, le donne che 
al teatro appartenevano, facilmente eran tali, come cor- 
reva la moda, d' apprezzare anche i proventi che gliene 
fossero per derivare dalla loro finissima civetteria. Nè 
de' guadagni si contentavano, ma volevano comparire in 
pubblico col cavalier protettore, entrare nella sua car- 
rozza, ond' esser da tutti vedute al passeggio, e tenerselo 
anche vicino in teatro dietro le scene, acciocché la «f- 
mica turba in grazia sua avesse a portar loro rispetto. 
Di queste n' erano parecchie ogni anno, sì che le donne 
per rabbia si maceravano, ma con tutto ciò conveniva 
sopportare. E se avveniva poi che qualche gran signore 
forastiere le accompagnasse, lo che non era strano acca- 



fi) Racchetti, prefyf. cit. 



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Appunti per la storia della vita privata in Crema 42 1 



dere, nelle case loro si facevano conviti sontuosi e feste, ai 
quali tutta la nobiltà maschia accorreva; lasciando le 
mogli e le dame servite in pienissima libertà. Un tale 
trionfo ottenne sopra ogni altro la ballerina Zerbi, quale 
negli ultimi anni della Repubblica, giungendo accompa- 
gnata dal nobile Manin figlio del Doge regnante (1), fu 
proprio mestieri alle dame sopportarla sovente nei loro 
ridotti, perchè egli medesimo ve la conduceva. Rimase 
poi in Crema di lei perenne memoria, poiché il vestire 
suo e il posto col quale sedeva al fianco di queir illustre 
e giovine cavaliere, nella carrozza medesima di lui tra- 
scorrendo le vie, non abbagliavano meno gli occhi della 
moltitudine, di quanto succinta e coperta per metà, facea 
mostra sul teatro delle sue vaghe^ membra, danzando in 
modo che attoniti rimanevano gli spettatori. E a dir vero 
non usava, anche fuori, a troppo coprirsi, vestita per lo 
più di finissime lingerie, di merli, di veli, sì che se non 
appariva nuda, vedevasi come rinchiusa in una diafana 
custodia, e quantunque piccola e mingherlina, non bella 
nel volto e di brune carni, pure, fosse natura od arte, 
sembrava altrui sì leggiadra che gli uomini n'andavano 
pazzi .... Cessato il dominio veneto, se la prese il ca- 
valier protettore in isposa, ma seco lei non convisse per 
lungo tempo, presto, essendo entrati, sposi, in discor- 
dia » (2). 

Quale triste luce si diffonde su gli ultimi anni della 
Repubblica di Venezia! 

Dott. Riccardo Truffi. 



(1) Il ms. dice chiarissimamente figlio, ma il Doge Lodovico Ma- 
nin non ebbe figli. Forse si tratta di un fratello o di altro congiunto. 
Vedi S. Romani n Storia documentata di Venezia. (Venezia, 1861), Voi. 
Vili, IX e X; F. Mutinelli — Memorie storiche degli ultimi cin- 
quant' anni della Repubblica veneta, (Venezr, 1854); G. Gozzi - Ora- 
zione pel Cav. Lodovico Manino, in Opere. (Bergamo» ^27), voi. 
XI, etc. 

(2) Prefazione cit. 



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L'OPPOSIZIONE DIPLOMATICA DI VENEZIA 



ALLE 

MIRE DI SISTO IV SU PESARO 

E AI TENTATIVI 

DI UNA CROCIATA CONTRO I TURCHI 
I 480-I 481 

(Cont. — Vedi Nuova Serie, Tomo V, Parte I) 



IL 

Keduk Achmet, pascià di Valona, il 27 di luglio del 
1480, appariva improvvisamente con grossa armata turca 
in vista della costa pugliese; il 28 sbarcava presso l'ester- 
refatta città di Otranto (1). 

Così si avveravano le predizioni di Venezia, la quale, 
più volte, aveva richiamato invano sull'imminente peri- 
colo, l'attenzione di Sisto IV occupato a soddisfare i ca- 
pricci del nipote Girolamo Riario. 

I Turchi avevano profittato delle tristi condizioni 
d' Italia, in preda alla discordia, all' impotenza e air igna- 



(1) Per quanto riguarda l'arrivo dell' armata e lo sbarco dei sol- 
dati turchi in Puglia ci atteniamo alle date fissate dal Fossati nel suo 
opuscolo, già citato, A proposito di una usurpazione di Sisto IV nel 
1480, p. 19, il quale suffraga, con un documento inedito del 1 agosto 
del 1480, quanto scrivono il Cipolla, op. cit. voi. II p. 604 e il Perrens 
Histoire de Florence^ Paris, 1888, t. I, p. 459. 



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L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 423 



via dei principi e dei popoli (1), per tentare un' invasione, 
vagheggiata certamente da lungo tempo (2). Resta a noi 
ancora il dubbio se le loro mire fossero semplicemente 
dirette al reame di Napoli, o più in là, a Roma, o al- 
l' Italia tutta. Il numero limitato di navi e di soldati, le 
condizioni interne dell' impero turco, P assenza del sul- 
tano Maometto II nella spedizione c'indurrebbero tuttavia 
a credere che lo scopo dello sbarco fosse esclusivamente 
a danno di Ferdinando d' Aragona, contro il quale, per 
varie ragioni, i Turchi sentivano un acutissimo desiderio 
di vendetta; a meno che la spedizione, guidata dal pascià 
di Valona, non fosse che l'avanguardia di un' altra 
maggiore, e avesse pertanto il modesto compito di assi- 
curarsi, colla espugnazione di castelli e città della costa 
pugliese e del reame, cosi vicini alle opposte coste al- 
banesi, i punti opportuni allo sbarco di un grosso eser- 
cito. I timori e i provvedimenti di difesa dei Veneziani 
avvalorerebbero l'ipotesi di un piano più largo di conqui- 
sta, consentaneo colle grandi e ardite idee di Maometto 
II (3). Comunque, è certo che tutta P Italia, allora, si 
sentì minacciata, come se Keduk Achmet co' suoi ter- 
ribili soldati, avesse piantato lo stendardo della mezza- 
luna sui palazzi vaticani a Roma, o lo stesso Maometto, 
spirante rovina e strage, fosse sbarcato sulle coste della 



(1) J. M. Zinkeisen, Geschichte des osmunischen Reiches in Eu- 
ropa, Gotha, 1840-1854, voi. II, p. 451. 

(2) Ibidem. 

(3) E allora avrebbe ragione il Reumont, quando dice che Mao- 
metto voleva coronare la serie delle sue imprese con un fatto splen- 
dido, come l'invasione d' Italia (Lorenzo de Medici il Magnifico, Leip- 
zig, 1874, voi. I, p. 510). 11 Makuscev va anche più in là, e dice che 
il sogno di Maometto II, anelante da lungo tempo all' Italia, sede del 
papato, cominciava a divenire una realtà (Ristorisene Untersuchun- 
gen Uber die Slaven in Albanien w'dhrend des Mittelalters, Wars 
chau, 1871, p. 90). 



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424 



Nuovo Archivio Veneto 



Puglia, e avesse lanciato quel grido di guerra, che un dì 
aveva echeggiato terribilmente sotto le mura di Costan- 
tinopoli. 

A Napoli, più che altrove, fu un subito incrociarsi 
di infinite e terrificanti novelle; e, ben presto, gli abitanti 
dei sobborghi, presi da indicibile spavento, volevano ab- 
bandonare le loro case, giudicandole le prime esposte 
air imminente apparire del feroce nemico, al quale si 
attribuiva la meravigliosa virtù di percorrere d' un fiato 
trecento miglia a cavallo (i). Chi parlava di 130 navi- 
gli (2), chi di 18.000 soldati e di un numero incalcolabile 
di cavalli, di navi di varia forma e capacità e di palan- 
darie per V imbarco e lo sbarco dei quadrupedi (3) ; chi 
precisava il numero delle navi a 330, e aggiungeva rac- 
conti di assalti al castello di Otranto, di scorrerie fino a 



(1) Lettera 1 agosto 1480 di N. Sadoleto in Foucard, op. cit., 
pp. 81-82. Anche gli storici posteriori sono discordi nel precisare 
il numero delle navi e dei soldati. Il Zinkeisen, op. cit. voi. I, p. 
453, fa salire a 70 il numero delle navi, e a 10. 000 quello dei sol- 
dati, fra i quali erano Albanesi e Valacchi : tenendo poi conto delle 
navi da trasporto, secondo una lettera di un segretario di Roberto 
Malatesta, aggiunge che tutta Tarmata turca era composta di 120 legni. 
Il Reumont, op. cit., p. 510 dice che il Pascià sbarcò con 7000 uo- 
mini, Il Sanudo, Vite dei Dogi, in Rerum Italie. Scrip., voi. XXIII 
col. 1213 parla di 70 vele, 

Il Diario Parmense in Rerum Italie. Scrip., voi. XXIII, col. 
347, calcola che fossero portate sulle navi turche 1 0.000 selle per ca- 
valli. Comunque noi reputiamo le forze turche non dovessero su- 
perare i 10. 000 uomini, anzi fossero di qualche cosa inferiori a que- 
sta cifra come afferma il citato passo del Reumont, e come si può 
desumere da tutto l'andamento dei fatti posteriori alla caduta di 
Otranto. 

(2) Lettera 1 agosto 1480 di N. Sadoleto in Foucard, op. cit., 
pp. 81-82 citata. 

(3) Lettera 2 agosto 1480 di N. Sadoleto da Napoli al duca Er- 
cole I, in Foucard, op. cit., pp. 82-83. 



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V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 425 



Lecce, di casali bruciati, di prigioni, di piccoli . fanciulli 
scannati come cani (1). 

Il re di Napoli, pur esso colto da grande spavento, 
pensò subito di scrivere al figlio Alfonso, perchè la- 
sciasse Siena, e accorresse senza indugio nel reame con 
tutte le genti, e al duca d'Urbino, ancora vincolato dagli 
antichi patti, perchè anch'esso apportasse allo stato mi- 
nacciato T opera sua di esperto e prudente capitano (2). 
Indi supplicò T aiuto del papa, come capo della religione, 
dei potentati d* Europa e d' Italia, come cristiani, e par- 
ticolarmente de 1 suoi alleati, i primi che avrebbero dovuto 
con spontaneo ardore accorrere al grido disperato di ter- 
rore, prorompente dall'estrema terra d'Italia (3). 

Con la rapidità propria delle tristi notizie, V appari- 
zione e ló sbarco dei Turchi erano conosciuti a Roma, 
la notte del 4 di agosto, e, pochi giorni dopo, a Vene- 
zia per lettere del Barbaro (4). 

Alberto Cortesi, ambasciatore ferrarese a Venezia, 
pronto nel raccogliere e nel riferire — e in ciò non era 
solo — quanto poteva tornare a danno della Repubblica, 
in fama di voler divorare tutta Y Italia, V 8 di agosto, 
dava notizia al suo signore, della voce diffusa in città 
della capitolazione di Otranto, e del modo festevole con 
cui era stata accolta, da credere che, se fosse stato leci- 
to, si sarebbero fatti « fuochi e campane », benché alcuni 
cittadini mostrassero dolore e reputassero non essere 
quello il fatto della Signoria (5). Così incominciarono a 



(1) Ibidem. 

(2) Ibidem. 

(3) Ibidem. 

(4) Lettera 5 agosto 1480 del Bendedei oratore ferrarese da Roma 
al duca Ercole I, in Foucard, op. cit., pp. iio-ni; Senato, Delib. 
Secr., XXIX, doc. 9 agosto 1480, ce 123 t. 124. 

(5) Lettera 8 agosto 1480 di A. Cortesi da Venezia a Ercole I, in 
Foucard, op. cit., p. 1^2. 



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Nuovo Archivio Veneto 



correre, per la penisola le voci, che, ingrossando di paese 
in paese, di governo in governo, di bocca in bocca, pre- 
sero poi forma precisa : d' aver Venezia chiamato i Tur- 
chi in Italia (1). 

Non è questo il momento di accingersi alla difesa 
di Venezia, ma non è nemmeno opportuno trascurare 
questa prima accusa, e farne rilevare la poca impor- 
tanza , giacché è naturale che il popolo di Venezia, 
indipendentemente dalle opinioni del proprio governo, 
memore delle passate sciagure e della parte così insigni- 
ficante presa dagli stati italiani nella recente guerra 
turca, all' apprendere ora V imbarazzo del re di Napoli, 
si abbandonasse un po' rumorosamente ai commenti sa- 
laci. 

Invece la prima impressione provata dal governo 
veneto fu piuttosto penosa : ne sono testimonianza Tarn- 
monizione al Barbaro di fuggire ogni discorso, persua- 
sione, incitamento od altro, che a Roma si facesse, per 
promuovere una lega generale contro i Turchi (2), V or- 
dine all' armatella, che sotto il cornando di Federico Giu- 
stiniani si recava a Corfù in rinforzo del grosso dell'ar- 
mata, di salutare con segnali di gioia, con spari di bom- 
barde ed altre manifestazioni d' amicizia, il naviglio 
turco, se mai in quello s'imbattesse (3). E tutto ciò non 
in odio al re di Napoli, ma semplicemente per la ra- 
gione, che Venezia si sentiva parimenti minacciata, nono- 
stante il recente trattato di pace stretto con gì' infedeli, 
e vedeva compromesse le pratiche per la delimitazione 



(1) In una conversazione con Niccolò Sadoleto il segretario del 
re di Napoli aveva chiaramente detto che i Veneziani erano la causa 
dell'invasione turca. Lettera di N. Sadoleto 2 agosto 1480 citata, in 
Foucard, op. cit., pp. 82-83. 

(2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 9 agosto 1480, ce. 123 t, 124. 

(3) Ibidem, doc. 4 agosto 1480, c. 123-123 t. 



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L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 427 

dei confini in Oriente, e infine sentiva pienamente la 
superiorità di quel popolo, contro il quale aveva com- 
battuto infelicemente per tanti anni. 

Otranto intanto, investita dal feroce esercito turco, 
difesa da uno scarso presidio (1), che oppose debole e 
breve resistenza, capitolava agli 1 1 di agosto, [.e crudeltà 
dei nemici della fede di Cristo furono grandissime, nè 
mai, narra il Sadoleto, cui giunsero le prime infauste 
novelle, mura di città furono più insanguinate (2). 

L 1 armata ottomana — così riferiva alcuni mesi più 
tardi, un commissario milanese a Ludovico Sforza — 
apparve in vista di Otranto il 29 di luglio alla mattina (3), 
i soldati sbarcarono dalle navi a quattro miglia dalla città, 
scorazzarono per il paese, fecero molti prigioni, che fu- 



(1) Lettera 13 ottobre 1480 del Commissario di Ludovico il Moro 
allo stesso Ludovico il Moro, in Foucard, op. cit., pp. 162-171 ; e Zin- 
keisen, op. cit., voi. I, p. 454. 

(2) Lettera 16 agosto 1480 di N. Sadoleto in Foucard, op. cit., 
pp. 88 89. Anche sulla data della capitolazione di Otranto è divergenza. 
Il Zinkeisen, op. cit., voi. I, p. 454 fissa il 26 luglio del 1480, se- 
guendo M. Sanudo, op., cit., col 1213. L* Hammer nella sua Geschi- 
chte des Osmanischen Reiches ecc., Pest., 1827-1828 sta per V 11 ago- 
sto, e così Iacopo Volaterrano nel suo Diario Romano in Muratori, 
Rerum. Italie. Scrip. voi., XXIII; e il Fossati A proposito, ecc., p. 
20 in un doc. del 15 agosto del 1480. A parer nostro deve essere 
nata confusione tra la data dello sbarco in Puglia e quella della ca- 
pitolazione. Lo sbarco deve porsi il 27 luglio 1480 come da un doc. 
citato dal Fossati A proposito ecc., p. 19, la fine dello assedio, che 
durò 15 giorni, cade proprio l'u di agosto, come affermano THammer, 
il Fossati, il Volaterrano. Il Sanudo dice che Otranto cade il 26 luglio 
1400 Cfr. Vite de' Dogi, p. 121 3. Evidentemente scambia la data della 
capitolazione con quella dell' avvicinarsi dell' armata turca in Puglia. 

(3) Lettera 13 ottobre 1480 citata del Commissario di Ludovico 
il Moro, in Foucard, op. cit., pp. 162-171. Secondo il Sadoleto i 
Turchi apparvero in vista d'Otranto il 28 di luglio del 1480. e questa 
è la data da accettarsi come la più sicura. 



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Nuovo Archivio Veneto 



rono subito trasportati nell' opposta sponda dell 1 Adria- 
tico, a Valona (i). 

Dopo quindici giorni di assedio si perdette la terra 
vuota di difensori, chè ogni poca gente armata, che vi 
fosse stata, avrebbe resistito. Gli uccisi furono molti, 
pochi poterono riscattare la vita a caro prezzo, tutti i 
bambini furono mandati a Costantinopoli, le donne rite- 
nute, ma da otto in dieci anni, e così i ragazzi. Degli 
altri abitanti nessuno potè salvarsi, e fra le vittime si 
contarono i più cospicui cittadini e il vescovo, ai quali 
non furono risparmiati, prima della morte, i più crudeli 
ed orribili strazi (2). 

Se volessimo raccontare, raccogliendo qua e là, tutte 
le notizie relative air assedio ed alla capitolazione di 
Otranto, troppo ci dilungheremmo dal nostro tema, e 
invaderemmo il campo di altri studi già in corso (3). 
Quello che non possiamo lasciar passare sotto silenzio 
è f impressione di terrore, che produsse in ogni parte 
della penisola la nuova che la mezzaluna erasi piantata 
in terra italiana (4). Il Pastor, risalendo a varie fonti, 
dice che produsse addirittura uno sbalordimento (5), e il 



(1) Lettera 13 ottobre 1480 citata del Commissario ecc., in Fou- 
card. op. cit. 162-171. 

(2) Ibidem, e L. Pastor, op. cit., voi. II, p. 483, Cfr. anche Zinkei- 
sen op. cit., I. I, pp. 454-455. Il comandante conte Francesco Largo fu 
segato in due parti crudelmente, l' arcivescovo, assalito e trascinato 
via dall' aitar maggiore, mentre nella cattedrale col clero implorava 
l'aiuto dell'altissimo, ebbe egual sorte, Sanudo, op. cit., col. £213. 

(3) I professori Felice Fossati e Giovanni Guerrieri stanno atten- 
dendo, il primo ad un « Saggio sulla politica italiana nella ricupe- 
razione di Otranto », il secondo, se bene dico, ad un lavoro t Sulla 
invasione turca in Puglia e la espugnazione di Otranto». 

(4) A. Reumont, op. cit., T. I, p. 510. 

(5) L. Pastor, op. cit., T. II, p. 482. 



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L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 429 



cronista contemporaneo Jacopo Volaterrano chiama quel 
terribile giorno « magni mali initium » (1). 

Fra tutti i principi italiani, come era naturale, il più 
agitato doveva essere Ferdinando d' Aragona, la prima 
vittima dei Turchi. Da lungo tempo, come altrove si è 
veduto, il re di Napoli era sconvolto dal pensiero di 
una invasione turca, e come vide che nulla più valeva 
a trattenerla, richiamò il figlio dalla Toscana (2), il quale 
affrettò la partenza, uscendo il 7 di agosto da .Siena, 
dove rimase a presidio messer Prinzivalle di Gennaro 
con alcune squadre di cavalli e di fanti (3). Così la sorte 
toglieva ad Alfonso di Calabria il frutto di due anni di 
lavoro in Toscana, dove credeva di essere sicuro del fatto 
suo, e ardimento e lena a coloro che in Siena avevano 
calcolato sul suo aiuto, e ora temevano di non potersi 
sostenere (4). Questa partenza e la presenza dei Turchi 
in Italia, che mutavano l'aspetto delle cose, apparivano 
chiaramente favorevoli ai Fiorentini, i quali mal soppor- 
tavano che il duca di Calabria s' indugiasse in Siena, e 
temevano volesse impadronirsi di tutta la Toscana (5). 
Questo assalto di Otranto, dice il Machiavelli, quanto per- 
turbò il duca di Calabria e il resto d'Italia, tanto ral- 
legrò Firenze e Siena, parendo a questa di aver riavuta 
la sua libertà, ed a quella di essere uscita da quei peri- 
coli, che le facevano temere di perderla (6). Onde il sor- 
gere di più voci, accusanti Lorenzo de' Medici d'aver 



(i> I. Volaterrano, op. cit., in Muratori, Rerum, lt. Scrip. T. 
XXIII, col. no. 

(2) Reumont, op. cit., T. I, p. 511. 

(3) Alegretti, Diarit Senesi in Muratori, Rerum lt. Script. , 
T. XXIII, col. 807. 

(4) Reomont, op. cit., voi. I, p. 511. 

(5) Fabroni, Lorenzo de Medici, Firenze 1754, voi. I, p. 111. 

(6) Machiavelli, op. cit., lib. VIII, p. 30^. 

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Nuovo Archivio Veneto 



spronato il sultano air invasione delle Puglie (i). Noi, 
per difetto di prove maggiori e più dirette, non vogliamo 
raccogliere le accuse a danno dei Fiorentini : certo, per 
ragione di giustizia, meritano di essere tenute nel conto 
stesso di quelle a danno di Venezia, tanto più che, dopo 
la caduta di Costantinopoli in mano dei Turchi, i Fio- 
rentini avevano saputo a abilmente sfruttare la speciale 
condizione in cui si trovavano: non avevano possedimenti, 
quindi non erano sospetti : servizievoli, insinuanti, ave- 
vano saputo piacere a Maometto II e ne avevano ottenuti 
i favori; e mentre da un lato scrivevano al papa ed ai 
principi cristiani per eccitarli alla guerra e per dichiararsi 
pronti a combattere gV infedeli, abborriti, cani, fedifra- 
ghi di sottomano inviavano ricchi doni ai Turchi e da- 
vano ordine ai capitani di pagare per ogni galea un gra- 
zioso dono di centocinquanta o duecento fiorini a Mao- 
metto » (2). Erano perfino divenuti gli spioni dei Turchi 
in Europa; la qual cosa, benché grave, non c'induce 
ancora a sostenere l'accusa: che i Fiorentini, ridotti a 
mal partito, per la presenza degli eserciti napoletani e 
pontifici in Toscana, dopo la congiura dei Pazzi, con in- 
tento preciso di soffocarne la libertà, siano ricorsi a Mao- 
metto, dal quale avevano già avuto altri favori. Per Ve- 
nezia, tanto ancora sono inveterate !e sciocche preven- 
zioni, simili fatti sarebbero bastati per innalzare un edi- 
ficio di accuse. 



(1) C. Porzio, La Congiura dei Baroni, Napoli 1769, p. 3. Dia- 
rtum Parmense, in Muratori, ^Rerum hai. Script. T. XX, col. 
357; Angelo di Costanzo, Storia del Regno di Napoli, Milano, 1805, 
voi. Ili, p. 272; Bertini, I re di Napoli, Palermo, 1846, p. 241; Gian- 
nole, Istoria Civile del Regno di Napoli, Milano, 1823, voi. Vili, 
p. 314; Schmarsow, op. cit., p. 143 ; Pastor, op. cit., voi. II, p. 47Ó; 
Roscoe, Lorenzo il Magnifico, Firenze, voi. II, p. 124. 

(2) Manfroni, op. cit. c. Ili, p. 39. 



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V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 431 



Fattisi più gravi le minaccie e il pericolo, Ferdinando 
si rivolse a Sisto IV e ai principi d'Italia, accompagnan- 
do la domanda di aiuti con la minaccia di accettare dal 
sultano, qualora non lo si aiutasse, qualunque condizione 
a rovina d 1 altri, e il passo per Roma (1). 

Il momento era veramente solenne e grave per il re 
di Napoli, e divenne gravissimo quando i Turchi si pre- 
sentarono, come si è già narrato, dinanzi a Otranto, e 
s' aggiunse il dubbio, che i Veneziani di nascosto favo- 
rissero il nemico della fede. A Napoli anzi correva voce 
dell 1 approdo di due navi veneziane presso Otranto sotto 
colore di far acqua, ma in realtà più a fin di male che 
di bene, poiché tanto quelli scesi in terra, quanto gli 
altri rimasti sulle navi non avevano voluto palesare l'es- 
sere loro, e presero rapidamente il largo (2); altrove in- 
vece si sospettava, che i Veneziani avessero mandato a 
Corfù la loro armata per impedire a quella del re il pas- 
saggio per lo stretto di Messina nelf Adriatico, dove erano 
i Turchi, i quali di giorno in giorno portavano maggiori 
danni al regno (3). Non pare tuttavia che allora il re di 
Napoli dividesse interamente questi sospetti 3 carico di 
Venezia (4) : nella sua mente conturbata agitavasi una 
sola idea, quella dell 1 urgenza di un accordo col papa 
e con Venezia per raccogliere un' armata potente, per 
non andare incontro non solo alla sua particolare rovi- 
na, ma a quella di tutta la Cristianità. Fino ad ora — 



(1) Sig. de Conti, op. cit., T. I. p. 109. 

(2) Sanuto, op cit, col. 1213. Nel Diario Parmense colgo la 
notizia, che Ferdinando si sarebbe rivolto ai soli cardinali non al 
papa perchè t Turci feudatarium propter colligationem per eum ha- 
bitam cum Venetis Turco amicantibus coli. 351-52. 

(3) Lettera 13 agosto 1480 di Niccolò Sadoleto ad Ercole I d'Este, 
in Foucard. op. cit., p. 85. 

(4) Diario Parmense, coli. 351-52. 



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432 Nuovo Archivio Veneto 

scriveva il 14 di agosto all' Arcamone a Roma — nè il 
papa, nè i cardinali hanno mostrato di occuparsi della 
cosa, nè per quanti pensieri e discorsi si possano fare per 
sapere la ragione della mancanza di provvedimenti ade- 
guati alla presente bisogna, nessuno occorre che onesto 
e sufficiente appaia. Forse — soggiungeva — il papa e 
i cardinali credono che il reame possa provvedere tutto 
da solo, senza l'aiuto altrui? (1). 

Nel giorno'istesso in cui Ferdinando faceva riflettere 
le cose già ricordate ad Anello Arcamone, giungeva a 
Napoli la novella della capitolazione di Otranto (2). Fu- 
rono subito chiamati gli ambasciatori di Ferrara, di Fi- 
renze e di Milano per farli edotti della grave sciagura, e 
spronarli a chiedere pronti soccorsi ai loro governi. Fer- 
dinando, che era presente al colloquio, dichiarò che 
avrebbe mandato d' urgenza lo Scales al papa, per in- 
durre i Veneziani a muovere anch'essi contro i Tur- 
chi, fiducioso delle parole assicuratrici e lusinghiere del- 
l' ambasciatore veneto a Roma. (3). Pertanto egli aveva 
impartito l'ordine di partenza per l'indomani all'armata 
napoletana, composta di dodici navi grosse, di tre galeaz- 
ze, di sedici galere e di altri navigli (4). 

Finito che ebbe il re di parlare, Y ambasciatore fer- 
rarese Sadoleto avvertì i presenti che l'invio dello Sca- 



(1) Il Sadoleto (lettera 3 agosto 1480 in Foucard, pp. 83-84), scri- 
veva al duca di Ferrara, per conto del re, aftinché cercasse di convin- 
cere i Milanesi a mandargli d* urgenza denari, dei quali aveva estremo 
bisogno, e aggiungeva che, secondo le confidenze fattegli da Giovanni 
Guidiccioni, ambasciatore dei Lucchesi, e da un mercante fiorentino, 
che era carico di debiti. Gfr. anche la Lettera 14 agosto 1480 di Fer- 
dinando d'Aragona ad Anello Arcamone in Foucard, pp. 609-613. 

(2) Lettera 14 agosto 1480 di Niccolò Sadoleto ad Ercole I d'Este 
in Foucard, pp. 85-88. 

(3) Ibidem. 

(4) Ibidem. 



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L* opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 433 



les al papa per smuovere i Veneziani non gli pareva 
dovesse sortire V effetto desiderato , doversi invece spedire 
direttamente a Venezia un' ambasceria, dove fossero rap- 
presentati tutti gli stati alleati, ai quali male avrebbe 
potuto la Signoria contraddire, e, quando avesse contra- 
detto, almeno alla primate ne sarebbero veduti gì' in- 
tendimenti (1). Il pratico avviso del Sadoleto riscosse l'ap- 
provazione del re, del segretario, degli ambasciatori pre- 
senti, e tutti conchiusero di scrivere, per ottenere P effet- 
to, alle cancellerie interessate (2); e si può credere che, 
almeno da parte di Ferdinando, ci fosse un po' di spe- 
ranza di riuscita, se air Arcamone, nel dare la notizia 
della partenza del naviglio napoletano, scriveva della cer- 
tezza della vittoria, quando si aggiungessero alle sue le 
navi veneziane (3). 

Comunque il re versava sempre in grande pericolo, 
poiché i Turchi si fortificavano in Otranto (4), e i denari 
degli alleati si facevano aspettare (5), e diminuiva la spe- 
ranza del concorso dei Veneziani (6). Anzi, a quest' ulti- 
mo proposito, il segretario regio metteva in giro un di- 
scorso dell' ambasciatore veneto a Roma — quello stesso 
che, alcuni giorni prima, si sarebbe espresso in modo 
ben diverso — plaudente all' invasione turca, perchè vie- 
tava al re di farsi signor di Firenze e di carpire la corona 
d' Italia (7). Anche questa notizia ci pare si debba met- 



(1) Ibidem. 

(2) Ibidem. 

(3) Lettera 18 agosto 1480 di Ferdinando d'Aragona ad Anello 
Arcamone, in Foucard, op. cit. pp. 613-16. 

(4) Ibidem. 

(5) Ibidem e Lettera 20 agosto 1480 di Niccolò Sadoleto ad Er- 
cole I d'Este in Foucard, op. cit., pp. 90-92. 

(6) Ibidem. 

(7) Ibidem. 



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Nuovo Archivio Veneio 



tere fra quelle tante che corsero allora intorno al conte- 
gno dei Veneziani, a causa della triste leggenda, di aver 
essi chiamato e aiutato nella loro impresa i Turchi. In- 
fatti il segretario nel suo colloquio usa del verbo parere 
non del verbo essere, il che è già una prima e forte 
ragione di dubbio ; inoltre a tutti sono note la severità 
del governo veneziano verso gli ambasciatori vanamente 
ciarlieri, e le istruzioni precise di prudenza e di asso- 
luto riserbo intorno alle cose turche. A queste dovevano 
pensare gli interessati, come il re di Napoli, in aiuto del 
quale era già giunto in Puglia, nella seconda metà di 
agosto, da Siena il figlio Alfonso, duca di Calabria (i), 
ed era atteso per il 4 di settembre presso Otranto il 
duca di Urbino (2). 

Anche il papa, se vogliamo credere alle fonti ponti- 
ficie e ad altri documenti del tempo, non rimase inope- 
roso alla notizia del pericolo turco. Restano nume- 
rose testimonianze dell' opera sua, come bolle, brevi, 
atti concistoriali, elargizioni d' indulgenze ed altro. Se 
non che tutte queste cose devono essere valutate alla 
stregua dei risultati ottenuti e di tutti gli altri atti della 
intricata e molteplice politica pontificia. Ricorderemo 
che, fin dall' approdo dei Turchi in Puglia, partì da Roma 
un primo e poi un secondo appello alle potenze d* Ita- 
lia (3); che si pensò air allestimento di una armata in 
Genova (4); che, il 4 di agosto, si convocò il collegio dei 
cardinali appunto per portare soccorso al re di Napoli, 



(1) Ibidem. 

(2) Lettera 25 agosto 1480 di Niccolò Sadoleto ad Ercole I d'Este 
in Foucard, op. cit. pp. 93-94. 

(3) L. Pastor, op. cit., voi. II, p. 483. Questi riporta un doc. 
dell'Archivio di Stato di Firenze. Raynaldi Annali ecclesiastici, Lucae, 
1/53-54 1480, n. 20-28. Diario Parm., col. 3S3 : Bolla anteriore alla 
liberazione di Rodi. 

(4) Chmell, op. cit., pp. 278-299, 302-325. 



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L'opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 435 



e si concluse di accordare indulgenza plenaria agli accor- 
renti in difesa del reame, e facoltà al re di esigere le 
decime nelle sue terre e di poter usare tutte le genti 
della Chiesa ancora al comune soldo per patti prece- 
denti all' alleanza veneto-pontificia, infine si promise di 
concorrere subito alle spese di guerra coir invio di die- 
cimila ducati (1). Quando poi a Roma si ebbe la tristis- 
sima notizia della presa di Otranto, fu convocato di nuo- 
vo, nel giorno successivo, il collegio dei cardinali (2). In 
mezzo al grande terrore sparsosi per V eterna città, come 
se i Turchi ne fossero alle porte (3), rimaneva ancora la 
speranza deir aiuto dei Veneziani, secondo una lettera 
dell' ambasciatore ferrarese Antonio Bendedei da Ro- 
ma (4). 

Sisto IV, benché dominato da immenso sbigottimen- 
to, (5), sentì il bisogno di rassicurare il re di Napoli, e 
di partecipargli, oltre il suo cordoglio, i provedimenti 
presi, come V invio a Napoli del vescovo di Terracina, con 
10.000 ducati, P ordine di curare l'esazione della decima, 
T invito al duca di Urbino, gonfaloniere della Chiesa, di 
recarsi nel reame di Napoli con tutte le sue genti, P ap- 
pello ai potentati d' Italia e a tutti i principi cristiani, e, 
in particolare, ai Veneziani (6). Se non che dell' invio 



(1) Lettera 5 agosto 1480 di A. Bendedei da Roma, in Foucard, 
op. cit., pp. 1 10-1 1 1. 

(2) Lettera 12 agosto 1480 del Bendedei da Roma, in Foucard, 
op. cit., pp. 1 i :-i 12. 

(3) Sig. de Conti, op. cit., t. I, lib. Ili, cap. Ili, p. 107. 

(4) Lettera 12 agosto 1480 di Bendedei citato, in Foucard, op. 
cit. pp. 1 1 1-1 12. 

(5) Sig. de Conti, op. cit., t. L lib. Ili, cap. Ili, p. 109. 

(6) Lettera 16 agosto 1480 di Sisto IV a Ferdinando, in Foucard, 
op. cit., pp. 154-155- 



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Nuovo Archivio Veneto 



del vescovo di Terracina non si parlò più, e, in sua 
vece, coir ufficio di cardinal legato, il 18 di agosto, fu 
nominatp Gabriele Rangoni, che partì alla voltà di Na- 
poli il 23 dello stesso mese (1). 

Di tutti questi provvedimenti, il più discusso era 
l'appello ai Veneziani. Tutti opinavano che il loro inter- 
vento avrebbe portato il maggior contributo alla difesa 
del re, e appunto su questo argomento il papa era mag- 
giormente compulsato, come alleato della Repubblica. E 
come alleato aveva mandato un caldo breve, e confortato 
P ambasciatore veneto ad aiutare il re (2). E P ambascia- 
tore veneto, secondo il Bendedei, si era mostrato sem- 
pre ben disposto, e aveva dichiarato la buona volontà dei 
Veneziani in favore e in difesa della Chiesa, ma che li 
contristava il dubbio di essere poi abbandonati e la- 
sciati soli nel pericolo; onde diveniva necessaria una 
garanzia, e tale che non potesse, in veruna maniera, venir 
meno (3). Per essa garanzia o sicurtà si discusse molto 
in corte pontificia, e P Arcamone chiedevasi quale po- 
tesse essere, e incitava pertanto il papa affinchè cercasse 
di conoscerla per parteciparla ai principi italiani interes- 
sati. Ma non ebbe ad attendere molto, chè il cardinal 
Foscari, presente a quella discussione, e forse per cor- 
reggere „gP imprudenti discorsi delP oratore veneziano, 
fece intendere che la più bella sicurtà consisteva nelP ar- 
marsi contro il Turco e nel far davvero, e come ciò i 
Veneziani avessero veduto, allora non avrebbero mancato 



(1) L. Pastor, op. cit., voi. II, p. 483. Atti Conc. — Volaterrano, 
op. cit. col. 1 10. 

(2) Lettera 18 agosto 1480 di Bendedei in Foucard, op. cit., pp. 
1 i2-i 13. 

(3) Ibidem. 

(4) Ibidem. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. 437 



al dover loro, essendo essi «paratissimi e in ordine» (i). 
Il che air Arcamone non parve buon modo : a parer 
suo, non era naturale aspettare la perdita d' Italia per 
volerla poi soccorrere : dover quindi il papa, per non 
dolersi mai, per non aver fatto ogni cosa, mandare un 
oratore a confortare i Veneziani a fare il debito loro, 
perchè avrebbe ottenuto di più con la viva voce che 
con brevi. 

E naturale che, essendo la Repubblica oggetto prin- 
cipale dei discorsi della corte pontificia e dei diplomatici 
delle potenze italiane e straniere residenti in Roma, si 
sconfinasse anche dai limiti entro i quali quei discorsi si 
erano finora aggirati, vale a dire, del suo concorso alla 
difesa del re di Napoli e della Cristianità, e si volesse cer- 
care e legittimare la ragione della sua astensione da ogni 
proposito di guerra coir accusa di complicità coi Turchi. 
E lo scrive, senza reticenze, Giovanni Andrea Boccaccio, 
vescovo di Modena, a Paolo Antonio Trotti, consigliere 
del duca di Ferrara (a), che indubbiamente non era il 
solo e il primo a conoscere e a riferire discorsi di quel 
tenore ai propri governi. Anche, al di -fuori dei circoli 
diplomatici, si discuteva in vario senso e calorosamente 
sul contegno di Venezia, secondo si rileva da un passo del 
Diario Parmense, dove si legge, come si è già visto, che 
i Veneziani avevano allestita la loro armata a Corfù per 
tagliare la via a quella napoletana, quando questa avesse 
voluto assalire i Turchi nell' Adriatico (3). 

Di vero, in tutto questo cumulo di accuse e di ciar- 
le, resta solo il fatto della presenza di cento navi vene- 



(1) Lettera io agosto 1480 di Bendedei, in Foucard, op. cit., pp. 
1 13-1 14-1 15. 

(2) Lettera 19 agosto 1480 di Boccaccio, in Foucard, op. cit., 
pp. 141-142: « Se tiene per fermo ecc. ». 

(3) Diario Parmense, coli. 35 1-52. 



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Nuovo Archivio Veneto 



ziane a Corfù, presenza che il Senato — si noti bene — 
s 1 affrettò a giustificare non ad altri che al sultano, per 
mezzo dell' oratore Niccolò Cocco, timoroso de 1 suoi fa- 
cili sospetti, perchè appunto queir armata, con buona 
pace del re di Napoli e degli emuli della Repubblica, 
era stata raccolta all' unico « scopo di difendere i luoghi 
e i sudditi veneti del Levante, proprio da un' eventuale 
assalto turco (i). Miglior prova non avremmo potuto offe- 
rire contro la tanto decantata intimità dei Veneziani con 
gli Ottomani, verso i quali il governo veneto operava 
con estrema cautela, come del resto il dimostra anche 
T invio di un messo speciale a Costantinopoli per denun- 
ciare le arti del re di Napoli, che aveva mandato, col- 
T intento di seminar sospetti, alcune navi napoletane 
con le insegne di S. Marco, in soccorso di Rodi (2). 

In fondo, quella di Venezia non era che una vera 
e propria politica di neutralità, dalla quale essa, in quel 
momento, come altrove abbiamo rilevato, credeva oppor- 
tuno di non distaccarsi, e contro la quale dovevano rin- 
tuzzarsi tutti i tentativi dei sostenitori della crociata e 
della lega generale per tascinarla contro i Turchi ; onde 
Sisto IV, sia per riflessioni personali, sia per ammoni- 
zione dell' ambasciator veneto, diede a divedere subito, 
nel concistoro del 10 d' agosto, d' aver compreso il fermo 
proposito della Repubblica, opponendosi all' idea di pub- 
blicare una bolla ci prò securitate omnium Italie po- 
tentatum » (3), la quale non avrebbe avuto, secondo il 
parer nostro, forza alcuna se non vi fossero stati nomi- 
nati anche i Veneziani come patrocinatori della grande 



(1) Senato, Delio. Secr. XXIX. doc. 9 agosto 1480,00. 123 t. -'.24. 

(2) Ibidem. 

(3) Lettera 19 agosto 1480 di A. Bendedei, in Foucard, op. cit., 
pp. 113-114-115. 



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L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 439 



impresa, e, qualora vi fossero stati nominati, avrebbe 
certamente sollevata la loro avversione. Non è da far 
colpa agli interessati se non tenessero conto alcuno delle 
parole del papa, che s 1 era guardato bene dal dire le vere 
ragioni della sua opposizione, e perciò erano state parole 
poco efficaci, e che vincesse nel concistoro il partito di 
pubblicare la bolla (1). 

Così Sisto IV a malincuore doveva piegarsi ad un 
secondo atto molesto a lui, e molestissimo a' suoi alleati. 
Spronato e stretto da ogni parte, aveva già spedito ai 
Veneziani un breve, giunto al Senato mentre Niccolò 
Battiferro, uomo di fiducia del duca di Urbino, erasi 
presentato per intercedere aiuto in favore del re di Na- 
poli (2). Ma nè il breve, nè V ambasciata ebbero felice 
successo: al Battiferro fu risposto seccamente che nulla 
la Repubblica avrebbe fatto in danno del re (3) ; e al 
papa, per mezzo del Barbaro, che da sola aveva com- 
battuto per 17 anni il Turco, e che ora reputavasi im- 
potente a soccorrere la lega (4). Quando poi pervenne 
la notizia che, nel concistoro del 19 di agosto, s'era di- 
scussa e accettata l' idea della pubblicazione di una bolla 
« prò securitate omnium Italie potentatum »> subito scop- 
piò T opposizione forse prevista dal papa, nè si indugio 
un istante a scrivere a Roma, affinchè si soprassedesse 
alla pubblicazione di quel documento fino a tanto non 
ne avesse preso cognizione la Signoria, aliena, in modo 
assoluto, dall' essere nominata per qualsiasi ragione (5). 

Intanto il papa aveva ricevuto la risposta al breve, 
del quale s' è già tenuto parola ; e, messo in guardia, se 



(1) Lettera 19 agosto 1480 di A. Benedei, ecc. citati. 

(2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 22 agosto 1480, p. 126. 

(3) Ibidem. 

(4) Ibidem, doc. 22 agosto 1480, p. 126. 

(5) Ibidem, doc. 26 agosto 1484, p. 126 t. 



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Nuovo Archivio Veneto 



ve ne era bisogno, da quella nuova manifestazione degli 
intendimenti di Venezia, aveva protratto di sua iniziativa 
la pubblicazione della bolla, suscitando i malumori degli 
ambasciatori dei confederati residenti a Roma (i). 

Il 2 di settembre, forse poco dopo d' aver ricevuto 
da Zaccaria Barbaro l'urgente comunicazione dei propo- 
siti dei Veneziani, il papa, stretto dalle insistenze degli 
oratori dei confederati, ne giustificava il ritardo. Scrivono 
gli oratori milanesi , ai duchi di Milano, che il papa si 
protestò ben disposto alla pubblicazione della bolla, che 
questa era già fatta, e che V avrebbe loro mostrata, su- 
bito che T avessero veduta un cardinale, eh' egli all'uopo 
aspettava, e del quale non fece il nome, ed altra persona; 
che il ritardo non era proceduto da malo animo, ma solo 
dal desiderio di fare veramente opera utile ed efficace (2). 

Gli oratori non sollevarono opposizioni alle parole 
assicuratrici del papa: essi compresero benissimo che le 
persone con le quali egli voleva abboccarsi altri non 
erano che l'ambasciatore veneto e il cardinale Foscari, 
e, piuttosto che accendere dispute su queir argomento, 
profittarono del . momento opportuno per spronarlo ad 
eccitare i Veneziani air impresa turca, cui non sarebbe 
mancata la vittoria con P unione delle due armate veneta 
e napoletana, e a mandare loro un legato (3). Che cosa 
doveva dire Sisto IV? Egli sapeva già che qualunque 
tentativo sarebbe stato vano, e qualcuno anzi molestis- 
simo a 1 suoi alleati, come quello dell' invio del legato a 
Venezia, che cercò di dimostrare inefficace agli stessi 
insistenti ambasciatori, perchè non sarebbe stato accolto 
volentieri, tuttavia, e qui sapeva di dire cosa non vera, 



(1) Dispaccio degli oratori milanesi da Roma a Milano 2 settem 
bre 1480, in Chmell, op. cit., pp. 329-330-346-347. 

(2) Ibidem. 

(3) Ibidem. 



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L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 441 



ma forse gli era suggerita dalla necessità di evitare il 
desiderato invio del legato, assicurò tutti che i Venezia- 
ni non gli avevano interamente tolta la speranza del loro 
concorso, quando fossero certi di essere aiutati e non 
abbandonati (1). Dal canto suo, soggiungeva Sisto IV, 
reputava più opportuno che tutti i potentati italiani man- 
dassero a Roma, come altra volta aveva suggerito, i loro 
plenipotenziari, e come fossero ivi tutti convenuti — e 
si comprende che il papa voleva guadagnar tempo, e non 
manda/e il suo legato a Venezia — , allora si potrebbe 
provvedere che i Veneziani concorressero nella spedizio- 
ne, e, in caso di rifiuto, convincerli con censure o con 
altro modo (2). 

Il dispaccio degli oratori milanesi, contenente tutte 
le notizie testé riferite, messo in relazione con i docu- 
menti veneti, è di un grande valore, e lumeggia assai 
bene la politica del papa, preso tra i due fuochi delP al- 
leanza veneziana e del dovere di provvedere al supremo 
interesse della Cristianità, in urto evidente con uno dei 
tanti interessi particolari dello stato pontificio, che aveva 
ormai perduto di vista V universale sua missione spiri- 
tuale, e che, stretto da vincoli mondani, non poteva as- 
surgere ad uno di quegli appelli grandiosi, de' quali, in 
altri tempi, tutta la Cristianità aveva sentito la ragione 
e la forza. Onde non reca nessun stupore la malinco- 
nica riflessione degli ambasciatori milanesi, che la impresa 
contro il Turco, nella corte pontificia, « più facilmente se 
impedisse che non se eseguisse » (3). 

Mentre gli stati italiani si perdevano in dispute in- 
fruttuose e i Turchi facevano continui progressi nel re- 
gno, sorgeva una nuova minaccia per il re Ferdinando. 



(1) Dispaccio degli oratori milanesi da Roma a Milano, ecc. citato. 

(2) Ibidem. 

(3) Ibidem. 



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Nuovo Archivio Veneto 



E cosa risaputa che la casa cT Angiò, cacciata dal reame 
napoletano, s' illudeva sempre di poter riconquistare lo 
scettro degli avi, e ne attendeva il momento propizio. 
Degli Angioini V ultimo rampollo diretto era Renato, il 
quale continuava a portare il titolo reale. Il io di luglio 
del 1480, colto da grave malore, questo principe morì; 
e i suoi diritti furono raccolti dal nipote Renato, duca 
di Lorena, in nome della madre, sorella del morto re. 
Orbene costui, come seppe delle strettezze deir Arago- 
nese, pensò che fosse giunto il momento opportuno di 
operare a profitto proprio, e di demolire la fqrtuna del 
rivale. Sicuro, come stipendiario della Repubblica, di 
averne l'aiuto, non indugiò a mandare due oratori con 
F incarico di ottenere commendatizie per il re di Fran- 
cia, affinchè questi lo investisse dei diritti eh' ei preten- 
deva gli spettassero nella Provenza, ereditata da Carlo 
d' Angiò, conte del Maine, nipote di Renato d 1 Angiò, e 
per il papa affinchè lo investisse, come feudatario del 
reame, della corona napoletana (1). Il Senato, animato, 
secondo quello che appare dalla parte presa il primo di 
settembre del 1480, dal desiderio di non dar ombra al- 
cuna circa i suoi intendimenti rispetto ai « negozi cri- 
stiani »>, chiamati gli oratori del Lorenese, ricordò loro 
F impegno del papa di prestar aiuto al re contro i Tur- 
chi, e F infamia che ne sarebbe venuta alla Repubblica, 
se, mentre il nemico della fede lacerava e dissipava il 
regno, essa facesse dimostrazione di desiderare e cercare 
nuovo turbamento e dissenzione in quello stato, e ri- 
fiutò, senz'altro, di scrivere al re di Francia, anche ri 
spetto all'altro negozio della Provenza (2). Siccome poi 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 1 settembre 1480,00. 129130. 

(2) Ibidem. Il Diario Parmense citato a col. 346 n«rra che ai 
23 di agosto del 1480 giunsero a Parma notizie che i Turchi erano 
sbarcati in Puglia 



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V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. 443 



gli oratori erano diretti a Roma, per perorare la loro 
causa presso il papa, il Senato prevenne con le solite 
ammonizioni il Barbaro di star in guardia e di non 
ingerirsi nella questione dell'investitura del regno (1). 
Ferdinando quindi poteva rimanere, anche da questa par- 
te, tranquillo ; e, in vero, se avesse conosciuta la rispo- 
sta data agli oratori del Lorenese, certo non ne sarebbe 
stato malcontento, anche se gli fosse nato il sospetto che 
la Repubblica, così operando, avesse il solo scopo di non 
dar ombra al Turco, più che di vantaggiare la Cristia- 
nità. Comunque, i Veneziani erano sempre V oggetto 
delle accuse e dei discorsi di tutti. Il re di Napoli li accu- 
sava di aver « aizzato » i Turchi contro di lui, accor- 
dando loro T attenuante di aver cosi operato, più che 
spinti da malo animo verso la sua persona, per desiderio 
di tenerlo occupato e impedirgli di prestar aiuto a 1 suoi 
collegati (2) ; e l'oratore Niccolò Sadoleto, riaccogliendo 
le dicerie, che s 1 incrociavano sulT argomento delia cro- 
ciata in Napoli, scriveva di sapere che Zaccaria Barbaro, 
intendendo il proposito del re di mandare la sua armata 
nelT Adriatico, si domandava se ciò avrebbe fatto senza 
il consenso della Repubblica, padrona di quel mare? E 
aggiungeva che già V armata veneziana, ancorata a set- 
tanta miglia da Otranto, aveva di là distaccato trenta 
galere, dieci navi e sei galeazze, e aveva timore che, sotto 



in nome degli Angioini. Aggiunge anche che il duca D' Angiò (in- 
tendi Carlo d' Angiò) era nell'esercito turco: e Ibique clamabantur 
Angioino, cum quo dicebantur esse multi ex Baronibus illius Regni a 
Rege Ferdinando expulsi cum fìlio Comitis Jacobi Picinini, cui Duci 
Regnum ipsum spectabat ...» È inutile dire che tali notizie non ri- 
spondono alla verità; ma tuttavia dimostrano come era sentito il ti- 
more di una restaurazione Angioina nel Regno di Napoli. 

(1) Ibidem. 

(2) Lettera 6 settembre 1480 di Niccolò Sadoleto a Ercole 1 d'Este 
in Foucard, op. cit. ; pp. 95-96. 



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Nuovo Archivio Veneto 



il pretesto del suo mare, la Repubblica, causa trovata, 
non si opponesse al passaggio delle navi napoletane (i). 
E di lì a due giorni, lo stesso Sadoleto aggravava il 
tenore delle sue notizie, riferendo che un mercante ve- 
neziano, residente in Napoli, interrogato sulT avvicinarsi 
delle navi veneziane, aveva risposto che, a parer suo, 
quelle s'avvicinavano piuttosto per pigliare la Puglia e te- 
nerla per loro conto che per soccorrere il re » (2). Un altro 
oratore ferrarese, il Montecatino, da Firenze riferiva. che 
Zaccaria Barbaro, ogni giorno in Jloma, mostrava qualche 
lettera con mille bugie, e lo stesso cercava di persuadere 
il papa che ad Otranto i Turchi non erano più di 5000, 
e che, nelT opposta sponda dell' Adriatico, a Valona, non 
era persona alcuna (3). 

Diversamente ragguagliava il suo signore un terzo 
oratore ferrarese, Alberto Cortesi, da Venezia, da quel 
solo luogo, dal quale era possibile trarre qualche notizia 
sicura sulla condotta e sui propositi dei Veneziani. Al- 
berto Cortesi dunque, pur usando di quelle tinte oscure, 
con le quali ormai s' usava dipingere ogni atto della 
Repubblica, racconta che le notizie pervenute dal reame 
de 1 nuovi progressi dei Turchi avevano invece cagionato 
gravi preoccupazioni e sollevato mormorazioni contro il 
re per la sua incertezza nel provvedere alla difesa dello 



(1) Lettera 7 settembre 1480 dello stesso allo stesso, in Foucard, 
op. cit., pp. 96-97. 

(2) Lettera 9 settembre dello stesso allo stesso, in Foucard, op. 
cit., p. 97. 

(3) Lettera 13 settembre 1480 del Montecatino a Ercole I d' Este, 
in Foucard, op. cit., pp. 125-126. I Turchi, dopo la sconfitta di Sas- 
varos in Ungheria si ritirarono ad Occidente, nei paesi tedeschi con- 
finanti («480), Carniola, Garintia. Stiria, lasciati senza difesa o limi- 
tata soltanto alla milizia locale. Zinkeisen, op. cit., voi. I, p. 446. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. 



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stato (i). Anche uno storico veneziano molto scrupoloso, 
Domenico Malipiero, dell 1 ordine patrizio, lascia intrav- 
vedere questa preoccupazione per i progressi dei Tur- 
chi, specialmente dopo la notizia dell'acquisto di Lecce (2). 
Un anonimo, del quale rimane una lettera nelf Archivio 
di Stato di Modena, pubblicata dal Foucard, scrive da 
Venezia che, ai confini del Friuli, presso il quale erano 
alloggiati 20 mila Turchi, cacciati dal re d' Ungheria, si 
munivano i luoghi fortificati per i casi «buoni » e « rei », 
e vi si spedivano i provveditori Antonio Loredano e Al- 
vise Landò (3). 

Queste notizie erano V eco dei discorsi, che si face- 
vano a Venezia, molto diversi da quelli di Napoli e di 
Roma, e del timore, che aveva preso tanto i cittadini 
quanto il governo, sospettosi e di una sorpresa turca (4), 
e di una invasione ungherese (5), come altra volta era 
accaduto ai tempi dell' imperatore Sigismondo. 

Tuttavia era follia sperare che i gelosi stati italiani 
si acconciassero aile rivelazioni di Alberto Cortesi, e de- 
sistessero dalle calunniose mormorazioni, e, nel tempo 
stesso, dagli intrighi per spingere Venezia in quel con- 
flitto, pel quale a fatti essi stessi mostravano di non vo- 
lersi cimentare. Si comprendeva a prima giunta che si 
voleva fare la crociata contro i Turchi a particolari spese 
di Venezia ; ma essa, come aveva dichiarato al papa, al- 



(1) Lettera 7 settembre 1480 di A. Cortesi a Ercole I d* Este in 
Foucard, op. cit., pp. 133-134. 

(2) D. Malipiero, op. cit., p. 131. 

(3) Lettera 9 settembre 1480 di anonimo, in Foucard, op. cit., 
pp. 143-46- 

(4) Cons. X. Misti, R. 20, doc. 12 settembre 1480, c. 122 t. Fu 
preso anche di rinforzare Y armata. Ibidem. 

(5) Ibidem, 15 settembre 1480, c. 22 t. Fu preso di difendere e 
chiudere i confini del Friuli. Ibidem. 

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Nuovo Archivio Veneto 



l'inviato del duca d'Urbino e ad altri, per nessun conto, 
avrebbe preso le armi. E le stesse ragioni ripetè all'ora- 
tore di Massimiliano d' Austria, duca di Borgogna, figlio 
dell'imperatore Federico III, giunto a Venezia nella prima 
metà di settembre con la bella promessa che il suo si- 
gnore cesserebbe dalla guerra col re di Francia per 
mettersi a disposizione della Cristianità, quando la Si- 
gnoria accogliesse la proposta di unirsi in lega contro i 
Turchi (i). L' esperienza, concludeva il Senato veneto, in 
tanti anni di guerra contro i nemici della croce, ha dato 
sufficiente prova della fede, della costanza e della bene- 
volenza dei potentati italiani verso la Repubblica, e il 
dipartirsi dalla stessa esperienza sarebbe imprudente, no- 
civo e pericoloso. « Concursus enim noster cutn pre- 
dictis potentatibus et conspiratio adversus Turcum nil 
aliud in effectu esset quam sumere alienum bellum, re- 
vocare ex aliena in domum nostrani incendium, provo- 
care contra nos solos et terra et mari impetum et fu- 
rorem potentissimi hostis, solos diximus duplici ratione^ 
quia, relictis aliis, solos nos impeteret proculdubio tur- 
cus. Quantum autem in sociis spei habere possimus, 
non solum angustie preterite nostre declarant, sed pre- 
sens etiam expressio regni (di Napoli), quod rex ipse vix 
propugna?^ aggreditur, et sotii sui ei non opitulen- 
tur » (2). 

Questa risposta all' oratore di Borgogna puossi con- 
siderare 1' esemplare, sul quale, in avvenire, la Repub- 
blica foggerà tutte le altre risposte ai numerosi incita- 
menti provenienti da ogni parte, e, tra breve, anche agli 
oratori degli alleati, i quali, proprio allora, sulle mosse 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 7 settembre 1480, c. 130, 

130 t. ; Perret, op. cit., voi. II, p. 208. 

(2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 13 settembre 1480, ce. 130 t. 

131 ; Perret, op. cit., loc. cit. 



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L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 447 



di venire, secondo precedenti accordi, a Venezia, stavano 
discutendo a Firenze sul modo di formulare le loro do- 
mande, e sulle promesse da farsi per strappare al go- 
verno veneto lo sperato intervento (1). 

Il papa che, nel frattempo, aveva tenuto a bada gli 
oratori presenti a Roma, reputò finalmente venuto il 
tempo di mantenere la promessa fatta di convocare un 
congresso di tutti i rappresentanti delle potenze nella 
capitale cristiana, per metterli d' accordo su una comune 
impresa (2). Il breve d' invito, che fissava la prima adu- 
nanza per il 1 di novembre del 1480, era accompagnato 
dalla copia di una lettera ricevuta dal re di Francia, pro- 
mettente, secondo le induzioni del Fossati, 100.000 ducati, 
da riscuotersi dal papa dal clero francese, e altri 200.000, 
nel caso che egli fosse riuscito a concludere pace con 
Massimiliano d 1 Austria, duca di Borgogna (3). Ma quale 
effetto doveva produrre questo solenne atto di Sisto IV? 
Era la sua parola così immune da sottintesi e restri- 
zioni da aver la forza di compiere, in quei tempi cotanto 
turbolenti, il miracolo dell' unione ? Era egli poi così 
immune dagli stimoli degli interessi temporali e da le- 
gami nepoteschi, da dare piena sicurtà, che tutta l'opera 
sua sarebbe rivolta alla grande e gloriosa impresa, e 
niuna ragione ne avrebbe distolto, anche per un istante, 
l'attenzione? I conoscitori di Sisto IV non potevano 
certamente avere molta fiducia. Il re di Napoli, per pri- 
mo, ne' suoi conversari, lo chiamava complice dei Vene- 
ziani nella venuta dei Turchi, perchè messo, prima del- 



ti) Lettera 14 settembre 1480 del Montecatino a Ercole I d' Este, 
in Foucard, op. cit., pp. 126-27. 

(2) Pastor, op. cit., t. II, pp. 483-84. 

(3) F. Fossati, Milano e una fallita alleanza contro i Turchi, 
Estratto dall' Archivio Ètor. Lombardo, anno XXVIII, fase. XXXI, 
Milano 1901. p. 3. 



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Nuovo Archivio Veneto 



P invasione, sull' avviso della cosa, era rimasto inerte (i). 
E poi tutti sapevano che egli era schiavo del nipote Gi- 
rolamo Riario, al quale sacrificava P interesse della Cri- 
stianità col lasciarlo libero in ogni sua illegittima aspira- 
zione (2), proprio nel momento in cui era necessario 
togliere ogni causa di complicazioni politiche nella peni- 
sola, e il papa stesso, timoroso dei successi dei Turchi, 
chiedeva ed otteneva per sè da Venezia promessa di soc- 
corso nel caso di un assalto di quelli nella Marca e nello 
stato della Chiesa (3), e per il re di Napoli P assicura- 
zione di assoluta astensione da qualsiasi ostilità contro il 
regno e i suoi collegati (4). 

Quando il papa, in così grande pericolo, che lo toc- 
cava tanto da vicino, come capo della Cristianità, mo- 
strava di occuparsi degli interessi suoi particolari e dei 
nipoti, e, fra breve, vedremo a quale sbaraglio stava per 
lasciarsi avventurare dalP amato Girolamo, può recar 
stupore la neutralità di una Repubblica, desiderosa di 
sottrarsi ad un' alleanza, che non dava alcuna garanzia 
di serietà ? Essa poteva bene riconoscere vero con gli 
oratori della lega napoletana, giunti a Venezia nei primi 
giorni di ottobre, tutto ciò che avevano detto sul peri- 
colo d' Italia e della Cristianità, ma ad un tempo, dopo 
P isolamento nella ultima e lunga guerra turca, le spese 



(1) Lettera 28 settembre 1480 di N. Sadoleto a Ercole l d' Este. 
in Foucard, op. cit., pp. 99-100. 

(2) Come in quella di Casamurata, luogo situato nel Ravennate, di 
pertinenza dell' arcivescovo di Ravenna, reputato opportunissimo dai 
Veneziani a contenere e nutrire un esercito operante in Romagna, e 
per ciò a loro carissimo. Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 14 ottobre 
1480, c. 126 t. 

(3) Ibidem, doc. 10 ottobre 1480, c. 129 t. 

(4) Ibidem, doc. 10 ottobre 1480, ce. 134 1, 135, 135 t., che si rife- 
risce a lettere del papa scritte il 25 e il 28 settembre, e il 2 di otto- 
bre 1480. 



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U opposizione diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. 



incredibili, P effusione di sangue, le morti numerose di 
nobili e di soldati, i saccheggi delle provincie, la perdita 
di nobilissima parte dello stato, dichiarare solennemente 
che la stessa ragione, che P aveva spinta alla pace nel 
gennaio, la spingeva ora a conservarla (i). 

Questa legazione dei rappresentanti della lega napo- 
letana ha una grande importanza, come P atto collettivo 
più solenne per trarre i Veneziani nella guerra contro i 
Turchi. Ma essa fu, come si è visto, del tutto inefficace, 
e poco mancò che un ordine del Senato facesse partire 
immediatamente gli oratori, i quali, sotto colore di atten- 
dere istruzioni dai loro governi, volevano indugiarsi a 
Venezia (2). Prevalse anche in questa occasione il senno 
dei prudenti magistrati (3), i quali credettero opportuno 
di rendere edotto il papa di ogni cosa passata con gPin- 
viati delle potenze italiane, per mezzo di Zaccaria Bar- 
baro e con P ingiunzione del più scrupoloso segreto, poi- 
ché, se la materia dei discorsi tenuti con gli oratori degli 
alleati nulla aveva di compromettente, la forma poteva 
tornare pericolosa, qualora qualcosa fosse trapelato là 
dove era tutto da temere, cioè presso il Turco, contro 
il quale essi, pur avendo fatto dichiarazione di assoluta 
neutralità, avevano caldeggiato P unione di tutte le forze 
cristiane (4). 

In quei giorni il Senato aveva ricevuto anche varie 
lettere dal capitano generale da mar, notificanti P arrivo 
delP armata veneta in Dalmazia, P invio di un provvedi- 
tore con sei galere nelle acque di Corfù e il progetto di 
un viaggio verso P isola di Creta. A queste informazioni 
nulla il Senato oppose ; se non che pregò il capitano ge- 



(1) Ibidem, doc. 4 ottobre 1480, c. 133-133 t. 

(2) Ibidem, doc. 6 ottobre 1480, c. 133 t. 

(3) Ibidem. 

(4) Ibidem, doc. 6 ottobre 1480, ce. 133 t, 134. 



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Nuovo Archivio Veneto 



neral da mar di non allontanarsi dall' Adriatico, dove era 
assolutamente necessario vigilare (i). Mostrò invece vivo 
malcontento per altre ragioni, come la fuga di alcuni re- 
miganti, lusingati a tradire la Repubblica, dalla falsa vo- 
ce, che il re di Napoli assoldasse uomini di ciurma a cin- 
que e a sei ducati il mese ; la pretesa del Sanzachi di 
Coye di esigere gabelle e dazi nei porti della terra ve- 
neta di Durazzo (2); e, principalmente, il fatto di alcuni 
sopracomiti, i quali, imbattutisi in navigli turchi ritor- 
nanti dalla Puglia a Valona, arbitrariamente non solo si 
erano congiunti adessi, ma anche li avevano rimorchiati 
e largheggiato di favori, e, quel che più coceva al Senato, 
avevano subito trovato così zelanti imitatori in tre altri 
navigli veneti di Durazzo, da spingere le cose al punto 
da trasportare alcuni Turchi in Puglia (3). I quali fatti 
non potevano a meno di non compromettere la Repub- 
blica presso gli altri stati, e di esporla al sospetto di col- 
pevoli intelligenze coi nemici della fede, proprio allor- 
quando essa voleva essere e parere neutrale, e con ogni 
studio fuggire « simile infamia » (4). Perciò comandava 
all' ammiraglio di opporsi energicamente a qualsiasi peri- 
colosa iniziativa dei sopracomiti, dei patroni di navi e 
dei rettori dei luoghi veneti (5). 

Ma chi avrebbe creduto alla sincerità della Repub- 
blica dinanzi a tanti fatti congiuranti ad accrescere i 
sospetti contro la sua politica, che, dalle apparenze, po- 
tevasi ritenere intesa a favorire i Turchi ? Fra tutti, i 
potentati italiani, e primo il re di Napoli, che aveva avuto 
un recente rifiuto di trar armi e munizioni dal dominio 



(1) Ibidem, doc. 10 ottobre 1480, c. 134-134 t. 

(2) Ibidem. 

(3) Ibidem. 

(4) Ibidem. 

(5) Ibidem. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 451 



veneto (1), nessuno sarebbe stato tanto credulo. Il solo 
papa, imbragato negli interessi mondani, a cagion del 
nipote, poteva acconciarsi alle giustificazioni del Sena- 
to (2), giustificazioni della cui sincerità oggi appaiono con 
tutta evidenza le prove, ma che allora passavano per arti- 
fidi diplomatici, come artificii erano le lettere (commen- 
ticie), che si fingevano scritte e spedite da Venezia a Mi- 
lano e di là a Napoli, e infine pervenute a Roma nelle 
mani di Anello Arca mone « optimum harum rerum 
fabrum et artificem », per mettere in trista luce la Re- 
pubblica (3). 

Un nuovo fatto frattanto veniva sempre più a con- 
fermare il governo veneto ne' suoi propositi di neutralità, 
fatto non bene accomodato al tempo ed alla necessità 
delle cose (4), richiedenti la massima tranquillità nella 
penisola, vale a dire gli avvenimenti interni del ducato 
milanese, finiti con la decapitazione in Pavia, di Cicco 
Simonetta, il fedele ministrò del morto duca Galeazzo 
Sforza, il quale, nei tormenti e nella morte, come affer- 
ma Bernardino Corio, mostrò « incredibile constantia et 
gravitate de animo (5), e voluta dagli esuli recentemente 
richiamati in Milano da Ludovico il Moro, cioè dal Bor- 
romeo e dal Pusterla (6). Bisogna sapere, per bene in- 
tendere la cosa, che, dopo Y ingresso di Ludovico in 
Milano, Ascanio suo fratello, vescovo di Pavia, per emu- 
lazione, aveva cominciato a favorire la fazione ghibellina, 



(1) Ibidem, doc. 23 ottobre 1480, ce. 135 t, 136. 

(2) Ibidem, doc. 24 ottobre 1480, c. 136-136 t. 

(3) Ibidem. 

(4) Ibidem. 

(5) B. Corto, Storia di Milano, Milano 1503, p. 330. Il Corio 
pone come data della decapitazione il 30 ottobre ; il Sanuto, Vite dei 
dogi, col. 1213 il 19 ottobre 1480. 

(6) Ibidem. 



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45* 



Nuovo Archivio Veneto 



la quale, dopo essere stata la sostenitrice dei principi 
esuli e la loro salvatrice, era stata poi lasciata in disparte. 
E tutto per causa del Trivulzio, antico nemico degli 
Sforza ; onde Pettino Birago, Alvise Terzaghi, e altri 
molti, privati di ogni dignità e onori, indignati ricorsero 
ad Ascanio come a loro capo e difensore. Di qui V ar- 
resto di Ascanio, di Gaspare Toscano, di Cavalchino 
Guidobono, di Deonese e di Giovanni Lonato pavese, 
detto Fra, uomini pratici e di grande animo, avvenuto 
P ultimo di febbraio del 1480. Indi, al Borromeo poi 
relegato in Mantova, e al Pusterla in Ferrara, furono tolte 
quelle armi con le quali Ludovico dalP esilio era stato 
condotto in patria, e similmente al Marliano, ai due pro- 
tonotari Crivelli e a tutti gli altri ghibellini, sebbene si 
mostrasse di fare la stessa cosa alla contraria parte sotto 
il pretesto specioso di evitare discordie civili. Infine Asca- 
nio fu bandito a Ferrara e il Vimercati a Vercelli (1). 
Ora, ritornando questi sbanditi, meno Ascanio, in patria 
per un recente decreto, si temeva che nuovi torbidi sa- 
rebbero sopravvenuti nella capitale del ducato a turbare 
la quiete pubblica, e, in parte, a stornare il pensiero dei 
governanti dalla crociata. 

Venezia quindi, che aveva predicato tante volte a 
tutti di non avere fiducia nelP accordo degli stati italiani, 
come poteva dinanzi a questi e simili altri fatti, sorgenti 
di perturbazioni, ascoltare la voce degli oratori, che, da 
alcuni giorni, la eccitavano a scendere in campo contro 
i Turchi ? Essa, che vedeva assai chiaro nelle cose, 
non poteva che ripetere quanto, fin dal principio del 
loro arrivo, aveva detto, non senza provare un senso 
di impazienza a cagione di una permanenza manifesta- 



(1) Ibidem, pp. 229-30. Cfr. anche C. Rosmini, Storia di Milano, 
Milano, 1820, T. Ili, pp. 97-98-105-107. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 433 

mente prolungata ad arte per strappare qualche conces- 
sione per via obliqua ed indiretta (1). Essa non poteva 
che raddoppiare la sua vigilanza e la sua prudenza, per 
questa e per altre ragioni, ed anche in vista dell'avvicinarsi 
dell'epoca (1 nov.). fissata dal papa per il convegno dei 
rappresentanti delle potenze cristiane a Roma. La Repub- 
blica prevedeva che, in queir incontro, si sarebbero dette 
e proposte molte cose magnifiche e speciose, simili e 
conformi più alle passate- immaginazioni che ad alcun 
vero e necessario effetto (2). Doveva quindi essere ufficio 
dell 1 oratore veneto a Roma di ottenere dal papa la pro- 
messa di non essere chiamato a quei discorsi e trattati, 
e di fuggire con destrezza, ora F una ora F altra cosa 
simulando, ogni occasione di compromettersi e un intem- 
pestivo e immaturo pericolo delle cose tanto comuni 
quanto particolari (3). Ed era assai opportuno che il Bar- 
baro stessè sulF avviso, specialmente verso F oratore na- 
poletano Anello Arcamone, il quale aveva avanzata la 
proposta di modificare un' articolo dell' alleanza veneto- 
pontificia nel senso che Venezia non potesse fare alcuna 
alleanza senza il consenso del papa, e tratto con arte il 
Barbaro in ciarle sullo stesso argomento suscitando il 
malumore del Senato (d), il quale vedeva crescere di 
giorno in giorno attorno a lui gravi imbarazzi e la neces- 
sità di giustificare, quando che fosse, agli uni o agli altri 
ogni suo atto. Ora era la volta del re di Napoli, ora 
del papa, ora dei Turchi, di quei maledetti Turchi, so- 
spettosi di tutto, ai quali bisognava dar spiegazione, oltre 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 28 ottobre 1480, c. 137. Poco 
mancò che, nelle sedute del 28 ottobre, il Senato, stanco di questa 
permanenza, non licenziasse gli oratori dei potentati italiani. Ibidem. 

(2) Ibidem, doc. 28 ottobre 1480, c. 137-137 t. 

(3) Ibidem. 

(4) Ibidem. 



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454 Nuovo Archivio Veneto 

che del resto, della presenza in Venezia degli oratori dei 
collegati, e perfino di quella dell' oratore veneto in Ro- 
ma (i), coincidenti coir epoca del congresso, bandito da 
Sisto IV per i primi di novembre, coir ordine pontificio 
di celebrare per tutto il mondo cristiano con speciale 
solennità la ottava di Ognissanti (2), per intercedere l'aiuto 
dell'Altissimo contro i nemici della fede; e infine coi- 
T inizio degli apparecchi di una armata crociata (3). 

Quanto al congresso possiamo dire, che V invito non 
destò verun entusiasmo. Così almeno scrissero gli óratori 
milanesi ai loro principi, i quali si mostrarono assai spia- 
centi per la freddezza con cui era stato accolto l' invito 
del papa, e per il timore che, aspettando aiuti oltramon- 
tani, e non unendosi i potentati italici, P infermo non 
morisse prima delP arrivo del medico (4). In fatti, giunto 
il primo di novembre, nessuna potenza aveva mandato 
a Roma i suoi rappresentanti (5), e la dieta, da quanto 
appare dai calcoli fatti dal Fossati su documenti milanesi 
di grande importanza per P argomento, non fu aperta 
che dopo il 24 di novembre (6), e, secondo ogni proba- 
bilità, prima delP arrivo degli ambasciatori esteri (7). 

Lo scandaloso indugio di accedere al congresso era 
una novella prova di quanto aveva sempre a voce alta 
dichiarato il governo veneto, cioè, delP ignavia, della di- 
scordia, della impotenza degli stati cristiani, e dava ra- 



(1) Ibidem, doc. 4 novembre 1480, c. 139. 

(2) Raynaldi, Annali Ecclesiastici, Lucae 1753-54^. 614, n. 29. 

(3) VoLATERRANO, Op. CU., COL I I 3 e GUGLIELMOTTI padano di 25 

galee, parte delle quali dovevano costruirsi in Ancona, parte in Genova. 

(4) F. Fossati, Milano e una fallita alleanza contro i Turchi. 
Estratto dall' Arch. St. Lomb., anno XXVIII, fase. XXXI, Milano, 
J901, p. 5. 

(5) Ibidem, p. 7. 

(6) Ibidem, p. 10. 

(7) Ibidem. 



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U opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 455 



gione alla sua politica di neutralità. Nonostante, esso non 
era un fatto così imprevedibile da fermarvi soverchia- 
mente la nostra attenzione, come invece la ferma il turpe 
proposito del conte Girolamo Riario di espellere, con 
l'aiuto della Repubblica, Ferdinando di Aragona dal reame 
napoletano (1). Onde il Consiglio dei X, informato di una 
simile enormità da Zaccaria Barbaro, reputando indegno 
perfino il discutere, esortava il conte affinchè tenesse il più 
scrupoloso segreto, e non volesse apportare danno alla pe- 
nisola con v incredibile infamia » della sede apostolica e 
del sommo pontefice (2). Senza questo rifiuto, osserva il 
Brosch nel suo libro su Giulio II, il mondo avrebbe forse 
assistito allo spettacolo di veder la Repubblica e il papa 
da una parte e il sultano dall' altra precipitarsi sopra 
Napoli (3). 

Il nipote del papa, sicuro dell'amore dello zio, era 
uomo di tale immodestia da volere le cose più strane, 
senza riflettere ai pericoli, alle responsabilità e, come nel 
caso presente, ali 1 infamia cui andava incontro. Egli non 
mirava che a soddisfare le sue grossolane passioni e gli 
smodati desideri di regno concepiti dalla sua mente ot- 
tusa, e non regolati da alcun senso di opportunità e di 
possibilità, stimolati dal pregiudizio che al nipote del 
papa tutto fosse lecito e fattibile. Girolamo conosce- 
va V odio di Sisto IV per Ferdinando d' Aragona, odio 
ch'egli aveva istillato e alimentato e del pari divideva 
con ardente desiderio di vendetta, specie dopo la pace 
coi Fiorentini, con la quale erano svaniti i suoi sogni 
sulla Toscana, e ravvivato continuamente da Virginio 
Orsini, figlio di Napoleone, reclamante da Ferdinando 



(1) Cons. X, Misti, R. 20, doc. 9 novembre 1480 c. 32, citato 
dal Brosch. p. 20. 

(2) Ibidem. 

(3) Brosch, op. cit M cap. I, p. 21. 



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456 



Nuovo Archivio Veneto 



cT Aragona le contee di Alba e di Tagliacozzo, situate 
tra i Marsi e i Peligni, dovutegli per la paterna eredità. 
Ma il re le aveva vendute al protonotario Oddone Co- 
lonna e ai fratelli di lui per 12.000 ducati d' oro : la qual 
cosa, scriveva Sigismondo de' Conti, sembrava tanto più 
indegna a Virginio, perchè di famiglia, che sempre, qua- 
lunque fosse stato il vento della fortuna, aveva parteggiato 
pel re, il quale le doveva essere molto debitore. Onde, 
volendo rientrare nel possesso delle paterne contee, e non 
potendolo sperare (ino a che il re fosse fortunato e po- 
tente, desiderava la guerra, ad essa eccitava Girolamo, cui 
aveva promesso avrebbe uniti tutti i suoi soldati e le sue 
fortune, non che la gente degli Orsini in allora potenti per 
milizie. La cosa, conclude lo storico fulginate, pareva a 
Sisto e a Girolamo utile e assai opportuna ; nondimeno 
essi non vedevano non doversi tentare se non vi pren- 
devano parte i Veneziani (1). 

L'autorità di Sigismondo de* Conti in questa nar- 
razione, e specialmente nella chiusa, è sommamente pre- 
ziosa, poiché appare sempre più manifesto su quali basi 
poggiasse tutto V edificio della crociata contro i Turchi, 
e quale fosse P intima condizione delle cose nella peni- 
sola, la cui tranquillità e salvezza erano alla discrezione 
di un uomo come il Riario e di un papa nepotista come 
Sisto IV, i quali, non contenti dell'incendio che vole- 
vano attizzare nelT Italia meridionale, un altro ne vo- 
levano accendere nella centrale con le loro insistenti 
pretese sul luogo di Casamurata in quel di Ravenna, 
contro T opinione stessa della Repubblica, loro alleata (2). 

A Roma tuttavia si raccoglieva il collegio dei cardi- 
nali per la crociata, e vi si leggevano le lettere del re 



(1) Sic de Conti, op. cit., T. I, pp. 114-15. 

(2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 9 novembre 1480, c. 140, 140 1. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto 1 V ecc. 457 



cT Ungheria, piene di acerbe parole pei Veneziani, e 
si ascoltavano gli acerbi discorsi del cardinale d' Ara- 
gona dello stesso tenore, smorzati un po' dalle risposte 
del Foscari e di qualche altro (1), e infine si accredita- 
vano le dicerie che sette triremi veneziane avessero ac- 
compagnato le fuste dei Turchi, fino ad Otranto (2), e 
che il capitano generale di mare avesse fatto rotta per 
le coste del Friuli, collo scopo di turbare, nel presente 
scompiglio, le cose dei Milanesi (3). 

Per sfuggire V infamia di simili accuse, il Senato 
scrisse al Barbaro, fiducioso che già egli, nel riguardo 
dell'accompagnamento dei Turchi a Otranto, avesse smen- 
tita la notizia. Quanto al resto, bastava, per convincersi 
della falsità dell' accusa, tener conto che sulle navi di- 
rette al Friuli erano imbarcati soli trentasei cavalieri, 
certo insufficienti a recar, come si voglia, danno ad altri. 
E poi non e' era veramente da pigliar ombra per la par- 
tenza dell' armata, poiché il capitan generale, per non 
tenerla oziosa, V aveva fatta navigare verso quella pro- 
vincia, collo scopo di visitarla e di esaminare i passi ido- 
nei a vietare ogni invasione, e quindi erasi diretto verso 
Rimini, dove fra breve sarebbe arrivato (4). E V ammi- 
raglio, in questa bisogna, aveva profittato della rilassa- 
tezza dei Turchi, i quali, è da credere, non si sentissero 
per allora così preparati a proseguire V impresa. Anche 
il Senato, così pauroso dei Turchi, credette diminuito il 
pericolo, e fece disarmare alcune navi, ma, per la pros- 
sima primavera, essendosi divulgata la voce che i Turchi 



(1) Senato, Delib. Secr. XXIX, ecc. citato. 

(2) Ibidem. 

(3) Ibidem. 

(4) ibidem. 



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45^ Nuovo Archivio Veneto 



avrebbero raccolto una potentissima armata, deliberò di 
ingrossare per quel tempo anche la propria (i). 

Il papa finalmente, spronato da quelli che V attor- 
niavano, la maggior parte gelosi della sua alleanza con 
Venezia (2), diede segno di occuparsi con più alacrità 
delle cose della crociata. Ricorse da prima, per rifornire 
T esausto erario pontificio, a gravezze straordinarie, chie- 
dendo per ogni focolare dello stato pontificio un ducato 
d 1 oro (3), e ad ogni chiesa e convento una decima per 
due anni (4); indi, per dar saggio de* suoi sentimenti 
tutti rivolti alla pacificazione degli stati cristiani, si mo- 
strò propenso di riconciliarsi coi Fiorentini. « E dove 
prima, scrive il Machiavelli, non aveva mai voluto ascol- 
tare alcun oratore fiorentino, diventò intanto più mite, 
che egli udiva qualunque della universale pace ragionas- 
se » (5). Tanto che i Fiorentini furono certificati, che 
quando s 1 inclinassero a domandare perdono al papa, che 
lo troverebbero. Non parve adunque di lasciar passare que- 
sta occasione e mandarono al pontefice dodici ambasciatori 
muniti di concilianti istruzioni, i quali, poi che arriva- 
rono a Roma, il 25 di novembre, complimentati solo dai 
loro compatrioti e amici, giacché valevano ancora le cen- 
sure (6), il papa con diverse pratiche, prima di dar loro 
udienza, intrattenne. Pure alla fine si fermò tra le parti 
come per l'avvenire si avesse a vivere, e quanto nella 
pace e nella guerra per ciascuna di esse contribuire. Ven- 



(1) Ibidem, doc. 11 novembre 1480, c. 141 t. 

(2) Ibidem, doc. 17 novembre 1480, c. 142. 

(3) L. Pastor, op. cit., T. II, p. 484. 

(4) Raynaldi, Annales Ecclesiastici ecc., n. 28, 1480, e Pastor, 
op. cit., T. II, p. 484. 

(5) N. Machiavelli, op. cit., p. 308. 

(6) Volaterrano, op. cit., col. 113, li fa arrivare al 25 novembre 
del 1480. 



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V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. 459 



nero poi gli ambasciatori ai piedi del pontefice, che con 
soverchia pompa coi cardinali li aspettava innanzi alla 
porta di bronzo chiusa della navata centrale della basi- 
lica di S. Pietro, seduto su sedia coperta di porpora, cir- 
condato dai cardinali e alla presenza di una grande mol- 
titudine. Alle loro parole di scusa, rispose con altre piene 
di superbia ed ira. Si lesse poi la formula delT accordo 
e della benedizione, alla quale il papa aggiunse, fuori 
delle cose praticate e ferme, che se i Fiorentini volevano 
godere il frutto della benedizione, tenessero armate di 
loro denari quindici galee tutto quel tempo che il Turco 
combattesse il regno. Nè tal peso gli ambasciatori riu- 
scirono ad alleggerire. Ma, ritornati a Firenze, la Signo- 
ria, per fermare questa pace, mandò al papa oratore G. 
A. Vespucci. Questi per sua prudenza ridusse ogni cosa 
a termini sopportabili, e dal pontefice molte grazie ot- 
tenne, che fu segno di maggiore riconciliazione (1). 

Intorno allo smesso tempo (4 die), il papa affidava 
al cardinale Savelli la missione di mettere cT accordo in 
Genova i partiti fra loro in contesa, ed invigilare in quel 
porto all' allestimento dell 1 armata pontificia, noleggiata 
per la crociata (2), e alla quale doveva presiedere il car- 
dinal Fregoso (3). 

Pure il re di Francia pensava di fare qualche cosa 



(1) Machiavelli, op. cit., p. 309. Più tardi furono restituite le 
castella occupate durante la guerra dal duca di Calabria, che, alla sua 
partenza, aveva lasciato in custodia ai Senesi. Ibidem. Cfr. anche il 
Reumont, Lorenzo de' Medici, Leipzig, 1874, voi. I, pp. 370, 512-13- 
14. C. Manfroni, op. cit., cap. Vili, p. 116. Romanin, op. cit., t. 
IV « P- 397- Sismondi, Repubbliche ItaL, 1850, Milano IV, pp. 26, 
147, 148. Frantz, Sixtus IV ecc., cap. V, pp. 262-263. 

(2) Pastor, op. cit., T. II, p. 484. Guglielmotti , op. cit., T. II, 
pp. 432 e segg. Volaterrano, op. cit., col. 116. Raynaldi, op. cit., 
pp. 614-615. 

(3) Guglielmotti, op. cit., t. II, p. 432. 



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460 



Nuovo Archivio Veneto 



per la crociata, come si è detto nel capitolo precedente, 
e P attesta l'ambasceria a Venezia di Giovanni Binel, reg- 
gente della Facoltà di diritto air Università di Angers 
e giudice di Angiò (1), pochi giorni dopo che il Senato 
aveva dichiarato al Barbaro, in procinto di lasciar Ro- 
ma (2), di rispondere alle aperture del papa sullo stesso 
argomento, di sentire più che mai, in quel tempo, as- 
soluto bisogno di pace, nonostante la convenienza par- 
ticolare della Repubblica di una crociata di tutti gli stati 
cristiani contro il Turco. Ma il tentarla fuor di tempo 
ad alcun atto contro il Turco, perchè questo convergesse 
poi la guerra solo su di essa, non sarebbe stato liberare 
T Italia, nè opporsi agli imminenti mali, nè provvedere 
alle cose cristiane (3). Non mollo diversa fu quindi la 
risposta ali 1 oratore francese quando si presentò a Ve- 
nezia con T offerta delf alleanza regia e della somma di 
300,000 scudi air anno come contributo nelP impresa 
turca e con P assicurazione da parte del re di unirsi alla 
Repubblica per punire quei potentati che, dopo aver 
dato promessa, avessero mancato alP obbligo loro di com- 
battere al suo fianco (4). La stessa nota di neutralità ap- 
pare anche nella risposta data nel giorno stesso ad An- 
tonio Graziadio, secondo messo di Massimiliano d' Au- 
stria (5), e nel dispaccio spedito alcuni giorni prima al 
Barbaro circa il modo di comportarsi dato che fosse 



(1) Perret, op. cit., t. II, p. 209. 

(2) if permesso di lasciar Roma fu dato al Barbaro il 18 dicem- 
bre 1480, c. 146 t. 

(3) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. it settembre 1480, ce. 244 
e 144 t. 

(4) Ibidem, doc. 18 dicembre 1480, ce. 144 t., 145, 145 t. ripor- 
tato per intero dal Perret, op. cit. in Appendice, doc. XLIV. 

(5) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. iS dicembre 1480, ce. 145 t. 
e 146. 



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L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 461 



interrogato dell' opinione del governo veneto sulla par- 
tenza del duca di Urbino per il regno (1), partenza altra 
volta annunciata, ma che ora pareva non si dovesse più 
a lungo differire. 

Federico Montefeltro, duca di Urbino, vanto delle 
armi e della prudenza politica italiana, da più mesi era 
in rapporti con Venezia e col papa, che volevano pren- 
derlo ai comuni stipendi. Le pratiche, fatte prima dal 
Consiglio dei X e poi dal Senato per raggiungere lo 
scopo, erano andate finora a vuoto, e vi avevano con- 
corso, oltre che la questione dell'ammontare del soldo, 
le condizioni d' Italia dopo la caduta di Otranto ; poiché, 
a parer nostro, il duca, sapendo che qualora avesse ac- 
cettato la condotta veneto-pontificia, gli sarebbe stato 
impossibile rispettare i patti stretti in precedenza, du- 
rante la guerra toscana, col re di Napoli, ma non ancora 
scaduti, non voleva macchiare la sua coscienza tuttora 
immune dalle turpi diserzioni dei capitani venturieri del 
tempo. E chi conosce bene la vita del Montefeltro, certo 
non potrà a meno di non convenire nel nostro asserto. 
E da credere poi che gli stesse molto a cuore la libera- 
zione d 1 Italia dai Turchi come italiano e come uomo di 
preclare virtù e di sentita fede. Ne è testimonio solenne 
una lettera del 21 dicembre del 1480 a Niccolò Batti- 
ferro, inviato, per una seconda volta, a Venezia allo scopo 
di chiedere consiglio circa il comando dell' esercito napo- 
litano, e che qui riassumiamo per la sua importanza. Il 
duca, dopo di aver premesso la necessità e il debito di 
non tacere alla Repubblica il pensiero suo, narra che il 
pontefice aveva mandato Giordano Orsini a Otranto, per- 
chè ne studiasse la condizione insieme a quella del campo 
del re, e riferisse intorno alla facilità e difficoltà della 



(1) Ibidem, doc. 1 1 dicembre 1480, c. 143 t. 

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Nuovo Archivio Veneto 



espugnazione e del ricupero della terra ; che Giordano 
Orsini era venuto a lui col disegno della città e che la 
sua opinione, alla quale egli aderiva completamente, era 
tale che, quando si facessero le debite provvigioni, fi- 
nora trascurate, molto facilmente si potrebbe ricuperare, 
perchè situata in modo, da stare sicuramente a campo e 
da non aver danno alcuno, anche se il turco mandasse 
grande soccorso. Inoltre era da tener conto che, anche 
dalla parte di mare, dove il turco credevasi potentissimo, 
si poteva fare un grande sforzo per la presenza dell'* ar- 
mata regia e, per le obbligazioni testé contratte, di quella 
del papa e del re di Castiglia. 

Ciò posto, soggiunge il duca, benché io mi vergogni 
a dirlo, tutti, e specialmente il re, mostrano il deside- 
rio della mia andata al campo con speranza di pronta vit- 
toria. Dall' altra parte il papa, sospettoso per molte cose 
occorse per il passato, le quali sono ben note alla Si- 
gnoria, non ha voluto intendere fino a qui parola di que- 
sto mio andare e meno al presente che mai. E perchè 
io credo che questa sia importantissima impresa non solo 
per T Italia, ma per tutta la Cristianità, sarebbe gravis- 
simo errore il mio, se, attesa la singolare mia servitù 
verso la Signoria, con quella non conferissi liberamente 
ogni pensiero. E però io ricorro a lei per aiuto e con- 
siglio, supplicandola con tutto il calore, che si degni 
di voler considerare il grandissimo pericolo, che molto 
facilmente sta per seguire, quando alla grande potenza e 
.ambizione di questo potentissimo nemico non si faccia 
resistenza, mediante le necessarie provvigioni, le quali a 
me pare non possano essere sufficienti, se principalmente 
non concorre la singolare sapienza e potenza della Si- 
gnoria, la quale fino a qui ha avuto giustissima cagione 
di star sopra di sè, per non intendere V intenzione delle 
altre potenze cristiane, potendo verosimilmente sospet- 
tare che, quando fosse entrata in nuova briga con il 
Turco, non fosse lasciata sola nella pesta. I quali sospetti 



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U opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 



463 



dovrebbero ora essere cessati, poiché il re per esperienza 
. si è certificato dell' interesse, che gli è risultato e risulta, 
di non aver seguito con tutte le sue forze, in altri mo- 
menti, la Signoria. Ora egli offerisce per mio mezzo di 
voler essere in perpetuo « ad unum velie et ad unum 
posse », con quella, e parla per modo e con tanta effi- 
cacia, che la ragione costringe a prestargli fede, tanto più 
che dice di aver potestà a obbligare solennemente il re 
di Spagna, quello d' Ungheria, il papà, il collegio dei 
cardinali. Infine Ferdinando ha tanto interesse in questa 
impresa, che non si può verosimilmente dubitare di lui. 
E così cessa non solo il sospetto di dover essere abban- 
donata, quando la Signoria si discopra, ma si può aver 
certezza che qualora il papa, il re di Napoli, la Repub- 
blica con gli altri sopradetti potentati s' intendano, li 
seguirebbe tutto il resto dei Cristiani, i quali, in ogni 
loro dimostrazione, per quanto si possa comprendere, si 
mostrano ben disposti. Nondimeno se la Signoria desi- 
derasse alcuna altra sicurtà, la quale le paresse dover 
essere proposta per terza persona a lei fidatissima, a che 
io domando di grazia, che in questa parte sia preso fede 
di me, perchè io obbedisco con tanta sincerità a quello 
che mi sarà domandato ; ond' ella si chiamerà bene sod- 
disfatta di me, e, in niun minimo punto, passerò la mia 
commissione, e tacerò quello che si dovrà tacere, e dirò 
quello che mi sarà comandato di dire. E quando pure 
alla Signoria non paresse di scoprirsi palesemente, al- 
meno voglia, secondo il suo beneplacito, aiutare il papa, 
del quale può prendere ogni fede, per farne crescere 
T animo, e, mediante la provvigione che facesse il papa, 
aiutato come si è detto, farlo crescere al re, poiché mi 
pare che il tempo che corre abbia più necessità de' suoi 
savi consigli e potentissimo aiuto, che ne occorresse mai 
all' età dei nostri proavi. E questo è quanto alla parte 
delT aiuto. 

Il consiglio che io aspetto, continua P Urbinate, è 



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464 



Nuovo* Archivio Veneto 



che la Signoria si degni di ricordarmi se questa mia 
andata, ricercata dal re, si debba favorire, non perchè, 
quando io intenda quella sembrarle conveniente, io mi 
governi in un modo, e quando intenda il contrario mi 
governassi in un altro. E vero che a me pare che parte 
dei sospetti del papa, mossi dalla poca fede riposta nei 
Milanesi e nei Fiorentini, avendo egli vera intelligenza 
con la Repubblica, non siano da stimare, perchè nè gli 
uni nè gli altri si trovano in condizione che si possa 
temere che si movessero a una minima cosa. Infine, an- 
corché la condizione della mia persona e molte cose se- 
guite in quest 1 anno non dovessero indurfe a desiderare 
ogni altra cosa che questa andata — e forse qui alludeva 
alla parte da lui avuta nello stringere V alleanza veneto- 
pontificia — ; nondimeno, quando io andassi con volontà 
del papa e di Venezia, confesso che io mai andai in 
luogo alcuno con maggior animo nè maggior speranza 
di fare qualche bene. Quando poi alla signoria spiacesse 
la mia andata, essa sappia che io mi vergogno come sol- 
dato del re — diffatti non erano ancora scaduti i suoi 
impegni coli 1 Aragonese — io mi vergogno di non com- 
parire, richiesto a un tanto bisogno e massimamente 
quando mi stringe ancor più la necessità che io vedo del 
bene universale (1). 

Splendido documento invero della rettitudine di ca- 
rattere dei Montefeltro e del nobile e profondo senti- 
mento di italiano e di cristiano, ma che, nonostante la 
nota personale di onestà e di patriottismo, non trovò 
adeguato ascolto, nè giunse a ferire T animo della Re- 
pubblica, incrollabile nelT idea di mantenersi neutrale in 



(1) Da una copia conservata nell'Archivio di Stato di Venezia, 
Senato, Delib. Secr., doc. 21 dicembre 1480, ce. 156-1561., Il Mon- 
tefeltro si firma Capitano generale regio e Confaloniere della Chiesa. 



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L opposi f ione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 465 



quella grave bisogna. Essa solamente gli lasciò, dopo un 
lungo esame, ora delP una parte con le ragioni dello 
scritto ricevuto, ora dell' altra con i dubbi, i riguardi e 
i rispetti propri, libertà piena di andare alla espugna- 
zione di Otranto, certa che egli non avrebbe in questa, 
che era la maggiore e più degna del consiglio suo, che 
reputava il primo d' Italia, errato come non era usato a 
errare nelle altre cose (1). 

Tale la risposta alla nobile lettera del Montefeltro, 
effetto di un determinato ordine di idee, come da poco 
aveva potuto anche sperimentare il doge di Genova, il quale, 
dopo la conciliazione delle parti avversarie in quella città, 
aveva mostrato il desiderio di entrare in lega con la 
Signoria (2). 

Si comprende bene che tali recisi rifiuti dovessero 
far diminuire la speranza di una vittoria sui Turchi, e 
ravvivare su Venezia sempre più quel senso di diffidenza, 
formatosi già intorno alla sua politica, tacciata di egoi- 
smo e di rapacità. 

Erano passati ormai più di quattro mesi dalla per- 
dita di Otranto, e niun provvedimento era stato ancora 
preso contro i nemici della fede, e niuna cosa lasciava 
sperare che sarebbero tra breve scacciati. Racconta anzi 
Sigismondo de' Conti, che Sisto IV avvilito avesse un 
istante pensato di rifugiarsi in Francia (3) ; ma a noi, che 
ne abbiamo rilevato i reconditi propositi, questa cosa 
pare una finzione. Tuttavia riconosciamo che il papa, 
preso alle strette dai potentati italiani, dagli ambasciatori 
residenti in Roma, dai cardinali s' inducesse a condurre 
innanzi i famosi preparativi della crociata. Anello Arca- 



fi) Ibidem, doc. 17 gennaio 1480, c. 1 57- 1 57 t- 

(2) Ibidem, doc. 29 dicembre 1480, c. 152 t. 

(3) Sigismondo de Conti, op. cit., T. II, p. 108. 



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Nuovo Archivio Veneto 



mone, nella seduta del 31 dicembre del famoso con- 
gresso, lo spinse anche a sussidiare il re d' Ungheria, 
affinchè movesse contro il Turco, e non è improbabile 
che sotto la volontà dello stesso scaltro oratore napole- 
tano, nella stessa seduta, alla presenza dei ministri di 
Spagna, di Milano, di Ferrara, di Genova e di Siena, 
esponesse la necessità della spedizione, fissasse le quote 
dei sussidi da versarsi da ciascun governo, e annunziasse 
T invio di un legato a Venezia, coir incarico di toglierla 
dalla sua ostinazione (1). 

L' anno 1480 stava per chiudersi, e pareva che Ve- 
nezia dovesse reputarsi contenta dei risultati della sua 
politica, sia nei riguardi della propria tranquillità, sia in 
quelli del pericolo turco e della pace d' Italia. Ma le 
apparenze spesso ingannano. Difatti V orizzonte politico 
si offuscava dalla parte del ducato di Ferrara e di Roma- 
gna per i litigi sorti fra la Repubblica e il duca Ercole 
d 1 Este per ragioni commerciali, e fra la Repubblica e 
Galeotto Manfredi per ragioni territoriali e di confine. 

(Continua) Dott. Edoardo Piva. 



(1) Chmell, op. cit., pp. 347-48-49. Perret, op. cit., T. II, p. 
210. Pastor, op. cit M T. II, pp. 384-85. Makuscev, op. citata, T. II, 
pp. 311-12. 



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NOTE DI STORIA VERONESE 



XV. 

Due iscrizioni del sec. XIII. 

Ripublico due iscrizioni già note, e lo faccio non 
tanto per il loro valore storico, quanto per P interesse 
che destano esaminate sotto il punto di vista paleogra- 
fico. Una di esse, P iscrizione obituaria del card. Ade- 
lardo vescovo di Verona, è notissima. L'altra fu stam- 
pata da G. B. Biancolini, ma inesattamente; la sua ri- 
produzione di quest' ultima ha quindi anche un tenue 
valore storico. 

In questo momento tuttavia mi preoccupo sopratutto 
della paleografia. Si tratta di due iscrizioni nelle quali il 
maiuscolo mescolasi col minuscolo. Esse non sono addi- 
rittura in minuscolo, ma neppure conservano il carat- 
tere, che ordinariamente si riguarda come proprio del- 
l' epigrafia, cioè il maiuscolo. 

Iscrizioni completamente in minuscolo non mancano 
a Verona. Come tali si possono riguardare quelle incise, 
a ricordo di fatti storici, sulla facciata della chiesa di 
san Stefano. Sino dal 1749 vennero rappresentate in 
facsimili in legno, non molto precisi, ma neanche spre* 



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4 68 



Nuovo Archivio Veneto 



gevoli, dal Biancolini (i). Esse ricordano fatti succeduti 
negli anni 1195, 1212, 1223, 1236, 1239, 1253, 1303. Non 
affermerò in modo assoluto che siano state tutte scritte, 
rispettivamente, nell'anno in ciascuna di esse menzio- 
nate. Ma presso a poco devono spettare al tempo che in 
ognuna viene indicato. 

Al principio del sec. XII, essendo vescovo di Ve- 
rona Zufeto, vennero riconosciute le relique di santo Ip- 
polito, nella chiesa di san Lorenzo. Fecesi allora una 
laminettadi piombo, con una iscrizione commemorativa. 
Questa è tutta in maiuscolo (2). 

Non è tale il caso delle lamine di piombo, coi nomi 
di san Kiberto e di santa Vittoria, che un tempo tro- 
vavansi nella soppressa chiesa di s. Maria della Fratta, 
e che ora stanno in san Lorenzo. Le loro iscrizioni sono 
mescolate di lettere maiuscole e di minuscole (3). 

Il eh. cav. Pietro Sgulmero (4) ripubblicò, in bel 
facsimile, l'iscrizione commerativa della costruzione della 
chiesa, ora comunemente denominata di s. Maria della 
Stra, presso Caldiero. Essa dice così: «Ani Domini 
milesimo | centesimo quadra | iesimo tercio. indicio | ne 
sesta , tempore Tebaldi episcopi | prope festivitatem 
sancti Mar | tini. Sacerdos Ambrosius | fuit autor uius 
operis. Borgo | et Malfato qui tunc abitabant ! in Ve- 
ronensi castro existentibus | magistris ». 

Rozza è la lingua, rozza la tecnica del quadratario. 



(1) Chiese, I, 19-23. 

(2) Un facsimile ne diede il cav. P. Sgulmero, Zufeto vescovo 
di Verona, Verona, 1894. Altro facsimile ne pubblicai io pure, Due 
ripostigli dt reliquie, in Rend, Accad. Lincei, serie V, t. Ili (1894), 
pag. 896. 

(3) Ne parlai nei Rend, Accad. Lincei, loc. cit., pag. 898. 

(4) S. Michele di Porcile veronese, in N. Archivio Veneto, IX 
(1895), pag- 3 2 5 con * av - 



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Note di storia veronese 



469 



Le lettere t, ed r, il nesso st, ricorrono qui spessissimo 
e sempre di forma minuscola. La g una volta ha forma 
maiuscola, al r. 7 in « Borgo », e una volta si presenta 
invece in forma minuscola al r. io in « magistris ». 

A questa classe di epigrafi spettano le due di cui 
ora mi occupo. 

Quella riguardante il card. Adelardo ha V interesse 
storico, che deriva dalla celebrità del personaggio di cui 
ricorda il giorno emortuale. Sta rozzamente incisa, con 
punta metallica, in un fittile, non squadrato, che venne 
rinchiuso nella tomba, insieme coi resti mortali del fa- 
moso prelato. Venne levata dalla tomba nel 1873, e 
riposta nel Civico Museo di Verona (1). Essa è così con- 
cepita : 

-f- Sinno Domini M. C. C. 
XXV. die. XML 
exeunte agusto 
dóminus Adelardws 
5. quondam episcopus 
et cardi nalis obiit. 

Ne presi il calco, dal quale, a mia preghiera, gentil- 
mente trasse la fotografia il cav. avv. Secondo Pio di 
Torino. 

L'altra iscrizione — che parimenti dal mio calco 
venne fotografata dal cav. Pia — si credeva da molto 
tempo perduta. Spettava all' antichissima chiesa di San- 
t' Ambrogio di Tomba Susana, che venne barbaramente 
distrutta verso il 1870. Dei ruderi di questa chiesa al- 
cuni vennero impiegati a costrurre una casa in località 
detta Tomba Vecchia^ dove la chiesa esisteva. Altri si 



(1) Cfr. quanto dissi a tali proposito nell* articolo Una mitra del 
secolo XIII, in L' Arte IV (1901), pag. 151. 



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470 



Nuovo Archivio Veneto 



riconóscono nella casa n. 27 della contrada Valle, di- 
stante di lì poco più di un chilometro Sono frammenti 
di colonne e di sculture. Di ciò assicurommi (1898) il 
cav. avv Giovanni Belviglieri, il quale potè ricuperare 
e salvare nella sua casa in Verona qualcuno di quei 
preziosi ruderi. Fra questi c* è una delle due iscrizioni 
commemorative. 

Il Biancolini (1) asserisce che ai due lati della porta 
maggiore ai suoi tempi stavano due pietre inscritte. Da 
quella di destra egli pubblica l'iscrizione seguente: 

« Angulus hic reedificatus | tempore archipresbiteri 
Winici | et presbiterorum Primi et Widonis | an. D. 
MCCXX, indie. Vili». 

L* altra, secondo il Bianchini, suona così : 

« Massarii operis erant | Crescentius de Michelda et | 
Benedictus de Bonoiohanne. | Magistri tunc erant Con- 
ta et | Caroninus. C et X lib. habuerunt ». 

La prima iscrizione pare sia andata realmente di- 
strutta. Per buona sorte la seconda fu quasi per intero 
conservata, ed io potei studiarla presso il cav. Belvi- 
glieri, al quale rendo qui le debite grazie. Dall'esame 
risulta che la lettura del Biancolini va leggermente mo- 
dificata e corretta così : 

masarii operis erant 
Crescencius de Michel- 
da et Benedictus 
de Bonoiohan/ze. Magistri f 
[ue]ru;n Co/ita 
et Cawboninvs I I I I I I I abuera/it. 



(1) Chiese, III, 292. L* una e V altra epigrafe riprodusse il cav. 
Sgulmero, loc cit , pag 344, nel mentre soggiungeva che le epigrafi 
furono viste ancora in luogo nel 1840 da A. Bellorti (Ms. 1939, p. 53, 
della Biblioteca Commerciale di Verona). Lo Sgulmero deplorava che 
tanto 1' una quanto V altra fosse andata « miseramente perduta ». 



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Note di storia veronese 



47» 



La cediglia di Conta non è molto chiara, ma pur si 
intravvede. 

Nella iscrizione per il card. Adelardo l'elemento mi- 
nuscolo è abbondante, e lo si riconosce nelle lettere d, 
e, p, q, s. In quella di Tomba Susana esso si afferma 
nella h, e più evidentemente nel nesso st. 

I resti della chiesa di Tomba Susana dovrebbero 
venire raccolti tutti insieme e illustrati. Sono residui 
preziosi della nostra arte. Desidero che questo abbia ad 
avvenire. Aspettando che ciò possa esser fatto, pare- 
vami che intanto 1' iscrizione doveva essere messa in 
pubblico, ora specialmente che ritorna in discussione il 
progetto per la compilazione del Corpus delle iscri- 
zioni medioevali d' Italia, (i). 

Carlo Cipolla. 



(i) Cfr. Arch. stor* Lombardo, 1903, I, 505 sgg. 



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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



D.r Alfred Doren. — Deutsche Handwerker und Handwerkerbru- 
derschaften in mitteVdlterlichen ltalien (Berlin-Prager, 1903). 

Il Doren, nome già noto in Italia fra 1' altro per i suoi pregiati 
studi sulle corporazioni artigiane di Firenze, ha pubblicato in questi 
giorni un nuovo lavoro sopra un argomento molto interessante; ri- 
volgendo la propria attenzione e le sottili ricerche alle immigrazioni 
di operai tedeschi e alle loro fratellanze, sorte nel medio-evo in qual- 
che città italiana. 

Soltanto verso la metà del sec. XIV cominciano a mostrarsi ab- 
bastanza numerosi i lavoratori venuti d' olir' Alpe. Già in Firenze tro- 
viamo operai stranieri, impiegati nell'arte del tessere; appariscono 
quindi in Venezia, a Treviso ed a Milano, dove fondarono le loro 
fratellanze. Prima di scendere in Italia essi si erano già recati iu In- 
ghilterra, protetti da Enrico I dei Plantageneti, da Eduardo IV e dal 
suo successore. Una causa intima però spinge questi artieri a lasciare 
la loro terra natia : è il bisogno di libertà politica e di una migliore 
vita economica. Infatti è appunto nel quindicesimo secolo che avviene 
in Germania una fortissima emigrazione : in gran numero i purgatori 
di lane, i tintori e i tessitori per il rincaro dei viveri lasciano la pa- 
tria con le loro famiglie, venendo a stabilirsi specialmente nell' Italia 
settentrionale; poiché solo più tardi si incontrano nell' Italia meridio- 
nale. Alle prime, altre industrie si aggiungono. Giustamente nota 1* A. 
come questo numeroso concorso di operai stranieri fra noi doveva de- 
terminare necessariamente la venuta di osti e di albergatori, loro con- 
nazionali. Già fin da quando gli studenti tedeschi vennero a studiare 




Rassegna bibliografica 473 



nelle nostre università, troviamo nelle cronache gogliardiche e negli 
atti delle Nazioni ricordo di albergatori venuti con loro dalla Germania. 
A Padova era notissima infatti, nel 500, 1' ancilla Anna, natione ger- 
mana, arte mensae magistra, eh' ebbe spesso a fare con gì' inquisitori 
veneti per avere permesso che si radunassero in casa sua gii stu- 
denti luterani. 

Ma ritorno al nostro Autore e al suo bel libro. Già nei docu- 
menti di quest' epoca si possono facilmente constatare i vantaggi e i 
progressi delle varie industrie portati da queste immigrazioni. L' in- 
dustria dei panni raggiunge il suo massimo sviluppo; l'arte di rica- 
mare nella seta comincia con la scoperta di strumenti che perfeziona- 
vano la tessitura; nella lavorazione dei metalli e del legno i tedeschi 
già si occupano con successo, mentre architetti stranieri disegnano i 
progetti della chiesa di S. Francesco d' Assisi e della torre pendente 
di Fisa. L' arte della pittura viene ancor essa molto coltivata, distin- 
guendosi maggiormente i tedeschi nella pittura sul vetro. Operai tede- 
schi cesellatori si trovano alle corti dei Papi e dei Principi. Essi si 
dedicano ad arti diverse, mentre alcuni si danno all' umile professione 
di sensali o di mereiai ambulanti, altri invece esercitano la medicina, 
coltivano la musica, miniano pazientemente i manoscritti, e (aggiun- 
giamo) sono talvolta chiamati dai Comuni (come da quello di Padova 
per copiare il codice carrarese) (1) per trascrivere i volumi delie leggi. 

In un altro capitolo il Doren studia più largamente le condizioni 
degli operai tedeschi, che si erano dedicati alle varie industrie. Fra 
tutti, i più difficili a seguire nella loro vita girovaga sono gli stampa- 
tori, costretti spesso a cambiare paese per procurarsi nuovo lavoro. 
Verso la metà del quattrocento si sentiva vivamente il bisogno di usare 
dei tesori del sapere, ma i manoscritti erano ancora scarsi. Nel 1464 
Corrado di Svevia e Arnaldo da Praga aprono la prima officina tipo- 
grafica in Italia. Roma però è il primo centro, nel quale si svolge 
largamente 1' arte nuova : un altro centro sarà più tardi Venezia con 
Nicola Jenson. Accanto all' Jenson fioriscono il Marzi, il Dalen e 
il Numeister; mai però fìssi in una città per lungo tempo, sempre 
cambiano dimora seguendo il miglior offerente. Ai tedeschi si ag- 
giungono poi i fiamminghi, gli olandesi, i dalmati, gli ungheresi: e 
in Italia l'arte tipografica, che riceveva un impulso così forte dalle 
straniere energie, poteva rivaleggiare gloriosamente con la vicina Ger- 
mania. 



(1) « per manus Johannis de Lyebenberch de Alamania ». Cod. 
Carrarese, ms. in bibl. civ. di Padova a c. 316 r. 



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474 



Nuovo Archivio Veneto 



Anche le industrie costruttrici sono con onore esercitate dai tede- 
schi venuti fra noi. A Strasburgo, a Colonia, a Praga Y arte, con lo 
stile gotico trasportato dalla Francia, trionfava. Galeazzo Visconti e il 
suo successore si rivolgevano alla nazione tedesca, per avere ingegneri 
ed operai per fabbricare il duomo di Milano. I nomi degli architetti 
Gmund e Fùssingen, degli scultori Hans von Fernach e Anex Mar- 
chestem sono ricordati nella storia di quel monumento : più tardi un 
altro tedesco attende al duomo di Assisi, ed altri al duomo di Mode- 
na, a quello di Ferrara, ed alla chiesa di S. Zeno a Verona, mentre 
Pietro di Giovanni di nazione germana adorna il duomo di Firenze 
di pregevoli sculture. 

Operai stranieri abbelliscono con le invetriate dipinte le nostre 
chiese : Giacomo da Ulm lavora in una capella a S. Petronio in Fi- 
renze, mentre altri suoi connazionali sono a Roma ed in Orvieto. A 
Venezia nel XV secolo Giovanni Alemanno e Antonio da Murano 
gareggiano con gli artisti italiani, e Giusto da Gand dipinge una Cro- 
ciata nella chiesa di S. Maria di Castello e viene sopranominato il 
maestro della morte di Maria. 

Non solo nelle arti maggiori, ma nelle più minute, nella fabbri- 
cazione degli organi, nell'arte dell'intaglio, nel lavorare l'oro, nel 
ricamo paziente, troviamo sempre qualche operaio tedesco; che non 
vive certo isolato nelle nostre città dove i Signori, sia a difesa propria, 
o per imprese guerresche, sono circondati da compagnie di soldati 
stranieri. 

La parte però più interessante nell' opera dell' egregio A. è lo stu- 
dio delle fratellanze, che si sono formate poco a poco nelle varie città 
italiane. Queste corporazioni, che si presentano sotto V aspetto piut- 
tosto di confraternite, poiché quasi tutte avevano scopi religiosi ed 
umanitari", vengono dal Doren divise in due gruppi : secondo che han- 
no, o meno, una base industriale e commerciale. 

Con scopi puramente religiosi ed umanitari ci è rimasto ricordo 
di una associazione di negozianti, albergatori ed operai tedeschi in 
Treviso, la quale aveva la propria sede nella chiesa del Beato Anto- 
nio ; il suo carattere però si trasforma più tardi con la venuta in 
Treviso di operai svizzeri ed austriaci. A Genova soldati ed operai 
tedeschi insieme riuniti, si radunavano nella chiesa di S. Barbara. Nel 
sec. XV questa corporazione raggiungeva il massimo della sua gran- 
dezza, essa possedeva perfino parecchie case in città; fu però sciolta 
nel 1607. Anche a Milano i tedeschi riuniti costruiscono una cappella 
della Vergine, sotto la cui protezione avevano posta la loro confra- 
ternita. A Firenze i tessitori stranieri si riuniscono in una associazione 
con scopi umanitari e religiosi : nell' elenco dei fratelli troviamo nomi 
di brabantini, fiamminghi, olandesi, pochi tedeschi; essi si radunavano 




Rassegna bibliografica 



475 



in una cappella dell' Annunziata, detta poi di S. Barbara loro patrona. 
Questa confraternita si cambiò più tardi da popolare in aristocratica. 
Nè a Roma, questa meta, fino dai tempi più antichi, di devoti pelle- 
grinaggi, dovevano mancar le fratellanze di operai tedeschi. Infatti nel 
1350, durante il giubileo, veniva istituito un ospizio per i romei, presso 
il « Camposanto », che diede il nome alla stessa confraternita. Il ca- 
rattere puramente laico di questa si cambiò in religioso, e da demo- 
cratico in aristocratico. Più tardi ne sorge una seconda consacrata 
alle € Anime*, alla quale si unisce quella di S. Barbara. Altre ne 
troviamo in tempi più recenti: quella dei boemi, dei fiamminghi; ma 
fra tutte però primeggia sempre quella del Camposanto. 

Qui 1' A. passa a studiare le altre corporazioni di stranieri, sorte 
sopra una base economica, oltre che religiosa. E V interesse materiale 
che spinge operai e padroni ad unirsi insieme, lavorando così di co- 
mune accordo per la prosperità delle industrie e dei commerci. 

A Venezia, questo centro di traffico con la Germania, si forma 
un associazione di imballatori e speditori di merci : sono nella massi- 
ma parte tedeschi ed austriaci; la loro confraternita è fiorente; i suoi 
membri si radunano in una cappella di loro proprietà a S. Giovanni e 
Paolo. Pure a Venezia, nel sec. XIV sotto la protezione dell'Annun- 
ziata, troviamo riuniti in S. Stefano i calzolai tedeschi; essi fondano 
altresì un ospitale, che dura per più di due secoli. Anche a Firenze i 
calzolai tedeschi formano una confraternita che si scioglie però nel 
1502; nè hanno sorte migliore simili associazioni sorte a Lucca, a 
Pisa ed in Siena. A Roma invece è fiorente l'Arte dei calzolai tede- 
schi ; essi si fondono più tardi prima col « Composanto > e poi con 
le « Anime *. 

Accanto ai calzolai, troviamo insieme associati a Venezia anche i 
fornai stranieri, che vengono però scacciati nel XVII secolo. E le 
stesse lotte essi sostengono a Roma; per le loro idee religiose non 
potevano nel centro della cristianità che essere tollerati. 

Potenti, per il grande loro numero, sono i tessitori, sparsi in tutte 
le città (1), ma specialmente a Firenze; dove soltanto la peste può 



(1) Anche a Padova fino dal sec. XIV troviamo, nelle matricole 
delle varie Arti, nomi di operai stranieri. Così nella matricola della 
corporazione dei lanaioli, che si conserva nella Bibl. civ. di Padova, 
troviamo un Johannes Baroncini de Bosnio (1395); un Moises filius 
Davidis de Alemania (1413); un Andreas Theotomcus filius Corradi 
habittatore in Padoa (1446), un Magister Rainierius Theotonicus 
filius q. ser Petri de alemanea habitatur in Padua, magistri bi~ 
retorum (1446) ; un Georgius filius magistri Nicolai Theotonici textii 
pannorum lane (A. 1457), un maestro Hiacomo Todesco capellaro 
(1616) e molti altri. 



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476 



Nuovo Archivio Veneto 



spingerli ad emigrare. Ricchi, e protetti essi fondano quattro confra- 
ternite, ridotte nel 1450 a due, divisi in tedeschi del nord e del sud. 
Hanno il loro tribunale, amministrano i loro beni ; le larghe rendite 
nella massima parte vengono impiegate in iscopi religiosi ed uma- 
nitari. Anche a Venezia i tessitori tedeschi ci appariscono riuniti for- 
temente ; mentre altre confraternite di minore importanza essi formano 
a Milano, a Como ed a Siena. 

Gli operai stranieri immigrati in Italia vengono giustamente dal 
Doren distinti in alti e bassi tedeschi. I primi, appartenenti alla na- 
zione germana, per la via delle Alpi facilmente venivano in Italia, fer- 
mandosi a Treviso (1), a Venezia e a Milano. Invece nell'Italia cen- 
trale, i porti di mare liguri e toscani (Genova, Spezia, Livorno, Porto 
pisano) facilitavano la venuta dell'elemento fiammingo ed olandese; 
mentre pochi operai venivano a stabilirsi fra noi dalla Sassonia e dal- 
l' alta Germania. 

Nei secoli di mezzo vennero in modo diverso trattati nelle nostre 
città gli stranieri. Per lungo tempo una generale diffidenza fu loro di 
ostacolo : e le stesse corporazioni di operai nazionali, se non li esclu- 
devano del tutto, li sottoponevano a dure prove, e solo dopo avere 
abitato per dieci anni in una città potevano godere i diritti concessi 
ai cittadini. Questa condizione di cose, notata da parecchi scrittori, 
muta neir epoca delle Signorie ; le quali favoriscono la venuta di ope- 
rai ed artisti stranieri ; ma gli italiani, ingelositi dei loro successi, li 
costringono a vita randagia, così che essi spesse volte traggono magro 
compenso al loro lavoro. 

Neil' ultimo capitolo il Doren nota le ragioni che condussero i 
Tedeschi in Italia (le spedizioni militari, gli stud? universitari i pel- 
legrinaggi, i giubilei, il commercio ed il movimento artististico) e le 
conseguenze più o meno importanti della loro venuta fra noi. Sia 
nell' arte del costruire con le linee severe ed ardite dello stile gotico ; 
nell' arte della stampe e dell' intaglio in legno ; sia con Y aver intro- 
dotte certe tecniche specialità in qualche arte ; sia per l' impulso dato 
al movimento generale delle industrie e dei commerci. 



(1) Per Treviso si può vedere un documento interessante nell'ope- 
ra del Federici: Memorie trevigiane sulle opere di disegno da 11 00 
al 1800 pag. 184; nel quale si legge: Item pouere me in ordine cum 
Ser loanne Teotonico aurifexe de facte teste Broudine de mediolano 
(A- 1 335) ; e più sotto son ricordate certe fenestre vitree fatte a Ve- 
nezia ab antiguo da un certo frater Theotonicus. 




Rassegna bibliografica 



477 



Questo un pallido riassunto delle ricerche minuziose del Doren, 
il quale ha voluto aggiungere al suo lavoro un' appendice di alcuni 
interessanti documenti tratti dagli archivi fiorentini. 

Dott. M. Roberti. 



Vianini Dott. Giuseppe, Corsale Avv. Amedeo. — Notizie paleo gra- 
fiche- storiche sulle monete, pesi e misure che si riscontrano ne- 
gli atti deir Archivio notarile di Rovigo. — Rovigo, tipo-litogr. 
Biasin, 1902, pp. 89-XXII. 

È un volumetto utile per quanti hanno bisogno di ricorrere al- 
l' Archivio notarile di Rovigo. Esso è preceduto da un cenno storico 
sull' Archivio medesimo. Così pure è data per sommi capi la storia 
del Polesine di Rovigo, del territorio già del Dogado e del territorio 
già ferrarese dal sec. XIV al sec. XIX. Indi i due Autori con cura 
trattano delle monete, dei pesi e delle misure che si riscontrano negli 
atri esistenti nel suddetto Archivio, e per maggior chiarezza riprodu- 
cono in tavole litografiche le abbreviazioni riguardanti le loro pazienti 
ricerche. Chiude il volumetto l' Indice dei notari i cui atti in origi- 
nale o in copia si conservano nell' Archivio summentovato. Questo 
lavoro, meno alcune mende circa la storia del Polesine, è condotto 
con rigore di metodo. E sperabile che i due Autori vogliano anche 
continuare le loro ricerche sulla computazione dell' anno e su quanti 
altri argomenti si collegano colle ricerche paleografiche ed archivi- 
stiche. 

E. P. 



Levi Dott. Ugo. — 1 monumenti più antichi del dialetto di Chiog- 
già. — Venezia, 1901, pag. 81, in 8 . 

Neil' introduzione il giovine Autore dice essersi proposto di occu- 
parsi • via via della storia e delle condizioni passate e presenti dei 
• dialetti del veneto estuario». E in questo «primo saggio» si mo- 
stra ben preparato al non facile nè ameno compito. Nel suo lavoro 
egli prende a studiare tre documenti: 1. la Mariegola (statuto) di 
S. Nicolado dei Galafadi ; 2, la Mariegola (della confraternita) di 
S. Croce; 3, la Mariegola della Scuola di S. Marco dei calegheri. 
Cerca nell'introduzione di stabilire la cronologia delle fonti, e della 

3' 



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478 



Nuovo Archivio Veneto 



prima mariegola, giuntaci in copia, fa risalire le origini al mi, dan- 
done una diligente bibliografia che discute ; il che fa pure per le altre 
due, cioè per la seconda, il cui originale è nella biblioteca del Semi- 
nario di Ghioggia, e porta come prima data l'anno 1387, e per la 
terza, (probabilmente del principio del sec. XV) conservata nella 
Biblioteca comunale di quella città. AH' introduzione segue la biblio- 
grafìa di opere generali sulla glottologia italiana antica, poi di quelle 
che si occupano del dialetto veneziano, quindi del padovano e del 
veronese antichi, e in fine del tosco-veneto. 

Succede il testo dei tre documenti preceduto da un' avvertenza 
circa l'edizione. Sottoscrivo alla interpunzione e all'uso delle maiu- 
scole al modo odierno, ma mi permetto di non essere d' accordo col- 
1' egregio A. quando dice di aver purgato il testo da evidenti errori 
di trascrizione, tralasciata qualche parola ripetuta, fatta, dove il senso 
lo esigeva, qualche lieve mutazione nell' ordine delle parole » e «scritto 
doppio s in qualche caso per togliere l'ambiguità ». 

Io stimo che nella edizione dei documenti antichi si debba con- 
servarsi fedeli agli originali, ponendo in nota i propri apprezzamenti ; 
la credibilità dell'edizione diventa così inattaccabile, e qualche volta 
gli stessi errori possono dar luogo a non inutili commenti. Queste 
lievi mende, non devono menomare il valore alla pregevolissima pub- 
blicazione, che viene ad arricchire la storia delle nostre istituzioni po- 
polari antiche, ancor povera relativamente e pur feconda di insegna- 
menti ; e quella dei nostri vernacoli col tesoro di osservazioni fatte 
dal eh. A. nelle glottologiche che compiono il volume, divise in : fo- 
nologia, morfologia e sintassi, e terminate da un glossario. 



Fontes rerum polonicarum e tabularlo Reipublicae venetae, exhau- 
sit, collegio edidit D.r Augustus Gieszkowski. Series II, fasci- 
culus primus: Litterae ambaxatorum venetorum apud regem 
Poloniae sub anno 1574 usque ad annum 1606 — Venetiis, 
i8g2-ig02 y pag. 318 in 8°. 

Questo libro era destinato a formar parte di più serie che l'illu- 
stre conte A. Gieszkowski aveva divisato di mandare in luce per 
pubblicarvi tutti i documenti relativi alla sua Polonia conservati negli 
Archivi di Venezia, di cui amava il soggiorno ed ammirava la storia, 
non platonicamente, come si vede. Della prima di tali serie erano 
già comparsi due volumi, ambi della tipografia D{iennik Posnanski 



R. Predklli. 




Rassegna bibliografica 



479 



di Posen, P uno nel 1890 contenente gli Ada Vladislao Jagellone 
regnante (pag. 145 in 8°). cioè 62 documenti tratti dalle Delibera' 
fioni secrete del Senato, meno uno dal libro XIII dei Commemoriali, 
per gli anni 1411-1444,- l'altro nel 1891 per gli anni 1463-1491. 

Nel 1892, il nobile uomo, aveva consegnato alla tipografia del- 
l' « Ancora • di Lauro Merlo il manoscritto del libro che ci occupa, 
nell'intendimento di condur di fronte l'edizione delle due serie, la 
prima delle quali destinata a dare in luce tutti i documenti risguar- 
danti le relazioni fra le due repubbliche, e fra la Polonia e Roma, la 
seconda a riprodurre tutti i dispacci degli ambasciatori veneti alla 
Corte polacca. Il materiale era già tutto in mano dell' illustre editore, 
ed ora è posseduto dal figlio di lui, il quale, dopo la morte di quello, 
voile fosse terminata la stampa, già condotta ben innanzi, del nostro 
volume. L' edizione fu curata dal cav. Giuseppe Giorno, primo archi- 
vista nel nostro. Archivio di Stato, che la dotò d'un breve proemio 
da cui ho tratto in parte queste queste notizie. 

Il libro contiene 41 lettere di Girolamo Lippomano, con molti 
documenti allegati, i quali vanno dal 5 gennaio al 20 novembre 1574; 
11 di Pietro Duodo, dal 15 maggio al 9 luglio 1592; 16 di Alvise 
Foscarini, dal 27 maggio al 4 agosto 1606; in fine si aggiungono io 
lettere del Lippomano ai Capi del Consiglio dei Dieci, dal 7 marzo 
al 22 ottobre 1 574, che parmi sarebbe stato opportuno inserire al luo- 
go indicato dalle rispettive date fra le precedenti. 

Il Lippomano fu eletto il 20 settembre 1573 quale ambasciatore 
residente presso Enrico di Valois che stava per ascendere al trono di 
Polonia (ebbe la commissione il 19 dicembre), e vi si trovava quando 
esso re. in modo poco corrispondente alla fiducia in lui riposta dalla 
nobile nazione, abbandonò i nuovi suoi sudditi per prendere lo scet- 
tro di Francia. 

Scorrendo quelle lettere assistiamo all'esequie di re Sigismondo 
Augusto, all' incoronazione di Enrico, ai primi suoi atti di governo 
reclamati dalle condizioni politiche interne ed esterne, alla sua poco 
lodevole dipartita ; troviamo esposte le accennate condizioni, notizie 
curiose su fatti e su persone della Corte; finalmente vediamo i prov- 
vedimenti iniziali determinati dall' abbandono del trono. Forse non 
sarebbe stato male riprodurre in fine anche la Relazione letta dal 
Lippomano, al suo ritorno, in Senato, quantunque già stampata da E. 
Alberi nella sua raccolta (Serie I, voi. VI, pag. 271 e stjg.), tratta da 
un codice posseduto già da Gino Capponi e non dall'esemplare uffi- 
ciale conservato nell' Archivio di Stato di Venezia. 

Dopo di lui Venezia non credette necessario di mantenere rela- 
zioni continuate colla Corte polacca, ma colse ogni occasione per di- 
mostrarle amicizia in eventi solenni mandandovi degli ambasciatori 




480 



Nuovo Archivio Veneto 



straordinari. Tali furono il Duodo, che eletto il 19 marzo 1592 ebbe 
la commissione il 5 maggio successivo, per le nozze di re Sigismondo 
III colla figlia dell' arciduca Carlo d' Austria ; e il Foscarini, che fu 
eletto il 27 settembre 1605, ed ebbe la commissione il 27 aprile 1606. 
pel matrimonio del medesimo sovrano con Costanza sorella della pre- 
cedente. Del Duodo abbiamo pure la relazione a stampa a cura del- 
l' Albèri {luogo ci/., pag. 317 e sgg.), non è noto che esista quella del 
Foscarini. 



Sac. D. Luigi Zanutto. — // Protonotario Jacopino del Torso e 
le sue legazioni al tempo del grande scisma. — Udine, tip. D. 
Del Bianco, 1903. 

Neil* epoca dello scisma di Occidente, che fu conseguenza naturale 
dell* esilio avignonese, la chiesa cattolica e il papato parvero prossimi 
a rovinare. Interessi personali, ambizioni di principi, odf e rivalità 
nazionali furono certo le cagioni che contribuirono alla lunga durata 
della divisione, la quale, del resto, non sarebbe forse finita nè pure 
nel 1414, se finalmente l'imperatore Sigismondo, rappresentante in 
quel momento dell' intero mondo cattolico, stanco dello scandalo, che, 
da oltre trentacinque anni, dava la chiesa, non avesse costretto il fa- 
migerato Giovanni XXIII a convocare il celeberrimo concilio di Co- 
stanza. 

Di questo periodo di storia si occupa da par suo il sacerdote 
Luigi Zanutto in una nuova opera (1), che merita di essere letta e 
meditata dagli studiosi. Il chiaro Autore, con quella diligenza che gli 
è propria, ha consultato non soltanto gli scritti contemporanei e mo- 
derni che trattano dello scima occidentale, ma li ha sottoposti a critica 
severa e non ha trascurato di consultare i documenti esistenti nel- 
l' Archivio vaticano e in altri archivi della penisola. 

Invero, colla sua narrazione, che abbraccia soltanto gli avvenimenti 
occorsi dall' elezione di Gregorio XII (30 novembre 1406) al mag- 
gio 1408. lo Zanutto si propose principalmente di lumeggiare la figura 
dell' udinese Jacopino del Torso, che di quel pontefice romano fu 
amico fedele e caldo sostenitore, ma, per riuscire in tale intento, egli 
fu costretto ad esporre tutti i fatti, che diedero origine alla sinodo 



(1) Dello scisma di Occidente lo Zanutto trattò in un altro vo- 
lume dal titolo: Itinerario del pontefice Gregorio XII, Udine, 1901. 



R. Prede lli. 




Rassegna bibliografica 



481 



pisana, la quale, se aggiunse nuova esca al fuoco, affrettò pure l'ultimo 
atto del grande dramma e perciò, indirettamente, contribuì a rinnovare 
l' unità del mondo cattolico. 

Le condizioni miserande della chiesa, il carattere dei due pontefici 
contendenti, le varie, lunghe, laboriose ed intralciate negoziazioni 
corse tra loro, 1' opera diplomatica della Francia e degli stati italiani, 
specialmente di Firenze e di Venezia,, e le arti del re angioino Ladislao 
sono chiaramente e mirabilmente descritte dal valente storico, al quale 
si devono perciò lodi ampie e sincere. 

In un solo punto non possiamo convenire con lui, che, cioè, la 
colpa della fallita concordia si debba attribuire esclusivamente allo 
spagnuolo Benedetto XIII. Ed, invero, lasciando pure da parte il fatto 
che quest' ultimo colla sua accortezza riuscì sempre ad apparire molto 
più dell' avversario desideroso di finire lo scisma, è certo che, se il vec- 
chio Gregorio XII era disposto a mantenere la promessa fatta nel 
giorno del suo inalzamento alla tiara, fu sempre impedito di metterla 
in atto dagli avidi nipoti, i quali seppero dominare il suo animo debole 
e pusillo e rendergli impossibile il compimento del suo dovere. Infatti 
non era forse del loro interesse che lo zio conservasse il trono apo- 
stolico? D'altra parte, così Leonardo Bruni (1), come il Niem (2), 
lo storico dello scisma, direttamente o indirettamente, non affermano 
anch' essi che nessuno dei due papi voleva sul serio 1' unione ? Infine, 
sino dal primo istante, l' uno e V altro pontefice compromisero il buon 
esito della grande impresa, alla quale dichiaravano di accingersi con 
puri intendimenti, perchè, mentre riconoscevano che il loro diritto 
poteva e doveva essere discusso ed aveva bisogno di solenne sanzione, 
lo sostennero come inoppugnabile (3). 

In ogni modo i negoziati si protrassero inutilmente sino al mag- 
gio del 1408, sino all' epoca in cui, come aveva antecedentemente 
protestato, il re francese, comandò che nè al papa romano, nè all' avi- 
gnonese si prestasse più obbedienza, ed allora Gregorio XII, reputando 
rotto il patto impostogli dal conclave di non eleggere alcun nuovo 
cardinale, stanco di esssre osteggiato (molto probabilmente a cagione 
delle prepotenze dei suoi nipoti) dal sacro Collegio, diede la porpora 
a quattro fidi suoi partigiani, uno dei quali fu Jacopino del Torso. 



(1) Evistularum, libro IL, n. 21. 

(2) Nemoris Un. Tractatus VI, capo 31. 

(3) Gregorio XII scrisse a Benedetto XIII: T'invitiamo ad un 
convegno, pronti a cedere al nostro diritto, quando tu vorrai far al- 
trettanto col tuo preteso papato, e Benedetto, dal canto suo : In que- 
sto convegno si farà la convenzione, dopo la quale rinunzieremo al 
nostro verissimo diritto e papato, (Zanutto, pag. 13-14. 



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482 



Nuovo Archivio Veneto 



A questo punto, come dicemmo, finisce la bella e dotta narra- 
zione dello Zanutto, dal quale attendiamo, in un tempo non lontano, 
una storia completa di quel famoso scisma, che affrettò lo scoppio 
della rivoluzione protestante. 



N. Busetto. — Carlo De' Dottori letterato padovano del sec. XVII. 
— Studio biografico-letterario. — Città di Castello, S. Lapi, 1902. 

Alla trattazione dell'importante argomento l'Autore si era pre- 
parato con un precedente pregevole lavoro pubblicato l'anno innanzi 
neir Ateneo Veneto su Alcune satire inedite del Dottori medesimo e di 
Alessandro Zacco in relazione con la storia della vita padovana nel 
secolo XVII. 

Nel nutrito volume, ricco di numerose appendici, di cui ora par- 
leremo brevemente, egli riprese e allargò di molto le sue ricerche 
sulle condizioni civili di Padova e su quelle letterarie d' Italia per 
lumeggiare opportunamente la figura del Dottori ; del quale, se già 
altri avevano parlato di proposito, nessuno però discorse con tanta 
competenza quanta ora il dott. Busetto, cui va data molta lode per 
1' accuratezza e larghezza delle indagini, e per la ricchezza, talora fin 
anche soverchia, dei particolari, dei raffronti e delle analisi critiche 
delle opere dei Dottori. Certo per questo poeta sarebbe stato sufficiente 
un lavoro di minor mole: ma di siffatta esuberanza nel testo e nelle 
appendici ci compensano la copia e la precisione delle notizie biogra- 
fiche e letterarie, onde questo libro riesce utilissimo. 

Carlo Dottori, nato di nobile famiglia in Padova nel 161 8, non 
differì per nulla dai nobili del tempo suo amanti del lusso, dell' allegro 
vivere e degli amori sensuali ; boriosi, battaglieri e prepotenti. Fu ai 
servizi del cardinale d' Este in Roma ; poi, aggregato al Consiglio 
cittadino, deputato ad utilia, censore alle pompe, assessore alle vit- 
tuarie e vicario ad Oriago. Le a r.icizie potenti contratte col cardinale 
d' Este, col granduca di Toscana, con V imperatore Leopoldo e con 
l'imperatrice Eleonora egli seppe bene sfruttare a vantaggio proprio e 
de' suoi cari. Nel 1662, per desiderio dello stesso imperatore, andò a 
Vienna col figlio Gianfrancesco, ma dopo un solo mese di dimora 
colà rimpatriò « colmo di onori », lasciando in Corte il figlio tredi- 
cenne in qualità di paggio dell' imperatrice Eleonora. Gli ultimi anni 
della vita di lui furono funestati da molte e varie sventure, che egli 
cercò di alleviare co' suoi studi prediletti. Con lo sfiorire della gio- 
vinezza e della salute, al gaio umore della viti giovenilmente spen- 
sierata sottentrò l' ipocondria, che le traversie e le tristi vicende do- 



V. Marchesi. 




Rassegna bibliografica 



483 



mestiche contribuirono ad accrescere sempre più. Morì a Padova il 
23 luglio 1686. 

L'autore volle intrecciare « non senza difficoltà • , com'egli dice, 
il racconto della vita con V esame degli scritti del Dottori : secondo 
noi, egli poteva seguire una via più agevole, trattando cioè separata- 
mente della vita e delle opere, con vantaggio del suo libro, così per 
maggiore brevità, come per una più chiara evidenza che avrebbe 
acquistata la figura del Dottori, che ora vediamo come infranta, o, 
vogliam dire, con troppe inframmettenze nel corso del lungo lavoro. 

Non è questo il luogo di parlare delle opere letterarie del Dottori: 
basti dire, che egli, pur essendo una figura secondaria nella storia 
della letteratura italiana, nella lirica però fu il miglior seguace del 
Testi, nel poema eroicomico il miglior imitatore del Tassoni, di cui 
non ebbe certo tutta la gioconda festività, mentre seppe pervadere il 
suo Asino di un più forte realismo satirico; e nella tragedia fu tra i 
migliori del suo secolo, segnando un passo notevole nell' evoluzione 
del dramma italiano. 

Il Busetto c' informa con ricchezza di particolari dei rapporti e 
della corrispondenza che il Dottori ebbe coi letterati del tempo suo, 
tra i quali avrebbe anche potuto ricordare quel Giovanni Prati, poeta 
e pittore veneziano, che gli diresse ben quattro sonetti, chiamandolo 
t poeta unico nel nostro secolo », e cui il Dottori rispose con un 
altro sonetto nel quale lo dice il Gran Gioan (1). 

Ma, più di questo, ai lettori dell' Archivio interesserà sapere che 
il Dottori scrisse parecchie poesie in lode di Venezia e più special- 
mente su varii episodi della guerra di Candia (2) : notevoli fra tutte le 
ottave onde Venezia supplicante generosa si duole dell' abbandono in 
cui la lasciava V Europa, e invoca il soccorso divino, col quale, pur 
rimanendole soltanto le t patrie navi «, è sicura di vincere i Turchi. 

Anche in queste liriche storiche l' influenza formale del Testi è 
palese, nè vi mancano i difetti del tempo; ma non perciò dobbiamo 
dubitare della sincerità dell' ispirazione e dell' affetto che le anima e 
le riscalda. Finalmente vogliamo ricordare il rarissimo opuscolo di lui, 
intitolato Cretae oppugnano, dove esalta in forma epigrafica l' as- 
sedio di Candia. 



(1) G. Prati, La Musa delirante, Venezia, 1677, p. 387 e sgg., 
e 11 genio divertito, Venezia, 1690, pag. 24 e sgg. 

(2) Vedile tutte nei due voli, delle Opere del Dottori, Padova, 
Fra m botto, 169^. 



A. Medin. 




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INDICE 



Il lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia (Gino 

SoarameHa) Pag. 5 

L'opposizione diplomatica di Venezia alle mire di Sisto 

IV su Pesaro e ai tentativi di una crociata contro i 

turchi 1480-1481 (Dott. Edoardo Piva) • 49 

Appunti per la storia della vita privata in Crema durante 

il dominio veneto (Riccardo Truffi) » 105 

Il comune di Treviso e i suoi più antichi statuti fino al 1218 

(cont. e fine) (Dott. Gerolamo Biscaro) , » 128 

Gli statuti marittimi veneziani fino al 1255 (Documenti) 

(cont.) (Riccardo Predelli) » 161 

Una vendetta signorile nel 400 e il Pittore Francesco Be- 

naglio(Dott. Luigi Simeooi) » 252 

Rassegne bibliografiche. 

A. Venturi. — Storia dell'arte italiana, voi. II — Dall'arte 

barbarica alla romanica (A Medin) ........ 259 

Paoletti Pietro e Ludwig Gustavo. — Neue archivalische 
Beitràge zur Geschichte der venezianischen Malerei 
(Gius. Dalla Santa) • 261 

Nani-Mocenigo Filippo. — Intorno ad una iscrizione (R. 

Predelli) » 263 

Gerola Giuseppe. — La dominazione genovese in Greta (R. 

Predelli) » 264 

Jorga N. — Notes et extraits pour servir à V histoire des 

Croisades au XV siècle (R. Predelli) » 266 

P. Kehr. — Aeltere Papsturkunden in der pUpstlichen Re- 

gistern von Innocenz III bis Paul III (R. Predelli) . » 267 

Leggi municipali del Gomitato di S. Polo dei Nobili Uo- 
mini Gabriel (R. Predelli) . . • ivi 



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I titoli dei Dogi di Venezia (Vittorio Lazzarini) . . . Pag. 271 
Gli statuti marittimi veneziani fino al 1255 (Documenti) 

(cont. e fine) (Riccardo Pred ehi) » 3 ! 4 

Ippolito Nievo a Verona (Notizia) (Giuseppa Bianchini) . » 357 
Ugo Foscolo a Venezia (Adr. Augusto Michieli) .... » 367 
Appunti per la storia della vita privata in Crema durante 

il dominio veneto (cont. e fine) (Dott. Riccardo Truffi) . » 395 
L' opposizione diplomatica di Venezia alle mire di Sisto 
IV su Pesaro e ai tentativi di una crociata contro 
i turchi 1480*1481 (cont.) (Dott. Edoardo Piva) ...» 422 
Bollettino Bibliografico della regione veneta (1901) Ar- 
naldo Segarizzi) [Appendice] » 1-32 

Rassegne bibliografiche. 

Dott. Alfred Doren. — Deusche Handwerker und Hand- 
werkerbruderschaften in mitterlalterliken Italien Dott. 
M. Roberti » 472 

Vianni Dott. Giuseppe, Corsale Avv. Amedeo. — Notizie 
paleografìche-storiche sulle monete, pesi e misure che 
si riscontrano negli atti dell'Archivio notarile di Ro- 
vigo (E. P.) » 477 

Levi Dott. Ugo. — I monumenti più antichi del dialetto 

di Chioggia . (R. Predolli) » ivi 

Fontes rerum plonicarum e tabulano Reipublicae venetae, 
exhausit, collegit, edidit Dott. Augustus Cieskowski. 
Series II, fasciculus primus: Litterae ambaxatorum 
venetorum apud regem Poloniae sub anno 1 574 usque 
ad annum 1606 (R. Predolli) ...» 478 

Sac. D. Luigi Zanutto. — Il Protonotario Jacopino del 
Torso e le sue legazioni al tempo del grande scisma 
(Y. Marchesi) » 480 

N. Busetto. — Carlo De' Dottori letterato padovano del 

sec. XVII (A. Medin) • 4S2 



GIOVANNI BIANCHI Gerente responsabile. 



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ARNALDO SEGARIZZI 



BOLLETTINO 

BIBLIOGRAFICO 

DELLA 

REGIONE VENETA 
1901 

APPENDICE 

AL -NUOVO ARCHIVIO VENETO. 
NUOVA SERIE ANNO III. 



VENEZIA 

PREM. STAR. TIP.-LIT. VISENTINI CAV. FEDKRICO 
1903 



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PREFAZIONE 



A questa prima puntata del Bollettino è necessario 
far precedere poche parole. Esso comprende il titolo 
delle pubblicazioni riguardanti V odierno Veneto, dai 
tempi più remoti fino ai nostri giorni, ed i luoghi del- 
l' antico Dominio per il solo periodo, in cui essi furono 
soggetti alla Serenissima. Restano però esclusi : i.° i 
lavori che appartengono alle scienze matematiche, fisiche, 
naturali, mediche, quando non abbiano qualche rapporto 
con fatti storici; 2. 0 gli statuti e le relazioni statistico- 
amministrative di società ed istituzioni contemporanee; 
3. 0 quelle pubblicazioni d'occasione che sono semplici 
sfoghi retorici; 4. 0 le opere di carattere generale: pure, 
in certi casi, stimai opportuno fare qualche eccezione. 
Con ciò non oso tuttavia asserire d' aver raccolto i titoli 
di tutte le pubblicazioni del 1901 riguardanti la regione 
Veneta, tanto più che il materiale bibliografico qui non 
abbonda: ragione principale che mi consigliò a fare le 
sopraccennate esclusioni. Infatti nei vari Istituti scientifici 
di Venezia potei fare lo spoglio di non più di 350 pubbli- 
cazioni periodiche ed accademiche ed avere sottocchio 
un numero relativamente modesto di libri stampati a 
parte, persino — doloroso a dirsi! — di quelli usciti da 
tipografie venete. Per la conoscenza di questi mi furono 
però di cortese aiuto il prof. Giuseppe Biadego, l'abate 



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4 



Nuovo Archìvio Veneto 



Sebastiano Rumor, il sig. Giuseppe Bragato, il sig. Carlo 
Seppenhofer insieme col sig. Enrico Fillak. Ed assai 
utile mi riuscì il Bollettino, che al Museo Civico di Pa- 
dova dovrebbero invidiare troppe altre Biblioteche. 

Di alcuni articoli poi, eh* io non potei vedere, ri- 
porto il titolo quale lo trovai citato, premettendovi un 
asterisco, e delle recensioni ricordo quelle che conten- 
gono qualche fatto nuovo o per lo meno un buon rias- 
sunto dell' opera recensita. Osservo in fine che solo 
quando mi trovai dinanzi ad un titolo troppo oscuro o 
generico, vi feci seguire poche parole per far meglio 
conoscere il contenuto del lavj^, e che, quanto all' or- 
dinamento alfabetico, certo non lodevole, riparerò con 
opportuni indici, se, come spero, questo primo saggio 
potrà essere continuato. 

Venezia, Ottobre ig02. 



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1. * Ah! que Venise est belle! — In : Le Gaulois, 4 ottobre 1901. 

2. Alacevic' Giuseppe. — Due documenti del conte Vincenzo Dan- 

dolo Provveditore generale in Dalmazia. — =Tn : Bullett. di ar- 
cheologia e storia dalmata, v. XXIV, 1901, pp. 148-155. 

3. I libri « ducali e terminazioni » [dell' Archivio della Luo- 
gotenenza dalmata]. Libro I. — In: Tabularium, v. I, 1901, 
pp. 48 e cont. [Dominio veneto]. 

4. La guerra della sacra lega detta pure la guerra di Morea 

dal 16S4 al 1699. — In : Tabularium, v. I, 1901, pp. 64 e cont. 

5. A. L. — Freschi di Cuccagna. — In : Bollett. araldico storico 

genealogico del Veneto, v. I, 1901, pp. 72-73. [Cenni sulla fa- 
miglia Freschi signori di Cuccagna]. 

6. Albàro Paolo (<T). — Il teatro Olimpico. — In : Riv. d' Italia, 

a. IV, 1901, v. Ili, pp. 348-355. 

7. Album della Esposizione d' arte. Venezia 1901. Testo di Eduardo 

Xlmenes. — Milano, Treves, 1901, in-4 0 , pp. 72. 

8. Alfonsi A. — Nuove tracce di abitazioni preromane in Este e 

scoperta di una torma da getto. — In : Bullettino di paletno- 
logia italiana, v. XXVIII, 1901, fase. 1-3. 

9. Algarotti Bonomo. — Lettera di Bonomo Algarotti al fratello- 

Francesco, Vienna, 23 marzo 1743. — Treviso, L. Zoppelli, 
1901, in-8°, pp. 12. 

10 Alla memoria cara e venerata di Pietro Biasutti, presidente del 
Consiglio provinciale del Friuli, 9 dicembre 1843 — 11 otto * 
bre 1900. — Udine, D. del Bianco, 1901, in-4. 0 , pp. 180, ritr. 1. 

ir. Allievo Giuseppe. — La pedagogia italiana antica e moderna. — 
Torino, tip. Subalpina, 1901, in-8.°, pp. 192. [Dell'istruzione nel 
Veneto dal 1847 al 1866, di Aristide Gabelli e Niccolò Tom- 
maseo]. 

12. Al pago-Novello Luigi. — Un sonetto colla coda in dialetto rustico 
cisonese della prima metà del secolo XIX. — In: Antologia 
Veneta, v. II, 1901, pp. 178-181. 




6 Nuovo Archivio Veneto 

* 

13. Alpi (Le) italiane. — In: La Lettura, v. 1, 1901, pp. 673-752. 

|i. Giacosa, La cerchia delle Alpi. — 2. Taramelli, Cenni geo- 
logici. — 3. Mattirolo, La flora. — 4. Camerano, La fauna. — 
5. Grasso, I valichi alpini neh" antichità. — 6. Movati, Infames 
frigoribus Alpes. — 7. Salvioni, I dialetti alpini d' Italia. — 
8. Giacosa, Variazioni suir alpinismo. — 9. Rey, Una esplora- 
zione alpina. — 10. Brentari, Acque salutari. — n. Salmoiraghi, 
Le forze idrauliche delle Alpi]. 

14. Aly-Belfàdcl Arturo. — Gergo dei seggiolai di Ri va monte (Bel- 

luno). — In: Arch. di psichiatria, v. XXII, 1901, pp. 194-201. 

15. A. M. — Di alcuni pittori di Gemona. A proposito della vendita 

della collezione Gernazai. — In : Pagine friulane, v. XIII, 2900-1, 
pp. no-in. 

16. — — La loggia veneziana di Candia. — In: Gazzetta degli 

artisti, a. VII, 1901. n. 33. 

17. Sul ristauro della Madonna degli Alberetti nelle RR. Gal- 
lerie di Venezia. — In : Gaietta degli artisti, <a. VII, 1901, 
n. 26, 27. 

18. — — Salviamo Venezia moderna! — In: Gaietta degli artisti, 

a. VII, 1901, n. 8. 

19. Ambrogio D. (Sanf). — Di alcune recenti contribuzioni all'arte 

lombarda. — In : Rass, bibliograf. dell arte italiana, v. IV, 
1901, pp. 152-156. [Articolo riportato dalla Lega Lombarda del 
28 luglio 1901, in cui si accenna ad un sarcofago esistente in 
Santa Maria Maggiore di Treviso e proveniente da Pavia]. 

20. Amersdorffer Alexander. — Kritische Studien Uber das venetia- 

nische Skizzenbuch. — Berlin, Mayer u. MUller, 1901, pp. 71. 

21. Ancona Alessandro (D*). — Federico il Grande e gli Italiani. — 

In: Nuova Antologia, s. IV, v. XGVI, 16 novembre, 1 e ^di- 
cembre 1901. [Relazioni con Veneti: specialmente con Anton Maria 
Lorgna, col card. Angelo Maria Quirini, con Francesco Algarotti]. 

22. Andrich Gianluigi. — Statuta de Cadubrio per illos de Camino 

(1325). A proposito della loro recente pubblicazione. — In: 
Nuovo Arch. Veneto, N. S., a. I, 1901, v. I, pp. 333-370. 

23. Il laudo di San Nicolò del Comelico (1402-1405). — Bel- 
luno, Cavessago, 1901. 

24. — — Sullo statuto dato al Cadore da Biaquino III da Camino 

(1235,1. — In: Arch. storico cadorino, v. IV, 1901, pp. 128-132, 
135.138. 

25. — — La leggenda longobarda di Autari a Reggio. — In : Ri- 

vista storica calabrese, a. IX, 1901, pp. 133-240. 

26. Angeli Diego. — L' Esposizione di Venezia. — In : // Marzocco, 

0. VI, 1901, n. 1S-26. 



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Bollettino bibliografico 



7 - 



27. Angelique de Montpellier. — Vie de la B.* 5 Marie- Madeleine Mar- 

tinengo de Barco, abbesse des religieuses capucines de Brescia. — 
Clermont Ferrand, impr, Mallevai, 1901, in-16. 0 , pp. 117. 

28. Angelis d* Ossat G. (de). — Seconda contribuzione allo studio della 

fauna fossile paleozoica delle Alpi Carniche. — In : Metti, della 
R. Accad. dei Lincei - ci. di se. fis. mat. e nat. y s. V, v. Ili, 
1901, pp. L-32. 

29. Annuario della nobiltà italiana. — Bari, la direzione, 1901 (a. XXIII), 

in-24.°, pp. XXIII, 1464, ili. [La parte III contiene cenni genea- 
logici delle Famiglie nobili italiane, disposte in ordine alfabetico. 
Molte sono venete]. 

30. vicentino pel 1901 (anno 1). — Vicenza, tip. s. Giuseppe, 

1901, in-8.°, pp. 134, 82, ili. 

31. Antona Traversi Giannino. — Lesbia Cidonia. — In: Il Marzocco, 

a. VI, 1901, n. 15. 

32. Antonii patavini sermones dominicales et in solemnitaubus quos 

ex mss. saeculi XIII codicibus qui Patavii servantur .... ed. 
A. M. Locatelli. — Patavii, typ. Antoniana, 1895 e cont. 

33. * Aravjo Joaquim (de). — Proverbios venezianos cum equi valen- 

tia portuguésa. — In : A. Tradiqao, a. Ili, 1901, n. 1. 
— Arcano Orazio (d*). — V. Memoriale dell' arma Portia. 

34. Arce G. (di). — Ricordi veneziani. — In: U Ateneo, v. XXXIII, 

190 1, pp. 279-280. [A proposito del libro d' ugual titolo di M. 
Pratesi]. 

35. Arias Gino. — I banchieri toscani e la Santa sede sotto Bene- 

detto XI. — In : Arch. della società romana di storia patria, 
XXIV, 1901, pp. 497-5°4- 

36. * Art (Modem) in Venice. — In: Nation, 3 ottobre 1901. 

37. Artioli Romolo. — Sesta esposizione del gabinetto delle stampe a 

Roma. I chiaroscuri. — In: Emporium, v. XIII, 1901. pp. 1 17- 
130. [Di Nicola da Vicenza, di Antonio da Trento, del Mantegna]. 

38. Artistas (Los grandes). Escultores italianos. — Madrid, F. Mar- 

que'i. 1901, in-8.°, pp. 78, ili. [Vi si parla del Sansovino]. 

39. Asquini Girolamo e Zorutti Pietro. — Lettere inedite. — Udine, 

D. Del Bianco, 1901, in-4. 0 , pp. 18. 

40. Assegnazione (L') del castello di Buja al Patriarca nel 1302. — In: 

Pagine friulane, v. XIV, 1901, p. 60. 

41. Attems Sigismondo. — Lettere inedite al p. Bern. Mar. de' Rubeis 

ed al conte Daniele Florio (1745, 1747) [a cura di Carlo Sep- 
penhofer]. — Gorizia, Paternolli, 1901, in-8.°, pp. 13. 

42. Atto riguardante il convento di s. Domenico a Spalato. — In : 

Bullett. di archeol. e storia dalmata, v. XXIV, 1901, 155-156. 
[28 agosto 1674]. 



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8 



Nuovo Archivio Veneto 



43. Aubert Henry. — Venise. — In : Bibliothèque universelìe et Revue 

suisse, v. XXXIII, 1901, pp. 346-361. [Impressioni di viaggio]. 

44. Austria (L*), la Santa Sede e i Gesuiti nell' anno 1805. — In : La 

Civiltà Cattolica, s. XVIII, v. Ili, 1901, pp 165-186. [Tentativo 
di ristabilimento dei Gesuiti nel Veneto]. 

45. Avogaro Carlo. — L' opera di Giacomino da Verona nella storia 

letteraria del secolo XVIII. — Verona, Franchini, 1901, in-8.°, 
pp. 53. [Estr. dagli Atti e Mem. della Accad. di Verona], 

46. — — Appunti di toponomastica veronese. — Verona, Civellì, 

1901, in-8.°, pp. 63. 

47. Baduri Francesco. — San Nazario, patrono di Capodistria, nella 

storia e nella tradizione. — Capodistria, Cobol e Priora, 1901. 

48. Baldacci A. — La lingua italiana in relazione al nostro commercio 

nell'Albania e neir Epiro. — In: Rivista geografica italiana^ 
v. Vili, 1901, pp. 42 48. [Cenno all' antica influenza di Venezia]. 

49. Baldissera Giacomo. — Artegna, antico castello, comune e pieve 

del Friuli. Notizie storiche. — Udine, D. Del Bianco, 1901, 
in-8.°, pp. 250. 

50. Balladoro Arrigo. — Impronte maravigliose in Italia. — In: Arch. 

per lo studio delle tradizioni popolari, v. XX, 1901, pp. 48-50. 
[Riguardano Verona : La coppa di s. Zeno e II sangue di Be- 
rengario]. 

51. — — Spigolature poetiche veronesi. — In: Arch. per lo studio 

delle tradizioni popolari, v. XX, 1901, pp. 195-201. 

52. — — Filastrocche popolari veronesi. — In : Arch. per lo studio 

delle tradizioni popolar^ v. XX, 1901, pp. 31 1-318. 
53 Ballarmi G. — Un condottiere del 1400. — In : Rivista di Cavalle- 
ria, v. IV, 1901, pp. 613-622. [Giovanni Vitelleschi capitano di 
Eugenio IV]. 

54. Balzo Carlo (Del). — Poesie di mille autori intorno a Dante Ali- 
ghieri raccolte da Carlo Del Balzo. — Roma, Forzani e C, 1901, 
v. VII, in-8.°, pp 606. [Contiene scritti di G. Gozzi, di F. Algarotti, 
A. Cesari, ecc.]. 

55 Baratta Mario. — I terremoti d' Italia. Saggio di storia geografica 
e bibliografia sismica d' Italia. — Torino, Bocca, 1901, in-S.°, 
pp. 950 ili. [Son ricordati i terremoti della regione Veneta]. 

56. — — Carta sismica d' Italia con fascicolo esplicativo. — Roma, 

Voghera, 1901. 

57. — — I recenti terremoti di Salò — In: Bolletta della Soc. geo- 

grafica itai, s. IV, v. II, 1901, pp. 973-975. [Con riguardo al 
Veneto]. 

58. Barbarani Berto. — Canzoniere veronese. — Milano, Società Editr. 

lombarda, 1901, in-j6°, pp. IX, 251. 




Bollettino bibliografico 



0 



59. Barbarich Eugenio. — Osoppo. 24 marzo — 13 ottobre 1848. — 
In : Riv. militare italiana, v. XLV, 1900 e XLVI, 1901 ,pp. 126- 

140, 303-3 2 5» 5 12 "5 l8 - 
60 Barbiera Raffaello. — Immortali e dimenticati. — Milano, Co- 
gliati, 1901, in-8.°, pp. Vili, 487. [Ippolito Nievo]. 

61. —, — H salotto della contessa Maffei e Camillo Cavour. — Mi- 

lano, Baldini-Castoldi e C, 1901, in-)6.°, pp. 451. [Accenni a 
cose venete]. 

62. Giuseppe Verdi e Andrea Maffei. — In : Gaietta Musi- 
cale di Milano, 1901, pp. 354-355. [Di un'ottava del Maffei per 
la prima rappresentazione dell' Attila alla Fenice di Venezia). 

63. Bardusco Luigi. — Sul commercio delle sete in Friuli nel 1839. 

— Udine, Bardusco, 1901, in-4. 0 . 

64 Barnaba D. — Un viaggetto artistico in mandamento di S. Vito. 

— In: Pagine friulane, v XIII, 1901, pp. 121-125, 137-140, 
163-165. 

65. Basilica (La) di s. Giustina [di Padova]. Numero unico. — Padova, 

tip. Antoniana, 1901, f. v. 

66. Bass Alfred. — Deutsche Sprachinseln in Slìdtirol und Oberitalien. 

— - Leipzig, E. Lucius, 1901, in-8.°, pp. 6 n. n. 105. ili. — Recensione 
di L On[estinghel] in: Tridentum, .v. IV, 1901, pp. 282-288. 

67. Battistella Antonio. — L' ultimo ufficio pubblico di Baiamonte 

Tiepolo. — In: Nuovo Archivio veneto, N. S., a. I, v. II, 1901, 
PP- 5-34- 

68. Beduschi Mazzini. — L'arte e la critica. Considerazioni generali 

e esame critico della IV Esposizione internazionale d'arte della 
città di Venezia. — Verona, R. Cabianca, 1901, in-16. 0 , pp. 161. 
60 Bellini Arturo. - Comacchio peschereccia. Impressioni. — In : 
Neptunia, v. XVI, 1901, pp. 3-8. 

70. * Bellini and Titien. — In: The Architectur, 30 agosto 1901. 

71. Belilo Vittore. — Un'antica descrizione della Lombardia. — in: 

Bollett. della Società pavese di st. pa., v. I, 1901, pp. 75-83, 
c. I. [Il B illustra un documento (sec. XIV), in cui si descrive 
la Lombardia, comprendente la Liguria, le Alpi marittime, 
T Emilia, la Venezia, il Trentino], 

72. Belloni Antonio. — Intorno a una tragedia di Goldoni. — In: 

Raccolta di studi critici dedicata ad Alessandro d' Ancona, Fi- 
renze, G. Barbèra, 1901, pp 77-84. 

73. — Luigi. — La carrozza nella storia della locomozione. — Mi- 

lano, Bocca, 1901, in-4.°, pp. 271 ili. [Interessa anche il Veneto] 
74 Bel trami Luca. — Vicende della tomba di s. Pietro Martire in 
Milano. — In: Emporium, v. XIII, 1901, pp. 188-201. [È l'in- 
quisitore veronese]. 



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IO 



Nuovo Archivio Veneto 



75. Bel trami Luca. — La cà del Duca sul Canal Grande ed altre 

reminiscenze sforzesche in Venezia. — Milano, Allegretti, 1901, 
in-8.°, pp. 62, ili. 

76. Bembo Pietro. — Epitalamio latino, con la versione italiana a 

fronte, pubblicato da Giuseppe Graziani. — Faenza, G. Monta- 
nari, 1901, in-8.°, pp. 47. 

77. Benacchio Adalgisa, — Pio Enea II degli Obizzi letterato e cava- 

liere. — In: Bollett. del Museo Civico di Padova y v. IV, 1901, 
pp. 61-72, 95-102, 123-130. 

78. Benassi Davide. — Monelli veneziani: Racconto. — Palermo, R. 

Sandron, 1901, in-8.°, pp. 208. 

79. Benedeks nachgelassene Papiere herausgegeben von H. Friedjung. 

— Leipzig, Grlibel u. Sommerlatte, 1901, in-8.°, pp. XIX, 459, 
c. I ili. — Recensione di B. D. in : Rivista Militare Italiana, 
v. XLVI, 1901, pp. 899-922. [Pubblicazione notevole per le 
guerre dell' indipendenza italiana]. 

80. Benedictis Luigi (De). — Della vita e delle opere di Bernardino 

Tornitane Parte I: La Vita. — Padova, Prosperini, igoi,in-8.°, 
pp. 48. 

81. Benelli Sem. — La IV Esposizione d'Arte a Venezia. — Firenze, 

G. Calvetti, 1901, in-16. 0 , pp. 205, tav. 18. 

82. — Zulia. — Epigoni foscoliani. — In : Rivista delle biblioteche e 

degli archivi^ v. XII, 1901, pp. 161-165 (econt.). 

83. Benzoni Andrea. — L' Accademia de' Nobili in cà Zustinian a Ve- 

nezia. — In: Antologia veneta, v. II, 1901, pp. 135-1541 224- 

2 39i 3 2 9'345 ( e cont). 
84 Berchet Federico. — Quinta Relazione (esercizio 1899-1900, 1900- 
1901) dell' Ufficio regionale per la conservazione dei monumenti 
del Veneto. — Venezia, tip. dell' Orfanotrofio, 1901, in-8.°, p. 
364 ili. 

85. — Guglielmo. — Relazione sulla missione del R. Istituto Veneto 

di s. 1. ed a. per la ricerca e lo studio dei monumenti vene- 
ziani nell'isola di Creta. — In: Atti del R. Istituto veneto di 
s. I. ed a. y s. VIII, v. Ili, 1900-1, parte I, pp. 63*69, 181-191. 

86. Berenson Bernhard. — Lorenzo Lotto. Au essay in constructive 

art criticism. Revised EJition. — London, G. Bell, 1901, p. 
XXI, 292. 

87. The Study and Criticism of italian Art. — London, G. 

Bell, i90i,in-8.°, pp. XIV, 152, ili. [La memoria VI riguarda un 
gruppo di quadri del Giorgione e la VII la pittura veneziana 
anteriore a Tiziano]. 

88. Bercila Fabio. — In morte del co. cav. Giuseppe Uberto Valen- 

tinis. — Udine, Del Bianco, 1901, in-i6°. 



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Bollettino bibliografico 



89. Bergen roth A. (von). — Wanderings in Venice. Transaì. by H. A. 

Clay. — ZUrich, Schrò'der, 1901, in-4. 0 , pp. 156 ili. 

90. Bernardini Giorgio. — I dipinti nel Museo Civico di Pavia. — 

In: Rasò-. d'Arte, v. I, 1901, pp. 1 5 1 - 1 54. [Quadri di G. Bellini, 
del Mantegna, delio Squarcione, il ritratto di P. Bembo attri- 
buito al Tiziano]. 

91. Alcuni dipinti della collezione del conte Stronganoff in 

Roma. — In : Rass. d' arte, v. I, 1901, pp. 116-120 [Notizie su 
Carlo Crivelli]. 

92. Bertaldus Jacobus. — Splendor venetorum civitatis consuetudinum 

prodit curante Francisco Schupfer. — In : Bibliotheca juri- 
dica medii aevi colle git atque edidit Augustus Gaudentius, 
v. Ili, 1901, pp. 96-153. 

93. Bertani Carlo. — Pietro Aretino e le sue opere secondo nuove 

indagini. — Sondrio, tip. E. Quadrio, 1901, in 8.°, pp. XI, 408. 
[Soggiorno dell' Aretino a Venezia]. 

94. Ber tana Emilio. — Il teatro tragico italiano del sec. XVIII prima 

dell' Alfieri. — Torino, Loescher, 1901, in-8.°, pp. 180. [Supple- 
mento IV del Giorn, storico della Ietterai, ita!.]. — [L'A. parla 
anche di Veneti, specialmente di A. Carli, del Cesarotti, del Gol : 
doni, del Gozzi, di A. Montanari, di S. Maffei, di I. Pede- 
monte, di G. Tartarotti, di A. Zeno], 

95. — — La contessa d' Albany e Ugo Foscolo. — In : Giorn. stor. 

della letteratura itaL, v. XXXVIII, 1901, pp. 244-247. 

96. — — Recensione a: Guido Zacchettk La fama di Dante in Ita- 

lia nel sec. XVIII. Roma, soc. editr. D. Alighieri, 1900. — In: 
Giorn. stor. della Ietterai. itaL, v. XXXVJI, 1901, pp. 125-133. 

97. Berti C. — Della vita e delle opere dei dott. Antonio Zambaldi. 
— In: Pagine friulane, v. XIV, 1901, pp. 52-56. [A. Zambaldi 
da Portogruaro, sec. XIX]. 

98. Bertoldi A. — Il Tommaseo e il Vieusseux. — In : La Rassegna 

nazionale, v. CXIX, 1901, pp. 413-449. 

99. Bertolini A. — Commemorazione di Francesco Ferrara nel primo 

anniversario della sua morte, fatta dalla R. Scuola Superiore di 
Commercio di Bari. — Bari, Avellino e C, 1901, in-8.°, pp. 56. 
[F. Ferrara fu direttore della Scuola Superiore di Commercio 
di Venezia]. 

100. — 0. Lodovico. — La filosofia della parola • estuario ». — In : 

L Ateneo Veneto, a. XXIV, v. I, 1901, pp. 170 173. [Accenni 
all'estuario veneto}, 

101. — — Di una piena del fiume Lemene in relazione alla funzione 

moderatrice dell'estuario. - In: Riv. geografica ital '., v. Vili, 
1901, pp. 637- 640. 



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12 Nuovo -Archivio Veneto 



102. Bertolla Pietro. — Note storiche friulane. — In: Pagine friu- 

lane, v. XIII, 1901, pp. 120, 125, 140, 165, 166, 173, 200; v. XIV, 
1901, pp. 11, 24, 47, 48, 57 (e cont.). 

103. Bertoni Giulio. — Nuove rime di Sordello di Coito. — In : Giorn. 

storico della letteratura ital , v. XXXVIII, 1901, pp. 209-309. 
[Soggiorno di Sordello presso i conti Sambonifacio. Relazioni 
con Cunizza da Romano]. 

104. Besta Enrico e Predelli Riccardo. — Gli Statuti civili di Vene- 

zia anteriori al 1242 editi per la prima volta. — In: Nuovo 
Arch, Veneto, N. S.. a. I, v. I, 1901, pp. 5-117, 204-300. 

105. Bettoli Parmenio. — Teatro drammatico italiano: I t Gelosi » e la 

commedia dell'arte. — In: Emporium, v. XIV, 1901, pp. 
197-214. 

106. Biadego Giuseppe. — Galeazzo Florimonte e il t Galateo • di 

mons. Della Casa. — In : Atti del R. Istituto veneto di s. /. ed 
a., s. Vili, v. Ili, parte II, 1900-1, pp. 530-557. [Soggiorno del 
Florimonte a Verona e sua lettera al conte Alberto Serego). 

107. Intorno al sogno di Polifilo. — In : Atti del R. Istituto 

veneto di 5. /. ed a., s. Vili, v. HI, parte II, 1900-r, pp. 699- 
714. [1/ A. parla di Leonardo Crasso veronese, a cui spese fu 
pubblicato il Sogno nel 1499]. 

108. Angelo Messedaglia. — In : Atti e Mem. della Accademia 

di Verona, s. IV, v. II, 1901, pp. 1-10. 

109. Biancale Michele. — La tragedia italiana nel Cinquecento. — Ro- 

ma, tip. Capitolina, 1901, in-8.°, pp. XII, 299. [Lodovico Dolce, 
Sperone Speroni, G. B. Trissino], 
no. Bianchi Giovanni. — Proverbi e modi proverbiali veneti raccolti 
ed illustrati con massime e sentenze di vari autori. — Milano, 
Bernardoni, 1901, in-16. 0 , pp. 320. — Recensione di Cesarjni Sfor- 
za, in: Tridentum, v. IV, 1901, pp. 37-40. 

111. Bianchini Giuseppe. — Recensione a : Guido Sartorio, Luigi Car- 

rer, parte I: La Vita. Roma, 1900. — In: Giorn stor, della 
letteratura ital, v. XXXVIII, 1901, pp. 179-186. 

112. Biasuttì Giuseppe. — I francesi a Tricesimo [1797-9S]. — In: Pa- 

gine friulane, v. XIII, 1901, pp. 180-181. 

113. — — Cartografìa friulana. — In : In Alto, 1901, n. 1. 

114. Un poeta friulano nelle carceri del castello di Udine nel 

sec. XVIII. — In: Pagine friulane, v. XIII, 1901, pp.117-118. 
[è Giuliano Liliano da S. Daniele]. 

115. Studenti friulani a Bologna nel 1337. — Udine, Del Bian- 
co, 1901, in-4. 0 , pp. 8. 

116. — Pietro. — Due articoli giovanili sull' istruzione agraria. — Udi- 

ne, Seitz, 1901, in-8.°. 



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Bollettino bibliografico 



'3 



117. Biasutti Pietro. — Sulla questione delle decime in Friuli. — Udine, 
Del Bianco, 1901, in-8.° 

n8. Bidoli Lorenzo. — La strada maestra. — In: Pagine friula- 
ne, v. XXII, igor, pp. 144- 145. [Ricordi sulla strada « maestra » 
dal Livenza al Tagliamento]. 

119. Bigge. — La guerra di Candia negli anni 1667- 1669. Traduzione 

del Comando del Corpo di Stato Maggiore. — Torino, Unione 
tip. ed., 1901, in-8.°, pp. 130, c. 7, ili. 

120. Bigoni Guido. — Recensione a: Sante Ferrari, I tempi, la vita, 

le dottrine di Pietro d' Abano, Genova, 1900. — In: Arch. stor. 
s. V, v. XXVII, 1901, pp. 170-178. 
121. Billows E. — Zeoliti, Prehnite, Rodonite ed altri minerali del- 
l' Agordino superiore. — In : Riv. di mineralogia e cristal- 
lografia italiana, v. XXVII, 1901, pp. 49-90. 

122. Bini Giuseppe. — Sei lettere di Giuseppe Bini arciprete di Ge- 

mona all' ab. Antonio Raffaelli [edite da] A. M. — In : Pagine 
friulane, v. XIII, 1900- 1, pp. 185-189. 

123. Biscaro Gerolamo. — Ancora di alcune opere giovanili di Lo- 

renzo Lotto. — In: U Arte, v. IV, 1901, pp. 152-161, ili. 

124. — — Il comune di Treviso e i suoi più antichi statuti fino al 

1218. — In: Nuovo Arch. ven., N. S , a. I, v. II, 1901, pp. 95- 
130 (e cont). 

125. Bischoffshausen Sigismund. — Papst Alexander Vili und der Wie- 

ner Hof (1689-1691). — Stuttgart, Both, 1901, in-8°, pp. XIV 188. 

126. Bizzaro Paolo (De). — Sull'elevazione secolare del mare Adria- 

tico dimostrata in confronto della falsa supposizione di abbas- 
samento del suolo e sulle conseguenze per le città costiere e 
specialmente per la città di Venezia. — Gorizia, Seitz, 1901. 

127. [Bocazzi] Isotto. — La Pasqua del Doge. — In: L' Adriatico, 7 

aprile 1901. 

128. Bóhm Anna. — Notizie sulle rappresentazioni drammatiche a Pa- 

dova dal 1787 al 1797. — In: L' Ateneo veneto, a. XXIV, v. II, 
1901, pp. 97-13», 310-321 (e cont.). 

129. Bolchini Ferruccio. — Frammenti inediti di storia patria. — Va- 

rese, Macchi, 1901, in-4 0 , pp. 33. [Documenti per la storia di 
Verona nel 1848 e '49]. 

130. Bollettino araldico, storico, genealogico del Veneto pubblicato dallo 

studio araldico G. De Pellegrini di Venezia e diretto da A. E. 
Luxardo. — Venezia, succ. M. Fontana, 1901-2, v. I. [Oltre gli 
articoli citati al loro posto, contiene varie notizie araldiche e 
genealogiche di famiglie Venete]. 

131. Bologna Lucio. — Giacomo Zanella. — In: Antologia veneta, 

v. II, 1901, pp. 102-1 10. 



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i4 Nuovo Archivio Veneto 



132. Bolognini Giorgio. — Recensione a: Giuseppe Biadego, Dante e" 

gli Scaligeri, Venezia, 1899. — In : Arch. stor. ita!., s. V, voi. 
XXVIII, 1901, pp. 386-387. 

133. — — Recensione a: Giuseppe Biadego, La dominazione austria- 

ca e il sentimento pubblico a Verona dal 1814 al 1847. R°" 
ma, 1899. — In : Arch. stor. ito/., s. V, v. XXVIII, 1901, pp. 
426-431. 

134. Recensione a: Carlo Cipolla, Compendio della storia po- 
litica di Verona, Verona, 1900. — In: Arch. stor. ital., s. V, 
v XXVIII, 1901, pp. 339-357- 

135. Bonamico D. — Recensione a: W. Cloves Laird, The naval 

Campaign of Lissa. — In : Rivista maritt., a. XXXIV, trime- 
stre IV, 1901, pp. 367.373. 

136. Bonardi Antonio. — Note sulla diplomazia veneziana nel primo 
periodo della lega di Cambray. — In: Atti e Memorie della 

R. Accademia di s. I. ed a. in Padova, N. S., v. XVII, 1900- 1, 
pp. 15-29. 

137. BonatelH Francesco. (A). XXVII gennaio MCMI. — Treviso, 

Turazza, 1901, f. v. [Per il 50 0 anniversario dell' insegnamento, 
di cui parte ali* Università di Padova]. 

138. Bonaventura Arnaldo. — Recensione a: N. Taccone-Gallucci, 

L'evoluzione dell'arte italiana nel sec. XIX, Messina, 1900. — 
In: Rass. bibliografica della letteratura italiana, v. IX, 1901, 
pp. 125-128. 

139. Bonazzi Benedetto. — Pio papa VII già monaco benedettino della 

Congregazione cassinese ed il conclave del 1800: poche parole 
dette in S. Giorgio di Venezia. — Salerno, Jovane, i9oi,in-8.°, 
pp. 30. 

140. Bondoni Giuseppe. — Recensione a : G. E. Saltini, Bianca Cap- 

pello e Francesco I De Medici, Firenze, 1898-1900. — In: Ardi, 
stor. ito/., s, V, v. XXVIII, 1901, pp. 412-423. 

141. Bonfanti R. — Uno scenario di Basilio Locatelli. — Noto, Zam- 

mit, 1901, in-i6.°, pp. 14. [Ha attinenza colla Serva amorosa del 
Goldoni]. 

142. Bonmartini Silvio. — Guida di Venezia. — Venezia, tip. Ferrari, 

1901, in-16. 0 , pp. 208. 

143. Bonomi Celso. — Il primo centenario della morte di Lorenzo 

Mascheroni, 14 luglio 1900 : commemorazione. — Pavia, Fusi, 
1901, in -8.°, pp. 16. 

144. Borzelli A. — Le relazioni del Canova con Napoli al tempo di 

Ferdinando I e di Gioachino Murat. — Napoli, Prass, 190 1. 
[45. Bosco A. — Per la bibliografia di Angelo Messedaglia. — In : 
Giornale degli economisti, s. II, v. XXII, 1901, pp. 616-618. 



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Bollettino bibliografico 



«5 



146. Botteon Vincenzo. — Ricerche storiche intomo alla chiesa dei 

ss. Rocco e Domenico di Conegliano. — Conegliano, A. De 
Beni, 1901, in-8.°, pp. 128, tav. 1. 

147. Bòttner E. — L'Archivio degli Atti antichi presso la i. r. Luo- 

gotenenza dalmata : L' Archivio del soppresso monastero di San 
Domenico in Zara. — In: Tabularium, v. I, 1901, pp. 50 (e 
cont.). [Periodo veneto]. 

148. Bouchot Henry. — Le pretendre graveur italien Gasparo Rever- 

dino. — In: Gaiette des beaux arts, s. Ili, v. XXVI, 1901, 
pp. 102-108, 229-238. [L' A. nega l'italianità (di Padova) di Ga- 
sparo o Cesare Reverdino e lo vuole francese]. 

149. Bourrilly Y. L — L' ambassade de la Forest et de Marillac à 

Constantinople ('535-1538). — In: Revue historique, v. LXXVI, 
1901, pp. 297-328. [Relazioni con Venezia]. 

150. La première de'fection de Glement VII a la ligue de Cognac 

(aout-septembre 1526). — In: Bulletin Italien, v. I, 1901, p. 
213-231. [Relazioni di Venezia]. 

151. Bouvy Eugéne. — • «Zaire» en Italie. — In: Bulletin italien, 

v. I, 1901, pp. 22-28. [Rassegna delle traduzioni italiane della 
Zaira di Voltaire: una è di Gasparo Gozzi]. 

152. Bozzetti in dialeto venezian de un Canaregioto. — Venezia, tip. 

Cordela, 1901, in-16 0 , pp. 256. [Riguardano la vita contempo- 
ranea]. 

153. Braidotti Federico. — La popolazione del Comune di Udine nel 

passato e secondo il censimento 9 febbraio 1901. — Udine, Va- 
tri, 1901, in-4. 0 

154. Bratti R. — Miniatori veneziani. — In: Nuovo Archivio veneto, 

N. S, a. I, v. II, 1901, pp. 70 94. 

155. * Brinton Selwyn. — In: The Hensington, v. I, 1901, n. 3. [Delle 

Gallerie italiane e specialmente di Milano e Venezia]. 

156. Broli Enrico. — Studi su Girolamo Tartarotti. — Rovereto, tip. 

C. Tornasi, 1901, in-8.°, pp. 135. [Relazioni del Tartarotti con 
Veneziani]. 

1 57. Brugi Biagio. — Per una storia della giurisprudenza italiana. La 

Facoltà giuridica di Padova e le onoranze a Baldo in Perugia. — 
In: Atti del R. Istituto veneto di s. I. ed a., s. Vili, v. Ili, 
parte II, 1900-1, pp. 229-238. [Rassegna degli scritti pubblicati dai 
professori della Facoltà giuridica padovana per il centenario di 
Baldo]. 

158. Brumai — San Paolino patriarca di Aquileia. — In: Almanacco 

del Popolo per V anno 1902. Strenna della federazione delle 
casse rurali e sodalizi coop. per la parte italiana della provincia 
di Gorizia-Gradisca, pp. 65 68. 



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16 Nuovo Archivio Veneto 



159. BruneUi Vitaliano. — Giovanni Lucio. — In: Rivista dalmatica, 

v. IV, 1901, pp. 17-24 (cont. e fine). 
1G0 Brusoni Girolamo. — [Brano storico riguardante Guglielmo Az- 

zoni-Avogaro]. — Padova, Prosperini, 1901, in-4.°, pp. 5. [Estr. 

dall' Historia dell' ultima guerra tra Veneziani e Turchi di 

GiroL Brusoni. In Venetia presso Stefano Curri, 1673]. 

161. Bullo Carlo. — Che s'intende per nobiltà? — In: Bollettino 

araldico storico genealogico del Veneto., v. I, 1901, pag. 67-69. 
[Della nobiltà veneziana]. 

162. Buschmann P. — Carlo Crivelli e le sue opere alla a National 

Gallery » di Londra. — In: Emporium, v. XIII, 1901, p. 
323-338. 

163. Busetto Natale. — Alcune satire inedite. Loro relazione con la 

storia padovana nel sec. XVII. — In: L'Ateneo veneto r a. XXIV, 
v. I, 1901, pp. 221-239, 39^'4°4 » v - PP« 60-81, 161-227. 

164. [Cabianca Jacopo]. — La scuola di pittura veneziana [Canto]. — 

Padova, P. Prosperini, 1901, in-8.°, pp. 14. 

165. Calligaris Giuseppe. — Ancora di alcune fonti per lo studio della 

vita di Paolo Diacono. — In : Arch. stor. lombardo, N. S, 
v. XVI, 1901, pp. 207-259. 

166. Sul significato della parola « romanus » in Paolo Diacono. 

— In : Atti della R. Accademia delle Sciente di Torino, v. 
XXXVI, 1900-1, pp. 283-307. 

167. Recensione a : L. Arezio, La politica della Santa Sede, 

rispetto alla Valtellina, dal concordato di Avignone alla morte 
di Gregorio XV (12 nov. 1622-8 luglio 1623), Cagliari, Melo- 
ni e Aitelli, 1899. — In: Archivio Storico Lombardo, N. S., 
v. XV, 1901, pp. 191-193- 

168. Calza Filippo. — La firma di Eleonora Duse. — In: Riv. tea- 

trale italiana, v. II, 1901, pp. 21-22. 

169. Calzini E. — Di un'opera giovanile del Filotesio. — In: Rass. 

bibliografica dell'arte italiana, v. IV, 1901, pp. 26-31. [L' A. 
parla anche di Carlo Crivelli]. 

170. Campani Annibale. — Antonio Cesari e 1' Accademia della Cru- 
sca. — In: La Rassegna Nazionale, voi. CXXII, 1901, p. 

678-696. 

171. * Canova. — In: Intermédiaire des chercheurs et curieux, 20 otto- 

bre e 10 novembre 1901. 

172. Cantalamessa Giulio. — Un dipinto di Carlo Crivelli nella pina- 

coteca Vaticana. — In: Rassegna d' arte, v. I, 1901, pp. 49- 
53. [Cfr. Rassegna bibliografica d'arte italiana, v. IV, 1901, p; 
164-163]. 

173. Cantarelli Luigi. — La diocesi Italiciana da Diocleziano alla fine 



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Bollettino bibliografico 



■7 



dell'impero occidentale. — In: Studi e documenti di storia e 
diritto, v. XXII, 1901, pp. 83-148 (e cont.) (Vi era compresa la 
Venezia]. 

174. Cantili Cesare. — Ezelino da Romano. Storia d'un ghibellino 

esumata da Cesare Cantù. — Milano, Sonzogno, 190 1, in-16. 0 , 
pp. L. 275. 

175. * Capitan. — [La questione del Mediterraneo]. — In: Revue du 

cercle militaire, 3, io, 17, 24 agosto 1901. [Vi è ricordata l'in- 
fluenza che vi esercitò Venezia]. — Recensione in : Riv. mili- 
tare italiana, a. XLVI. 1901, pp 1696- 1700. 

176. Carabellese Francesco. — La Puglia nel secolo XV da fonti ine- 

dite. Bari (Trani, Del Vecchio], 1901, in-8.°, pp. XV 363. [Docu- 
menti e Monografie per la storia di Terra di Bari, pubblicati 
dalla Commissione provinciale di Archeologia e storia patria, 
v. III], [Per Venezia e altri luoghi del Veneto, cfr. Y Indice]. 

177. — — Recensione a: Cartulaire ge'ne'ral de Tordre des H ospita- 

liere de s, Jean de Jerusalem (1100-1310) par I. Delaville Le 
Roulx, Paris, 1899, t. III. — In: Arch. storico italiano, s. V, 
v. XXVII, 1901, pp. 129-133. [Alcuni documenti riguardano 
Venezia]. 

178 e Colangelo B. — Il consolato veneto in Puglia nei primi 

anni del sec. XV. — In : Rassegna Pugliese, v. XVIII, 1901, 
pp. 5S-60. 

179. Carletta. — Intorno a una commedia di Goldoni. — In: Fan- 

fulla della Domenica, 1901, n. 22. 

180. Carlo Achille (de). — IV Esposizione internazionale d'arte della 

città di Venezia. — In: Cosmos cattolico, v. Ili, 1901, pp. 451- 
526 ili. 

181. Carotti Giulio. — Troni di Madonne nei dipinti del Rinascimen- 

to. — In: Arte italiana decorativa ed industriale, v. X, 1901, 
pp. 29-34, 40-43, tav. 3. [L' A. discorre anche di parecchi pit- 
tori di scuola veneta]. 

182. Carrara Enrico. — Studi sul teatro ispano veneto di Carlo Gozzi. 

— Cagliari, tip. Valde's, 1901, in-16. 0 , pp. 61. 

183. Carreri P. — Notizie di Felettano e di Castelpagano. — In : Pa- 

gine friulane, v. XIV, 1901, pp. 6-8. 

184. I conti Monaco del Friuli. — In : Giornale araldico ge- 
nealogico e diplomatico, N. S., v. IX, 1901, pp. io-u,tav. j. 

185. Casanova E. — Recensione a: Alex. Tausserat-Radel, Corre- 

spondance politique de Guillaume Pellicier, ambassadeur de 
France à Venise (1540-1542), Paris, 1899. — In: Arch. storico 
itah, s. V, v. XXXVII, 1901, pp. 155-157. 

186. Cassarini Alessandro. — Castelli, rocche e roccie storiche. Ve- 



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gì Nuovo Archivio Veneto 



dute dell'Appennino e paesaggi alpini del Cadore e de* monti 
bellunesi. — Bologna, tip. Zamorani e Albertazzi, 1901, in-8.° 
obi. pp. 61, ili. 

187. Castagneti Fiorente. — Cenni storici dei vecchi ospitali di Soave 

e relazione del nuovo che si sta erigendo. — Verona, Fran- 
chini, 1901, in-4. 0 , pp. 32, tav. 1. 

188. Castellani G. — Gli statuti di Fano. — In: La bibliofilia, v. II, 

1900- 1, pp. 35 f -355. [Vi si parla di Jacopo Moscardo tipografo 
veronese]. 

189. Castelli friulani. Illustrazione storico-artistica di tutti i castelli 

del Friuli dal Livenza alle Alpi Giulie [compilata da Alfredo 
Lazzarini e Giovanni Del Puppo]. — Udine, D. Del Bianco, 
1901 e cont. 

190. Catalogo delle pubbliche case in Parenzo visitate da S. E. signor 

Pietro Quirini cap.° di Raspo [1754 circa]. — In: Atti e Me- 
morie della società istriana di archeologia e storia patria, 
v. XVII, 1901, pp. 200-207. 

191. Cavicchi Filippo. — Il Friuli e Venezia nella «Caccia • di Erasmo 

di Valvasone. — In: Pagine friulane, v. XIII, 1901, pp 153-156. 

192. Cecl Luigi. — Per la storia della civiltà italica. Discorso. — 

Roma, 1901. [Influenze illiriche nella lingua degli antichi Ve- 
neti]. 

193. Cecchini Laudo mia.. — La Ballata romantica in Italia. — Torino, . 

Paravia, 1901, in-8.°, pp. 75. [Ne traccia lo svolgimento storico 
dal Berchet al Prati, studia il Berchet, il Carrer, il Prati e più 
brevemente H Dall' Ongaro, il Capparozzo, il Gazzoletti]. 

194. Cena Giovanni. — L'Esposizione veneziana. — In: Nuova Anto- 

logia, s. IV, v. XCV, 1901, pp. 534-543. 

195. Cenacchi Oreste. — li Teatro di Alfredo De Musset. — In: Ri- 

vista teatrale italiana, v. II, 1901, pp. 347-352. [Venezia luogo 
della scena]. 

196. Cenni biografici del m. r. arciprete di Soave Perazzini Bartolomeo 

in occasione del centenario della sua morte. — Soave, Farfa- 
glia, 1901, in-8.°, p. 8. 

197. * Centenario (Il primo) del cav. architetto Giuseppe Segusini. — In: 

Vittorino da Feltre, a. XXX, 1901, n. 1-2. 

198. (nel primo) della morte di Lesbia Cidonia (contessa Pao- 
lina Grismondi Secco Suardo), (1801-1901, 27 marzo). — Ber- 
gamo, Istituto ital. d'arti grafiche, 1901, in-4. 0 , PP- '6 

! 99- ( ne * primo) natale del cav. Giuseppe Segusini architetto 

feltrense. - Feltre, Zanussi e C, 1901. 
200. Cenzatti Gemma. — Spigolature padovane — Padova, tip. de[ 
Veneto, 1901 in-8.°, pp. 20. [Estr. dal giornale// Veneto, 3, 23, 



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Bollettino bibliografico 



«9 



24 maggio, 8, 9 giugno 1901]. [1. Nomi macabri delle vie, 
2. Feste e spettacoli, 3. Ville e castelli]. 

201. Cesari Cesare, r- San Bernardino da Siena o San Giacomo della 

Marca? — In: Rassegna d'arte, v. I, 1901, pp. 178-180. [A 
proposito di un dipinto di Carlo Crivelli]. 

202. Cessi Camillo. — Ricordi polesani nelle opere di Lodovico Car- 

bone. — In: L' Ateneo Veneto, a. XXIV, v. II, 1901, pp. 132- 
152, 286-302. 

203 — — Recensione a : Maria Ostermann, La poesia dialettale in 

Friuli, Udine, 1900. — In: U Ateneo Veneto, a. XXV, v. I, * 
1901, pp. 405-410. 

204. Cessi Ugo. — Una dottoressa rodigina del secolo XVIII: Nuove 

notizie e documenti intorno a Cristina Roccato. — In: L'Ateneo 
Veneto, a. XXIV, v. I, 1901, pp. 43-76. 

205. Checchi Eugenio. - La casa di Goldoni. — In: Natura ed Arte 

iqoo-i, v. I, pp. 55-59. [Parlando dell' istituzione di E. Novelli, 
rievoca la Venezia del secolo XVIII]. 

206. Chieregato Giuseppe. — La parrocchia di Lugagnano e le sue 

chiese. Cenni storici. — Verona, G. Marchiori, 1901, in-8.°, pp. 27. 

207. Chiminelli Ild. — Parole pronunciate il 29 luglio 1901 conse- 

gnando il basto di Re Umberto alla città di Bassano. — fìas- 
sano, Roberti, 1901, Uv8.°, pp. 21. 

208. Chini Giuseppe. — Passeggiate trentine : Lavarone, Asiago, Schio, 

Vallarsa. — Trento, Scotoni e Vitti, 1901, in -8.°, p. 9. [Estr. 
dall' Alto Adige di Trento, 1901, n. 189, 190]. 

209. Cian Vittorio. — Varietà letterarie del Rinascimento — Maestro Pa- 

squino e Pietro Bembo. — In : Raccolta di studii critici dedicata 
ad Ale ss. D'Ancona, Firenze, G. Barbèra, 1901, in-4., pp. 23-45. 

210. — — Un medaglione del Rinascimento. — Cola Bruno messinese 

c le sue relazioni con Pietro Bembo. — Firenze, G. C. Sansoni, 
1901, in-8.°, pp. 103. [Biblioteca critica della letteratura ita- 
liana, n. 41]. 

211. C[ian] Vittorio]. — Recensione a: I. Paquier, L' Humanisme et 

la Re'forme : Jerome Ale'andre de sa naissance à la fin de son 
sejour a Brindes (1480-1529), Paris, 1900. — In: Giornale sto- 
rico della letteratura italiana, v. XXXVII, 1901, pp. 155-158. 

212. Ciani Lodovico. Giuseppe Segusini, cenni biografici. — In: Fior 

d' Alpe, 1901, n. 6. 

213. Ricordi della vita di G Segusini. - In: Fior d'Alpe, 1901, 

n. 7, 8. 

214. — — Le opere architettoniche del cav. Giuseppe Segusini. — In: 

Vittorino da Feltre, 1901, n. 9, 10, 11, 12 e in : Fior d' Alpe, 
1 agosto 1901. 



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20 Nuovo Archivio Veneto 



215. Cicconetti G. — Collegamento della specola geodetica dell' Istituto 
tecnico di Udine alla rete di i.° ordine dello Stato — In: Riv. 

di topografia e catasto, v. XIV, 1901, n. 1-4. 

216. Ciconi Teobaldo. — Lettera inedita [1846] di Teobaldo Ciconi 

[edita da] G. B. — In: Pagine friulane, v. XIII, 1900-1, 
pp. 131-132. 

2*7. Cieno Gianfrancesco. — La parrocchia di Badia Calavena per 
T ingresso parrocchiale del m. r. don Innocenzo Zandomeneghi. 
— Verona, Franchini, 1901, in-8.°, pp. 38. 

218. Cillenio Giuseppe da Toimezzo. — Canzoniere del sec. XVI. — 

Udine, Patronato, 1901, in-8°. 

219. Cima da Conegliano — In : Les trésors d' art en Russie, 1901, 

pp. 22-23, tav. 1 [L' Annunciazione del Cima conservata nel 
museo de Y Ermitage]. 

220. Cipolla Carlo. — Scipione Maffei e il suo soggiorno a Roma nel 

! 739- — Verona, Franchini, 1901. in-8.°, pp. 19. 

221. Degli atti diplomatici riguardanti il dominio di Cangrande I. 

in Padova. — In: Rendiconti della R. Accademia dei Lincei - 
classe di se. mor. stor. e filoi, s. V, v. XI, 1901, pp. 229-238. 

222. — — Documenti per la storia delle relazioni diplomatiche fra 

Verona e Mantova nel secolo XIII. — Milano, U. Hoepli, 1901, 
in -8.°, p. XI, 453. [Bibliotheca historica italica edidit societas 
aperiendis fontibus rerum Langobardicarum medii ac recen- 
tioris aevi, s. II, v. IJ. 

223. — — Una mitra del secolo XIII. — In: L' Arte, v. IV, 1901, 

pp. 145-151 ili. [La mitra episcopale appartiene alla chiesa di 
S. Zeno di Verona]. 

224. Un litigio tra Venezia e Savona nel 1324. — In: Atti della 

R. Accademia delle sciente di Torino, v. XXX VI, 1 900-1, 
pp. 388-390. [Litigio sorto per la cattura d' una nave da parte 
dei Savonesi]. 

225. — — Antichi documenti del monastero trevigiano dei santi Pie- 

tro e Teonisto. — In : Bullett. dell' Istituto storico italiano, n 22, 

•9 01 ' PP 35"75> tav - 3* t sec « V, U e IX]. 

226. Ciscato Antonio. — Gli Ebrei in Padova (1300-1800). — Padova, 

soc. cooper. tip, 1901, in-8.°, pp. 317. 

227. L'arte vetraria in Padova. — In: Boll, del Museo Civico 

di Padova, v. IV, 1901, pp. 172-176. 

228. — — Un epigramma storico: Bartolomeo d' Alviano a Padova, 

(151 3). — In: Boll, del Museo Civico di Padova, v. IV, 190*1, 
pp. 46-48 (cont. e fine). 

229. — — Biagio Lombardo e l'archeologia atestina. - Este, Apo- 

stoli, 1901, in-8.°, p. 12. 



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Bollettino bibliografico 



21 



230. Cìscato Antonio. Discorso pronunciato in Sovizzo il 25 agosto 

1901 per la inaugurazione della bandiera di quella società operaia 
di M. S. — Vicenza, Fabris, 1901, in-8.°, pp. 12. 

231. Città (La) di Feltre durante la lega di Cambrai. — In: Vittorino 

da Feltre % 1 agosto 1901. 

232. Claudianus [Claudius]. — Abano, saggio di versione di Vittorio 

Trettenero. — Padova, Drucker, 1901, in.16. 0 , p. 20. 

233. Claudin A. — Liste chronologique des imprimeurs parisiens du 

XV siècle. — In: Bulletin du bibliophile, 1901, pp. 309-327. 
[Contiene un cenno alla tipografia veneziana]. 

234. Cochin Enrico. - Boccaccio. — Firenze, G. G. Sansoni, 1901, 

in-8.' 1 , pp. 109. [Biblioteca della letteratura italiana, n. 40]. [È 
ricordata la visita del B. a Venezia]. 
335. Cogo Gaetano. — L' ultima invasione de' Turchi in Italia in re- 
lazione alla politica europea dell' estremo quattrocento. — Ge- 
nova, Sordo-Muti, 1901, in-8.°, pp. 115. [Estr. degli Atti della 
R. Università di Genova, v. XVII]. 

236. — — Notizia storica intorno alla nuova edizione de • Le Vite 

dei Dogi » di Mariti Sanudo. — In : Nuovo Archivio Veneto, 
N. S., a. I, v. I, 1901, pp. 165-175. 

237. Intorno alle «Battaglie navali» del contrammiraglio G. 

Gavotti. Difese e critiche. — Genova, stab. art. tip., 1901, 
in-8.°, pp. 20. 

23^ Tre lettere inedite di Ippolito Nievo. — In: Nuovo Arch. 

Veneto, N. S, a. I, v I, 1901, pp. 152-164. 

239. — — Recensione a: Antonio Battistella, Vincenzo Joppi, Bo- 

logna, 1900 e P. S. Leicht, L'opera di Vincenzo Joppi, Udine, 
1901. — In: Nuovo Archivio Veneto, N. S., a. 1, v. I, 1901, 
pp. 197-200. 

240. Colangelo Bartolo. — I pesi, le monete e le misure nel commer- 

cio veneto-pugliese alla fine del XIII e principio del XIV secolo 
da un documento inedito. — fn: Rassegna pugliese, v. XVII I, 
1901, pp. 253-255, 285-287. 

241. Colasanti Arduino. — Due strambotti inediti per Antonio Vinci- 

guerra e un ritratto di Vettor Carpaccio. — In : Fanfulla della 
Domenica, 1901, n. 28. 

242. Coletti Francesco. — Le associazioni agrarie in Italia dalla metà 

del secolo XVIII alla fine del XIX. — Roma, Un. Còop. tip., 
1901, in-8.°, pp. 147. [Vi si discorre anche delle associazioni 
agrarie del Veneto]. 0 

243 Collini Giovanni. — Antonio Savorgnan. Racconto storico friulano 

del secolo XVI. — Udine, tip. del Crociato, 1901, in-16. 0 , pp. 204. 

244 Colonia (La prima) alpina in Friuli. — Udine, D. Del Bianco, 1901. 



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22 



Nuovo Archivio Veneto 



245. Commemorazione nel i.° anniv. della morte di Pietro Biasimi — 

Udine, Del Bianco, 1901, in-4. 0 , con ritr. 
— Commemoriali, v. Libri Commemoriali. 

246. Concilium tridentinum. — Diariorum, Actorum, Epistularum, 

Tractatuum Nova Collectio. Edidit societas G= erresiana promo- 
vendis inter Germanos catholicos litterarum studiis. Tomus 
primus: Diariorum. Pars prima: Herculis Severou Commen- 
tariuSy Angeli Massareli.i Diaria, I-IV. Collegit, edidit, illu- 
stravit Sebastianus Merklk. — Friburgi Brisgoviae, Herder, 1901, 
in-4 0 , PP CXXXII, 932, tav. 1. [Per le persone e per i luoghi 
del Veneto, cfr. Indice], 

247. Congedo Umberto. — La vita e le opere di Scipione' Ammirato. 

— In: Rassegna pugliese, v. XVII, 1901, pp. 306-314, 321-328 
e cont. [Soggiorno dell' Ammirato a Venezia e Padova]. 

248. [Contarmi Pietro]. — Ordini emanati da Pietro Contarmi, podestà 

di Lonigo a dì 15 novembre 1632, ed estratti dall' archivio di 
Torre. — Lonigo-Cologna, G. Gaspari, 1901, in -8.°, pp. 20. 

249. Contessa Carlo. — Note e relazioni del marchese di Paulmy dal- 

dall' Italia (1745-1746). Da un ms. della Biblioteca dell'Arsenale 
di Parigi. — G. Civelli, 1901, in-4. 0 , pp. 123. [Le pp. 8S-98 si rife- 
riscono a Venezia). 

250. Conti Angelo. — Un altro ponte. — In : // Marjocco s a. VI, 1901, 

n. 11. [Il ponte progettato della Giudecca]. 

251. Controversia (La) di s Girolamo degli Schiavoni — Litterae apo- 

stolicae d. n Leonis pp. XIII quibus extinguitur Capitulum ec- 
clesiae Collegiatae s. Hieronymi Illyricorum et Collegium Hiero- 
nymianum in Urbe erigitur. — In: La Civiltà Cattolica^ s. 
XVIII, v. IV, 1901, pp. 257-279 (1). 

252. Cook Herbert — Giorgione — London, G. Bell, 1901, in-8.°, pp. XI 

145, ili. — Recensione in: The A'cademy, v. LX, 1901, pp. 144. 

— Recensione di E. Brunelli in: U Arte, voi. IV, 1901, p. 
126-127. 

253. Corà Angelo. — Nelle solenni esequie del m r. d. G. B. Stiev.mo 

arciprete di Caltrano. — Padova, tip del Sem., 1901, in-8.°, pp. 16. 

254. Corazzini F. — Risposta alla critica fatta all'opera del contrammi- 

raglio Gavotti intorno alle battaglie navali della Repubblica di 
Genova. — Roma, Forzani, 1901, in-8.°, pp. 22. 
— Cordenons Federico, v. Moschetti Andrea. 



(1) Sulla questione di S. Girolamo degli Schiavoni in Roma com- 
parvero numerosi articoli, dei quali cito i più notevoli. 



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Bollettino bibliografico 



23 



255. Corrispondenze <f altri tempi: Il marchese di Mantova a Tiziano. 

— In: Gaietta degli Artisti, a. VII, 1901, n. 7. [Lettera del 
iq aprile 1531 riguardante il quadro di S. Maddalena del Ti- 
ziano]. 

256. Cosentini Francesco. - Perchè fu grande Venezia. Studio scienti- 

fico. — Palermo, 1901, in-S.°, pp. 17. [Estr. dalla Scienza sociale, 
voi IV). 

257. Cosentino Giuseppe. — Modena, Lombardi e Vestri a Bologna. — 

Bologna, Zanichelli, 1901, in-ió.°. pp. 124. 

258. Una pagina della vita di Giulia Modena — In: Rivista tea- 
trale italiana, v. I, 1901, pp. 77-80. [Moglie di Gustavo Modena). 

259 Cosser Giovanni. — Brevi notizie su i monti Lessini. — Ala, B. Az- 
zolini, 1901, in-8.°, pp. 14, 

260. Costantini G. — Sul dizionario inedito friulano-italiano di G. A. Pi- 

rona. — Udine, Tosolini, 1901, in-16. 0 , pp. 16. 

261. Costetti Giuseppe. — Il teatro italiano nel 1800. Con prefazione di 

R Giovagnoli. - Rocca S. Cassiano, L. Cappelli, 1901, in-16. 0 , 
pp. XII, 539. 

262. Crawford F. Marion. — Marietta, a Maid of Venice — London, 

Macmillan and Co., 1901, in-8.°, pp. 450 [1]. 

263. Crescini Vincenzo. — Rambaldo di Vaqueiras a Baldovino impera- 

tore. — In : Atti del R. Istituto veneto di s. i ed a., s. Vili, 
voi, III, parte II, 1900-1, pp. 871-921. [Accenno alla parte presa 
da Venezia alla quarta crociata]. 

264 Per la biografia di Antonio da Tempo. — In : Raccolta di 

studi critici dedicati ad Alessandro d' Ancona, Firenze, G. Bar- 
bèra, 1901, in-4. 0 , pp. 577-581. 

265. Dell' antico frammento epico bellunese. — Torino, Loescher, 

1901, in-8.°, pp. 10 

266 Crispolti Filippo. — L' ultimo romanzo di A. Fogazzaro. — In : 
La lettura, v. I, 1901, pp. 429 433. 

2hy. Cristofori Giovanni. — Una fama usurpata : Riassunti di conferen- 
za. — In": Atti e Memorie della Accademia Virgiliana di Man- 
• tova, 1901, pp. XXI1I-XXIV. [Aleardo Aleardi]. 

268. Cronaca dell'Ateneo Veneto. — In: L' Ateneo Veneto, a. XXIV, 

v. I, 1901, pp. 193-194, 289-290. 

269. Crugnola G. — Alfred de Musset e la sua opera. Studio critico. 

— In: Rivista Abrufftse, v. XVI, 1901, pp. 97-110, 2S1-290, 
329-340, 409-424 (e cont ). [Nel capitolo : Viaggio in Italia, 1' A. 
discorre a lungo del soggiorno a Venezia di A. de Musset e 
della Sand, nonché della relazione di costei col medico Pagello 
da Castelfranco]. 



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24 



Nuovo Archivio Veneto 



270. Cruttwell Maud. — Andrea Mantegna. — London, G. Bell and 

Son§, 1901, in-16. 0 , pp. [X], 132, tav. 40. 

271. C S. — Proverbi friulani. — In : Pagine Friulane, v. XIII, 1901, 

pp. 1 12-1 13, 126-127, 141-143- 

272. Di un quadro di Palma il Vecchio che esisteva in Gorizia 

nel secolo scorso e che ora non si trova più. — In : Pagine friu- 
lane, v. XIII, 190' > P- !99- 

273. Daffari Umberto. — Carteggio tra i Bentivoglio e gli Estensi dal 

1401 al 1542 esistente nell* Archivio di Stato in Modena. — In: 
Atti e Memorie della R. Deputazione di storia patria per le 
Provincie di Romagna, s. Ili, v. XVIII, 1900, pp. 1-88, 285- 
332 \ v. XIX, 1901, pp. 244-372. [Alcuni documenti riguardano 
Venezia ed altre città del Veneto]. 

274. Dantisti e dantofili dei secoli XVIII e XIX. — Firenze, Direzione 

del Giornale Dantesco, 1901 e cont. [Veneti: fase. I: Giovanni 
Jacopo Dionisi, Giulio Cesare Becelli ; fase. II: Francesco Al- 
ga rotti ; fase. Ili: G. B. Carlo Giuliari]. 

275. Daumet Georges. — Recensione a; J. Paquier, L' Humanisme 

et la Re'forme: Jerome Aléandre de sa naissance à la fine de 
son sejour a Brindes [1480-152Q], Paris, 1900. — In^ Bibliothé- 
que de lécole des chartes, v. LXII, 1901, pp. 407-4°9- 

276. *DeIattre A. I. — Trois voyageurs vénitiens au XIII sie'cle. — In : 

Revue des questions scientifiques, ottobre 1901. 

277. Depeschen (Venetianische) vom Kaiserhofe (Dispacci di Germania) 

herausgegen. von der historischen Commission der k. Akademie 
der Wissenschaften zu Wien, II Abth. I Bd. (1657 Aprii — 1661 
Juli) bearbeitet von Alfred Francis Pribram. — Wien, Gerold, 
1901, in-8.°, pp. XXXIIl,72 9 . 

278. Descrizione dell' isola di s. Lazzaro in occasione del secondo cente- 

nario dalla fondazione della c ngregazione mechitarista. — Ve- 
nezia, tip. della Società di Mutuo Soccorso fra tipografi, 1901, 
in-4. 0 , pp. 26, ili. 

279. Devescovi Raimondo. — Il castello di Rovigno. Saggio del verna- 

colo rovignese. — In: Atti e Memorie della società istriana, di 
archeologia e storia patria, v. XVII, 1901, pp. 332-368. [Vicende 
di Rovigno descritte in versi dialettali]. 

280. Dian Girolamo. — Cenni storici sulla farmacia veneta al tempo 

della Repubblica. Parte II : La Triaca. — - Venezia, tip. dell' Or- 
fanotrofio, 1901, in-8.°, pp. 54. tav. 3. 

281. Difnico F. — La delimitazione della Dalmazia nel 1671 detta del 

vecchio acquisto. — In: Tabularium, v. I, 1901, pp. 40 (e cont.). 

282. * Diocesi (La) di Feltre. — In: Vittorino da Feltre, a. XXX, 1901. 



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Bollettino bibliografico 



*5 



283. Documenti reggiani sul cardinal Bessarione. — In: Bessarione, v. 

IX, 1901, pp. 161-166 

284. Dogi ioni Lucio. — Trentasette lettere inedite al conte Fabio Asqui- 

ni [edite da] Antonio Fiammazzo. — In: Antologia veneta, v. 
II, 1901, pp. 1-30, 67-79. 

285. * Dohna 0. — Creta sotto il vessillo di S. Marco. — In : Nord und 

SUd, maggio 1901 (Breslavia). 

286. Dopsch A. — Ein antihabsburgischer FUrstenbund im Iahre 1292. 

— In : Mittheilungen des Institut /tir oesterr Geschichtsfor- 
schungen, v. XXII, 1901, pp. [Documenti riguardanti il Friuli]. 

287. d. q. p. — Una tragedia greca in teatro greco. — In : U Adriatico, 

10 Giugno 1901. [Del teatro Olimpico di Vicenza]. 

288. E. 0. — Un quadro di G. B. Tiepolo. -In: Rassegna d' arte, 

v. I, ioor, pp. 1 io-i 1 1. 

289. Elementi geodetici dei punti contenuti nei fogli 11-12 (Monte 

Marmolada, — Pieve di Cadore) ; 22-23 (Feltre- Belluno) ; 37 (Bas- 
sano) ; 52-53 (San Dona - Foce del Tagliamento) ; 39 (Pordeno- 
ne); 64-65 (Rovigo-Adria); 38 (Conegliano) della carta d'Italia 
[dell'Istituto geografico militare]. — Firenze, G. Barbèra, 1901, 
in-4. 0 

290. Elenco dei nomi delle vie di Padova coi mutamenti deliberati dal 

Consiglio comunale. — Padova, Soc. coop. tip., 1901, in-16. 0 , 
pp. 42. 

291. Ellero Giuseppe. — S. Paolino d' Aquileia. — Cividale, Spazzolini, 

1901, in-8.°, pp. 78. 

292. Epidemia (Un*) a San Daniele nel 1759 descritta da Gian Vincenzo 

Lirutti. — In : Pagine friulane, v. XIV, 1901, pp. 46-57. 

293. Epistolario da burla. — In: Pagine friulane, v. XIII, 1901, p. 

114-1 17. [Tre lettere attribuite allo Zorutti]. 

294. * Erizzo Nicolò. — Come viaggiavano e in,quale conio erano tenuti 

gli ambasciatori della rep. veneta : [dispaccio di Nicolò Erizzo 
civalier ambasciatore, da Roma li 30 maggio 1699]. — Tre- 
viso, L. Zoppelli, lyoi, in-8.°, pp. 19. 
Errard Ch., v. Gayet A. 

295. Espinchal Hippolyte (De). — Souxenirs militaires, 1792-1814, pu- 

blie's par Fred. Masson et Franc,. Boyer. — Paris, 1901, v. 2. 
[Notizie sulle Campagne d* Italia (Veneto)]. 

2 j6. Esplorazione (L*) degli archivi del Trentino. — In : Tridentum, 
v. IV, 1901. - [Archivio di Stato in Venezia. Archivio vesco- 
vile di Feltre. Biblioteca comunale di Udine, Biblioteca comunale 
di Verona, pp. 461-464]. 

297. Esposizione (IV) internazionale d' arte della città di Venezia. — In : 
Gaffeta degli artisti, a. VII, 1901, n le sgg. 



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26 Nuovo Archivio Veneto 



298. Ettoris Elio. — Sette giorni a Venezia per la IV Esposizione d'arte. 

— In : La vita internazionale, 20 settembre 1901. 

299. Pabbrini Francesco. — Uno squarcio di vita italiana nel sec. XVIII. 

— In : Fanfulla della Domenica, 1901, n. 30-31. [Riguarda spe- 
cialmente Venezia]. 

300. Fabiani Ramiro. — Di un nuovo crostaceo isopodo delle grotte 

dei Colli Berici nel Vicentino. — In : Bollettino della società en- 
tomologica italiana, v. XXXIII, 1901, pp. 169-176. 

301. Fabricio Daniele. — Dissertazione sulli feudi giurisdi- 

zionali della Patria [edita da P. Leicht]. — Udine, D. Del Bianco, 
1901, in-8.°, pp. 6, nn. 70. 

302. Fabriczy (C. (von). — Giovanni Da matta neues zum Leben und 

Werke des Meisters. — In : lahrbuch der k. preussischen Kun» 
stsammulungen, v. XXII, 1901, pp. 224-252, tav. 1, ili. 

303. — — Un ciclo di quadri del Tintoretto. — In : Ra'sssegna 

d' arte, v. I, 1901, pp. 77-78. 

304. — — Ein Madonnenrelief in S. Maria Mater Domini zu Vene- 

dig. — In: Repertorium filr Kunstwissenschaft, v. XXIV, 1901, 
pp. I57-159- 

305. — — Marcianus Cappella und seine sonderbare Dichtung. — In: 

Repertorium /Ur Kunstwissensdiaft.v.XXÌV, 1901, pp. 159-161. 
[Dei dipinti di .Giusto agli Eremitani di Padova]. 

306. f Der Palast Francesco Sforza's in Venedig. — In: Reper- 
torium f\Xr Kunstwissenschaft, v. XXIV, 1901, pp. 329-330. 

307. — — Die Bildnisse Isabella' s d' Este. — In : Repertorium fUr 

Kunstwissenschaft, v. XXIV, 1901, pp. 491-496. [Del Mantegna 
e di Tiziano]. 

308. - Domenico Capriolo. — In : Repertorium filr Kunstwissen - 

schaft, v. XXIV, 1901, pp. 156-157. [A proposito dello studio 
di G. Biscaro]. 

309. Faguet Émile. — Darwinisme idealiste d' apre's M. Antoine Fo- 
- gazzaro. — In : Revue politique et littéraire (Revue bleu), s. IV, 

v. XV, 1901, pp. 718-721. 

310. Faloci Pulignani M. - Leggenda francescana liturgica del XIII 

secolo. — In : Miscellanea francescana, v. VIII, 1904, pp. 49-74. 
[Il F. pubblica, con prefazione, la leggenda -di s. France co, 
che fa parte della cronaca di fra* Paolino da Venezia]. 

311. Favaro Antonio. — Intorno ai cannocchiali costruiti ed usati da 

Galileo Galilei. — In: Atti del R. Istituto Veneto di s. I. eda. y 
s. Vili. v. Ili, parte II, 1900-1; pp. 317-342, tav. 2. [Cannoc- 
chiali costruiti a Padova e presentati alla Signoria], 

312. — — Il metro proposto come unità di misura nel 1675. — In: 

Annales internationales a" histoires. Congrès de Paris 1900 



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Bollettino bibliografico 



27 



— Paris, Q. Colin, 1901. - [Primo a proporre il metro fu Tito 
Livio Burattini di Agordo]. 

- Fazzari Gaetano. — v. L. Mascheroni, 

313. Felder Hilarinus. — S. Francisci Assisiensis et s. Antonii Patavini 

officia rythmica auctore fratre Juliano a Spira in littera et cantu 
adiectis tabulis phototypicis. - Freiburg, Veik, 1901, in-8. , 
pp. 180, LXXll. 

314. Ferracina 0. B. — Le relazioni di Giovanni Bonifacio storico 

trevigiano colle città di Belluno e di Feltre (sec. XVI-XV1I). 

— In: Antologia Veneta, v. II, 1901, pp. 210-223. 

315. — — Memorie inedite riguardanti Perarolo durante il periodo 

napoleonico. — In: Antologia' Veneta, v. II, 1901, pp. 57-61. 
316..- — Lettere inedite dirette a monsignor Bartolomeo Villabruna 
da dotti ammiratori ed amici (sec. XVIII-XIX). — In: Anto- 
logia Veneta, v. II, 1901, pp. 283-287, 355-369 (e cont.). 

317. Lo Statuto della fraglia dei fornai e pistori feltresi (1534). 

— In: Antologia Veneta, v. II, 1901, pp. 120-124. 

318. Ferraris Carlo F. — Angelo Messedaglia. — In: Nuova Antolo- 

gia, serie IV, v. XCII, 1901, pp. 699-704. 

319. Ferretto Arturo. — Codice diplomatico delle relazioni fra la Li- 

guria, la Toscana e la Lunigiana ai tempi di Dante. Parte I : 
1265-1274. — In: Atti della Società Ligure di storia patria, 
v. XXXI, 1901, pp. xlviii, 452. [Parecchi documenti riguardano 
Venezia ed altri luoghi del Veneto, cfr. Indice]. 

320. Festl Cesare. — Briciole lodroniane e castrobarcensi. — In: Tri- 

dentum, v. IV, 1901, pp. 6-13. 

321. Fiammazzo Antonio. — A proposito di Quirico Viviani. — In: 

Pagine friulane, v. XIV, 1901. p. 45. 

322. — — Per la fortuna di Dante. — In: Giornale dantesco, v. IX, 

1901, pp. 4-5. [Vi si parla del veronese Dionisi]. 

323. — — Lettere di dantisti con prefazione di Raffaello Caverni. — 

Città di Castello, S. Lapi, 1901, in i6.°, v. 3, pp. 55, 66, 140. 
[Collezione di opuscoli danteschi, n. 64-67]. [Lettere di Pier 
Caterino Zeno, Giulio Gagliardi, Giuseppe Gennari, Baldassare 
Lombardi, Jacopo Ferrazzi, ecc.]. 

324. — — Le rubriche del Lolliano e d' altri codici del « Cento •. — 

In: Antologia Veneta, voi. II, 1901, pp. 205-2S2, 370-381 (e 
cont.). 

325. — — Fra bibliografi. — Bergamo, Istituto ital. d'arti grafiche, 

1901, in-16. 0 , pp. 20. [Contiene lettere di B. Gamba, di A. 
Marsand e di P. U. Uliva ad A. Bartolini e di A. Bartolini a 
G. B. Stratico colla risposta]. 



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2* 



Nuovo Archivio Veneto 



326. fi'ammazzo Antonio. — Recensione a: Guido Zacchetti, La fama 

in Italia di Dante nel secolo XVIII. Roma, 1900. — In: Gior- 
nale dantesco, v. IX, 1901. pp. 53-56. 
— v. L. Doglioni. 

327. filetto Francesco. — Due autografi inediti pubblicati da Dome- 

nico Orano. — Roma, Forzani, 1901, in-8.°, pp. 15. [Nella 
lettera del 1469 il F. informa Galeazzo Maria Sforza delle se- 
grete intelligenze di Piero dei Medici con Venezia]. 

328. Flament Pierre. — Philippe de Harlay comte de Cesy ambassa- 

deur de France en Turquie (1 619-1 641). — In : Revue d* histoire 
diplomatique, v. XV, 1901, pp. 225-251, 371-398. [Relazioni con 
Venezia]. 

329. Flamini Francesco. — Il Canzoniere inedito di Leone Orsini. — 

In : Raccolta di studii critici dedicati ad Alessandro D' Ancona, 
Firenze, G. Barbe'ra, 1901, in-4. 0 , pp. 637-655. [L'Orsini cantò 
Beatrice Pio degli Obizzi]. 

330. -- — Commemorazione del prof. Ferdinando Gnesotto, letta 

nell'Aula Magna della R. Università di Padova il 25 mag- 
gio 1901. — Padova, G. B. Randi, 1901, in-8.°, pp. 38. 

331. F. M. — Il monumento Colleoni a Venezia. — In:' Rassegna 

d'arte, v. I, 1901, p. 106. [Documento sull'inaugurazione del 
monumento]. 

332. Foffano Francesco. - Per un' edizione dell' Orlando Innamorato. 

— In : Raccolta di studii critici dedicata ad Alessandro d' Anco- 
na, Firenze, G. Barbe'ra, 1901, pp. 47-51. [L' A. parla anche del- 
l'edizione veneziana del 1506]. 

333. Fogazzaro Antonio. — Minime. — Milano, Aliprandi, 1901, in-8.° t 

pp. 280. [Parecchie memorie riguardanti uomini e istituzioni 
di Vicenza]. 

334- Fogazzaro Antonio ed il cristianesimo de' suoi romanzi. In : 
Civiltà cattolica, s. XVIII, v. Ili, 1901, pp. 35-47. 

335. Foletto Angelo. — La valle di Ledro. Cenni geografici, statistici e 

storici. - Riva, tip. F. Miori, 1901, in-8.°, pp. VIII, 136. [L' A. 
parla anche del dominio veneto]. 

Recensione di Cesarini Sforza in: Tridentum^ v. IV, 1901, 
pp. 362-370. 

336. Forgiarmi G. — Leggende Osoppane. - In: Pagine friulane^ 

v. XIV, 1901, pp. 29 31. 

337. * Fornoni Elia. — Giacomo Negretti detto il Palma Vecchio. — 

In: Pro Familia, 1901, n. 45. 

338. FSrster Richard. — Studien zu Mantegna und den Bildern im Stu- 

diefzimmer der Isabella Gonzaga. — In : Jahrbuch der k. preussi- 
schen Kunstsammlungen, v.XXU, 1 901 , pp. 78-87, 154-180 ili. 



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Bollettino bibliografico 



29 



339-* Foscoliana: Bibliografìa del Foscolo estratta dalla bibliografìa 

di operette italiane pubblicate nel secolo XIX di F. A. 

Casella. — Napoli, Tram, 1901, in-16. 0 , pp. 21. 

340. Foscolo Ugo. — Ultime lettere di Jacopo Ortis. — Milano, O. Fer- 

rano, 1901, in-16. 0 , pp. 134. 

341. Fossati Felice. — Sulle cause dell'invasione turca in Italia l'an- 

no 1480. — Vigevano, Unione tip., 1901. [Venezia fu accusata 
da taluno di essere stata causa dell' invasione]. 

342. Milano e una fallita alleanza contro i Turchi. — In: Archivio 

storico lombardo, N. S., v. XVI, 1901, pp. 49-95. [Si ricorda 
la parte che v'ebbe Venezia, 1481]. 

343. Foulkes Jocelyn Constance. — Notizie intorno ai pittori di • Bar- 

de». — In: Rassegna d'arte, v. I, 1901, pp. 164-166. [E ri- 
cordato Bartolomeo de Prata bresciano del secolo XV]. 

344. * Fraknoi. — L*ambassade de Pe'trarque à Ve'rone (1347). — In: 

Annales internationales <f histoire. Congres de Paris 1900. 
i. e section. Histoire ge'ne'rale et diplomatique. Paris, Colin, 
1901, in-8.°. 

345. Frammento dantesco tratto da un codice scritto in dialetto vene- 

ziano [edito da G. B. De Toni]. — Padova, tip. del Seminario, 
1901, in-i2.°, pp. 12. 

346. f [ranceschinis) Dfomenicoj. — Teobaldo Ciconi : sfumature, con 

lettere e versi inediti. — Ceva, Randazzo, 1901, in-8.°. 

347. Frangipane Luigi. — Da chi furono possedute alla metà del 700 

gran parte delle case di Udine. — In : Pagine friulane, v. XIII, 
1901, pp. i74-'77i i9°' l 91- 

348. — — Documento relativo ad Enrico Zucco. — Udine, del Bian- 

co, 1901, in-8.°. 

349. Un omicidio a Porpetto. — In : Pagine friulane, v. XIII, 

p. 148. [Omicidio di Bartolomeo Bertolazzi da Zara commesso 
da Mattia Hofer signore di Duino, 1547]. 

350. — — Regesti e genealogia della famiglia Rinaldi. — Udine, D. 

Del Bianco, 1901, in-4. 0 , pp. 24, tav. 1. 

351. Frassineti Antonio. — S. Antonio di Padova. Brevi ragionamenti 

e orazione panegirica. — Padova, tip. Antonia na, i9oi,vin-i6.°, 
pp. 32. 

352. Freeman L. I. — Italian Sculpture of the Renaissance. — New 

York, the Macmilan Company, 1901, in 8°., pp. viii. 212. 

353. Frati Carlo. — Un codice autografo di Bernardo Bembo. — In: 

Raccolta di studii critici dedicati ad Alessandro D'Ancona, 
Firenze, G. Barbera, 1901, pp. 193-208. [Codice della Nazionale 
di Torino contenente il Fedone tradotto da Leonardo Bruni. 



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30 Nuovo Archivio Veneto 



354. Frenzi Giulio (De). — Un commediografo : Il conte Giovanni 

Giraud. — Roma. tip. del Giornale La Tribuna, 1901. 
Recensione di E. Maddalena, in: Rivista teatrale italiana, 
v. II, 1901, pp. 185-186. [Imitazione dell'opera goldoniana]. 

355. Friedensburg Walter. — Karl V und Maximilian II (1551). Ein 

venetianischer Bericht Uber vertrauliche Aeusserungen des letzte- 
ren. — In: Quellen w. Forschungen aus italienischen Archiven 
m. Bibliotheken, v. IV, 1901, pp. 72-81. [I .a relazione è del ve- 
neziano Giovanni Michiel]. 

356. Friediung Heinrich. — Der Kampf um die Vorherrschaft in 

Deutschland 1859 bis 1866. I. Bd. — Stuttgart und Berlin, 
Cotta'sche Nachfolger, 1901, in-8.°, pp. xvni, 480. ] Risorgimento 
italiano]. 

— v. Benedeks nachgelassene Papiere. 

357. Frizzoni Gustavo. — Ricordi di un viaggio artistico oltralpe. — 

In: L' Arte, v. IV, 1901, pp. 221-238, ili. [A Trento, Bolzano, 
Bressanone ed oltre il Brenner, l'autore trova opere d'arte di 
scuola veneta]. 

358. — — Titian, von Georg Gronau. — In: Nuova Antologia, 

serie IV, v. XGIV, 1901, pp. 722-727. 

359. Fumagalli Giuseppe. — La mostra retrospettiva di comunicazioni, 

viaggi e trasporti. — In : Emporium, v. XIII, 1901, pp. 381-399, 
458-477. [Molti accenni a Venezia]. 

360. Fusinato Arnaldo. — Poesie patriottiche, con prefazione di Euge- 

nio Checchi e note esplicative — Milano, P. Carrara, 1901, 
in-16. 0 , pp. 176. 

361. Gabrielli Annibale. — Il teatro Olimpico. — In : Fanfulla della 

Domenica, 1901, n. 41. [A proposito della progettata apertura]. 

362. Scritti letterari. — Città di Castello, S. Lapi, i90i,in-i6.° 

pp. 6, n. 252. [Nello studio dedicato a Sordello, 1' Autore parla 
di Cunizza da Romano]. 

363. Gachot Edouard. — Histoire militaire de Massena : La première 

campagne d'Italie (1795-1798). — Paris, Perrin, 1901, in-8.°, 
pp. 405, tav. 3. 

364. Gaio. — Un libro sulla Duse. - In: // Marzocco, a. IV, 1901, 

n. 27. [A proposito del libro di L. Rasi, La Duse, Firenze, 190 1]. 

365. Galanti Ferdinando. - San Mr.rco. — Discorso. In: Atti del R. 

Istituto Veneto di s. I. ed dr., s. V, v. Ili, parte I, 1900-1, pp. 
230-259, e Venezia, C. Ferrari, 1901, in*8.°, pp. 31. 

366. Galilei Galileo. — Le opere. Edizione nazionale [a cura di A. 

Favaro]. - Firenze, G. Barbèra, 1901, v. XI, in-4. 0 , pp. 636. [Il 
v. XI contiene il Carteggio 1611-1613. Parecchie lettere sono 
dirette a Veneti o scritte da Veneti]. 



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Bollettino bibliografico 



3 



367. Galletti Alessandro. — Le teorie drammatiche e la tragedia in 

Italia nel secolo XVIII. Parte I (1700- 1750). — Cremona, Fezzi, 
1901; in-8.°, pp. VI, 264. [La Merope di S. Maffei]. 

368. Galletti Alfredo. — Recensione a: J. Ebner, Beitrag zu einer 

Geschichte der drammatischen Einheit in Italien, Erlangen 
und Leipzig, A. Deichert, 1898. — In: Giornale storico della 
letteratura italiana, v. XXXVII, 1901, pp. 99-110. 

369. Galli Ettore. — Recensione a: Ulrico Martinelli, La Campagna 

del marchese di Coeuvres, 1624-1627. Episodio della guerra per 
la Vattellina, Città di Castello, S. Lapi, 1898. - In: Arch. 
stor. Lombardo, N. S., v. XV, 1901, pp. 194-198. 

370. Galli-Valerio Bruno. — La malaria nella poesia di A. Aleardi. — 

In: Rivista italiana di sciente naturali, v. XXI, 1901, pp. 810. 

371. Garofalo Francesco. — Studio sull' « Itinerarium Antonini». Parte 

relativa all' Italia. — In : Rendiconti del R. Istituto lombardo 
di s. e /., S. II, v. XXXIV, 1901, pp. 323-354. [Vi è compreso 
P odierno Veneto]. 

372. Garzoni Tito. — Altri ricordi di Giacinto Gallina. — In Coltura 

e Lavoro, v. XLIII, 1901, pp. 17-20. 

373. Gasparella Girolamo. — Un critico d'arte musicista: Filippo 

Filippi. — Prato, Vestri, 1901, in«8,°, pp. 36. 

374. Gasparini A. — Pietro Zorutti. — In : Pagine friulane, v. XIV, 

1901, p. 48. [Sonetto inedito riguardante lo Z.]. 

375. Gavagnin Roberto. — Venezia- nei versi di Gasparo Gozzi. — In: 

L'Ateneo Veneto, a. XXIV, v. II, 1901, pp. 153-160. 

376. — — La pittura nel carme « Le Grazie • di Ugo Foscolo. — 

In* V Ateneo Veneto, a. XXIV, v. ì, 1901, pp. 365-372. 

377. Gayet A. et Errard Ch. — L'art byzantin. I. Venise. La Basilique 

de Saint Marc. — Paris, 1 , May, 1901, in f.°, pp. X, 41, tav. 29. 

378. Gazzetta degli Artisti. — Venezia, tip. Garzia, a. VII, 1901, f.° 

[oltre gli articoli citati, contiene- altre notizie d' arte moderna 
riguardanti il Veneto]. 

379. Oemàlde des XIV bis XVI Jahrhundert. Aus der Sammlung von 

Richard von Kaufmann. -r- Berlin, Ascher u. Co., 1901, in-4, 0 , 
pp. XII, tav. 67. 

Recensione di v. T. in : Repertorium JUr Kuhstwissenschaft, v. 
XXIV, 1901, pp. 482-484. [Si parla anche di opere di pittori veneti]. 

380. Gentille Attilio. — Dell' arte di Giacinto Gallina. — In : Rivista 

teatrale italiana, v. I, 1901, pp. 175-186. 

381. Una lettera inedita di Carlo Goldoni. — In: Riv. teatrale 

italiana, v. II, 1901, copertina del fase. [La lettera del 
Goldoni e le osservazioni del Gentille comparvero dapprima 
nell' Archeografo triestino, v. XXIII, 1900]. 



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32 ^ Nuovo Archivio Veneto 



382. Oentille Attilio. — Giacinto Gallina. Un monologo per la Servetta. 

— In: L' Ateneo Veneto, a. XXIV, v. II t 1901, pp. 245-252. 

383. Cerini G. B. — Gli scrittori pedagogici italiani del secolo XVIII. 

— Torino, Paravia, 1901, in-8.°, pp. Vili, 448. [Veneti : G. G. 
Becelli, G. Cam posa mpiero, G. Gozzi, S. Matti, I. Stellini, L. 
Torri, G. A. Volpi, ecc.], 

384. Oerola Giuseppe. - CanJia veneziana. — In : L illustrai ione 

italiana, 1901, n. 3. 

3^5. Sull'origine boema dei Castelbarco. — In: Tridentum, 

v. IV, 1901, pp. 241-254. [Registro qui gli articoli riguardanti i 
Castelbarco per le frequenti relazioni eh' ebbero con Venezia e 
Verona]. 

386. Guglielmo Castelbarco. — In: Annuario degli Studenti 

trentini, v. VII, 1 900-1, pp. 167-200, tav. 6. 

387. — — Frammenti castrobarcensi. — In : Archivio Trentino, 

v. XVI, iqoì, pp. 43-52, 216-227. 

388. 1 Signori di Castelbarco. — In: Tridentum, v. IV, 1901, 

pp. 131- 137. [A proposito del libro di Rocco Caterina, 1 Signori 
di Castelbarco. Camerino; 1900]. 

— v. Ricci L. 

389. Oervasi Giacomo. — Il terremoto di Tolmezzo del 20 ottobre 1788. 

Lettera dell' ab. Giacomo Gervasi a Giuseppe Brignoli. — In : 
Pagine friulane, v. XIII, 1900-1, p. 103. 

390. G. G. — Saggio del dialetto di Cordenons. — In: Pagine friulane, 

v. XIII. 1 900-1, pp. '.98-199. 

391. Ghirardini Gherardo. — I Veneti prima della storia. — In: Annua- 

rio della R. Università degli Studi di Padova, 1 900-1 ,*pp. 20-57. 

392. — — La situla italica primitiva studiata specialmente a Este. 

Parte III. — In: Monumenti antichi pubblicati per cura della 
R. Accad. dei Lincei, v. X, 1901, pp. 1-222, tav. 5. 

393. Di una singolare scoperta archeologica avvenuta presso la 

basilica del Santo. — In: Atti e Afetn. della R. Accad. di s. /. 
ed a. in Padova, N. S. v. XVII, 1900-1, pp. 203-206. 

394. — — Padova - Di un singolare bronzo paleoveneto scoperto 

presso la basilica di s. Antonio. — In: Notizie degli scavi 
d' antichità, 1901, pp. 314-321. 
395* ~~ — Este : Avanzi di abitazioni preromane scoperti in via Re- 
stara. — In: Notizie degli scavi di antichità, 1901, pp. 223-227. 

396. — - Bertipaglia : Reliquie di un sepolcreto paleoveneto. — In : 

Notizie degli scavi di antichità, 1901, pp. 1 71-174. 

397. - — Casaleone: Tesoretto monetale e altre antichità scoperte 

nei fondi dei sigg. Romanin-Jacur. — In : Notizie degli scavi 
di antichità, 1901, pp. 290-293. 



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